Il Teatro del Maggio riparte dopo la pausa estiva con Les pêcheurs de perles (I pescatori di perle) di Georges Bizet. Uno spettacolo che per la regia porta la firma di Wim Wenders e che è in coproduzione con la Staatsoper Unter den Linden di Berlino (dove ha avuto la sua première nel 2020) e il China National Centre of the Performing Arts di Pechino. Sul podio c’è Jérémie Rhorer che dirige e concerta nei ruoli principali Hasmik Torosyan (Léïla), Javier Camarena (Nadir), Lucas Meachem (Zurga) e Huigang Liu (Nourabad).

© Michele Monasta
Molti sono i punti di forza dello spettacolo. A cominciare dalla regia di Wim Wenders, qui ripresa da Derek Gimpel, che si avvale delle scene di David Regehr, dei costumi di Montserrat Casanova e delle luci di Oscar Frosio, che riprende quelle originali di Olaf Freese. La scena è spoglia di qualsiasi arredo, sul fondo e ai lati del palcoscenico lisci pannelli neri che si susseguono e tendaggi dello stesso colore e in primo piano un velario semovente. Tutto qui. Uno spazio vuoto e profondo che tuttavia si anima con i movimenti e le disposizioni delle masse corale e con le proiezioni video che appaiono sul fondo della scena, ad esempio una notte stellata o un plenilunio, e sul velario del proscenio: i volti e le azioni dei protagonisti, ma soprattutto le immagini di un mare immenso, quasi sempre presente, che passa da calmo a mosso per finire tempestoso. In questo ambiente, esteticamente asciutto, essenziale, privo di qualsiasi barocco esotismo (che tanto piacciono e abbondano in tutte o quasi tutte le messinscena dei Pêcheurs de perles) Win Wenders realizza la sua regia, che più che seguire le indicazioni del libretto (dalla drammaturgia praticamente inesistente) si concentra esclusivamente sulla musica, su ciò che essa narra. Così da indurre o incoraggiare lo spettatore all’ascolto e alla consapevolezza di sapersi davanti a qualcosa di grandioso e di molto bello, che proprio e soprattutto la musica racconta e fa vivere, così parafrasando le dichiarazioni di Wim Wender riportate nel programma di sala.

Huigang Liu (Nourabad) e Hasmik Torosyan (Léïla) – © Michele Monasta
E di fatto ciò accade. Se Bizet racconta la storia d’amore tra Nadir e Léïla con una musica sognante dall’orchestrazione soffice e altrettanto indugiante, da vivere come un momento estatico in una terra lontana e misteriosa qual è l’isola di Ceylon, ecco che i volti dei due amanti colti in espressioni beate si sovrappongono al mare blu, profondo e misterioso, che ondeggia con altrettanta poesia. Ma non soltanto le immagini parlano. C’è anche e maggiormente la recitazione, tutta improntata a gesti dettagliatissimi e calibratissimi, tuttavia semplici e lineari ma di forte impatto emotivo. Una recitazione che raggiunge il suo acme quando Zurga sta di fronte a Léïla, che gli confessa l’amore per Nadir pure ricambiato, quell’amore che per lei avevano entrambi, ma al quale Zurga e Nadir avevano rinunciato in nome dell’amicizia. Tradito, pieno di risentimento e pazzo di gelosia, come rivendicazione ultima ed estrema di un amore violato, Zurga si avventa su Léïla e tenta di stuprarla, ma la donna si libera dalla stretta e barcollando risponde con una maledizione scagliata a tutta forza, con il corpo che si protende e il braccio che minaccioso si stende contro Zurga, che spaventato cade all’indietro. Pochi gesti, ma chiari e precisi, che dicono tutto l’odio e la ferocia del momento, ma anche la solenne gravità, che dicono similmente di quanto la regia di Wim Wenders sia studiata e scenda in profondità nell’analisi psicologia dei personaggi e delle situazioni e di quanto sappia con abilità e perizia raccontare insieme con la musica.

Lucas Meachem (Zurga), Huigang Liu (Nourabad), Javier Camarena (Nadir) e Hasmik Torosyan (Léïla).
© Michele Monasta
Ma per questi risultati devono concorrere pure i cantanti che oltre a ben recitare devono anche saper ben cantare. E qui ci sono. C’è il baritono Lucas Meachem, per il quale ai saluti finali alla ribalta l’applausometro segna il punteggio più alto. C’è la voce di un bel colore bruno, omogenea ed estesissima, con gli acuti che squillano come fossero di un tenore. C’è la figura prestante e impotente, la presenza scenica e ci sono le buone doti di attore. Ma soprattutto c’è l’intenzionalità del cantare, del volersi e sapersi esprimere con cognizione di causa, con un fraseggio che sa farsi all’occorrenza ora incisivo (come nel ricordato duetto con Léïla) ora più morbido e sfumato come nel duetto con Nadir “Au fond du temple saint”, quando ai due amici apparve Léïla per la prima volta, accendendoli d’amore all’istante.
C’è Hasmik Torosyan che interpreta Léïla. La voce è di soprano lirico, ha un timbro bello scuro anche se non particolarmente suggestivo e presenta talvolta suoni un poco aspri e metallici, che però l’uso della lingua francese mitiga. Giusto un mese fa, in un concerto al “Rossini Opera Festival” Hasmik Torosyan cantò proprio da Les pêcheurs de perles la romanza “Comme autrefois”. Se ne apprezzò la bella emissione morbida e la musicalità dell’accento, qualità che si confermano ancora una volta con questo ascolto “fiorentino”.
E che aggiungono quanto il soprano armeno sia versato al canto ricco di pathos, sia quando esso è volto alla dolcezza e al languore – accade nei duetti con Nadir per esempio – e sia, ma forse ancor più, quando si fa fremente e si carica di intensità e di impeto, come indubbiamente dimostra l’emozione provocata nello scontro con Zurga.
Si attende con viva curiosità il debutto di Hasmik Torosyan all’Opera di Roma come Amenaide, del Tancredi di Gioachino Rossini, personaggio tendenzialmente patetico ma con anche risvolti emotivi più vibranti.

Hasmik Torosyan (Léïla) – © Michele Monasta
Gli abiti di Nadir li indossa Javier Camarena. Alla fine della celeberrima “Je crois entendre encore” il pubblico si scioglie in un lungo e caldo applauso. È vero che Javier Camarena in questa romanza ha qualche incertezza, un paio di attacchi sono un po’ sporchi e altrettanti pianissimi sono presi in falsetto, ma colpisce la frase «O souvenir charmant!» che è detta con un vigore insolito, tale da risaltare in un contesto sentimentale che è di generale abbandono e tale da imprimere un’impennata emotiva ulteriore a una musica che già la suggerisce di suo. E di accentazioni come questa, come dell’alternanza di colori e di piani con i forti, l’intera performance di Javier Camarena ne è ricca, finendo con il conferire il giusto peso interpretativo a una parte da tenore prettamente lirico che non richiede uno sfoggio di acuti (la voce non si spinge mai oltre il Si sopra il rigo) bensì un fraseggio studiato, variegato e fantasioso.

Javier Camarena (Nadir) e di spalle Lucas Meachem (Zurga).
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Il quartetto dei protagonisti è completato da Huigang Liu, che presta la sua voce sonora, insieme con una presenza scenica sicura e ieratica al gran sacerdote Nourabad. Del Coro e dell’Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino si rileva che il primo canta bene, come bene si muove in palcoscenico, la seconda brilla per resa sonora duttile e plastica.
Jérémie Rhorer dirige e concerta sotto l’insegna della liricizzazione, che rende evidente con sonorità attenuate e morbide, con tinte orchestrali languide e insinuanti, dai preziosismi strumentali scintillanti, senza però mai renderli troppo acuti e invadenti. Con l’attenzione a ricreare il fascino dell’oriente con atmosfere notturne e misteriose. E così con il canto che Jérémie Rhorer chiede e ottiene morbido e disteso, languido e sensuale, ma anche percorso da fremiti di passione amorosa, calda e avvolgente, che però mai sconfina nell’esagitazione più febbrile. In un pregevole equilibrio tra una vocalità inebriante e una più estatica, tra accenti infiammati e altri piuttosto trattenuti.

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Se si guarda al fascino che Les pêcheurs de perles ogni volta suscita, si deve riflettere sul fatto che Georges Bizet supera l’impasse d’un libretto inconsistente dal punto di vista drammaturgico, banale e privo di spunti originali nel raccontare il classico “operistico” ménage à trois tra soprano tenore e baritono, con un canto dall’invenzione melodica che dilaga copiosa e fascinosissima e che s’intreccia con sorprendenti soluzioni armoniche, e in particolare con gli impasti coloristici, sempre più raffinati e preziosi, dell’orchestra.
Qualità musicali che i critici francesi ignorarono all’indomani della première del 30 settembre 1863 al Théâtre Lyrique di Parigi, decretando una solenne bocciatura a Les pêcheurs de perles. Dopo una ventina di repliche l’opera cadde in oblio, e bisognò attendere l’impresario ed editore Sonzogno, che la propose in una nuova veste tradotta in italiano (ma anche con tagli e sciagurati “aggiustamenti”) all’Esposizione Universale di Parigi del 1889 con il titolo I pescatori di perle, dopo averla già presentata alla Scala nel 1886 con grande successo. Una rinascita sorprendente, soprattuto per i francesi, cui seguì un’ampia diffusione dell’opera, grazie anche al contributo di grandi interpreti, soprattutto cantanti italiani e tenori – del calibro di De Lucia, Caruso e Gigli – che con la loro arte rivelarono al mondo operistico quanta bellezza e ricercatezza musicale e ancor più quanta abbondanza di fascinosa melodia c’è in Les pêcheurs de perles di Georges Bizet.

Come sempre una recensione accurata e precisa che mi faxvenire voglia di riascoltare un’opera che non ho mai particolarmente amato. Un’,occasione per riascoltarla con spirito diverso. Grazie