C’era una volta… il 7 maggio!

Questo articolo, un “gioco” fatto di riflessioni, di rimandi e di connessioni intorno al 7 maggio, prende l’avvio in realtà da una data antecedente: il 29 ottobre 1787. In quel giorno, in quel di Praga, per l’esattezza al Nationaltheater ebbe la sua prima assoluta Don Giovanni di Wolfgang Amadeus Mozart.

Protagonista fu il pesarese Luigi Bassi, un basso-baritono di 22 anni, idolo del pubblico femminile, lodato per la doti vocali ma anche per quelle sceniche. Beniamina dei praghesi era pure il soprano Caterina Bondini che interpretava Zerlina, e una diva era Teresa Saporiti che indossava gli abiti di Donna Anna: un soprano di bella presenza che ebbe una carriera di successo e lunga (morirà a 106 anni). Cantanti di fama erano il tenore Antonio Baglioni (Don Ottavio) e il basso-comico Felice Ponziani (Leporello). La compagnia, piccola e priva di elementi eccezionali ma di sicura resa, si completava con il soprano Caterina Micelli che fu Donna Elvira e il basso Giuseppe Lolli che interpretò i ruoli sia di Masetto sia del Commendatore. 

Don Giovanni andò in scena «col successo più clamoroso», come ebbe modo di scrivere Mozart all’amico viennese Gottfried von Jaquin sei giorni dopo la prima. E sette mesi dopo, il 7 maggio 1788 – eccola finalmente la nostra data – debuttò al Burgtheater di Vienna ma con la delusione di uno scarso successo. Eppure tutto era stato fatto con cura, così come riporta il librettista Lorenzo Da Ponte: «Vi si fecero delle aggiunte, vi si cangiarono delle arie, si espose di nuovo sulle scene, e il Don Giovanni non piacque! E che ne disse l’Imperatore? – L’opera è divina: è forse più bella del Figaro, ma non è cibo per i denti de’ miei viennesi». 

Wolfgang Amadeus Mozart
Lorenzo Da Ponte

Il primo cambiamento riguardò il finale dell’opera con tanto di morale: per i malvagi “dissoluti” come Don Giovanni alla resa dei conti c’è solo la punizione dell’inferno e della dannazione eterna. Tutto sommato un concertato convenzionale da opera buffa, che Mozart acconsentì di omettere almeno per le recite viennesi, perché poco gradito ai sudditi di Giuseppe II tutti compunti del dramma. Il secondo cambiamento riguardò la scena successiva allo smascheramento di Leoporello travestito da Don Giovanni, che ha luogo nel secondo atto prima della scena della derisione della statua del Commendatore. Furono riscritti i recitativi e l’aria di Leporello “Ah pietà” e furono introdotti due pezzi nuovi: il duetto tra Zerlina e Leporello “Per queste tue manine” e la grande scena di Donna Elvira “In quali accessi… Mi tradì quell’alma ingrata”.

Fu invece eliminata l’aria di Don Ottavio “Il mio tesoro intanto” e sostituita da “Dalla sua pace”, scritta ex-novo per il tenore Francesco Morella e posta al primo atto, subito dopo il drammatico assolo in cui Donna Anna confessa a uno sgomento “fidanzato” l’oltraggio della tentata violenza da parte di Don Giovanni. Per Charles Osborne l’eliminazione di “Il mio tesoro” è conseguenza dell’essere un’aria troppo difficile da cantare per il tenore Morella. Ma “Dalla sua pace” che la sostituisce non è meno impegnativa: richiede un interprete davvero bravo e ispirato, come probabilmente doveva essere Francesco Morella, in grado di cantare con somma dolcezza e toccante accento malinconico. Inoltre è una pagina che musicalmente parlando è davvero bella e legittima senza ombra di dubbio la sua composizione ex-novo. Probabilmente “Il mio tesoro intanto” fu tolta per ragioni di tenuta drammatica: lasciarla dopo “Per queste tue manine” e prima di “Mi tradì quell’alma ingrata” avrebbe alterato quell’equilibrio tra recitativi, arie e insieme che Mozart nel Don Giovanni viennese ricercò e raggiunse al meglio. Tali variazioni furono introdotte anche perché Mozart aveva a disposizione cantanti di tutto rispetto, che avrebbero brillato sicuramente come esecutori ma ancor più avrebbero reso bella la musica del suo Don Giovanni, già straordinaria di per sé.
Oggi la versione del Don Giovanni di Vienna si esegue raramente, le si preferisce quella di Praga che si esegue integralmente ma con l’aggiunta di “Dalla sua pace” e di “In quali eccessi… Mi tradì quell’alma ingrata”.

Mozart a Vienna, suona il Don Giovanni per la prima volta a un gruppo di nobili e di artisti.

La prima interprete di Donna Elvira a Praga fu come ricordato Caterina Micelli, impegnata in un ruolo drammatico che risolse con le riconosciute doti di attrice più che di cantante, versata com’era per ruoli da opera semiseria. Caterina Cavalieri che a Vienna sostituì la Micelli era invece la tipica “primadonna” da opera seria; probabilmente era quel genere di soprano per il quale in epoca moderna è stato coniato il termine “soprano drammatico di agilità”. Non a caso Caterina Cavalieri fu la prima interprete di Constanze nel Ratto dal Serraglio: appunto un ruolo drammatico che s’inerpica sulle vette del pentagramma ed è costellato di agilità tra le più disparate e impervie. Così a titolo di cronaca mi piace ricordare che Constanze fu l’unico ruolo mozartiano che Maria Callas (per la quale si parlò per la prima volta nella storia dell’opera di “soprano drammatico di agilità”) cantò all’iniziò di carriera alla Scala di Milano per quattro recite nell’aprile 1952.

Silhouette Luisa Laschi-Mombelli
Aloysia Weber

A Vienna Zerlina fu interpreta da Luisa Laschi-Mombelli. Era stata scelta per cantare Donna Anna, un ruolo decisamente impegnativo, ma vi dovette rinunciare perché era incinta di sette mesi. La sostituì Aloysia Weber, primo amore di Mozart e divenuta successivamente la cognata avendone il compositore sposato la sorella Costanze. Per Aloysia Wolfgang scrisse molte arie da concerto estremamente elaborate e difficili e il ruolo di Madame Herz nel “singspiel” L’impresario teatrale, rappresentata nell’Orangerie del palazzo di Schönbrunn nel febbraio 1786 e dove cantava nel ruolo di Mademoiselle Silberklang anche Caterina Cavalieri. Due “soprani drammatici di agilità” in una stessa opera! C’è da dire ancora che Luisa Laschi fu la prima moglie di Domenico Mombelli, il capo di una illustre famiglia di cantanti e di musicisti per la quale nel 1806 un non ancora quindicenne Gioachino Rossini compose Demetrio e Polibio, il titolo di esordio come operista. Luisa Laschi fu anche la prima Contessa d’Almaviva nelle Nozze di Figaro di Mozart, che andarono in scena come il Don Giovanni “rivisitato” al Burgtheater di Vienna ma con due anni di anticipo: il 1° maggio 1786.
Il servitore di Don Giovanni Leporello a Vienna fu interpretato da Francesco Benucci, che fu anche il primo Figaro nelle citate Nozze del 1786, come sarà il primo Guglielmo in Così fan tutte nel 1790. Insomma un baritono mozartiano d.o.c. 

Anche se non ebbe dei pezzi per lui espressamente composti, fu cantante mozartiano di rilievo pure Francesco Bussani, che nel Don Giovanni sostenne il doppio ruolo di Masetto e del Commendatore, come già fece Giuseppe Lolli a Praga; senza dimenticare che nelle Nozze di Figaro Bussani aveva già interpretato Don Bartolo e il contadino Antonio, mentre in Così fan tutte sarà per la prima volta Don Alfonso.
Francesco Bussani sposò il 20 marzo 1786 Dorothea Sardi, un soprano austriaco specializzato in opere buffe, che guarda caso fu il primo Cherubino nelle Nozze di Figaro, come sarà poi la prima Despina in Così fan tutte. Il 7 febbraio 1792 parteciperà alla prima assoluta del Matrimonio segreto di Domenico Cimarosa interpretando il ruolo di Fidalma; a quella première il conte Robinson sarà interpretato da Francesco Benucci, con il quale Dorothea Sardi-Bussani aveva cantato nelle Nozze di Figaro di sei anni prima.
A me stesso prima che ad altri, rammento che Il matrimonio segreto di Cimarosa è quell’opera che venne replicata per intero la sera della prima assoluta, e dopo un pranzo “ristoratore” offerto ai cantanti, tanto era piaciuta alla corte dell’imperatore Leopoldo II, da due anni succeduto al fratello Giuseppe II. 
C’è da dire infine qualcosa anche su Francesco Albertarelli. Era un membro della compagnia dell’opera buffa a Vienna quando interpretò il protagonista del Don Giovanni. In quella stessa stagione cantò in Le gelosie fortunate di Pasquale Anfossi ed eseguì “Una bacio di mano”, un’arietta alternativa composta da Mozart espressamente per lui e interpretò pure Brunetto alla prima assoluta dell’Ape musicale, un pastiche realizzato da Lorenzo Da Ponte con musiche di autori varii. Vi partecipò come Donna Farinella anche Luisa Laschi-Mombelli. La carriera di Francesco Albertarelli si svolse prevalentemente in Italia, soprattutto a Roma.

Partitura di Don Giovanni (Wolfgang Amadeus Mozart)

Che strane coincidenze e strane connessioni intercorrono tra il Don Giovanni, Le nozze di Figaro e i vari cantanti che trasmigrano da un’opera all’altra e pure in altri titoli e non soltanto di Mozart! A queste stravaganze antiche si aggiungono altre bizzarrie del destino ma di epoca moderna. Che adesso vado a “rivelare”. Riguardano due cantanti svedesi: il soprano Elisabeth Söderström che nasce nella capitale Stockholm il 7 maggio 1927 e il baritono Ingvar Wixell che nasce sempre il 7 maggio ma del 1931 a Luleå, capoluogo della provincia settentrionale di Norrbotten. Muoiono come è stato per la nascita, a pochi anni di distanza l’uno dall’altra ed entrambi ottantenni: lei il 20 novembre 2009 e lui l’8 ottobre 2011. Tutti e due iniziano nel nome di Mozart. Ingvar Wixell fa la sua comparsa in veste professionale nel Teatro Reale Svedese di Stockholm nel 1955 interpretando Papageno nel Flauto magico. Elisabeth Söderström debutta invece nel 1947 sempre a Stockholm, ma nel Teatro del castello di Drottningholm, come protagonista femminile del “singspiel” in un atto Bastien und Bastienne. Nel corso di una carriera lunga per entrambi ben mezzo secolo, che per il baritono finirà nel 2003 con Arianna a Nasso di Strauss e per il soprano nel 1999 con La dama di picche di Čajkovskij, il repertorio mozartiano si arricchisce di altri titoli. Ingvar Wixell è protagonista del Don Giovanni, veste i panni del conte d’Almaviva nelle Nozze di Figaro e di Guglielmo in Così fan tutte e interpreta infine Allazim nell’incompiuta Zaide. Nella trilogia Mozart-Da Ponte Elisabeth Söderström è sia Susanna sia La contessa d’Almaviva nelle Nozze di Figaro e Fiordiligi in Così fan tutte, mentre non canta nessun ruolo femminile del Don Giovanni; con Wixell avrà in comune anche Il flauto magico, cantando Pamina.

Elizabeth Soderstrom come Fiordiligi in “Cosi fan tutte”
Ingvar Wixell e Reri Grist in “Le nozze di Figaro”

Ingvar Wixell che è stato per oltre un trentennio, dai primi anni ’60 del secolo scorso, il primo baritono della Deutsche Oper di Berlino, ha cantato in prevalenza i grandi ruoli del repertorio operistico italiano, soprattutto verdiani (Rigoletto, Il trovatore, Simon Boccanegra, Falstaff) e pucciniani (Tosca, Il tabarro, Madama Butterly). La voce di Ingvar non era bellissima in quanto a timbro ed era anche un po’ chiara per un baritono, ma era bene usata. Wixell cantava con morbidezza, aveva acuti facili e timbrati e un’ottima dizione. Il suo pregio maggiore era la misura, mai gigionate e intemperanze gratuite; il limite era semmai nel versante opposto: lavorare molto di cesello nel fraseggio, per finire con il rasentare a volte l’affettazione.

Ingvar Wixell e Montserrat Caballe in “Tosca”
Elisabeth Söderström e Sena Jurinac in “,Jenůfa”

Il repertorio di Elisabeth Södeström comprendeva oltre a Mozart, Monteverdi Strauss Hindemith e finanche Henze e Ligeti. Gli autori nei quali ha brillato di più sono stati Debussy: in Pelléas et Mélisande dipingeva una protagonista attonita, trasognata e a tratti quasi nevrotica per la quale l’attenzione non calava mai, e Janáček: le sue interpretazioni in Jenůfa, Kát’a Kabanová e in Věc Makropulos furono assolutamente sensazionali, così ricercate da diventare pietre di paragone. Elisabeth Söderström aveva una voce di soprano di bel colore scuro, omogenea, che sapeva piegarsi a un gioco di assottigliamenti, di sfumature e di colori che diventava interpretazione studiatissima e calibratissima, sempre di gran fascino e sottigliezza psicologica.

Nel “tubo” sono riuscito a trovare due interpretazioni mozartiane “comuni”: dalle “Nozze di Figaro” Elisabeth Söderström canta “Porgi amor” e Ingvar Wixell con Claire Watson “Esci omai, garzon malnato”. Buon ascolto.

I Lombardi “critici” per la prima volta alla Fenice

Alla Fenice di Venezia è andata in scena I Lombardi alla prima crociata di Giuseppe Verdi con Michele Pertusi Roberta Mantegna e Antonio Poli nei ruoli principali, la direzione d’orchestra di Sebastiano Rolli e la regia di Valentino Villa. Cinque recite a giorni alterni dall’1 al 9 aprile 2022.

I Lombardi alla prima crociata di Giuseppe Verdi ebbe la sua prima rappresentazione assoluta alla Scala di Milano l’11 febbraio 1843. Sull’onda dell’entusiastico successo riscosso, il 26 dicembre di quello stesso anno questa quarta opera di Verdi apriva la Stagione di Carnevale-Quaresima del Teatro la Fenice di Venezia con diciotto recite, tornandovi appena cinque mesi dopo nella Stagione di Primavera per altre sette serate. Dopodiché I Lombardi alla prima crociata a Venezia non è stata mai più rappresentata, se non nel rifacimento in lingua francese che Verdì approntò per l’Opéra di Parigi nel 1847 con il titolo di Jérusalem. Torna adesso dopo la bellezza di quasi centottant’anni in una prima rappresentazione assoluta in edizione critica. Tale revisione, curata da David R.B. Kimbell e pubblicata da The University of Chicago Press, è stata redatta studiando la partitura autografa di Verdi, conservata nell’Archivio storico Ricordi a Milano, confrontandola con le altre fonti disponibili: le copie manoscritte tratte dall’autografo, la prima riduzione per canto e pianoforte e le singole parti preparate da Ricordi e anche i libretti stampati per la prima esecuzione e per le successive riprese.

Tutto ciò che fu travisato, riprodotto in maniera approssimativa o deliberatamente alterato è stato meticolosamente riveduto e corretto. A partire dal testo che rivede quelle parole che all’epoca la censura riteneva offensive o immorali: ad esempio la preghiera che Giselda al primo atto rivolge alla vergin santa ora si apre con «Ave Maria» e non già con il “tradizionale” «Salve Maria» da sempre ascoltato. Di grande importanza è stato lo studio strettamente musicale della partitura che ha permesso così il ripristino delle indicazioni di tempo, di dinamica e d’espressione previste da Verdi sia per la parte orchestrale, come nel celebre preludio con assolo di violino che introduce il terzetto nel terzo atto, sia per le linee vocali: su tutte la grande scena di Giselda alla fine del secondo atto.
Momenti, guarda caso, tra i più intensi ed emozionanti di questa edizione dei Lombardi alla prima crociata alla Fenice di Venezia, cui è doveroso aggiungere il concertato conclusivo al primo atto, il coro «Gerusalem!… Gerusalem!…» (una pagina tra le più alte dell’opera, anche secondo Alessandro Roccatagliati il curatone della Guida all’ascolto del programma di sala) e il sontuoso e commovente finale. Momenti che hanno emozionato perché tornati a vivere finalmente liberati da errori, travisamenti e da prassi esecutive viziate da una tradizione mal interpretata, che sarebbero rimasti mero esercizio filologico se non ci fossero stati gli interpreti giusti in grado di restituirli vivi e vibranti, così come la fervida fantasia di Verdi li aveva concepiti.

Teatro La Fenice: I lombardi alla prima crociata
Foto di Michele Crosera

Ecco allora la direzione di Sebastiano Rolli mobile, dinamica e pulsante, tutta giocata sull’esaltazione dei contrasti tra luce e ombra, tra forte e piano, tra accelerazioni e decelerazioni, tra concitazione e distensione (a volte un po’ troppo estremizzate) che sono alla base della drammaturgia musicale verdiana. E non soltanto delle opere “quarantottesche” del primo Verdi, come I lombardi alla prima crociata. Un grande dinamismo da parte di Rolli anche nella conduzione delle voci: libere di espandersi, di modulare suono e colori, di fraseggiare a proprio agio respirando altrettanto liberamente con l’orchestra. Splendida è risultata poi la concertazione e non a caso si scopre che Stefano Rolli inizia giovanissimo ad occuparsi di musica con il padre direttore di coro; una concertazione in perfetto equilibrio tra golfo mistico e palcoscenico, che negli assieme fa sentire tutte le voci nitide e distinte, pur in armonia tra loro, così che ogni singolo pensiero o stato d’animo balza vivo e pregnante.  

Teatro La Fenice: I lombardi alla prima crociata
Foto di Michele Crosera

Roberta Mantegna era Giselda, figlia di Arvino, signore di Rò. Voce di bella pasta, tornita, ricca di armonici, acuti splendenti e gravi risonanti. Grande interpretazione di un ruolo impervio che richiede polsi saldi, musicalità e slancio. Particolarmente emozionante Roberta Mantegna è stata nella cabaletta «No!… giusta causa non è d’Iddio», giocata più che sull’accento sulla tenuta, in accordo con Rolli, di un tempo largo piuttosto dilatato ma grandioso, così che tutta la linea di canto acquistasse quella solennità e quella ieraticità adatte a sottolineare ciò che Giselda prova in quel momento di forte ispirazione: lo sgomento quasi folle che è un tutt’uno con il vibrante sentire che uccidere i propri nemici, siano essi anche gli “infedeli” musulmani, è azione che Dio riprova nel modo più assoluto. Sì, perché in fondo I lombardi alla prima crociata più che opera risorgimentale, che inneggia alla liberazione dal giogo degli oppressori (fu facile nel 1847 identificare i milanesi con i crociati e la Terra Santa con l’Italia oppressa dal governo austriaco e accendersi dell’inevitabile entusiasmo politico) è opera che parla soprattutto di riscatto morale, di conversione, di peccatori che ritornano a Dio, di perdono. 
Ciò che ha ben capito il regista Valentino Villa il quale, pur in una visione generale un po’ troppo “politically correct”, imposta I lombardi alla prima crociata come una riflessione sull’orrore del fratricidio. Per Pagano e Argiro, fratelli in conflitto come “novelli” Caino e Abele e per i cristiani e i musulmani in lotta per la liberazione della Terra Santa (di tutte le terre invase e oppresse, ieri come oggi) la salvezza è possibile soltanto nel riconoscersi peccatori, nel sentirsi bisognosi del perdono divino per poter poi a propria volta perdonare chi compie il male. E sposare sempre la “giusta causa” di un Dio che – come sentenzia Giselda – “sol di pace scese a parlar!”.

Teatro La Fenice: I lombardi alla prima crociata
Foto di Michele Crosera

Oronte, il musulmano che ama Giselda e che per amor suo si converte al cristianesimo, era interpretato da Antonio Poli. Alle prese con una parte di tenore lirico, ha avuto modo di incantare il pubblico con la sua voce di bellissimo timbro pastoso e luminoso e con un fraseggio vario e modulato, ricco di forte e mezzoforte, di piano e di pianissimo. Anche gli acuti ci sono, e pure squillanti, seppure hanno la tendenza a risuonare troppo di testa perdendo così un po’ di volume. Efficace l’interprete.
Come notevole è risultata la lettura che di Pagano (il fratello cattivo poi pentito) ha offerto Michele Pertusi: intensa, commovente, partecipe, anche se la voce ha perso un po’ dello smalto d’un tempo, senza però dimenticare che il nostro basso è in carriera da quasi quarant’anni e che il suo vasto repertorio abbonda di ruoli alquanto impegnativi e “faticosi”.

Teatro La Fenice: I lombardi alla prima crociata
Foto di Michele Crosera

Bene l’Orchestra e il Coro del Teatro La Fenice, pronti a tutte le sollecitazioni del direttore, come i cantanti impegnati nelle parti di fianco: Antonio Corianò (Arvino, padre di Giselda), Marianna Mappa (Viclinda, sua moglie), Mattia Denti (Pirro, suo scudiero), Adolfo Corrado (Acciano, tiranno di Antiochia e padre di Oronte) Barbara Massaro (Sofia, sua moglie) e Christian Collia (priore di Milano).
Successo entusiastico per tutti. 

La cronaca è della recita del 9 aprile 2022.

Tutto iniziò nel 1973…

Nel 1973 ero ormai “grande”, come dicevano i miei. Iniziavo il primo anno delle Superiori e a scuola ci andavo con i mezzi pubblici. Come un “grande” appunto. Era giunto anche il momento di andare all’opera. Al Teatro dell’Opera di Roma. La sera. Come facevano gli adulti. Ma non alle prime recite, come avrei fatto molti anni dopo, bensì alle terze repliche serali. Erano le serate dove andava il mio amico più caro, il mio mentore, colui che mi aveva iniziato e avrebbe continuato per qualche anno ancora ai piaceri e pure ai dispiaceri (come avrei ben presto scoperto) dell’opera lirica. Le serate per le quali aveva acquistato il suo primo abbonamento stagionale. Io no. Io compravo soltanto il biglietto per le opere che Massimo (questo il nome del mio consigliere saggio e fidato) giudicava adatte a un neofita.

Trovate i titoli elencati qui sotto. Cliccate pure sull’icona «scheda edizione» per le dovute informazioni.

La gazza ladra: atto primo
Archivio del Teatro dell’Opera di Roma
La gazza ladra: atto secondo
Archivio del Teatro dell’Opera di Roma

Tutto iniziò il 29 novembre 1973 con La gazza ladra di Gioachino Rossini, che sorprendentemente ho scoperto fu una prima rappresentazione assoluta non solo per me, ma anche per il pubblico romano. Fu anche il debutto di Lucia Valentini, all’epoca non ancora Terrani. Non era bella. Lo diventerà poi. Affascinante. Del resto non aveva ancora conosciuto e sposato Alberto che l’avrebbe guidata a diventare una Diva. Una grande Diva. Ma che voce, mio Dio! Già allora. Di un velluto, che solo al pensiero si mettono ancora in moto i brividi lungo la schiena. E come cantava! Benissimo: con morbidezza e proprietà stilistica. Doti che l’avrebbero accompagna per tutta la sua purtroppo breve carriera!

Della Bohème di Giacomo Puccini e dell’Elisir d’amore di Gaetano Donizetti ricordo poco e nulla. Se non una sfilza di repliche: 22 per la tragedia e 12 per la favola. Oggi un elenco impensabile. Dispendiosissimo per i nomi che si alternavano in buca e in palcoscenico: vecchie glorie unite ad altre che lo sarebbero diventate, ma anche no. Almeno per me. 

La bohème – Gianna Amato e Umberto Grilli
Archivio del Teatro dell’Opera di Roma
L’elisir d’amore – Margherita Guglielmi e Renzo Casellato
Archivio del Teatro dell’Opera di Roma

Saltai a piè pari Wozzeck di Alban Berg e Parsifal di Richard Wagner. La “modernità” per Massimo (che ahimè era pure un convinto estimatore del cigno di Lipsia, ma lo rivelò soltanto quando anche a me l’ubriacatura wagneriana aveva prodotto la dovuta ebrezza!) poteva aspettare. Dovevo ancora prendere la dovuta confidenza con i “classici”. 

E fu così che arrivò Il trovatore “verdiano”. Ma la pira s’accese a metà. O forse non si accese proprio. Le scene mi lasciarono perplesso: quattro rocce in diagonale e quattro stendardi in fila. La regia? Boh, chi se la ricorda. Però nettissimamente rammento che Fiorenza Cossotto era raffreddatissima e tirava in continuazione su col naso. Cantò lo stesso! Avrebbe potuto fare altrimenti? E la serata la portò a casa, con gli applausi dei fan più oltranzisti. Mi scossero soltanto gli acuti tenuti a perdifiato da Rita Orlandi Malaspina e da Flaviano Labò nel terzetto «Di geloso amor sprezzato». Soltanto anni dopo Riccardo Muti mi avrebbe “tratto d’inganno”: il primo va appena toccato ma il secondo soppresso.

Il trovatore: parte seconda, scena prima
Archivio del Teatro dell’Opera di Roma
Il trovatore: parte terza, scena prima
Archivio del Teatro dell’Opera di Roma

Neanche un mese dopo ancora Giuseppe Verdi con il suo ultimo capolavoro: Falstaff. La terza ripresa (a undici anni dal debutto) di uno spettacolo tra i più amati dai romani “melomani”, tanto da essere riproposto pari pari nel 2010: il Falstaff con la regia, ma anche con le scene e con i costumi di Franco Zeffirelli. Fedora Barbieri era alla sua terza presenza come Quickly, mentre al suo debutto come Falstaff c’era Giuseppe Taddei, che subentrava a Tito Gobbi presente sia alla “prima” del 1963 sia alla ripresa del 1965. “Altro non vi saprei narrare”… tranne che nell’ultimo Falstaff “zeffirelliano” protagonista sarebbe poi stato Renato Bruson.

Falstaff: atto primo, scena prima
Archivio del Teatro dell’Opera di Roma
Falstaff: atto primo, scena seconda
Archivio del Teatro dell’Opera di Roma

Narro invece che per La fanciulla del West Massimo era tutto gasato perché aveva appena comprato l’incisione discografica di Nabucco uscita nel 1965 (all’epoca non era tanto in linea con le novità) dove Elena Souliotis che cantava Abigaille andava su e giù come un ascensore. Se però fosse in servizio o meno non seppe dirmelo con certezza, soltanto che quella vocalità gli sembrava “strana”. E a me infatti sembrò poi “strano” il SI naturale di “su, su, come le stelle” che Minnie prende per far colpo su Dick Johnson. E anche a Massimo. A entrambi parve che quell’acuto non “girasse” come avrebbe dovuto. Ma tant’è. Il pubblico non ci fece caso e beneficò Elena Souliotis alla fine dell’opera di un’ovazione interminabile. Dopodiché non ebbi più occasione di ascoltare ancora Elena Souliotis. E nemmeno Massimo. Credo.

La fanciulla del West – Elena Souliotis e Giorgio Casellati Lamberti
Archivio del Teatro dell’Opera di Roma
La fanciulla del West – Elena Souliotis e Giangiacomo Guelfi
Archivio del Teatro dell’Opera di Roma

Fu poi il turno delle opere in francese. Le saltai di nuovo a piè pari: a stento capivo il canto in italiano (ero o non ero alle prime esperienze “liriche”!?) figuriamoci in una lingua che nemmeno conoscevo. A La reine morte di Renzo Rossellini Massimo si commosse, mentre del Pelléas et Mélisande di Claude Debussy (che era la prima volta che sentiva anche soltanto nominare, su cui però qualche informazione storico-musicale l’aveva trovata) mi disse che era una pizza inenarrabile. Parafrasando un po’ (anche per fare scena, suppongo!) le contestazioni del 1902 della prima assoluta.

Don Carlo: atto terzo, scena seconda
Archivio del Teatro dell’Opera di Roma

Finalmente arrivò il titolo conclusivo della stagione del Teatro dell’Opera di Roma 1973/74: Don Carlo di Giuseppe Verdi diretto da Thomas Schippers e allestito interamente per regia, scene e costumi da Luchino Visconti. Era la ripresa di un allestimento del 1968 sempre di Visconti, ma quella volta sul podio a dirigere l’orchestra c’era Fernando Previtali e non Schippers. E qui giocai d’anticipo. Vidi la seconda recita. Mio zio materno, impiegato al Comune di Roma e sapendo della mia nascente passione per l’opera lirica, si adoperò per regalarmi due ingressi di galleria per la seconda recita. Era il 4 giugno 1974. Con me venne un altro amico “neo-melomane”, che però all’Opera di Roma c’era già stato quattro anni prima insieme alla nonna: per Maria Stuarda di Donizetti cantata da Montserrat Caballé. Che inizio! Ma il mio, con quel Don Carlo non fu da meno. Superlativa la direzione di Schippers. Perfetto lo spettacolo di Visconti, al punto che dieci anni dopo, quando andai in Portogallo passando per la Spagna, mi recai all’Escorial per ricercare (trovandolo! e ci mancherebbe altro!) il monumento funebre di Carlo V, che Visconti nella “verosimiglianza” della finzione scenica aveva posto sulla tomba dell’imperatore immaginata da Verdi. 

Monastero dell’Escorial – Monumento funebre di Carlo V d’Asburgo
e della sua famiglia
Monastero dell’Escorial – Monumento funebre di Filippo II d’Asburgo
e della sua famiglia

Ma ciò che mi impressionò in modo indicibile, in quel Don Carlo “romano” del giugno 1974, fu la musica. Bella ed emozionante oltre misura. Subito comprai, per poter mantenere inalterate le emozioni della memoria involontaria, l’incisione discografica che giudico ancora oggi tra le più belle, se non quasi certamente la più bella: il Don Carlo di Giuseppe Verdi cantato meravigliosamente bene da un quintetto di super star: Placido Domingo, Montserrat Caballé, Shirley Verrett, Sherrill Milnes e Ruggero Raimondi e diretto altrettanto splendidamente, con un entusiasmo e una perfezione tecnica raramente riscontrati altrove, da Carlo Maria Giulini. Ma in quell’ormai lontanissimo giugno 1974 del cast mi impressionarono, e senza togliere ai pur bravi Gianfranco Cecchele e Angelo Romero, Grace Bumbry per la sicurezza e la veemenza da vera leonessa e quasi sfrontate che metteva nel dare voce alla Principessa d’Eboli, Martina Arroyo che mai più avrei sentito dal vivo ma che mi conquistò per la bellezza del timbro e per la linea di canto impeccabile (tant’è che subito corsi a comprare La forza del destino diretta da Lamberto Gardelli e cantata insieme a Carlo Bergonzi, Ruggero Raimondi e Piero Cappuccilli) e infine Cesare Siepi, che a cinquantuno anni d’età e dopo trentatré anni di carriera (mia mamma ne aveva soltanto quattro di più) accendeva gli entusiasmi del pubblico come niente fosse.

Grace Bumbry (La Principessa d’Eboli)
Archivio del Teatro dell’Opera di Roma
Cesare Siepi (Filippo II d’Asburgo)
Archivio del Teatro dell’Opera di Roma
Martina Arroyo (Elisabetta di Valois)
Archivio del Teatro dell’Opera di Roma

Tornai a rivedere quel Don Carlo all’usuale appuntamento delle terze serali con Massimo. Era il 12 giugno 1974. Non fu una sorpresa, ma una conferma delle forti emozioni della scoperta. Per Massimo invece fu una rivelazione assoluta. Conosceva il Don Carlo attraverso una vecchia incisione CETRA con Mirto Picchi e Maria Caniglia (huuu!!!… quanto gli piaceva quella cantante! oggi però non saprei) che proponeva la versione in quattro atti dell’opera, realizzata da Verdi nel 1884 per La Scala, mentre a Roma fu messa in scena la versione di Modena del 1886, che alla revisione milanese aggiungeva il primo atto tradotto in italiano del Don Carlo pubblicato da Ricordi subito dopo la prima parigina del 1867. Storie complicatissime di edizioni originali, di revisioni successive e di ripensamenti tardivi, che conobbi (e riferii poi a Massimo) solo perché avevo comprato e studiato il programma di sala, acquistato con i soldi della paghetta settimanale. Come ricordo imperituro.

Don Carlo: atto di Fontainebleau nell’edizione di Luchino Visconti del 1968.
Archivio del Teatro dell’Opera di Roma

Ecco. Questo è il racconto della mia prima stagione all’Opera di Roma. Ne parlo oggi che è il 25 aprile, giorno della Festa della Liberazione, ma anche la Festa Cristiana di San Marco Evangelista. Cinquant’anni dopo ricordo l’inizio di quell’avventura di “melomane” nella libertà di viverla come ieri e di parlarne e di scriverne come oggi. Sapendo che nulla mi è dovuto. Che tutto invece mi è donato. E che tutto per me sarà una lode e un ringraziamento al Buon Dio. Imperituri.

“Il Farnace” di Antonio Vivaldi al Municipale di Piacenza

Il Farnace di Antonio Vivaldi è andato in scena al Teatro Municipale di Piacenza nei giorni 8 e 10 aprile 2022 con Raffale Pe protagonista, Federico Maria Sardelli direttore d’orchestra e Marco Bellusi regista. Era l’ultimo spettacolo di un cartellone operistico che con il sopraggiungere della “stagion dei fior” (per dirla con Puccini) s’interrompe per poi riaprirsi e concludersi in autunno con due recite di Mefistofele di Arrigo Boito.

Il Farnace messo in musica da Antonio Vivaldi su libretto di Antonio Maria Lucchini, ebbe la sua première al Teatro Sant’Angelo di Venezia nel 1727. A Piacenza però è stato proposto nella versione redatta nel 1738 per le recite da dare al Teatro Bonacossi di Ferrara nel carnevale 1739; recite che purtroppo il Legato Pontificio Cardinale Tommaso Ruffo proibì, scandalizzato per una presunta relazione amorosa tra Antonio Vivaldi e il contralto Anna Girò, che in quelle recite avrebbe dovuto sostenere il ruolo della moglie di Farnace.
Le modifiche apportate furono molteplici: sedici arie scritte ex novo e otto rimaneggiate. Del Farnace “versione 1738” però sono pervenuti soltanto gli spartiti del primo e del secondo atto, essendo andata smarrita la partitura del terzo e ultimo atto. Ed è in questa versione incompleta, senza ricostruzioni filologiche né integrazioni di altre edizioni, che Il Farnace di Vivaldi è andato in scena a Piacenza nella settimana prima di Pasqua, preceduto già il 30 e il 31 dicembre 2021 da due recite al Teatro Comunale di Ferrara.

Foto del Teatro Municipale di Piacenza

La storia narrata in questa opera, che Vivaldi doveva tenere in grande considerazione se arrivò a redigere ben sei diverse versioni, ruota intorno al dramma umano e politico di Farnace re del Ponto che, assediato dalla regina di Cappadocia Berenice e dal proconsole romano Pompeo, ordina alla moglie Tamiri di uccidere il figlio e di suicidarsi per non cadere nelle mani dei nemici. Questa versione vista a Piacenza limitata ai soli due atti, che esclude l’happy end immancabile e inevitabile in un’opera lirica del Settecento, appare come monca e irrisolta dal punto di vista drammaturgico. E anche priva di tanta musica. Tuttavia quella che si ascolta in poco più di due ore basta da sola a soppiantare la perdita. A cominciare dalla sinfonia che, nonostante sia scritta nella “rigida” codificazione settecentesca di un allegro come primo tempo, cui segue un adagio per secondo movimento e si chiude ancora con un allegro come terzo tempo, si mostra sorprendente e assai libera nell’inventiva melodica e nell’armonizzazione degli strumenti. C’è poi la soluzione non proprio scontata adottata da Vivaldi per la chiusura del secondo atto: un vivace duetto tra baritono e soprano, che oltre alla bellezza ha anche la novità di “movimentare” la lunga sequela di sole arie tripartite con “da capo”. Tra queste, quasi tutta di pregevolissima fattura, è doveroso segnalare il patetico lamento di Farnace «Perdona o figlio amato» e la pirotecnica aria «Quell’usignolo innamorato» che canta Gilade, il capitano delle schiere armate di Berenice. Due soli esempi che sintetizzano il vasto campionario di arie di vario genere, incluse nella partitura del Farnace: di furore, di paragone, di seduzione, di tempesta così tanto esemplificative dell’arte e della geniale fantasia di Antonio Vivaldi.

Foto del Teatro Municipale di Piacenza

Le dirigeva e concertava Federico Maria Sardelli con energia, spigliatezza, con asciutta essenzialità e con proprietà stilistica, essendo uno studioso e un buon conoscitore di Vivaldi. S’è riscontrata tuttavia una certa ritrosia ad abbandonarsi alla melodia quando si fa larga e spiegata, nonché una ridotta varietà nei colori e nelle dinamiche e una certa rigidità nei tempi, sempre un po’ troppo squadrati, che finivano con il rendere “legato” il suono dell’orchestra e uniforme il canto. I cantanti sono sembrati così poco inclini ad accentare con proprietà e varietà, soprattutto nei lunghi recitativi, a sfumare il suono e a dare il giusto senso alle parole e alle tantissime agilità. A dire il vero tutto ciò si è riscontrato in principal modo nel primo atto, quando si canta e si suona ancora a freddo, quando la tensione dell’andare in scena ancora non s’è sciolta; nel secondo invece le cose sono andate meglio e tutti gli artisti sono sembrati più convinti e sono risultati più convincenti. Anche Federico Maria Sardelli, che è parso più rilassato e morbido anche nel gesto.

Foto del Teatro Municipale di Piacenza

All’inizio della recita del 10 aprile (di cui si riferisce) è stato annunciato che Elena Biscuola, l’interprete di Berenice madre della moglie di Farnace, era indisposta ma avrebbe cantato lo stesso, mostrando purtroppo problemi di tenuta e d’intonazione. Leonardo Cortellazzi era il proconsole Pompeo, è avvezzo a un altro tipo di repertorio (era Altoum nella Turandot diretta da Pappano a Roma) ma ha affrontato con professionalità la musica “barocca” anche senza quella scioltezza e levigatezza che il belcanto in genere richiede. Specialisti conoscitori dello stile di canto secondo Vivaldi gli altri cantanti: Chiara Brunello (Tamiri), Silvia Alice Gianolla (Selinda, sorella di Farnace) e Francesca Lombardi Mazzulli (Gilade) e Mauro Borgioni (Aquilio) nelle vesti dei nemici di Farnace innamorati però della sorella. Protagonista era – come annunciato all’inizio – Raffaele Pe. Uno dei controtenori attualmente in carriera tra i più musicali e i più bravi. La voce è di bel timbro chiaro e luminoso, omogenea, in basso forse è un poco “leggera” ma è svettante in acuto: frutto di uno studio continuo e meticoloso. Ben sgranate ed espressive le agilità e ottimo il legato. Anche Raffaele Pe all’inizio è parso come trattenuto e cauto sia come cantante sia come interprete, ma poi ha preso quota incantando il pubblico, soprattuto nel patetico lamento sul figlio creduto morto, con il fraseggio sfumato e fortemente comunicativo che l’artista ci ha abituato ad apprezzare e ad applaudire.

Foto del Teatro Municipale di Piacenza

Infine la regia di Marco Bellusi. Scena vuota con pochi elementi, bel gioco di luci, recitazione curata ed essenziale. Gli ingrediente principali di uno spettacolo sobrio ed elegante, in accordo con il teatro musicale di Antonio Vivaldi. Applausi finali cordiali e sinceri da parte di un pubblico poco numeroso ma soddisfatto. Anche con un’opera non propriamente di repertorio come Il Farnace.

Foto del Teatro Municipale di Piacenza

Divagando su “Orphée et Euridice” al Maggio Musicale Fiorentino

Il Maggio Musicale Fiorentino, giunto alla sua LXXXIV edizione con il sottotitolo Mitologia, amore e fabula, si apre il 12 aprile 2022 con Orphée et Euridice di Christoph Willibald Gluck. Alla prima rappresentazione seguiranno quattro repliche nei giorni 13, 19, 21 e 23 aprile. Gli interpreti principali saranno Juan Francisco Gatell e Michele Angelini (13) nel ruolo di Orphée e Anna Prohaska in quello di Euridice, Sara Blanch vestirà gli abiti dell’Amour. La direzione sarà di Daniele Gatti e la regia di Pierre Audi. È la prima volta che Orphée et Euridice di Gluck viene rappresentato al Maggio Musicale Fiorentino.

All’inizio del 1770 la fortuna di Christoph Willibald Gluck a Vienna comincia a scemare, complici lo scarso successo che ha l’ultima sua composizione Paride ed Elena e il gradimento non del tutto incondizionato per la sua ben nota “riforma” dell’opera lirica. La scelta di lasciare Vienna per Parigi nasce anche dal “sogno” di poter raggiungere fama e consacrazione internazionali, che soltanto la capitale francese poteva all’epoca assicurare. Il debutto all’Académie Royale de Musique avviene il 19 aprile 1774 con Iphigénie en Aulide, la cui composizione però era iniziata e s’era conclusa a Vienna tra l’agosto 1772 e il febbraio 1773. Il successo è tale che Iphigénie en Aulide rimarrà in repertorio fino al primo ventennio dell’Ottocento. È la prima delle opere della maturità di Gluck che portano a compimento, e anche superano, la “riforma” iniziata a Vienna con Orfeo ed Euridice e maturata con la successiva Alceste, entrambe su libretto di Ranieri de’ Calzabigi. La concezione musicale “riformata” di Gluck senza fronzoli e senza orpelli, volta in principal modo a dare il giusto e necessario risalto alla drammatica essenzialità del testo, si fonde con la tragédie-lyrique francese, impostata tutta sul declamato melodico e carezzevole, sulla ricchezza timbrica e strumentale dell’orchestra e sulla spettacolare magnificenza della drammaturgia.

Daniele Gatti – foto di Marco Borggreve
Pierre Audi – foto di Michele Monasta

Tre settimane dopo la prima rappresentazione di Iphigénie en Aulide muore Luigi XV (10 maggio 1774). I teatri parigini vengono chiusi per lutto e Gluck, protetto dalla “nuova” regina di Francia Maria Antonietta d’Asburgo-Lorena della quale a Vienna era stato il maestro di musica, approfitta di questa serrata forzata per comporre a proprio agio Orphée et Euridice che va in scena il 2 agosto 1774 sempre all’Académie Royale de Musique. Il libretto è di Pierre-Louis Moline ed è la rielaborazione e la traduzione in francese del libretto in italiano che Ranieri de’ Calzabigi realizzò per Orfeo ed Euridice, l’azione teatrale per musica data con successo al Burgtheater di Vienna il 5 ottobre 1762 per festeggiare l’onomastico di Francesco Stefano di Lorena, marito di Maria Teresa d’Asburgo.
Protagonista maschile fu il castrato contralto Gaetano Guadagni, bravo cantante e buon interprete, capace di ben identificarsi con il personaggio di Orfeo. Questa tipologia vocale però è insopportabile ai parigini, che invece preferiscono (soprattutto il pubblico femminile) l’haute-contre, ossia un tenore di voce chiara, agile ed estesa, impiegato nelle parti da eroe e da amoroso, che canta su tessiture molto acute, indulge a uno stile arioso più attento al sentimento da esprimere che all’accentazione vera e propria e fa un uso piuttosto vasto dell’ornamentazione, dai trilli ai vocalizzi, intonati sempre però a fini espressivi e descrittivi in corrispondenza di parole auliche o liriche.
È così che la parte di Orfeo che a Vienna fu per un castrato e compresa tra il LA2 al MI4, a Parigi è riscritta per la voce di haute-contre che si estende dal MI3 al RE5. Il primo interprete di Orphée è Joseph Legros, un tenore formidabile in grado di arrivare ad altezze sorprendenti ed è pure un eccellente attore. 
Anche per gli altri protagonisti Gluck attua dei cambiamenti. Mentre la parte di Euridice (sostenuta da Sophie Arnauld) rimane sostanzialmente la stessa, compresa in un intervallo di un’ottava e mezza, l’estensione dell’Amour (alla prima parigina fu interpretato da Rosalie Levasseur) aumenta lievemente passando dal SOL4 al LA4.

Juan Francisco Gatell (Orphée)
foto di Joan Tomàs
Sarah Blanch (L’Amour)
foto del Maggio Musicale Fiorentino
Anna Prohaska (Eurydice)
foto di Marco Borggreve

L’orchestrazione di Orphée rispetto a Orfeo si fa più imponente, ricca nella tavolozza dei colori e sofisticata negli impasti timbrici. Alla partitura originale Gluck aggiunge nuove pagine strumentali. Compare “la danza delle furie” al secondo atto, tratta e rielaborata dal balletto Don Juan che era andato in scena nel 1761 al Burgtheater di Vienna con le coreografie di Gasparo Angiolini. Per la successiva scena dei Campi Elisi Gluck scrive la lunga “danza degli spiriti beati”; vi spicca per la calda ispirazione e per la bellezza melodica l’andante in RE minore del flauto solista, il solo strumento che in questa scena – secondo Hector Berlioz – può conferire «a un canto triste un accento desolato, ma nello stesso tempo umile e rassegnato». Altre danze compaiono alla fine dell’opera. 

In Orphée et Euridice oltre ai ballabili (imprescindibili in un’opera lirica da presentarsi a Parigi) ci sono anche importanti aggiunte vocali. C’è un aria per L’Amour al primo atto (Si les doux accords de ta lyre), nella scena dei Campi Elisi c’è un ampio episodio per coro con l’aria solistica di Euridice Cet asile aimable et tranquille e all’ultimo atto compaiono il duetto tra Orphée ed Euridice (Je goùtais les charmes) e il terzetto finale Tendre Amour che vede impegnati oltre ai due amanti finalmente ricongiunti anche L’Amour e che proviene da Paride ed Elena, la sfortunata ultima opera viennese di Gluck. Ma il pezzo vocale più sorprendente è l’aria del protagonista L’espoir renaît dans mon âme che chiude il primo atto di Orphée et Euridice. In un primo tempo si ritenne che l’autore fosse Ferdinando Bertoni, ma poi s’è finito con ascrivere l’aria a Gluck stesso, che tuttavia l’aveva già utilizzata nelle Feste d’Apollo e nel Parnaso confuso, risalenti alla seconda metà degli anni sessanta del Settecento prima del suo arrivo a Parigi. È un’aria virtuosistica, con acuti e sovracuti, iper-barocca, in puro stile opera seria settecentesca italiana, che soddisfaceva il gusto francese per la spettacolarità oltre a gratificare Joseph Legros, che così poteva far bella mostra della propria bravura di cantante e di interprete.

La partitura di Orphée et Euridice che Christoph Willibald Gluck realizza nel 1774 nel corso degli anni viene ulteriormente modificata, fino a diventare un ibrido.
Nel 1859 Hector Berlioz realizza una versione di Orphée et Euridice per il Théatre Lyrique che ha per titolo soltanto Orphée e che è sostanzialmente la versione di Parigi che “aggiorna” però l’orchestrazione al gusto romantico imperante, che aggiunge diversi passaggi della versione viennese e sopprime il terzetto e le danze finali sostituendoli con un coro tratto da Echo et Narcisse sempre di Gluck. La parte di Orfeo è riscritta per contralto e affidata alla celebre e fantastica cantante Pauline Viardot, sorella della ugualmente celebre Maria Malibran.
Alla Scala nel 1889 viene presentata Orphée et Euridice con il libretto tradotto in italiano, ma con l’aggiunta di diverse “estratti” dalla versione del 1762 e da quella realizzata per la Viardot; compaiono anche alcuni brani che Berlioz nella “manipolazione” dell’Orphée et Euridice del 1774 aveva escluso. Il ruolo di Orfeo è ancora affidato alla voce di contralto. È questa la versione che maggiormente è entrata nell’uso corrente, a differenza dell’Orphée et Euridice francese e dell’Orfeo ed Euridice viennese che soltanto in tempi moderni stanno occupando il posto che meritano in repertorio.

Turandot non salva “Turandot”

Teatro dell’Opera – Turandot di Giacomo Puccini
Foto di Fabrizio Sansoni – Teatro dell’Opera di Roma

Turandot di Giacomo Puccini è andata in scena al Teatro dell’Opera dal 22 al 31 marzo 2022, con la direzione di Oksana Lyniv e la regia di Ai Weiwei. La cronaca è dell’ultima rappresentazione in programma: ha visto protagonista il soprano polacco Ewa Vesin, che si alternava nelle altre recite con il soprano ucraino Oksana Dyka, titolare anche della prima.

Ewa Vesin
Ewa Vesin nell’Angelo di fuoco di Sergej Prokof’ev
al Teatro dell’Opera nel 2019

Si confermano le impressioni suscitate quando Ewa Vesin si fece conoscere e apprezzare dal pubblico romano nell’Angelo di fuoco di Sergej Prokof’ev con la regia di Emma Dante, spettacolo di grande successo della stagione 2018/19. Ha una voce di colore chiaro e ben emessa; ha controllo dei gravi, solo a tratti qualche suono è un po’ intubato, e ha buon controllo degli acuti che suonano timbrati e squillanti; la dizione è nitida, il fraseggio è adeguatamente vario e colorito e il canto è apparentemente senza sforzo, e sappiamo quanto difficile sia la parte di Turandot. Peccato che si sia scelto di sopprimere il finale, piuttosto impegnativo per Turandot ma meritevole di essere cantato e ascoltato, fermandosi così alla morte di Liù come già fece Toscanini alla prima assoluta dell’opera nel 1926. La più che buona e convincente prova di Ewa Vesin, non è però bastata a una Turandot nel complesso insoddisfacente.

Delude lo spettacolo di Ai Weiwei, artista dissidente cinese di fama internazionale e alla sua prima (e dichiara anche unica) messa in scena operistica. La pensa come una scena fissa sul cui fondo scorrono immagini video dure e spaventose della nostra contemporaneità: guerra, desertificazione, minoranze oppresse, persecuzioni politiche, Covid-19, ecc… che per Weiwei rappresentano il mondo reale in cui viviamo. In esso si dovrebbe specchiare il mondo irreale e fantastico della tirannica Turandot, dove ugualmente regna la sofferenza e la morte. Peccato che la favola inventata da Gozzi e musicata da Puccini si “materializzi” in scena senza però che i personaggi prendano vita, senza che scatti l’identificazione tra ciò che lo spettatore vive (purtroppo) nel suo quotidiano e ciò che vede rappresentato (brutto e doloroso) nella finzione teatrale, come era intenzione del regista. L’antico gioco “linguistico” della vita come teatro e del teatro come vita. Tutti stanno fermi a cantare, generando un senso di totale estraneità ai fatti della vicenda e alle psicologie dei personaggi. Tutti immobili a cantare, tranne i tre ministri che ballano pure la Macarena imitando le drag-queen di “Priscilla” e tranne i danzatori che animano l’invocazione alla luna, la grande scena di Turandot e la morte di Liù con coreografie molto poco esaltanti e distraenti.

Ai Weiwei
Foto di Fabrizio Sansoni – Teatro dell’Opera di Roma

Delude l’ucraina Oksana Lyniv. L’attuale Direttrice Musicale del Teatro Comunale di Bologna ora sul podio del Teatro dell’Opera di Roma a concertare la Turandot di Giacomo Puccini. Scompaiono quasi del tutto gli scollamenti e le imprecisioni ascoltate in orchestra alla prima ed emergono sonorità e colori che nelle usuali esecuzioni di Turandot non si percepiscono. Le sonorità però sono aspre e dure, eccessive e quasi brutali; l’impasto timbrico è sostanzialmente uniforme, costantemente impostato sul forte e sul fortissimo e dai ridotti contrasti dinamici. Con poche variazioni anche nelle agogiche. Oksana Lyniv imprime all’orchestra un passo deciso e teso; dà tensione, raramente però distensione. L’orchestra non fraseggia con calore e non respira con i cantanti (a volte in debito di ossigeno) o se lo fa è con parsimonia. E tutto appare in perfetto accordo con la regia di Weiwei, che vede Turandot di Giacomo Puccini come una perenne “notte senza lumicino”.
É vero: Turandot è una favola nera soprattutto se si sceglie, come in questo caso, di fermarsi alla morte di Liù e di annullare il ravvedimento della principessa di gelo e l’happy-end. Ma è anche vero che nell’opera c’è molta melodia che suona sognante (siamo sempre in un ambiente esotico e misterioso), numerosi momenti lirici, abbandoni poetici in cui le tensioni si stemperano. Se tutto però è teso e severo si finisce per non distinguere più nulla: le tenebre dalla luce, il dolore dalla gioia, la forza dalla dolcezza. Tutto diventa uniforme, costantemente incolore, ugualmente grigio e opprimente.

Oksana Lyniv
Foto di Fabrizio Sansoni – Teatro dell’Opera di Roma

Per Weiwei e Lyniv Turandot è soltanto questo. Lo era per Puccini? Il duetto che avrebbe dovuto fare trionfare il bene e l’amore Puccini non riuscì a completarlo, tuttavia tentò fino alla fine di finirlo, di trovare un adeguato e convincente “sgelamento” di Turandot. Le 36 pagine di stralci di melodia e di vari appunti abbozzati per terminare l’opera li portò con sé all’Institut de la Couronne di Bruxelles, dove fu ricoverato per curare il cancro alla gola e dove poi Giacomo Puccini cessò di vivere. E il finale di Turandot con lui. Puccini «non voleva morire artisticamente, per non morire fisicamente». Come nota Michele Girardi in un programma di sala per una Turandot alla Fenice di Venezia.

Piuttosto insufficiente, come alla prima, la prestazione dei tre ministri cinesi: Alessio Verna (il gran cancelliere Ping) Enrico Iviglia (il gran provveditore Pong) e Pietro Picone (il grande cuciniere Pang). Oltre ad avere una fonazione poco ortodossa, che non consente alle voci di oltrepassare la buca dell’orchestra, il baritono e i due tenori sono quasi sempre sfasati nella concertazione (e Dio solo sa quanto per le tre “maschere” il canto sia un continuo botta e risposta) e lottano più d’una volta con l’intonazione.
Al meglio non è parso nemmeno il Coro del Teatro dell’Opera guidato da Roberto Gabbiani: nell’organico stranamente s’è avvertita qualche crepa, qualche disomogeneità nei colori e nei timbri e una partecipazione piuttosto distaccata.

Angelo Villari
Adriana Ferfecka

Cambia il resto del cast rispetto alla prima. Timur era Antonio Di Matteo ora è interpretato da Marco Spotti, un bravo basso profondo che qui, dispiace dirlo, mostra di non essere in serata. Calaf passa da Michael Fabiano ad Angelo Villari. Canta piuttosto bene, a parte qualche acuto crescente e la variante acuta del “Ti voglio tutta ardente d’amor!” vistosamente mancata, ma il fraseggio è piuttosto monocromatico e poco rifinito e anche l’interprete non sembra troppo convinto che il ruolo di Calaf è di amante appassionato, capace anche di nuance, dolcezze e mezzevoci e non soltanto di acuti risonanti. Per la cronaca alla fine del “Nessun dorma” Oksana Lyniv non ha fermato l’orchestra e l’applauso per Angelo Villari non è scattato. Anche per Liù, cantata da Adriana Ferfecka (alla prima invece era Francesca Dotto) il “Signore, ascolta” è stato accolto da un silenzio di gelo. Troppe sono state le riprese di fiato e nei punti sbagliati, compromettendo così la linea di canto. Il pubblico l’ha notato e non ha applaudito. Adriana Ferfecka è migliorata nel finale, con la morte di Liù: la linea di canto ha tenuto con buoni filati e bei piani, il fraseggio è parso più vario e l’interpretazione nel suo complesso è stata apprezzata e premiata con calorosi applausi. Che il pubblico ha condiviso alla ribalta finale con tutti gli altri artisti, nonostante si siano percepiti in sala, durante la rappresentazione e pure alla fine, alcune perplessità e mormorii di critica.

Ho assistito anche alla prima rappresentazione del 22 marzo 2022 di questa Turandot “romana”. La cronaca è andata in onda su Radio Vaticana il 25 marzo 2022 per “L’Ape Musicale”, rubrica d’informazione all’interno del programma “Lo Scrigno Musicale”. Ora è disponibile in podcast al seguente indirizzo:
https://www.vaticannews.va/it/podcast/radio-vaticana-musica/lo-scrigno-musicale.html

Roma: Teatro dell’Opera

L’uffico stampa del Teatro dell’Opera di Roma ha fatto sapere che le otto repliche di questa Turandot di Puccini andata in scena dal 22 al 31 marzo 2022, allestita da Ai Weiwei per regia, scene, costumi e video e diretta da Oksana Lyniv, con Oksana Dyka e Ewa Vesin che si alternavano nel ruolo del titolo, sono risultate tutte “sold out”. La percentuale di riempimento è stata del 100% con dodicimila presenze. Il 24 marzo è stata trametta su Rai5 la recita registrata il 22 marzo, la prima in locandina. Trecentomila sono stati gli spettatori. Un’accoglienza che ha ripagato una produzione fortemente colpita dalla pandemia nel 2020, che ne aveva imposto la sospensione, e dall’attuale guerra in Ucraina. Lo spettacolo è andato in scena in un Teatro dell’Opera con la facciata illuminata dai colori della bandiera ucraina (giallo e azzurro) per ribadire con fermezza l’impegno della Fondazione capitolina a favore della pace e contro tutte le guerre.

I Lombardi alla prima crociata e Farnace: novità doppia.

Due spettacoli da segnalare e da non mancare. Se possibile. I Lombardi alla prima crociata di Giuseppe Verdi in edizione critica alla Fenice di Venezia (1-9/4/2022) e Farnace di Antonio Vivaldi al Teatro Municipale di Piacenza (8 e 10/4/2022) per la prima volta nell’edizione del 1739, mai rappresentata.

Giuseppe Verdi (1842)
Litografia di De Vegni su disegno di Turchi
(Museo Teatrale alla Scala)
Bozzetto Atto primo (1864)
Archivio Storico Ricordi

I Lombardi alla prima crociata di Giuseppe Verdi andò in scena alla Scala di Milano l’11 febbraio 1843 con il basso Prospero Derivis, il tenore Carlo Guasco e il soprano Erminia Frezzolini nei ruoli principali di Pagano, Oronte e Giselda. Erano gli interpreti della storia di un fratricida pentito che diventa eremita e che segue le controverse vicende amorose di un musulmano convertito e di una giovane cristiana, all’epoca della prima crociata. L’esito della première fu sensazionale: il pubblico applaudì freneticamente nel corso della rappresentazione, chiese bis a gran voce e li ottenne (violando una regola ben stabilita dalla polizia) e nel finale, alle parole del coro «La santa terra oggi nostra sarà», esplose in un’ondata di acclamazioni entusiastiche. Probabilmente non era intenzione di Giuseppe Verdi, all’epoca quasi trentenne e alla sua seconda opera importante, favorire l’identificazione dei milanesi nei crociati e la Terra Santa nell’Italia da liberare dal giogo austriaco, per accendere gli animi risorgimentali e i sentimenti patriottici. Vero è che Verdi era determinato, su sollecitazione dell’impresario Merelli, a bissare il successo del precedente Nabucco, che alla Scala aveva trionfato il 9 marzo 1842. E ci riuscì con questi Lombardi alla prima crociata. Un’opera che, sebbene abbia il libretto di Temistocle Solera alquanto incongruo e la musica non sempre di qualità eccelsa, appare animata da una certa energia, è baldanzosa, fortemente ritmata e dotata di momenti calmi e distesi caldamente ispirati. La preghiera di Giselda “Vergine Maria” ne è un buon esempio: è di delicata melodia costruita semplicemente sulle note di una scala discendente. La cabaletta “No!… giusta causa non è d’Iddio” è poi l’apice di un grande scena drammatica – e certamente di forte impatto emotivo – in cui Giselda, quasi colpita da demenza, accusa di tradimento della propria fede i cristiani che osano uccidere i nemici musulmani. Ma il vertice Verdi lo raggiunge con il terzetto della conversione di Oronte. L’introduzione prevede un assolo di violino che, a detta di Charles Osborne, non sfigurerebbe affatto in un concerto di Spohr o di Mendelssohn, e i cui elaborati arpeggi poi accompagnano il terzetto che segue “Qual voluttà trascorrere”, laddove Oronte in punto di morte si fa battezzare da Pagano ai piedi di Giselda profondamente commossa. 

I lombardi alla prima crociata di Giuseppe Verdi arrivano adesso al Teatro La Fenice di Venezia. Per la prima volta in epoca moderna (nell’Ottocento fu data in una sola occasione) e per la prima volta in assoluto in edizione critica, curata da David R.B. Kimbell e pubblicata da The University of Chicago Press – Casa Ricordi. L’opera sarà diretta da Sebastiano Rolli e messa in scena da Valentino Villa. Gli interpreti principali saranno il basso Michele Pertusi (Pagano), il soprano Roberta Mantegna (Giselda) e il tenore Antonio Poli (Oronte). Le recite sono programmate per i giorni 1, 3, 5, 7 e 9 aprile 2022 nell’ambito della Stagione Lirica e Balletto 2021/22 del Teatro La Fenice.

Già due secoli fa e anche nell’epoca attuale I lombardi alla prima crociata è stata eseguita in base a “materiali” poco attendibili, con la musica di Verdi e la drammaturgia di Solera spesso travisate, riprodotte in maniera approssimativa o deliberatamente alterate. Riferendosi alle indicazioni contenute nell’autografo verdiano, confrontandolo con la partitura disponibile fino ad ora e con le edizioni tradizionali della riduzione per canto e pianoforte, tutto è stato meticolosamente riveduto e corretto: centinaia di note, le line vocali, le indicazioni di tempo, di dinamica e d’espressione. A questa “ricostruzione”, si aggiungono due brani scritti da Verdi in alternativa a quelli già presenti nell’opera originale. Una cabaletta sostitutiva per il tenore Antonio Poggi, amico del compositore, e la revisione della cabaletta di Giselda, preparata per venire incontro alle esigenze della celebre Erminia Frezzolini, moglie di Poggi, che così avrebbe cantato con più agio. C’è inoltre un’appendice costituita da un recitativo e da un andantino per l’aria di Giselda nel secondo atto, probabilmente accantonati da Verdi ma mai rimossi dall’autografo.
«Questi brani preliminari o sostitutivi – come riportano i curatori dell’edizione critica –  non sono necessariamente da preferirsi per un’esecuzione dei Lombardi alla prima crociata in epoca moderna, ma rappresentano opportunità preziose per esplorare la creatività di Verdi e il suo rapporto con i cantanti al principio della sua carriera, e possono essere presentati nell’ambito di concerti o conferenze introduttive a corredo di una produzione dell’opera».

Antonio Vivaldi
Farnace: libretto dell’opera

Farnace è un dramma per musica in tre atti di Antonio Maria Lucchini messo in musica da Antonio Vivaldi. Ebbe la sua prima rappresentazione al Teatro Sant’Angelo di Venezia, nella stagione di carnevale del 1727. Fu un successo, cosicché nel corso degli anni a venire Vivaldi rivide e corresse l’opera per poi riproporla in vari teatri, secondo le compagini vocali e orchestrali che aveva a disposizione al momento. Fu data a Livorno (1729) a Praga (1730) a Mantova (1732) e infine a Ferrara (1739). Qui le rappresentazioni previste per la stagione di Carnevale furono però annullate per volere del Legato Pontificio, il Cardinale Tommaso Ruffo. Il motivo nasceva dalla punizione che si voleva infliggere ad Antonio Vivaldi che da prete si mormorava avesse una “scandalosa” relazione amorosa con la sua primadonna preferita, il contralto Anna Girò (ma anche con la sorella Paolina non mancavano i pettegolezzi) che nell’opera sosteneva il ruolo della regina Tamiri, moglie di Farnace. Antonio Vivaldi morì il 28 luglio 1741 a Vienna solo e indigente (era nato a Venezia il 4 marzo 1678) e non vide mai rappresentata questa sua sfortunata ultima redazione del Farnace. Ma anche nessun altro dopo di lui. Fino al 30 dicembre 2020 quando il Farnace (dello spartito originale si conservano soltanto il primo e il secondo atto) è approdato per la prima volta al Teatro Comunale di Ferrara. E ora in coproduzione al Teatro Comunale di Piacenza. Questi gli interpreti e i personaggi principali: Raffaele Pe (Farnace) Chiara Brunello (Tamiri) Elena Biscuola (Berenice) Leonardo Cortellazzi (Pompeo) Silvia Alice Gianolla (Selinda) Francesca Lombardi Mazzulli (Gilade) e Mauro Borgioni (Aquilio). La direzione d’orchestra sarà di Federico Maria Sardelli, mentre la regia spetterà a Marco Bellussi. Le recite in programma l’8 e il 10 aprile 2022.

Ferrara: Teatro Comunale
Piacenza: Teatro Municipale
Raffale Pe
Federico Maria Sardelli

Farnace di Antonio Vivaldi racconta del re del Ponto Farnace che, per salvare il proprio regno, vuole che la moglie Tamiri uccida il loro figlio e poi sé stessa. Di contro Berenice, regina di Cappadocia e madre di Tamiri, cospira con il proconsole romano Pompeo per uccidere Farnace. Selinda, sorella di Farnace, si barcamena tra due spasimanti: il capitano di Berenice Gilade e il prefetto delle legioni romane Aquilio, nello strenuo tentativo di salvare la vita al fratello. L’inevitabile “happy end” (immancabile in un’opera del Settecento) giungerà opportuno a ristabilire la pace e gli equilibri distorti. 
Vivaldi è da sempre ricordato come un compositore di musica strumentale geniale e stravagante e pure innovativo. Gli si attribuiscono più di 550 concerti, i più famosi sono quelli per uno o più violini e orchestra. Tanto per essere un po’ pungenti e sarcastici, possiamo ricordare ciò che Igor Stravinsky disse riguardo al “prete rosso” compositore di musica strumentale: «Vivaldi? Un musicista noioso, che ha scritto seicento volte lo stesso concerto». Tuttavia Antonio Vivaldi ha dimostrato di essere anche un eccellente e prolifico compositore di musica vocale: scrisse numerosi mottetti, 3 oratori, 30 cantate profane, parecchie serenate, centinaia di arie e di più di 50 opere, di cui solo 21 sono giunte a noi. Le arie di cui sono costituiti questi drammi per musica sono dei generi più vari che andavano di moda all’epoca, che tanto piacevano al pubblico, la cui bellezza poteva decretare il successo o meno di un’opera e del suo creatore. Erano arie che raccontavano i sentimenti che agitavano i personaggi e potevano essere di tempesta, bucoliche, di sonno, d’amore e di lusinga, e anche arie di carattere epicheggiante, impetuose, fiere e di disperazione. Chi ha ascoltato già il Farnace a Ferrara non ha potuto non rilevare la bellezza di alcune di esse. Il celebre Larghetto in FA minore “Gelido in ogni vena”,che esprime il rimorso di Farnace nell’apprendere la morte del figlio da lui stesso voluta, in un atmosfera allucinata e allucinante creata dal canto e dall’accompagnamento degli archi. Un’aria che è giudicata una delle più belle nella storia dell’opera italiana. Un altro esempio: l’assolo di Tamiri “Dividete, o giusti dei” con le ripetizioni di una stessa cellula tematiche su note differenti e intonate sia dalla voce sia dall’orchestra, così caratteristiche in Vivaldi. La travolgente (e assai difficile da cantare) aria di tempesta “Sorge l’irato nembo”di Pompeo, che Vivaldi ricicla dall’Orlando Furioso. Poco prima del “lieto fine” c’è da segnalare infine il notevole quartetto “Io crudel? Giusto rigore” (uno dei pochi pezzi d’insieme usati da Vivaldi nelle sue opere) in cui sono messi bene in luce i sentimenti contrastanti che muovono i personaggi principali: Farnace vorrebbe morire ma Tamiri lo difende e sostiene, mentre Berenice e Pompeo lo accusano.

L’argomento del Farnace fu il soggetto di parecchie opere del XVIII secolo. Al Teatro Sant’Angelo di Venezia nel 1703 (più di vent’anni prima della “nostra” première) andò in scena il Farnace di Antonio Caldara su libretto di Lorenzo Morari. Mentre il Farnace di Antonio Maria Lucchini, prima di Antonio Vivaldi, fu musicato da Leonardo Vinci nel 1724.

Due “Turandot” a Roma

Turandot di Giacomo Puccini ha avuto a Roma due differenti esecuzioni, nell’arco di un brevissimo tempo. In forma di concerto il 12 marzo 2022 all’Auditorium Parco della Musica per la Stagione Sinfonica dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia e in forma scenica al Teatro dell’Opera il 22 marzo 2022 nel corso della Stagione lirica 2021/22.

Teatro dell’Opera: Turandot (in forma scenica)
Auditorium Parco della Musica: Turandot (in forma di concerto)

Successo trionfale per la Turandot “ceciliana”: dovuto principalmente alla direzione di Antonio Pappano e all’interpretazione che di Turandot e di Calaf hanno dato le star internazionali Sondra Radvanovsky e Jonas Kaufmann. Tutti e tre gli artisti erano al debutto nell’incompiuta di Puccini.
Applausi più contenuti per la Turandot all’Opera. Erano debuttanti l’artista cinese dissidente Ai Weiwei, alla sua prima e unica regia d’opera (stando alle sue dichiarazioni) e il tenore americano Michael Fabiano negli abiti di Calaf. Le ucraine Oksana Linyv (direttrice d’orchestra) e Oksana Dyka (Turandot) invece avevano già incontrato nel corso della carriera la pucciniana “principessa di gelo”.
Come era accaduto per Ermonela Jaho e Francesca Dotto nel ruolo di Liù, che ora lo hanno nuovamente cantato con partecipazione l’una all’Auditorium e l’altra all’Opera.

Giacomo Puccini
Franco Alfano

Come noto Turandot è opera incompiuta; Puccini non compose il duetto dello “sgelamento” per amore della protagonista e il finale. Fu completato da Franco Alfano nel 1926 (esotico e felice) e in tempi moderni anche da Luciano Berio (“sinfonico” e inquietante).
Antonio Pappano ha concluso la sua Turandot con il finale di Franco Alfano.
Aksana Linyv ha optato invece per l’incompiutezza: si è fermata alla morte di Liù, nel punto in cui la composizione s’interrompeva perché Puccini moriva. Come già fece Arturo Toscanini alla prima assoluta dell’opera alla Scala, il 25 aprile 1926.
Antonio Pappano ha scelto la prima versione di Alfano; mai sentita dal vivo se non agli inizi degli anni ’80 del secondo scorso in una recita londinese. È la versione che Toscanini bocciò, dicendo che “c’era troppo Alfano e troppo poco Puccini”. Che Alfano poi modificò e ridusse di 109 battute, producendo un “lavoro” che piacque a Toscanini e che da lì in poi è entrato stabilmente in repertorio.

La mia cronaca più dettagliata delle due manifestazioni andrà in onda su Radio Vaticana oggi, venerdì 25 marzo 2022 alle ore 22:00 per “L’Ape Musicale”, rubrica d’informazione del programma “Lo Scrigno Musicale”. Disponibile il podcast da sabato 26 marzo 2022.
Nel corso della rubrica, dalla Turandot di Giacomo Puccini si ascolteranno estratti dall’incisione discografica (realizzata a Londra nel 1972) che vede Joan Sutherland protagonista e Zubin Mehta direttore, alla guida anche del John Alldis Choir e della London Philharmonic Orchestra. Un’orgia esaltante di voci colori e suoni.

https://www.vaticannews.va/it/podcast/radio-vaticana-musica/lo-scrigno-musicale.html

Intorno a Turandot

In attesa dell’andata in scena di Turandot di Giacomo Puccini al Teatro dell’Opera di Roma (22-31 marzo 2022) nel nuovo allestimento curato dall’artista cinese Ai Weiwei e dopo la Turandot diretta da Antonio Pappano in forma di concerto all’Auditorium Parco della Musica (12 marzo 2022), mi piace riflettere su ciò che accadde intorno al “completamento” dell’ultimo capolavoro di Giacomo Puccini: Turandot, dramma lirico in tre atti tratto dall’omonima fiaba teatrale di Carlo Gozzi, su testo di Giuseppe Adami e Renato Simoni, il “nuovo” duo di librettisti formatosi in sostituzione della coppia “pucciniana” per eccellenza, Luigi Illica e Giuseppe Giacosa, sciolta in seguito alla morte di quest’ultimo

Giacomo Puccini morì il 24 novembre 1924 all’età di sessantacinque anni. Morì a Bruxelles, all’Institut de la Couronne dove era stato ricoverato per curare un cancro che lo aveva colpito alla faringe. Aveva portato con sé stralci di melodia e vari appunti (36 pagine in tutto) abbozzati per portare a termine durante il ricovero Turandot, alla cui composizione attendeva dalla primavera del 1920. Puccini era partito per Bruxelles il 4 novembre 1924. Un po’ di tempo prima aveva incontrato Arturo Toscanini: gli aveva fatto ascoltare ciò che di Turandot aveva composto fino a quel momento e avevano concordato insieme i particolari della prima dell’opera, da darsi alla Scala di Milano ad aprile 1925 diretta da Toscanini stesso. Dell’opera erano già stati scritti e orchestrati i primi due atti e quasi tutto il terzo, mancavano soltanto il duetto “d’amore”, che avrebbe coinciso con lo “sgelamento” della principessa Turandot all’amore del principe Calaf, e il finale.

Giacomo Puccini
Arturo Toscanini

Secondo gli studiosi Turandot non fu terminata non a causa del cancro, ma perché a Puccini di fatto mancarono una vera convinzione e una sincera ispirazione. Comunque sembra che fu in quell’ultimo incontro con Toscanini che Puccini depresso, stanco e assai provato dalla malattia, abbia detto: «[Turandot] verrà rappresentata incompleta, e poi qualcuno uscirà alla ribalta e dirà al pubblico: “a questo punto il Maestro è morto”».

E la sera del 25 aprile 1926 al Teatro alla Scala queste profetiche ma infauste parole si avverarono. Dopo l’ultimo accordo che chiudeva la scena della morte di Liù, Toscanini disse che la prima di Turandot finiva lì, perché in quel punto Puccini morendo aveva cessato di comporla. Toscanini depose la bacchetta e uscì dal teatro in lacrime. Dalla terza recita al suo posto sul podio salì Ettore Panizza, che diresse tutte le successive rappresentazioni in cartellone, dotate finalmente di un finale, necessario alla completezza drammaturgica dell’ultima opera di Giacomo Puccini.
Era stato scritto da Franco Alfano, compositore napoletano nato nel 1876 e morto 1954. Tra le sue composizioni è da ricordare La leggenda di Sakuntala; l’opera del 1921 che meglio di altre evidenzia la maestria di Alfano nella complessità e ricchezza della scrittura musicale e nella resa dell’atmosfera esotica del soggetto. 

Franco Alfano

Il finale di Turandot che fu eseguito alla Scala nel 1926, era la revisione di un precedente finale, redatto da Alfano sulla base degli appunti che Puccini aveva lasciato. Franco Alfano iniziò la stesura di questa “prima” conclusione nel luglio 1925 e tra la fine dell’anno in corso e l’inizio del successivo la consegnò a Tito Ricordi e ad Arturo Toscanini. Quest’ultimo però la criticò duramente, dicendo che in quella musica c’era troppo Alfano e troppo poco Puccini. Lo spartito fu rivisto, modificato e ridotto dalle 377 battute iniziali alle 268 battute finali. E in questa versione è entrato stabilmente in repertorio, oscurando quasi del tutto la precedente stesura. Una revisione che sembrò soddisfare l’inflessibile Toscanini, che diresse questo “secondo” finale di Franco Alfano soltanto alla seconda recita successiva alla prima del 26 aprile 1926 (le altre le lasciò a Ettore Panizza) e poi mai più. Come l’intera Turandot. 

Il rigore che Arturo Toscanini mostrò nei confronti di Alfano e del suo finale, non fu lo stesso osservato nella scelta dei primi interpreti di Turandot. Puccini aveva pensato a determini cantanti e scritto le parti sulle caratteristiche vocali e sulle doti artistiche di ciascuno di essi. Toscanini invece ne scelse altri.
Turandot per Puccini doveva essere interpretata da Maria Jeritza: un soprano boemo dalla voce di ampio volume e di timbro tondo e ricco. Si configurava come soprano lirico puro, ma anche drammatico. Era pure un’eccezionale cantante-attrice. Per Puccini che l’ascoltò nel 1923 era «la più meravigliosa Tosca» che avesse mai sentito. Maria Jeritza fu una meravigliosa Tosca, dalle mosse feline di «agil leopardo», dagli scatti rapidi e dalle movenze flessuose e sensuali anche per Giacomo Lauri Volpi, suo partner al Metropolitan di New York.

Maria Leritza

Giacomo Lauri Volpi era un tenore italiano di fine ottocento, fulgido testimone dell’antica e gloriosa arte del canto. Era apprezzato e acclamato per i suoi acuti limpidi e fulgidi, ma anche per la dizione chiara e scandita e per i fraseggi ricchi di soavi e sfumate modulazioni. A lui Puccini aveva pensato come interprete di Calaf, di cui giustamente il celebrato tenore fece un proprio cavallo di battaglia.
Nel ruolo del principe ignoto Puccini aveva pensato anche a Beniamino Gigli, grande rivale di Lauri Volpi, ma che declinò l’offerta non sentendosi a proprio agio nel ruolo. Gigli era un tenore in possesso di una voce omogenea, di timbro delicato e dolce eppure pieno e sonoro. Si configurava prevalentemente come un tenore lirico puro, capace anche lui di un canto morbido e flessuoso, ricco nei colori e variegato nell’accento e nel fraseggio.

Giacomo Lauri Volpi
Beniamino Gigli

La parte di Liù (la “rivale” in amore di Turandot e vittima sacrificale per Calaf) Puccini l’aveva scritta pensando a Gilda Dalla Rizza. Era stata la prima interprete della Rondine e dell’intero Trittico, dove riusciva a «passare agilmente dalla cupa, lacerante disperazione di suor Angelica al lirismo candido, quasi adolescenziale di Lauretta» (Eugenio Gara).
Stando alle caratteristiche di questi artisti e alla musica scritta per loro possiamo ipotizzare, senza sbagliare troppo, che Giacomo Puccini aveva immaginato una Turandot cantante svettante e interprete affascinante e seducente, un Calaf eroe romantico e appassionato ma anche innamorato affettuoso e trepidante, e una Liù fanciulla dolce e tenera, capace di commuovere e di commuoversi, ma anche di mostrarsi coraggiosa e determinata.

Gilda Dalla Rizza

Invece Toscanini con le sue scelte finì con il tradire in un certo senso i desideri e gli auspici di Puccini. Turandot fu la russa Rosa Raisa, un soprano drammatico di stampo prevalentemente verdiano; si ricorda come eccellente interprete di Aida, capace di emettere il DO sopracuto di “O cieli azzurri” con estrema dolcezza. Liù ebbe la voce della mantovana Maria Zamboni, un soprano abituato a un repertorio affatto diverso da quello pucciniano: cantava abitualmente Verdi, Wagner, Massenet, von Weber e Mozart. Gli abiti di Calaf furono indossati dallo spagnolo Miguel Fleta: una delle più belle voci dell’epoca, calda e voluttuosa, scura nel registro grave e centrale e luminosa in quello acuto. Era rinomato per la capacità di sforzare il suono a tutte le altezze, di attaccarlo a voce spiegata per poi assogliarlo e ridurlo quasi a un sussurro. Spesso però così facendo, correva il rischio di diventare barocco, manierato e stucchevole. Per questo Puccini lo detestava e diceva: «quel tenore dalla bella voce è un idiota […] lo impiegherei in una fabbrica di zucchero filato». Perché Toscanini abbia scelto Fleta – con cui aveva anche discusso in un Rigoletto alla Scala, per scarso rigore stilistico e musicale – resta un mistero. Come misterioso e inquieto era di fatto il rapporto tra il compositore e il direttore. 

Rosa Raisa
Maria Zamboni
Miguel Fleta

Toscanini aveva eseguito le prime assolute della Bohème a Torino nel 1896 e della Fanciulla del West a New York nel 1910 accendendo gli entusiasmi, oltre che del pubblico, dello stesso Puccini che lo definì «straordinario» e «sommo, gentile, buono e adorabile». Ma poi scoppiarono le incomprensioni e le inevitabili tensioni. Toscanini non tutta la musica di Puccini apprezzava (Il Tabarro ad esempio) e voleva dirigere (un secco rifiuto bocciò la sua partecipazione al Trittico alla Scala nel 1921). E a Puccini non garbavano alcune “passioni” di Toscanini: il Nerone, l’ultima opera di Arrigo Boito che considerava alla stregua della musica di Alfredo Catalani sopravvalutata, oppure il rigore con cui in genere Toscanini si rapportava alla musica: poche concessioni agli “edonismi” musicali ed estrema severità con i cantanti, bis proibiti compresi. Insomma un rapporto che definire difficile, altalenante e ambiguo sembrerebbe quasi riduttivo. Un rapporto che non impedì tuttavia a Puccini di chiedere a Toscanini di occuparsi della futura messa in scena di Turandot alla Scala, che seriamente lo preoccupava al pari della malattia. Che non impedì a Toscanini di chiudersi in camerino a piangere a dirotto alla notizia della morte di Puccini, di dirigere ai funerali nel Duomo di Milano il “Requiem” dell’Edgar con l’Orchestra del Teatro alla Scala, e di ospitare la salma nella propria tomba di famiglia, prima della definitiva tumulazione nel mausoleo di villa-Puccini a Torre del Lago, il 29 novembre 1926.

Per parlare di Thaïs di Jules Massenet…

J. Massenet: Thaïs
Teatro alla Scala. Stagione Lirica 2021/22

Al Teatro alla Scala è andata in scena per la Stagione Lirica 2021/22 Thaïs di Jules Massenet, dramma lirico in tre atti e quattro quadri su libretto di Louis Gallet dal romanzo di Anatole France, nella versione del 1898. Marina Rebeka e Lucas Meachem erano i protagonisti, Lorenzo Viotti il direttore d’orchestra e Olivier Py il regista. La cronaca è riferita alla recita del 25 febbraio 2022, il giorno successivo all’invasione russa dell’Ucraina. In piazza della Scala Palazzo Marino era illuminato con i colori della bandiera ucraina, azzurro e giallo, e poco prima dell’inizio dello spettacolo davanti al Teatro sfilava un corteo di protesta. In sala la tensione era grave e palpabile, e si scioglieva in commozione ancor più tangibile alla fine dello spettacolo, quando anche il mezzosoprano ucraino Valentina Pluzhnikova, tra gli altri interpreti, veniva in proscenio a ricevere gli applausi avvolta nella bandiera del suo paese. All’inizio per questa trepidazione si è cantato e suonato come in trance; tutto era trattenuto e controllato. Poi la recita ha iniziato il decollo per prendere definitivamente il volo.

Marina Rebeka

Marina Rebeka interpretava Thaïs. Con la sua bella voce omogenea e di timbro luminoso, con tecnica sicura e senza retrocedere davanti ai tanti acuti e sopracuti che Massenet richiede, si prodigava senza riserve in un’interpretazione sentita, intensa ed emozionante, che trapassava dalla provocante e sensuale cortigiana dell’inizio alla commossa e commovente peccatrice redenta della fine.

Deuteragonista di Thaïs-Rebeka era l’Athanaël di Lucas Meachem. Dopo un inizio un po’ incerto, in cui il canto appariva sfocato soprattutto nelle note acute, la bella voce del baritono, calda e pastosa, si assestava su una vocalità autorevole e incisiva, che sapeva anche ammorbidirsi per raccontare la tormentosa e ansiosa inclinazione di Athanaël all’amore carnale, istintiva e così duramente soffocata, in conflitto con il richiamo dell’amore spirituale volutamente e tenacemente ricercato. Notevoli la presenza scenica e le doti attoriali di Lucas Meachem.

Lucas Meachem
Lorenzo Viotti

La storia d’amore tra Thaïs e Athanaël, destinata al fallimento e alla disperazione, era al centro dell’ispirazione musicale di Lorenzo Viotti. Figlio di Marcello (che vent’anni prima propose questa stessa opera alla Fenice di Venezia e che ebbi il piacere di ascoltare) ha diretto con energia, elegante precisione e aderenza stilistica, mostrandosi a proprio agio sia nei momenti più tesi e vibranti sia in quelli più distesi e lirici, dando il giusto risalto ai molti colori e alle cangianti finezze della partitura. Peccato che Lorenzo Viotti abbia tagliato alcuni ballabili e la chiusa orchestrale del primo atto, laddove Thaïs mima provocatoria gli amori di Afrodite. Una decisione che è sembrata motivata dall’assenza di buona parte del corpo di ballo scaligero dovuta al Covid-19. 

Il resto del cast era formato da Insung Sim (un Palémon solenne e ben impostato) da Giovanni Sala (un Nicias agile come attore ma po’ in difficoltà come cantante) da Caterina Sala e Anna-Doris Capitelli (Crobyle e Myrtale, funzionali ma non sempre in sintonia nella vocalizzazione) da Nicole Wacker (la Charmeuse) e da Valentina Pluzhnikova (Albine). 

J. Massenet: Thaïs
Teatro alla Scala. Stagione Lirica 2021/22

La regia di Olivier Py ha contrapposto due immagini entrambe “deviate” di uno stesso mondo cristiano. Athanaël è membro di un improbabile esercito della salvezza che dispensa pane agli affamati come un’imposizione, con rigidità e freddezza e senza amore. Thaïs invece è la regina di un locale notturno diffamato, dove regola e occupazioni principali sono deridere e insultare la fede in Cristo con ballerine in topless che mimano oscenità e danzano la lap-dance intorno a un crocefisso. Provocazioni inutili e insulse perché nella Thaïs di Jules Massenet, e la musica lo afferma inequivocabilmente, non sono le chiese o le istituzioni religiose a essere corrotte o deviate, ma i protagonisti che in questi ambienti vivono una fede inattuale o addirittura falsa o insincera. A onor del vero va detto che Olivier Py, quando cessa di provocare e si concentra sul rapporto tra Thaïs e Athanaël con sincerità, adombra in quest’ultimo un affetto per la cortigiana pentita che sembra andare oltre la sensualità e il desiderio. É amore? Forse. Ma certo deluso. E la tensione in platea si scioglie in commozione che turba.
L’ultimo allestimento scaligero di Thaïs fu realizzato nel 1942 per sole cinque recite. Protagonisti Mafalda Favero e Gino Bechi, direttore Gino Marinuzzi e regista il russo Aleksandr Akimovič Sanin.

La cronaca di questa Thaïs scaligera, mi offre il destro per proporre di nuovo, anche riveduta e corretta, una guida all’ascolto dell’opera di Jules Massenet, che undici anni fa (era il lontano maggio 2011) proposi con il supporto di adeguati brani musicali agli ascoltatori di Radio Vaticana, nel programma “La Voce Umana” da me condotto.
Con queste premesse, passo a raccontare la trama di Thaïs di Jules Massenet e ad analizzare i passi drammaturgici e musicali che meglio “parlano” dei temi principali dell’opera: quello della salvezza e quelli del peccato e della dannazione ad essa connessi.
La guida all’ascolto sarà accompagnata dalle foto della Thaïs che andò in scena al Teatro dell’Opera di Roma per otto serate, dal 3 al 20 giugno 1978. A memoria lo ricordo come uno spettacolo stupendo ed emozionante, sia dal punto di vista musicale sia registico; mi conquistò a tal punto che poi fu consequenziale e facile annoverare l’opera di Massenet tra le mie preferite. Unico neo l’essere stata proposta in lingua italiana, anziché nell’originale francese. Cantanti e interpreti furono: Elena Mauti Nunziata (Thais), Renato Bruson (Atanaele), Antonio Savastano (Nicia), Franco Pugliese (Palemone), Elvira Spica (Crobila), Laura Bocca (Mirtale), Leonia Vetuschi (Albina) e Etta Bernard (L’Incantatrice). La direzione d’orchestra fu di Reynald Giovaninetti e la regia di Alberto Fassini con le scene e i costumi di Pier Luigi Samaritani.

L’ambiente di Thaïs è l’Egitto del IV secolo inoltrato, con la storia che si snoda tra il deserto della Tebaide e la città di Alessandria.

Atto primo, primo quadro. La Tebaide
Tramonto sulle rive del Nilo tra le capanne dei cenobiti, i monaci che vivono in comunità sotto l’autorevole guida spirituale di Palémon. I religiosi stanno per chiudere la giornata con preghiere e un pasto frugale, quando sopraggiunge il confratello Athanaël. Racconta scandalizzato di quanto Alessandria sia decaduta e corrotta: la colpa è di Thaïs, la sacerdotessa del culto di Venere, che ha così sedotto gli uomini da allontanarli dal buon governo della città. Un tempo, prima di diventare monaco, Athanaël conobbe Thaïs: se ne invaghì, la seguì fin sulla soglia di casa ma non vi entrò e lasciò Alessandria per trovare pace nel deserto. Adesso vuole redimere la perversa cortigiana. Palémon lo sconsiglia. Dopo aver pregato, ognuno si ritira nella propria cella. 


Il clima è spirituale ed esotico e la musica è tranquilla e soffusa, evocatrice di suoni arcaici e chiesastici. Gli si contrappongono le melodie di Athanaël, tormentate e contorte, che ben descrivono il suo ansioso stato d’animo e la sua psicologia malata, come meglio si delineerà nel prosieguo della storia.

Thaïs: atto primo, primo quadro.
Teatro dell’Opera di Roma. Stagione Lirica 1977/78

Nella propria cella Athanaël ha una visione: nel Teatro di Alessandria appare Thaïs, seminuda e con il volto velato, che mima gli amori di Afrodite mentre la acclama una folla immensa. Athanaël si sveglia sconvolto, chiama i cenobiti a raccolta e comunica loro che Dio gli ha dato una missione da compiere: tornare ad Alessandria per condurre Thaïs alla fede cristiana. Palémon nuovamente lo mette in guardia dai rischi di una simile impresa. Athanaël lascia la comunità accompagnato dalle preghiere dei confratelli. 

La visione di Athanaël prevede l’impiego soltanto di un flauto, di un corno inglese, di un clarinetto, di un’arpa e di un armonium; è suonata in palcoscenico dietro le quinte per amplificare quell’effetto sorpresa e straniante che contrasta con il clima generale che si respira nella comunità cenobitica. La scena si conclude con le stesse suggestioni tonali e melodiche con cui s’era aperta.

Thaïs: atto primo, secondo quadro.
Teatro dell’Opera di Roma. Stagione Lirica 1977/78

Atto primo, secondo quadro. Alessandria. 
Sulla terrazza di una ricca abitazione sta Athanaël e chiede a un servitore di essere annunciato al padrone di casa, poi passa a contemplare la sua città natale, definendola corrotta e immondo ricettacolo di oscenità. Nel chiedere la protezione di Dio per l’opera di salvezza che sta per intraprendere, Athanaël lascia intuire che la preghiera è una richiesta di aiuto anche per sé stesso.

L’introduzione è un segmento orchestrale scintillante e lussureggiante, che contrasta con la scena del deserto. L’assolo di Athanaël è strutturato come una scena da opera tradizionale, diviso in recitativo aria e cabaletta. É di ampio respiro e lirismo e di grande coinvolgimento: dice molto del conflitto interiore di Athanaël, combattuto tra la fascinosa e rumorosa tentazione di Alessandria e l’immobilità e semplicità della vita monastica.

Thaïs: atto primo, secondo quadro.
Teatro dell’Opera di Roma. Stagione Lirica 1977/78

La casa dove è giunto Athanaël è di Nicias, che entra seguito da due schiave; un tempo è stato discepolo del cenobita e gli è rimasto amico. Athanaël gli rivela che è venuto ad Alessandria per redimere Thaïs e Nicias, non senza ironizzare sull’originale idea, gli confida che ha acquistato i favori della bella cortigiana per una settimana e che questa sera l’incontrerà in casa propria per l’ultima volta in un sontuoso banchetto. Ecco che arriva Thaïs con la sua corte di filosofi e istrioni; Nicias l’accoglie con tenerezza mista però a una certa tristezza dovuta all’imminente separazione. Thaïs scorge Athanaël in disparte e chiede chi sia; Nicias le dice che è venuto per lei, affinché si converta e creda allo «sprezzo della carne» all’«amore del dolore» e all’«austera penitenza». Thaïs risentita ribatte alle parole di Athanaël con provocante insolenza e invita il cenobita a sedere con lei, a farsi incoronare di rose e a lasciarsi andare all’amore e ai piaceri dei sensi. Athanaël esagitato e sempre più ispirato lascia il banchetto e annuncia a Thaïs che molto presto la raggiungerà per redimerla dal peccato.

La musica dell’ingresso di Thaïs è frastornante e volgarotta, come si addice a un pubblico di adulatori e sfaccendasti. Nel successivo duetto con Nicias, si trasforma in qualcosa di dolcemente aereo e languido. Il finale poi trova Thaïs più che mai seducente e incalzante, sostenuta dalle ondeggianti modulazioni orchestrali e dalle riprese di Nicias e del coro, cosicché possa contrapporsi e replicare adeguatamente alle altisonanti e misticheggianti invettive di Athanaël.

Thaïs: atto secondo, primo quadro.
Elena Mauti Nunziata (Thaïs)
Teatro dell’Opera di Roma. Stagione Lirica 1977/78

Atto secondo, primo quadro. A casa di Thaïs.
Thaïs è finalmente sola; lamenta la brutalità e l’indifferenza degli uomini e riflette sulla bellezza: è una realtà importante per lei, vi ruota attorno tutta la sua vita, ma sa anche che è fragile e passeggera e così chiede a Venere di mantenerla bella in eterno. A un tratto scorge Athanaël che è entrato senza far rumore e in angolo prega per resistere all’attrazione fatale della donna. Athanaël comincia a parlare di amore spirituale, Thaïs invece lo intende terreno e si dà a spargere profumi e a invocare Venere. Athanaël sta per cedere al fascino della cortigiana, quando ha un guizzo e la rimprovera duramente. Thaïs spaventatissima chiede pietà e Athanaël la rassicura parlandole di Gesù e della vita eterna. Thaïs sembra quasi cedere, quando da fuori si ode la voce di Nicias che implora un’ultima volta i baci della sacerdotessa. Thaïs ha una reazione isterica: scaccia Athanaël e grida di voler restare la cortigiana che tutti sanno e che disprezza ogni forma d’amore. La scena si chiude con un lungo interludio: la celeberrima «Méditation».

Il dramma interiore di Thaïs, tra immoralità e santità, si mostra con evidenza nella grande scena che apre l’atto. È complessa dal punto di vista musicale: ha andamenti irregolari tra arioso e declamato, la melodia sale in alto e poi ricade in basso, per assumere nell’invocazione a Venere un moto lento e ipnotico accompagnato con leggerezza dalle viole, dai violoncelli e dalle carezzevoli volute del flauto. Bello è anche il duetto tra Thaïs e Athanaël, dove s’alternano emozioni e sensualità con austerità e veemenza, sottolineati dal ritorno dei motivi dell’invocazione a Venere e dell’invettiva di Athanaël contro Alessandria.
La «Méditation» è un lungo andante per violino solista con l’accompagnamento dell’arpa. È una pagina di altissimo lirismo, accresciuto nel finale dall’intervento del coro che da dietro le quinte canta a bocca chiusa. Descrive simbolicamente la conversione di Thaïs, il cambiamento morale prodotto in lei dalle parole di Athanaël. Il motivo della «Méditation» ritornerà ogni volta che nel prosieguo dell’opera si parlerà di Thaïs come di una peccatrice redenta.

Thaïs: atto secondo, primo quadro.
Renato Bruson (Athanaël) ed Elena Mauti Nunziata (Thaïs).
Teatro dell’Opera di Roma. Stagione Lirica 1977/78

Atto secondo, secondo quadro. Davanti alla casa di Thaïs.
Ad Athanaël coricato davanti alla sua casa, l’ormai ex-cortigiana comunica che è pronta a cambiar vita. Il monaco la condurrà nel deserto per affidarla ad Albine, la badessa di una comunità di donne consacrate all’amore di Gesù. Thaïs è pronta a lasciare tutto, soltanto vuole portare con sé come ricordo una statuetta del dio Eros, che un tempo le regalò Nicias. A queste parole, che toccano il nervo scoperto della gelosia, Athanaël ha un gesto di rabbia, prende la piccola statua e la getta a terra, poi rientra in casa con Thaïs.

L’assolo di Thaïs è un pezzo raffinato, scritto come una breve aria tripartita.
Evidenzia un altro aspetto della sua personalità: l’umanità più fragile, semplice e vera, di una donna che solo esteriormente appare seduttrice corrotta e vorace.

Thaïs: atto secondo, secondo quadro. Divertissement
Teatro dell’Opera di Roma. Stagione Lirica 1977/78

Usciti di scena Thaïs e Athanaël, entra Nicias con gli amici del banchetto per continuare la festa sotto la casa dell’ormai sua ex-amante.
È il momento delle danze, immancabili in un dramma lirico che doveva rappresentarsi all’Opéra Garnier di Parigi. Sono sei divertissement di elegante fattura e scintillante e sensuale orchestrazione. L’ultimo è un pezzo che oltre all’orchestra vede impegnato anche il canto languido e ipnotico delle ancelle di Nicias intrecciato agli eterei vocalizzi di un soprano leggero di coloratura, la Charmeuse. Il canto celebra la bellezza della regina di Saba, alludendo alla beltà di Thaïs e al sottile erotismo celato nel Cantico dei Cantici.

Thaïs: atto secondo, secondo quadro.
Renato Bruson (Athanaël) ed Elena Mauti Nunziata (Thaïs) con Antonio Savastano (Nicias)
Teatro dell’Opera di Roma. Stagione Lirica 1977/78

Nel bel mezzo del baccanale irrompe Athanaël che conduce Thaïs vestita da penitente, con i capelli sciolti e indosso una tunica di lino bianca. Alla notizia della conversione e della partenza per il deserto, i compagni di Nicias increduli reagiscono violentemente; stanno per scagliarsi contro Athanaël e riprendersi Thaïs, quando Nicias li distrae gettando loro del denaro. Un ultimo saluto a Nicias e Thaïs e Athanaël lasciano per sempre Alessandria, mentre alle loro spalle il palazzo – quale ultima vestigia di colei che fu la sacerdotessa di Venere – brucia rapidamente.

Thaïs: atto terzo, primo quadro.
Elena Mauti Nunziata (Thaïs) e Renato Bruson (Athanaël)
Teatro dell’Opera di Roma. Stagione Lirica 1977/78

Atto terzo, primo quadro. L’oasi.
Thaïs è prostrata dalla stanchezza e dalla fatica e Athanaël la fa riposare sotto una palma: le dà da bere e le cura i piedi feriti, chiedendole perdono per il duro viaggio cui l’ha sottoposta. Di lontano si sentono le monache di Albine pregare: sono venute a prendere la nuova sorella. Nel salutarlo Thaïs promette ad Athanaël di incontrarlo ancora, ma nella città celeste. Rimasto solo il cenobita si rende conto, con amarezza e tristezza immense, che è l’ultima volta che vede Thaïs ancora in vita.
Questo quadro è presente nella Thaïs data all’’Opéra Garnier nel 1898.

La musica d’apertura intreccia il suono dell’oboe con quelli dell’arpa e del flauto, per “descrivere” la durezza del deserto e la freschezza dell’oasi. È una scena che presenta per la prima e unica volta un’intesa spirituale tra Thaïs e Athanaël. La forte consonanza di anime è espressa dalla dolcezza e delicatezza della melodia del duetto, unita al tema della “meditazione”. Ma questa scena è anche un momento di grande struggimento, che contrappone la pace spirituale di Thaïs all’angoscia terrena di Athanaël, il quale lascia per sempre la donna che così forti emozioni ha provocato nella sua anima in lotta feroce con sé stessa.

Thaïs: atto terzo, primo quadro.
Teatro dell’Opera di Roma. Stagione Lirica 1977/78

Atto terzo, secondo quadro. La Tebaide.
Athanaël è tornato in comunità ma privo di pace interiore; si sente come posseduto da un demonio che lo tortura e gli accende costantemente il desiderio di Thaïs. Disperato si confessa a Palémon che, dopo avergli ricordato gli ammonimenti d’un tempo, lo benedice amorevolmente. Rimasto solo Athanaël s’inginocchia e prega, poi si addormenta. In sogno gli appare Thaïs come al primo atto, seducente e provocante, poi la visione muta e svela ancora Thaïs ma sul letto di morte. Athanaël si sveglia e in preda a una forte agitazione fugge via nel buio nella notte.

Nel sogno appare ad Athanaël nell’ombra la figura luminosa di Thaïs che intona di nuovo la provocante aria di seduzione del primo atto, che fa terminare con una stridente risata di derisione. Segue un breve interludio che, con ritmo impetuoso e incalzante, descrive l’angosciosa corsa di Athanaël verso Thaïs morente.

Thaïs: atto terzo, terzo quadro.
Teatro dell’Opera di Roma. Stagione Lirica 1977/78

Atto terzo, terzo quadro. Il giardino del monastero di Albine.
Alla fine della corsa precipitosa Athanaël arriva al monastero di Albine e si trova di fronte la stessa scena del sogno: Thaïs distesa su un povero giaciglio giace all’ombra di un fico,, con le monache intorno che pregano per la sua morte imminente, dovuta alle mortificazioni e alla dura disciplina ascetica. Athanaël sconvolto dalla fatica della corsa e dall’ansia crudele che l’attanaglia entra e si precipita al capezzale di Thaïs: le dice parole d’amore che sono un rinnegamento della fede cristiana; le dice che non esiste nessun amore celeste se non quello terreno, che esiste solo lei che brama avere con ardore invincibile. Ma Thaïs non l’ascolta, è perduta in una visione beatifica di purezza e santità: sente cessare i suoi mali e vede aprirsi il cielo e gli angeli che le vengono incontro ad asciugarle le lacrime. Poi muore mentre Athanaël prorompe in un pianto disperato.

Il bellissimo e ispiratissimo duetto finale inizia tranquillo e disteso con ancora la proposizione del leitmotiv della «Meditation», poi cresce d’intensità e di espansione melodica fino al luminoso LA acuto della morente Thaïs intonato in pianissimo sulla parola «Dieu», segue il doloroso RE minore gridato con le parole «Morte! Pitié!» di Athanaël caduto in ginocchio, schiacciato dal peso di un amore negato e di una fede perduta. È il momento della resa dei conti: Athanaël che si pensava salvato alla fine si scopre dannato, mentre Thaïs si scopre peccatrice redenta. È il problema della grazia: non ci si salva da soli, con le opere o per proprio volere, ma per sola soprannaturalità; si è salvati perché Dio dona il suo perdono e la sua misericordia per far nuove le creature, quale espressione di un amore divino gratuito e incondizionato.

Thaïs: atto terzo, terzo quadro.
Renato Bruson (Athanaël) ed Elena Mauti Nunziata (Thaïs)
Teatro dell’Opera di Roma. Stagione Lirica 1977/78

Doveroso a questo punto un breve cenno alla storia della composizione di Thaïs di Jules Massenet e ai suoi primi interpreti: Sibyl Sanderson e Jean François Delmas.

Jules Massenet

Jules Massenet iniziò la composizione di Thaïs nella primavera nel 1892 per terminarla nell’anno successivo. Musicò il libretto di Louis Gallet pensando alle eccezionali doti canore di Sibyl Sanderson e alle rappresentazioni da dare all’Opéra Comique di Parigi, dove il soprano si esibiva per contratto e con successo. Quando però la Sanderson passò all’Opéra, Massenet si vide costretto a modificare la partitura dell’opera già orchestrata, secondo le regole che vigevano in quel teatro: ad esempio aggiungendo i balletti di prammatica al terzo atto. Alla prova generale Thaïs non ebbe il successo sperato, per cui Massenet apportò altre correzioni. Ma anche all’indomani della prima del 16 marzo 1894 le critiche dei giornali e gli applausi del pubblico non furono benevoli e Massenet modificò ancora la partitura, così che quando fu nuovamente ascoltata, ancora all’Opéra di Parigi il 13 marzo 1898, fu finalmente apprezzata e applaudita.

Sibyl Sanderson
Jean François Delmas

Protagonisti delle due “prime” rappresentazioni parigine furono Sibyl Sanderson e Jean François Delmas, chiamati entrambi a sostenere due ruoli assai impegnativi. Sibyl Sanderson dovette affrontare una parte la cui tessitura si estende dal SI sotto al rigo al MIb sopra il rigo della chiave di violino e richiede un canto ora agile e leggero ma anche di forza e incisivo. Il ruolo di Athanaël che fu di Jean François Delmas richiede di contro in prevalenza vigore e resistenza, per il fatto che in partitura sono presenti vari lunghi tratti di canto declamato che battono prevalentemente in zona acuta, nonostante l’estensione di Athanël non sia molto ampia, ma compresa tra il SI sul secondo rigo e il FA oltre il rigo della chiave di basso. 

Anatole France

Un ultimo cenno doveroso anche ad Anatole France, l’autore dell’omonimo romanzo che fu alla base del libretto di Thaïs e che fu pubblicato nel 1889 su “Revue des deux mondes”. S’ispirava alla vita di una cortigiana greca, bella e dissoluta, vissuta ad Alessandria d’Egitto nel IV secolo dopo Cristo. A differenza dell’opera di Massenet, il tema principale del romanzo di France non è la redenzione di un peccatore, bensì la tensione insanabile e ineludibile che esiste nell’uomo tra l’impulso erotico-sessuale e l’anelito mistico-spirituale. Tuttavia Anatole France fu uno dei pochi che si espresse positivamente fin da subito sulle bellezze musicali di Thaïs. Così scrisse a Massenet: “Assieds-toi près de nous“, l’aria a Eros, il duetto finale, tutto è di una bellezza grande e incantevole. Sono felice e fiero di averle fornito il soggetto su cui lei ha sviluppato le frasi più ispirate. Le stringo le mani con gioia. Anatole France».












Manifesto di Manuel Orazi
per la première del 16 marzo 1894
all’Opéra di Parigi
di Thaïs di Jules Massenet