Il Maggio Musicale Fiorentino 2026 si apriva con la novità The Death of Klinghoffer di John Adams, ora lo chiude la rarità Giulio Cesare in Egitto di Georg Friedrich Händel, mai eseguita finora nel capoluogo toscano. Protagonista è stato Raffaele Pe contornato da Mariangela Sicilia e Filippo Mineccia, i “faraoni” d’Egitto Cleopatra e Tolomeo e da Fleur Barron e Nicolò Balducci: Cornelia e Sesto, la moglie e il figlio del triunviro romano Pompeo. Il Maestro concertatore e direttore era Gianluca Capuano e il regista Davide Livermore.
Giulio Cesare in Egitto di Händel andò in scena al King’s Theater di Londra il 20 febbraio 1724. Stando alle cronache lo spettacolo venne replicato per ben 13 volte, registrando il tutto esaurito ogni sera1. Fu un trionfo senza precedenti che decise anche la sconfitta dell’altro operista famoso in Inghilterra, Giovanni Bononcini, costretto a lasciare al rivale Händel la direzione della Royal Academy of Music.
Da Londra – dove venne replicato nel 1725 e poi nel 1730 e ancora nel 1732 – Giulio Cesare in Egitto si diffuse rapidamente in Europa, finendo col diventare uno dei titoli händeliani più popolari e amati non soltanto per tutto il ’700 ma anche ai giorni nostri: la prima rappresentazione moderna di cui si ha memoria (in un’edizione pesantemente rimaneggiata però) fu a Göttingen nel 1922, mentre l’ultima è andata in scena alla Deutsche Oper di Berlino appena due mesi fa.
La composizione di Giulio Cesare in Egitto iniziò nell’estate del 1723 per terminare nel dicembre dello stesso anno. Il libretto di Nicola Francesco Haym era la rielaborazione di un testo precedente di medesimo soggetto di Giacomo Francesco Bussani, messo in musica da Antonio Sartorio nel 1677. Händel vi lavorò a lungo e con impegno, coniugando l’inventiva con l’ispirazione in melodie incomparabili. Un paradigma è senza dubbio la “Scena del Parnaso” che apre il secondo atto dell’opera. Cleopatra canta “V’adoro pupille”, un Largo voluttuoso e avvolgente sostenuto da un’orchestra di archi con sordino, oboe, tiorba, arpa, fagotti e viola da gamba, che seppur nella leggerezza e trasparenza dello strumentale, da alito di vento appena percettibile, Händel riesce a rendere fascinosa e avvolgente e soprattutto a fondere in un tutt’uno con il canto di Cleopatra, che come una sirena ammaliante e sensuale incanta e seduce Cesare.

Mariangela Sicilia (Cleopatra) e Raffaele Pe (Giulio Cesare)
© Michele Monasta
Le arie del Giulio Cesare in Egitto, come in genere in tutta la produzione operistica di Händel, dichiarano ciò che avviene in scena, nel senso che il canto accompagna le azioni, a volte le precede come introduzione e in altre occasioni le segue a modo di commento, ma in ogni caso sempre si fa portavoce dei sentimenti e delle emozioni dei personaggi, che queste azioni compiono. E nella sesta opera di Händel a Londra di “affetti” da raccontare, motivati da esperienze umane o da rapporti sociali, ce ne sono a iosa.
Tutti hanno origine e si sviluppano a partire da un solo evento: Tolomeo fa recare in dono dal generale egizio Achilla a Cesare la testa mozza del suo ex alleato politico Pompeo, con l’intento di conquistarne il favore. Un delitto così efferato ed empio davanti al quale Cesare, superbo condottiero, reagisce con severità e fierezza ricorrendo anche all’agilità di forza, come ben dimostra nell’aria di furore “Empio dirò chi sei”; ciò nonostante Cesare è anche un uomo capace di sentimenti austeri e nobili – il malinconico compianto sulle ceneri del triunviro assassinato, affidato al solenne recitativo accompagnato “Alma del gran Pompeo” ad esempio – come anche di abbandonarsi a momenti di intima dolcezza: alle profferte d’amore di Cleopatra Cesare cede replicando con “Se in fiorito, ameno prato”, un brioso Allegro in 4/4 che dice tutto il trasporto amoroso che l’investe nella sfida virtuosistica con un seducente violino concertante.
Di contro il “colpevole” Tolomeo è meno solido ed esemplare di Cesare, è l’antagonista cinico e insensibile che si esprime con un canto dalla melodia incerta, spesso slegata, dalla vocalizzazione veloce e impetuosa che di frequente si avverte anche petulante e isterica. Su di lui si addensa il desiderio di vendetta di Sesto e di Cornelia. Il figlio di Pompeo per tutta l’opera si sente rivestito delle armi della giustizia ed esprime il suo vibrante sentimento filiale con accenti energici e vocalizzazione fremente, salvo piegarsi alla commozione nel contemplare il dolore della madre nello struggentissimo “Son nata a lagrimar” in tempo di Siciliana, che chiude il primo atto. Cornelia è la moglie dell’assassinato Pompeo prostrata dal cordoglio, ma anche la “cittadina” di Roma altera e nobile che contrasta le avances di Tolomeo e del suo consigliere Achilla; Händel la omaggia di arie patetiche e gravi di molta pregnanza, come si avverte in “Nel tuo seno, amico sasso” in cui «il ritmo puntato dei violini e della voce sembra evocare singulti».

Fleur Barron (Cornelia) e Nicolò Balducci (Sesto)
© Michele Monasta
A differenza di Tolomeo e di Sesto che sono animati da sentimenti un po’ a senso unico, la psicologia di Cornelia, insieme con quella di Giulio Cesare, appare più mossa. Ancor più vario e articolato a dire il vero è il carattere di Cleopatra, che si mostra ben consapevole del potere politico che le compete e del proprio fascino femminile e li impiega per contrastare il fratello e conquistare Cesare; ma quando il condottiero è sul punto di cadere vittima degli intrighi di Tolomeo, ecco che Cleopatra, ormai sinceramente innamorata, si mostra capace di temere per la vita di Giulio Cesare e di dolersi per le loro sorti.
Sono i momenti più drammatici e tra i vertici musicali della partitura, che Händel celebra con “Se pietà di me non senti” e “Piangerò la sorte mia” in tonalità maggiore e dall’elegante e al tempo stesso commosso accompagnamento orchestrale; due arie che giungono alla fine di un percorso emotivo via via sempre più intenso e che rivelano la grande sensibilità di Händel nell’analizzare in profondità l’animo umano.

Filippo Mineccia (Tolomeo) e Mariangela Sicilia (Cleopatra)
© Michele Monasta
Dunque Händel che narra gli affetti da cui sono “presi” i protagonisti di Giulio Cesare in Egitto, il mondo interiore che li anima e muove. Un universo emozionale e sentimentale che per fulcro ha trentatré arie d’incredibile varietà e qualità musicale, alle quali Händel lavorò strenuamente, spostandole spesso da un atto all’altro nel più adeguato rispetto dell’intrinseca drammaturgia dell’opera, e ancor più modificandole in favore di questo o quel cantante, per valorizzarne le caratteristiche vocali o anche le capacità tecniche migliori. Tutto per un cast di prima grandezza, a partire dai cantanti delle seconde parti, che avevano già lavorato con Händel: il contralto evirato Gaetano Berenstadt2, che era a Londra già con Floridante e Ottone, re di Germania, interpretava Tolomeo; la coppia Cornelia-Sesto vide protagonisti due soprani: Anastasia Robinson (apparsa in Amadigi di Gaula) e Margherita Durastanti3 (già presente in Agrippina e Radamisto) e infine il generale e confidente del faraone Achilla fu impersonato dal basso Giuseppe Maria Boschi, che si mise in luce in Agrippina, l’opera che conquistò il favore del pubblico veneziano all’istante.
Anche i cantanti che vestirono i panni dei protagonisti si erano messi in luce in precedenza cantando in Ottone, re di Germania, il titolo che diede inizio alla rivalità tra Händel e Bononcini. Il castrato contralto Francesco Bernardi, detto il Senesino, che era in forza alla Royal Academy of Music dal 1720, fu voluto fortemente da Händel perché il controllo perfetto del canto cosiddetto di portamento e del virtuosismo lo rendevano ideale per interpretare l’eroico Giulio Cesare. E così il soprano Francesca Cuzzoni4, definita all’epoca voce «angelica» per omogeneità, limpidezza e dolcezza, fu scelta come Cleopatra perché era una cantante che, pur non essendo una virtuosa in senso stretto, eccelleva nel canto patetico e nel cantabile, che arricchiva con una ornamentazione fatta con gusto e misura.
E le due arie citate lo dimostrano in pieno.
Questa fu la compagnia di canto presente alla première di Giulio Cesare in Egitto di Händel, che stando alle cronache brillò oltremodo, celebrando comme il faut la poetica degli affetti e l’arte dello stupore, i due pilastri indiscutibili del teatro barocco. Il che voleva dire tecnica raffinata onde la respirazione e l’emissione risultassero fluide, i suoni rotondi e omogenei, il legato immacolato e le agilità eseguite alla perfezione, insieme con gli acuti che dovevano squillare e i gravi risuonare, e ancor più voleva dire sensibilità e intelligenza musicale nel rispetto di uno stile che richiedeva il fraseggio estremamente fluido e cangiante nei colori e nelle intensità e le arie rigorosamente variate nei “da capo” con fantasia ed esattezza.

al Teatro del Maggio Musicale Fiorentino.
© Gianluigi Toccafondo
Se ipotizziamo, stando anche agli approfonditi studi intercorsi dei musicologi e dei filologi, che Giulio Cesare in Egitto nel 1724 al King’s Theater di Londra fu dato in tal modo, è lecito chiedersi se a tre secoli di distanza dalla sua première, e ora che approda per la prima volta a Firenze,5 questo capolavoro di Händel ricalca più o meno con fedeltà le “orme” primigenie. Prima tuttavia, qualche considerazione è necessaria.
Senesino era un cantore castrato. Un esempio, tra i più celebri del Settecento, di cantante in possesso di una voce “speciale”, che era il risultato della castrazione: l’operazione chirurgica cui venivano sottoposti i più promettenti pueri cantores (le cosiddette “voci bianche”) prima della pubertà, per bloccare lo sviluppo della laringe e impedire l’incupimento della voce, tipico degli uomini. Una voce che non rimaneva infantile, né coincideva con quella delle donne, poiché lo sviluppo degli altri organi procedeva regolare. La cassa toracica, ad esempio, si sviluppava normalmente e questo permetteva un’eccezionale tenuta dei fiati e una maggior potenza. Si trattava pertanto di una voce che era superiore a quella dell’uomo per leggerezza e duttilità, e a quella femminile per brillantezza e forza, soprattutto nel registro centrale. E poi lo spostamento della voce di circa un’ottava, permetteva al castrato di svettare verso l’alto e di eseguire il canto agile e fiorito con estrema facilità.
Dunque la “speciale” voce dei castrati andava al di là dell’identificazione sessuale, non essendo di uomo né di donna; era una voce “idealizzata”, non realista che si collocava perfettamente nell’ambito della poetica del meraviglioso e dell’arte della stupore, tanto care al belcanto. Però accanto ai castrati, che erano chiamati falsettisti naturali, comparvero i falsettisti artificiali: cantanti uomini che imitavano gli evirati senza tuttavia poter competervi. In generale le loro voci erano prive di vibrazioni e mancavano di forza e brillantezza, i suoni per la lacunosità dell’appoggio si sentivano bianchi, aspri e secchi, così che risultava poco colorito e vario il fraseggio e l’accento poco incisivo e vibrante.
I falsettisti artificiali erano impiegati esclusivamente nella polifonia e mai cantavano nelle opere, al loro posto si esibivano le donne dalle voci più piene nel centro, risonanti nel grave e dolci limpide e luminose in alto. Questo accadeva anche per i falsettisti naturali quando erano molto richiesti e non c’era altro modo per sostituirli. Accadde pure all’inizio dell’Ottocento quando i castrati scomparvero dalle scene, e proseguì per tutto il Novecento portando le voci femminili, sia sopranili sia contraltili, a diventare le indiscutibili protagoniste della “Belcanto-Renaissance” alla fine del secolo scorso.
Attualmente i falsettisti artificiali – chiamati per semplificazione controtenori – sono tornati in auge e si esibiscono nelle opere barocche e nei ruoli belcantistici, solo perché si sono evoluti e perfezionati tecnicamente, così da unire insieme il registro di petto con quello di testa (falsetto), per giungere a una voce omogenea ed estesa, con gravi più corposi e acuti che meglio squillano e penetrano, e profondersi anche in una linea di canto stilisticamente attinente, varia ed eloquente, compreso il canto virtuosistico che si sente migliorato nella scioltezza e nell’espressività.

Filippo Mineccia (Tolomeo) Valerio Morelli (Achilla) e Raffaele Pe (Giulio Cesare)
© Michele Monasta
Caratteristiche che si sono riscontrate in Nicolò Balducci, che qui a Firenze impersonava Sesto Pompeo; un giovane sopranista artificiale in rapida affermazione sulla scena concertistica e operistica internazionale. Oltre la tecnica, per cui s’è riscontrato un buon controllo del suono, morbido e rotondo, con in aggiunta acuti ben emessi e timbrati e agilità nette e precise, Nicolò Balducci s’è fatto apprezzare per la bella interpretazione di un oltraggiato figlio e orfano votato alla vendetta, laddove il canto era “di forza” nei momenti collerici e precipitosi e “di grazia” in quelli moderati e dolenti. Applaudito al termine di ogni aria, all’uscita finale in ribalta è stato salutato da una lunga ovazione.
Il controtenore contralto Filippo Mineccia, ricorrendo in prevalenza ad accenti nervosi e a fraseggi animati, ha offerto una convincete interpretazione di un Tolomeo despota infido e bieco, sporcata però da una linea di canto non sempre omogenea, un po’ vuota al centro e di volume piuttosto esiguo in basso, con anche gli acuti che se presi di forza suonavano aperti e aspri; nel corso della recita tuttavia si è avvertita una attenuazione di questi “difetti” per le avvedute copertura e tornitura del suono, insieme con la coloratura che è risultata pure scorrevole ed espressiva.
Il Condottiero romano, come l’antagonista Faraone, fu cantato a Londra da un castrato contralto, a Firenze c’era il controtenore Raffaele Pe, la «baroque star» del momento secondo la definizione del Times. Rispetto al bellissimo concerto a Roma nel 2020 – che “raccontava” Giulio Cesare con le musiche di Händel e di autori coevi – dispiace constatare quanto la voce di Raffaele Pe abbia perso inspiegabilmente armonici e freschezza timbrica, di come la vocalizzazione appaia adesso meno spontanea, sebbene sia sempre scorrevole, e anche di quanto gli acuti sembrano meno facili e squillanti di qualche anno fa.
Il tempo che passa e il calendario un po’ troppo fitto di impegni (in un solo mese ci sono stati Il trionfo del tempo e del disinganno a Roma e Giulio Cesare a Palermo, oltre a un paio di concerti) sono le cause ipotizzabili per questo speriamo breve appannamento di forma; ma siccome Raffaele Pe è appunto una «baroque star» che anche studia, approfondisce e riscopre il mondo della musica “antica”, l’interpretazione di questo attuale Giulio Cesare risente appieno di queste competenze. Ecco allora che alla verifica dell’ascolto, appare ben calcolato e stilisticamente pertinente giocare sulla belcantistica poetica del contrasto ad esempio: legare i suoni con una certa morbidezza e poi imprimervi qualche nervoso accelerando. Soluzioni che Raffaele Pe adotta nella grande scena in prossimità del finale dell’opera:“Dall’ondoso periglio”, quando in una complessa alternanza di intermezzi, recitativi accompagnati e di ariosi, si fa carico di rivelare la stupore di un militare che pure ringrazia il cielo di essersi fortunosamente salvato dalla furia di una battaglia. Scelte stilistiche, aggiunte a belle capacità attoriali, che il pubblico del Teatro del Maggio Fiorentino ha mostrato di gradire con applausi sinceri.

Raffaele Pe (Giulio Cesare) nella scena “Dall’ondoso periglio”.
© Michele Monasta
Per gli altri personaggi si tornava a voci “naturali”. Il generale e consigliere Achilla ha avuto per interprete Valerio Morelli, un giovane basso in possesso di una voce di timbro alquanto chiaro ma sonoro e di una tecnica che dava risalto coloristico al canto d’agilità e al fraseggio. Il mezzosoprano Fleur Barrona è stata Cornelia. Le iniziali incertezze nella tenuta del legato e nell’intonazione si sono attenuate nel prosieguo dello spettacolo, ma sostanzialmente sono risultate trascurabili se rapportate a una voce un po’ diseguale nel timbro, però assai adescatrice nelle corpose ombreggiature in zona grave così da far diventare singolarmente coinvolgenti l’aria “dei singulti” “Nel tuo seno, amico sasso” e l’arioso “Deh piangete, o mesti lumi”.
Mariangela Sicilia, che ha indossato gli abiti della regina d’Egitto Cleopatra, s’è rivelata alfine anche la regina di questo Giulio Cesare “in Firenze”. Sulla voce di Mariangela Sicilia (omogenea, morbida, luminosa) e sulla sua tecnica (legato, suono duttile, acuti squillanti) sapevamo già molto, ancor più dopo averla ascoltata nell’Alcina di Händel all’Opera di Roma nel maggio di un anno fa. Ma non sapevano ancora a quale livello di sensibile e raffinata musicalità fosse giunta nel frattempo. Ha impressionato e conquistato per la linea di canto molteplice nelle tinte e nelle gradazioni, come per gli accenti ora intensi ora più tenui ma sempre intonati al momento scenico: per la Cleopatra cocotte Mariangela Sicilia è stata frizzante, per la seduttrice s’è fatta voluttuosa e gioiosa per la regina trionfante d’amore, sebbene in tal caso il canto d’agilità sempre netto e preciso non sia stato particolarmente fulmineo. Ma il clou emozionale è stato raggiunto allorché Cleopatra prigioniera di Tolomeo invoca la protezione del cielo e prega per Cesare che va a combattere per riportarla sul trono. Mariangela Sicilia ha attaccato l’aria “Se pietà di me non senti” a un tempo alquanto sostenuto per un Largo, con un fraseggio così inteso e ben giocato sul mezzoforte che l’ansia del momento si percepiva all’istante; poi nel “tempo di mezzo” l’andatura si faceva più lenta e ricorreva all’uso di piani e pianissimi, e il canto si sentiva affievolito come se l’apprensione e il batticuore spezzassero il fiato. Ma ecco che nel “da capo” tornavano il tempo sostenuto e il mezzoforte dell’inizio, però il fraseggio, insieme con variazioni molto eloquenti seppur parche, si faceva più animato, l’accentazione più vigorosa e la frase «giusto ciel, io morirò» era ripetuta ogni volta con enfasi e calore crescenti, fino a concludersi con un acuto tenuto in fortissimo, così sonoro e penetrante da sembrare un grido dell’anima. In tal maniera Mariangela Sicilia viveva il dolore acuminato e straziante di Cleopatra. Nel pieno rispetto dell’arte delle variazioni, usata non per sfoggio di bravura, ma per la giusta connotazione delle diminuzioni nei “da capo” delle arie tripartite del Settecento, essenziali ad alterare e arricchire la melodia per aumentarne la carica affettiva. Come il ben sapere che il dramma nasce e si acutizza dal contrasto: dalla giustapposizione di forti e di piani, dalla contrapposizione di suoni attenuati ad altri rinforzati.

Mariangela Sicilia (Cleopatra) nel finale di “Se pietà di me non senti”.
© Michele Monasta
“Se pietà di me non senti” e anche il successivo “Piangerò la sorte mia” cantato con egual pathos, sono stati l’apice emozionale della Cleopatra di Mariangela Sicilia ancorché vertice stilistico, per il quale di non poco conto s’è rivelato il contributo di Gianluca Capuano.
Ha diretto e concertato questo Giulio Cesare in Egitto al Maggio Fiorentino forte della conoscenza del teatro barocco e della grammatica del “belcanto”, così che grande attenzione e cura ha riservato alle agoniche e alle dinamiche, in prevalenza vivaci e variegate e senza che la narrazione mostrasse cedimenti. Ben sapendo che il libretto è una lunga sequela di arie, intervallate da recitativi quasi sempre “secchi”, Gianluca Capuano non ha mai abdicato al controllo del canto. Sempre sostenuto dall’orchestra, che anche nei momenti più delicati s’è prodotta in un suono mai evanescente, il canto è stato il vero protagonista, ogni volta connaturato al momento scenico, con la risposta di tutte le voci in campo (anche quella del coro nei suoi brevi interventi) flessibili e pronte alle indicazioni e alle sollecitazioni del sapiente concertatore. Un Gianluca Capuano quanto mai fantasioso e inventivo, coinvolto e coinvolgente, da essere in gran sintonia sia con l’Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino, sia con il regista.
Davide Livermore, insieme con lo scenografo Giò Forma e la costumista Mariana Fracassola, ha ambientato la vicenda di Giulio Cesare in Egitto non già all’epoca storica che gli spetterebbe, bensì a cavallo degli anni trenta del Novecento e su una nave in crociera, strizzando l’occhio con ironica evidenza ad Assassinio sul Nilo, il noto romanzo (poi film) di Agatha Christie. In una ridda di cambi di scena, con la spettacolare meraviglia di un teatro barocco riletto con le stupefacenti tecnologie moderne, passando da lussuose cabine a saloni da feste ancor più sfarzosi e dalle coperte agli fondi in plancia di mari in tempesta alternati a placide visioni di piramidi e sfingi, Davide Livermore ha semplicemente seguito i meccanismi narrativi della vicenda – a dire il vero alquanto complessa – secondo le indicazioni del libretto, ma senza essere pedissequo né didascalico. Anzi, con tanto di licenza “poetica” nel rivelare nel finale, come in un film giallo che si rispetti, i veri colpevoli dell’assassinio di Pompeo.

Raffaele Pe (Giulio Cesare) in “Se in fiorito, ameno prato” con il primo violino Salvatore Quaranta.
© Michele Monasta
Nel seguire i comportamenti e gli atti dei personaggi Livermore ha mostrato un certo acume, come se si servisse della lente dello psicologo per studiarli. Così Tolomeo che è un politicante pavido e astioso entrava in scena insicuro, preso dai fumi dell’alcol, ostentando sprezzo e falsa sicumera. Cleopatra poi si dava a sedurre Cesare cantando “V’adoro pupille” in perfetto stile music-hall, restituendo alla memoria il fascino e la sensualità del momento in cui Diane Keaton canta “You’d be so nice to come Home to” di Cole Porter in “Radio Day” di Woody Allen. A una siffatta Cleopatra rimpallava Raffaele Pe, crooner in giacca bianca papillon nero e baffetto ammaliatore alla Clark Gable, eseguendo un accattivante “Se in fiorito, ameno prato” rivisitato con lo swing fortemente ritmato di un Michael Bublé ante litteram. Sì, si è trattato di soluzioni molto poco filologiche, occasioni di grande scandalo per i melomani “talebani”, però non fuori stile. Anzi. Cantare un’aria barocca in maniera sorprendente – all’attacco di “Se in fiorito, ameno prato” il ritmare della batteria e dei tamburelli ha fatto sobbalzare più di uno spettatore sulla sedia – rientra in pieno nell’arte dello stupore del teatro barocco, nonché nel rispetto dell’ironia che è ben presente nella musica di Händel. C’è da ricordare inoltre che queste partiture sono «organismi vivi – come specifica l’esperto Gianluca Capuano nel programma di sala – un mosaico in continua evoluzione fatto di versioni, revisioni e adattamenti, caratterizzato da una notevole flessibilità… una musica scritta su misura per i cantanti, adattando continuamente le arie alle caratteristiche vocali di ciascun interprete: virtuosismo, agilità, estensione e colore della voce». Così se si hanno a disposizione due divi del belcanto come Raffaele Pe e Mariangela Sicilia, e si è in sintonia con l’estro di un regista istrionico, l’impegno e l’entusiasmo a far brillare ancora più quelle «star» e l’universo händeliano che abitano, diventano spiegati e giustificati in pieno. Con il consenso degli applausi entusiastici e delle tante grida di «bravo» che hanno accolto all’uscita in ribalta tutti gli artefici di questo Giulio Cesare in Egitto al Teatro del Maggio Musicale Fiorentino. Alla première, quanto all’ultima recita del 25 maggio 2026. Di cui fin qui s’è riferito.
- A titolo di confronto si ricorda che al King’s Theatre di Londra, tre mesi dopo l’andata in scena di Giulio Cesare in Egitto di Händel, l’opera Aquilio Consolo di Attilio Ariosti su libretto di Nicola Francesco Haym, restò in cartellone soltanto per quattro sere. ↩︎
- Nel ’700 era prassi comune impiegare al posto dei cantori castrati delle cantanti donne. Per le repliche del 1725 di Giulio Cesare in Egitto, il ruolo di Tolomeo anziché da Gaetano Berenstadt fu sostenuto dal contralto Anna Vincenza Dotti. ↩︎
- Ancora alla ripresa londinese di Giulio Cesare in Egitto del 1725, Sesto fu inspiegabilmente cantato dal tenore Francesco Borosini, così che fu necessario trasporre di tono due arie e tre scriverle ex novo. ↩︎
- In occasione della ripresa di Giulio Cesare in Egitto del 1730, furono scritte tre nuove arie per Cleopatra interpretata da Anna Maria Strada del Pò, soprano che Händel teneva in grande considerazione, per la quale scrisse la maggior parte dei ruoli “londinesi”, tra cui spiccano Alcina, Angelica (in Orlando) e Ginevra (in Ariodante). ↩︎
- Händel giunse a Firenze nel 1706 invitato da Ferdinando de’ Medici, e un anno dopo al Teatro del Cocomero fece rappresentare Rodrigo, la sua prima opera “italiana”. ↩︎


























































































