Al Macerata Opera Festival edizione LXI ritorna il Macbeth di Giuseppe Verdi con la regia di Emma Dante. Totalmente differenti, rispetto alla prima edizione del 2019, la direzione d’orchestra e la concertazione dovute a Fabrizio Maria Carminati e il cast: che schierava nel ruolo del titolo Franco Vassallo affiancato dalla Lady Macbeth di Marta Torbidoni e nei ruoli da coprotagonista Simón Orfila (Banco) e Antonio Poli (Macduff). Se la parte musicale si presentava mutata, l’impostazione registica, oggi ripresa dallo storico assistente di Emma Dante Federico Gagliardi, rimaneva sostanzialmente inalterata.

Atto primo: lamento funebre sul re Ducano. – © Simoncini
L’enorme palcoscenico dello Sferisterio era disseminato di alcuni essenziali elementi scenici: i fasci di lance dorate disposte a raggiera a ricordare le corone regali, ma anche a delimitare gli ambienti oppure a fungere da sipario, come il trono montato a vista su cui poi sedeva Macbeth annientato dall’apparizione di Banco, o ancora la selva di fichi d’india – sempre negli spettacoli della regista palermitana appaiono allusioni alla terra e alla cultura siciliana – a ricordare la foresta di Birman che muovendosi atterrisce il protagonista. In simil contesto agiva la compagnia di attori, di mimi e di danzatori di Emma Dante in continuo movimento per essere all’occorrenza, congiuntamente al coro, sia le streghe che irretiscono Macbeth sia i soldati o anche il popolo scozzese oppresso e ridotto alla fame.

Atto primo: ingresso di Macbeth (Franco Vassallo) e Banco (Simón Orfila). – © Simoncini
Azioni sceniche e coreografiche pensate per una narrazione estremamente mobile e dinamica, volta a individuare e a isolare gli avvenimenti, e in essi le psicologie e gli stati d’animo dei personaggi coinvolti. Evidentissima fin dall’inizio, fin dall’entrata di scena di Macbeth, armato e a cavalcioni dello scheletro d’un cavallo: riferimento piuttosto chiaro all’affresco “palermitano” Il trionfo della morte, ma ancor più a Don Chisciotte a cavallo di Ronzinante che lotta contro le apparizioni fantastiche della mente sconvolta e ne rimane sopraffatto. Al pari di Macbeth. Appariva da sotto un enorme lenzuolo screziato di rosso e di rosa, agitato dalle streghe, che sembrava una massa cerebrale informe in continuo movimento; era un Macbeth animato da un’idea pressante, da un’ossessione: il potere da raggiungere e mantenere a ogni costo, un chiodo fisso che erano le streghe stesse (figure fondamentali nella drammaturgia verdiana) a generare, a portare alla luce nella coscienza oscura del tiranno in tutta la sua forza e bruttura.

Atto primo: monologo di Macbeth (Franco Vassallo). – © Simoncini
La regia di Emma Dante, come lei stessa ha dichiarato, aveva la ragion d’essere nella musica di Giuseppe Verdi e nell’attento studio del libretto. Così che ad esempio al momento del concertato che chiude il primo atto, a tutti gli effetti un lamento funebre, si vedeva il nudo corpo trucidato del re Duncano, vittima innocente della bramosia di sovranità di Macbeth e di sua moglie, lavato e unto come un “novello” Cristo nelle sacre rappresentazioni medioevali. Come confermava l’aderenza alla musica e al testo lo scorgere sul fondo del palcoscenico due attori mimare il regicidio di Ducano per due volte e alla terza vederlo compiere direttamente da Macbeth, così che il progetto frutto della mente ossessionata, che tanto aveva tormentato e reso titubante nel lungo monologo il protagonista, alla fine diventava realtà, cogliendo di sorpresa anche lo spettatore fino a quel momento ignaro del significato di quella strana pantomima.

Atto quarto: sonnambulismo di Lady Macbeth (Marta Torbidoni). – © Simoncini
Così la regia di Emma Dante si snodava per tutta l’opera, creando atmosfere, suggerendo interpretazioni, evocando immagini e suggestioni. Eccetto quando per voler spiegare tutto, Emma Dante correva il rischio di diventare con una certa esagerazione didascalica. E citiamo allora a titolo di esempio la Grande Scena del soprano (altro punto cardinale della partitura di Verdi insieme con le scene delle streghe). Lady Macbeth è sonnambula, ma racconta e rivive gli orrori commessi cercando una catarsi, una purificazione seppur tardiva alla propria coscienza. Ma Lady Macbeth per ascendere al trono di Scozia ha ucciso il «sonno per sempre», come il consorte, che nel citato monologo canta «Avrai per guanciali sol vepri, o Macbetto!… Non v’è che vigilia, Caudore, per te!». Ecco allora che Emma Dante faceva cantare Lady Macbeth circondata da letti macchiati di sangue, che mossi da attori nascosti sotto le coltri, la inseguivano come cani famelici e sui quali non poteva mai nemmeno assopirsi. Uno dei pochi nei che tuttavia non inficiavano uno spettacolo che nel complesso appariva molto ben congegnato, secondo una narrazione incessante, fluida chiara e precisa, arricchita da uno eccellente gioco di luci, da costumi splendenti di colori e sontuosità, nonché da un gestione delle masse corali sapiente ed efficace.

Atto quarto: Macbeth (Franco Vassallo) in Pietà, rispetto, onore. – © Simoncini
Uno spettacolo che ha visto i protagonisti della parte musicale sposare e corrispondervi in toto. A partire dalla direzione e concertazione di Fabrizio Maria Carminati, che s’è rilevata sebbene non proprio innovativa né originale di certo sicura e accurata, attenta alle ragioni del canto e della musica, che trovava le giuste e suggestive atmosfere per i momenti clou della partitura nelle agoniche e nelle dinamiche equilibrate e nelle sonorità controllate, che mai risultavano eccessive né sopraffacevano le voci. Hanno risposto con calore e partecipazione l’Orchestra Filarmonica Marchigiana e il Coro Lirico Marchigiano “Vincenzo Bellini” guidato da Christian Starinieri, entrambi in buona forma. Macbeth era interpretato da Franco Vassallo, un baritono in carriera da più di trent’anni. E si avvertiva. Nel pieno di una maturità artistica e vocale affrontava questo temibile e difficile ruolo con preparazione e partecipazione, sfoggiando una voce sonora, omogenea e vibrante, prodigandosi in un canto sfumato e ricco di colori, dagli accenti pertinenti sia per la determinazione e l’esaltazione malvagia sia per il dubbio e il tormento: esemplari in tal senso sono stati il monologo del regicidio e il successivo duetto con Lady Macbeth – il terzo cardine dell’opera insieme con le scene delle streghe e del sonnambulismo – ma soprattutto l’aria Pietà, rispetto, onore eseguita con le giuste prostrazione e commozione, così da suscitare in chi ascoltava un po’ di pietà per uno spietato criminale che in punto di morte riusciva a trovare ancora in sé un barlume di pentimento.

Atto primo: aria d’ingresso di Lady Macbeth (Marta Torbidoni). – © Simoncini
E veniamo alla punta di diamante: Marta Torbidoni che vestiva gli abiti della demoniaca Lady Macbeth e bissava il successo riscosso sempre a Macerata l’estate scorsa con una notevole interpretazione di Norma di Bellini. Marta Torbidoni ha una voce di bel timbro ambrato, dagli armonici risonanti, luminosa e penetrante in alto, polposa al centro ma un po’ carente di volume, che tuttavia non cerca di “gonfiare” ingrossando il suono artificiosamente, rendendolo aperto e sguaiato. Marta Torbidoni sa ben respirare e ben controllare l’emissione così da cantare sul fiato alla maniera belcantistica (non a caso si avvale degli insegnamenti di Mariella Devia) e profondersi così in un legato impeccabile, in un fraseggio calibrato, in una vocalizzazione netta precisa e fluidissima, ma soprattutto espressiva, che nel caso specifico si faceva ora tagliente ora più suadente, come nel brindisi arrivando persino all’emissione di alcuni trilli che solitamente, data la difficoltà, vengono ignorati o “spianati”. Un bagaglio tecnico che unito a una musicalità e a una stilizzazione di pregio, consentivano al soprano marchigiano la caratterizzazione di una Lady Macbeth dalla psicologia mutavole: fredda e calcolatrice e giusto pungolo alle ambizioni del marito che tuttavia, quando il canto da veemente e sottilmente perfido si mutava in uno più morbido e flessuoso, appariva più umana così oppressa dalla tortura del ricordo del male commesso.

Atto quarto: Antonio Paoli (Macduff) – © Simoncini

Atto secondo: Simón Orfila (Banco) – © Simoncini
Anche i coprotagonisti si sono fatti notare: Simón Orfila che interpretava Banco e che all’inizio mostrava qualche incertezza ma poi finiva col cantare l’aria Come dal ciel precipita con il giusto trasporto e la giusta partecipazione, e Antonio Poli nelle vesti di Macduff svettava nei concertati, forse esibendo con un po’ troppa energia nel settore acuto, ma in Ah, la paterna mano (il pianto accorato per i propri figli trucidati da Macbeth) portava a commozione la platea con un canto sincero e misurato. Oronzo D’Urso che s’era ascoltato nel settembre scorso al Teatro Lirico Sperimentale di Spoleto come Malcolm, il figlio del re Ducano, tornava all’Arena Sferisterio ad affrontare lo stesso ruolo e con la medesima professionalità.
Successo entusiastico per tutti alla fine della recita del 7 agosto 2025, di cui è stato riferito e per la quale è doverosa la menzione delle scene di Carmine Maringola, dei costumi di Vanessa Sannino, delle luci di Christian Zucaro e delle coreografie di Manuela Lo Sicco.

Atto primo: apparizione delle streghe. – © Simoncini
Un’ultima breve notazione. Macbeth di Giuseppe Verdi, con il libretto di Francesco Maria Piave ispirato dall’omonima tragedia di Shakespeare, va in scena il 14 marzo 1847 al Teatro della Pergola di Firenze. Diciotto anni più tardi Verdi appronta una nuova versione rivista e corretta, che ha la sua première all’Opéra di Parigi il 21 aprile 1865. Messe a confronto le due opere appaiono affatto diverse: la prima è aspra e se vogliamo barbarica, con i personaggi che fraseggiano con veemenza e usano stilemi legati ancora al belcanto, la seconda suona più raffinata e affinata nelle psicologie che appaiono maggiormente indagate e arricchite di accenti dolenti e tormentati. Ed è questa la versione che solitamente si esegue in teatro, come è accaduto qui allo Sferisterio di Macerata, sebbene privata dei balletti (immancabili per un’opera da rappresentare all’Opéra) e il coro delle streghe Ondine, e silfidi dall’ali candide alla fine della scena delle profezie. Ma il Maestro Carminati ha introdotto l’adagio in fa minore Mal per me che m’affidai: la morte di Macbeth della versione del 1847. È una scena che Verdi sopprimerà nell’edizione parigina, facendo avvenire la morte del protagonista fuori scena (come nelle classiche tragedie greche). Reintrodurla può apparire dal punto di vista musicale discutile, ma può sembrare pertinente alla luce dell’impostazione registica di Emma Dante, come già particolarmente significativa era nel Macbeth originario, perché siamo di fronte alla fine di un uomo che soccombe per la propria incontenibile e immorale sete di potenza, per aver creduto di essere un grande, un protagonista della storia, quando invece scopre di essere un meschino burattino nelle mani di un destino più forte e più crudele di lui.

Atto quarto: Franco Vassallo (Macbeth) in Mal per me che m’affidai. – © Simoncini
