Dal LXVI ROSSINI OPERA FESTIVAL dopo le recensioni “operistiche” è la volta adesso delle cronache “concertistiche”. Il cartellone di quest’anno oltre Zelmira, La cambiale di matrimonio e L’italiana in Algeri (di cui s’è già riferito su queste pagine) e anche Il viaggio a Reims con gli Allievi dell’Accademia Rossiniana “Alberto Zedda” annunciava tre Cantate di Rossini, tre Concerti di Belcanto con pianoforte, tre Concerti Lirico-Sinfonici con orchestra e La Messa per Rossini di Verdi e altri autori a chiusura del Festival.
Si comincia con il riferire del “Concerto di Belcanto” di Hasmik Torosyan con il bravo pianista Giulio Zappa, tenutosi nel Teatro Rossini di Pesaro il 20 agosto 2025. Non è la prima esibizione di Hasmik Torosyan al ROF; vi debuttò nel 2014 interpretando Corinna nel Viaggio a Reims degli Allievi dell’Accademia, per tornavi soltanto l’anno seguente come “prima donna” nella farsa La Gazzetta. Per questa rentrée Hasmik Torosyan si presenta con una voce corredata di timbro scuro ma luminoso, di corpo e volume, omogenea e sonora. Affronta il primo pezzo in programma, “Oh quante volte“ da I Capuleti e i Montecchi di Vincenzo Bellini, con insolita energia facendo intravvedere che in Giulietta c’è un dolore più straziato che rassegnato. E nell’aria “O nube che lieve” da Maria Stuarda di Gaetano Donizetti affidando il canto ad accenti scanditi e dolci e a tempi per lo più rapidi, Hasmik Torosyan lascia ben intendere che ciò che affligge la regina di Scozia è il ricordo della vita felice e senza affanni vissuta in Francia ora perduta per sempre. E anche i pezzi di Georges Bizet: la mélodie “Adieux de l’hôtesses arabe” e l’aria “Comme autrefois” da Les Pécheurs de perles, che parlano di rimembranze amorose, sono cantati con convinzione e partecipazione sincere e il pubblico coinvolto applaude con altrettanta franchezza.
ROF 2025 – Concerto di Belcanto: Hasmik Torosyan con Giulio Zappa
Stando alla voce e all’espressività, Hasmik Torosyan sembra configurarsi come uno schietto soprano lirico, capace di un canto vario, di fraseggi e di accenti torniti e studiati. E non è un caso se tra i tre bis che chiudono il concerto ci sono due canzoni armene (una ninna nanna e una canzone d’amore) assai liriche e nostalgiche, cantate con un morbido gioco di colori e di sfumature che dice abbandono e sentimento, nelle quali Hasmik Torosyan sente vibrare – come dichiara prima di ogni esecuzione – la propria anima e l’amore per la terra natia. Sono queste capacità vocali e interpretative di qualità, affiorate fin dal secondo brano in programma: l’aria “Ah non credea mirarti” con la cabaletta “Ah! non giunge uman pensiero” dalla Sonnambula di Vincenzo Bellini. Un pagina che nel complesso però chiede un approccio di stampo più belcantistico che romantico, che chiede una linea di canto e un legato adamantini e tersi, estrema musicalità e stilizzazione, e di andare oltre la vocalizzazione e l’intonazione a volte incerte e certi stridori in zona acuta e di passaggio, come si notano nel canto di Hasmick Torosyan. Lo studio insieme con l’approfondimento dello stile sicuramente li azzererà, come lascia ben sperare l’esecuzione di “Come dolce all’alma mia” dal Tancredi di Gioachino Rossini a chiusura del programma.
ROF 2025 – Concerto di Belcanto: Hasmik Torosyan
Come a conclusione di questa cronaca non si può tacere dell’ultimo dei tre bis concessi: “Quando me’n vo soletta per la via” da La bohème di Giacomo Puccini, eseguito con suoni rotondi e aggraziati, con tanto di bella smorzatura del si naturale conclusivo. Che s’è risolto in un’interpretazione spiccatamente lirica dal fraseggio articolato, modulato e screziato di accenti patetici, che lascia intuire che questa vocalità e questo repertorio sono gli ambiti giusti e favorevoli a Hasmik Torosyan e alla sua carriera.
ROF 2025 – Concerto di Belcanto: Hasmik Torosyan
Il tenore russo Sergey Romanovsky debuttò al Rossini Opera Festival nel 2017 con Le Siège de Corinthe, suscitando scalpore e interesse grandi, seguirono poi Ricciardo e Zoraide nel 2018 e da ultimo nel 2021 Elisabetta regina d’Inghilterra. Vi torna il 21 agosto 2025 al Teatro Rossini con questo “Concerto Lirico-Sinfonico” insieme con il direttore Asier Eguskitza e l’Orchestra Sinfonica Gioachino Rossini. Torna e di nuovo conquista il pubblico del ROF; già dall’entrata in palcoscenico con la bella figura alta e slanciata e il sicuro controllo della scena.
Lo riconquista ancor più appena comincia a cantare con quella voce fascinosissima, di un timbro maschio e scuro dai riflessi di un bel nero profondo; una voce calda e avvolgente, che diventa ben sonora nel salire e squillante quando giunge all’acuto. Una voce che s’impone all’ascolto, che si sente vibrante e sensuale in zona medio-grave ad esempio in “O Paradis” da L’Africaine di Meyerbeer o in “Ah sì, per voi già sento” da Otello di Rossini, come si sente scintillante, se non addirittura elettrizzante quando si cimenta con i momenti vocalizzati soprattutto quando affiorano le agilità “di forza”.
Una voce di cui Sergey Romanovsky a tratti sembra quasi compiacersi: allorché apre e spinge il suono, che certamente acquista maggior risonanza e volume ma anche qualche stimbratura, come pure perde flessuosità e morbidezza. E questo si avverte maggiormente in pagine come “Quando le sere al placido” da Luisa Miller, che Verdi vuole drammaticamente impostata sui contrasti, laddove all’energia e al vigore degli acuti “sparati” nel recitativo non corrisponde nell’aria che segue il contraltare del fraseggio colorito dai suoni e dagli accenti morbidi e sfumati. Quando però Sergey Romanovsky affronta il repertorio russo, e si sente casa, con la canzone dell’ospite indiano da Sadko di Rimskij-Korsakov e l’aria di Lenskij da Evgenij Onegin di Čajkovskij, le cose vanno meglio: il suono è meno spinto e l’espansività del canto appare più contenuta, conferendo un attraente tono malinconico alla melodia, soprattuto nell’aria di Lenskij.
Poi arrivano i bis, che sono ben quattro: un “pezzo” russo, le canzoni Granada di Agustín Lara e Tu ca non chiagne di Ernesto De Curtis e La danza da “Péchés de vieillesse” di Gioachino Rossini. E qui proprio perché di fuori programma si tratta, fatti a quasi esclusivo favore del pubblico, Sergey Romanovsky si dà al massimo grado, con una voce sempre più echeggiante e penetrante e con un canto altrettanto generoso ed empatico. E poco importa che la canzone napoletana è intonata con molta energia, dimentica della dolcezza e sensualità dell’accento napoletano, e importa ancor meno se La danza è staccata a un ritmo così vorticoso da capire appena la metà delle parole, dette per lo più con un fondo di ansietà. L’importante è che tutto si conclude con acuti che colpiscono a fondo, tanto sono tenuti e vibranti. E che anche colpiscono al cuore del pubblico, che ringrazia osannante e pago.
ROF 2025 – Concerto Lirico-Sinfonico: Sergey Romanovsky e Asier Eguskitza
E veniamo al concerto che è sembrato il più interessante e accattivante tra gli eventi di cui si sta riferendo: la Messa per Rossini per soli, coro e orchestra eseguita a chiusura del LXVI ROSSINI OPERA FESTIVAL il 22 agosto 2025 nel Teatro Rossini, con le voci di Vasilisa Berzhanskaya, Caterina Piva, Dmitry Korchak, Misha Kiria e Marko Mimica, il Coro del Teatro Ventidio Basso e l’Orchestra del Teatro Comunale di Bologna, diretti da Donato Renzetti. La Messa per Rossini è stata eseguita per la prima volta al ROF con la dedica alla memoria di Gianfranco Mariotti, il fondatore del Festival di recente scomparso.
ROF 2025 – Messa per Rossini: al proscenio Caterina Piva, Vasilisa Berzhanskaya, Donato Renzetti,, Dmitry Korchak, Misha Kiria e Marko Mimica,
Sugli scudi il contralto Vasilisa Berzhanskaya, qui alle prese con una parte per soprano. Della bellezza timbrica della sua voce, della pastosità e della rotondità del suono, come della saldezza dell’emissione, della morbidezza del legato e del controllo delle dinamiche del fraseggio ben si sa, ma qui nella Messa per Rossini stupisce e colpisce come tutto ciò sia al servizio di un’interpretazione di forte intensità ed emotività, e fin dall’inizio per giungere al vertice di un “Libera me, Domine” davvero impressionante nell’espressività e nella sicurezza tecnica con cui Vasilisa Berzhanskaya gestisce piani e pianissimi, forti e fortissimi. In questo gioca a favore Donato Renzetti che ben dirige e ancor meglio concerta, con le particolari ispirazione e attenzione che mette nel raccontare le bellezze melodiche e armoniche di una pagina dell’Ottocento musicale italiano semi-sconosciuta. Sebbene qualche scollamento tra orchestra e voci (soprattutto del coro) si è avvertito, per problemi di volumi sonori non perfettamente calibrati e per le poche prove a disposizione.
ROF 2025 – Messa per Rossini: Vasilisa Berzhanskaya e Donato Renzetti
Tra i solisti si fanno notare anche Caterina Piva, che esibisce una voce di mezzosoprano piena e calda nel centro grave e limpida in alto e Misha Kiria che conferma – al ROF 2025 è stato Taddeo nell’Italiana in Algeri – il possesso di una voce di un bel colore baritonale, robusta e sonora negli acuti, ma conferma anche un canto piuttosto limitato nei colori e nelle sfumature. Il basso Marko Mimica canta con più credibilità rispetto a quanto fatto quest’anno a Pesaro in Zelmira, ma la voce è disomogenea e a tratti stimbrata con l’intonazione non sempre precisa. Purtroppo non è possibile riferire della prova di Dmitry Korchak colto da improvvisa tracheite: è costretto a tagliare “Ingemisco”, il solo assolo per tenore, e per consentirne l’esecuzione del concerto canta accennando nel “Lux perpetua” insieme con il baritono e il basso.
ROF 2025 – Messa per Rossini: Donato Renzetti con i solisti Caterina Piva, Vasilisa Berzhanskaya, Dmitry Korchak, Misha Kiria e Marko Mimica,
E veniamo a raccontare un po’ della storia di questa Messa per Rossini, che a Pesaro segue per la prima volta le uniche due esecuzioni integrali avvenute dall’anno della composizione: a Stoccarda e a Parma nel 1988. Il 13 novembre 1868 muore Gioachino Rossini e Giuseppe Verdi propone di «onorarne la memoria con una Messa da Requiem da eseguirsi nell’anniversario della sua morte. […] La Messa dovrebbe essere eseguita nel S. Petronio della città di Bologna che fu la vera patria musicale di Rossini. […] Appena eseguita dovrebbe essere suggellata e posta negli archivi del Liceo Musicale di quella città, da cui non dovrebbe essere levata giammai». Questa Messa sarebbe stata realizzata da Giuseppe Verdi insieme con altri compositori, scelti tra i più significativi dell’epoca, che avrebbero musicato ciascuno un brano del testo liturgico; a Verdi, avallando una sua precisa richiesta, è concesso di musicare il “Libera me, Domine” finale. Questi i dodici compositori che partecipano al progetto oltre a Giuseppe Verdi: Antonio Bazzini, Raimondo Boucheron, Antonio Buzzolla, Antonio Cagnoni, Carlo Coccia, Gaetano Gaspari, Alessandro Nini, Teodulo Mabellini, Carlo Pedrotti, Lauro Rossi (che sostituisce Enrico Petrella), Pietro Platania e Federico Ricci.
ROF 2025 – Effige di Gioachino Rossini
Il progetto si concretizza nel settembre 1869 con la partitura completata in tutte le sue parti. Al momento di eseguirla nella Chiesa di S. Petronio a Bologna per l’anniversario del primo anno della morte di Rossini, il progetto salta per vari motivi, principalmente di natura finanziaria e burocratica ma anche per invidie personali e un certo campanilismo che non manca nell’Italia appena unificata. La Messa per Rossini dunque non è suonata a Bologna, né più eseguita in altre chiese o sale da concerto di altre città italiane (ci saranno due tentativi nel 1870 e nel 1871 di darla alla Scala di Milano, ma falliranno sul nascere). La Messa per Rossini viene così “smontata” e ai singoli compositori sono restituiti gli spartiti dei pezzi già scritti, che però soltanto Buzzolla, Cagnoni, Mabellini e Platania riutilizzano in altre composizioni. Anche Giuseppe Verdi rivede il suo “Libera me, Domine” e modificato lo riutilizzerà cinque anni più tardi.
ROF 2025- Le sezioni della Messa per Rossini
La Messa per Rossini non è un capolavoro, ma sicuramente è una composizione di pregio e interessante da conoscere, non solo dagli studiosi e dai critici ma anche da chi sinceramente apprezza il melodramma italiano e vuole sempre più e meglio indagarne la storia. Si avverte di primo acchito che si tratta di lavoro non unitario: sono tanti i musicisti impegnati e molti di specialità differenti. Ci sono autori di musica sacra (Boucheron, Buzzolla, Coccia, Gaspari e Nini) operisti (Cagnoni, Ricci e Verdi) direttori e docenti di conservatorio (Mabellini, Pedrotti, Platania e Rossi) e stimati concertisti (Bazzini). Ciascuno dimostra di credere fortemente nel progetto e si profonde al meglio per realizzarlo, con tutta l’ispirazione e la perizia di cui è capace. Si arriva così a pagine di differente stile che tuttavia giungono al risultato desiderato, in una graduatoria che va dal giusto al bello e al molto bello.
A titolo di esempio diciamo che colpisce la scintillante e virtuosistica apertura del “Dies irae” per mano di Antonio Bazzini, come nel prosieguo della sequenza sorprende la melodia “implorante” che Antonio Cagnoni trova per le parole «salva me, fons pietatis» nel duetto per soprano e contralto “Quid sum miser”, e come affascinano i tanti motivi musicali che si alternano tra le voci femminili e quelle maschili più gravi in “Recordare, Jesu pie” dell’altro operista Federico Ricci. Ugualmente non sono da trascurare i contributi degli autori di musica sacra e dei docenti, con in testa Carlo Coccia che per la conclusione della sequenza del “Dies irae” scrive un “Lacrimosa” a cappella seguito da un “Amen” a fuga di melodia molto bella, come del resto lo è quella che Lauro Rossi riserva alla formula “Agnus Dei” per contralto, arricchita da un toccante accompagnamento orchestrale. La Messa per Rossini si conclude con l’orazione “Libera me, Domine” che è musicata da Giuseppe Verdi. Essa si eleva a vette musicali e spirituali assai alte, che diventeranno altissime dopo quasi un lustro. Il 22 maggio 1873 muore Alessandro Manzoni e Verdi che aveva per lui un’ammirazione sconfinata – diceva: «Voi siete un santo, Don Alessandro» e considerava I promessi sposi «uno dei più gran libri che siano usciti da un cervello umano… una consolazione per l’umanità» – decide di rendergli omaggio, come avrebbe voluto fare per Gioachino Rossini, ancora con un Requiem. La “nuova” composizione diventa la versione riveduta e corretta di quella per il pesarese, con la musica per il testo liturgico scritta per intero da Verdi, che si assume il compito della scrittura delle sezioni che nella Messa per Rossini erano state realizzate da altri, e inserisce come pezzo conclusivo il “Libera me, Domine” del 1869 ma rivisto e in parte riscritto.
Il Requiem per Manzoni – che per volere dello stesso Verdi prenderà il nome di Messa da Requiem – è finito il 10 aprile 1874 ed è eseguito il 22 maggio 1874 nella Chiesa di San Marco a Milano, a un anno esatto dalla morte dello scrittore; è diretto da Giuseppe Verdi e cantato dal soprano Teresa Stolz, dal mezzosoprano Maria Waldmann, dal tenore Giuseppe Capponi e dal basso Ormondo Maini nel contesto di una cerimonia liturgica, celebrata con il rito ambrosiano. Tre giorni dopo la prima assoluta nella Chiesa di San Marco, la Messa da Requiem è data nel Teatro alla Scala, cui seguono ancora due rappresentazioni dirette da Franco Faccio.
All’Opéra Comique di Parigi la Messa da Requiem è data nel giugno 1874, per sette sere. L’anno successivo Verdi la porta in tournée nelle principali città europee, nel corso della quale appresta nuove modifiche alla partitura – riscrive il “Liber scriptus” per la voce di contralto – che arriva così ad assumere l’attuale definitiva fisionomia. Dall’ascolto e dal confronto di questa versione originaria con quella riscritta per la Messa da Requiem si nota che nonostante l’organico orchestrale sia sostanzialmente lo stesso per entrambe, la sezione del “Dies Irae” all’interno del “Libera me, Domine” suona meno apocalittica e tellurica nel 1869, come appare “ridimensionata” la parte del soprano, fin quasi a sembrare un ruolo da corifea. Appare evidente nell’intonazione finale, laddove è il coro che sommessamente canta «Libera me, Domine, de morte aeterna, in die illa tremenda» e poi ripete per due volte «Libera me» con la voce del soprano che si aggiunge appena udibile. Nella versione del 1874 accade il contrario: è il soprano che sottovoce ma in primo piano canta «Libera me, Domine…» e lo ripete, mentre il coro resta a mormorare in sottofondo.
Un cambiamento musicale che a nostro avviso può significare un mutamento delle temperie emotive, passando da un tono inquieto e indefinito a uno meno vago. E questo anche per le tonalità adottate. Per la Messa per Rossini sono rigorosamente fissate al momento delle assegnazioni, senza possibilità per i musicisti coinvolti di cambiarle, ma quando Verdi si accinge alla nuova composizione ha tutta la libertà per inventare e dare un’unità strutturale tematico-musicale a un progetto che non l’aveva e «fornire un’idea principale che signoreggi e domini tutto il componimento». Verdi, avendo ben presente il primario “Libera me, Domine”, inizia la Messa per Manzoni dall’introito “Requiem aeternam” che compone in La minore, la relativa del Do maggiore. Se si pensa che il “Libera me, Domine” è in Do minore ma si conclude con un Do maggiore, e che la voce del soprano nel 1874 è più in evidenza, come la voce di un’anima prostrata e incrinata dal dubbio, che chiede l’intervento di Dio con la semplice speranza di essere ascoltata – così Riccardo Muti in un’intervista concessa a Virgilio Fantuzzi – allora ci si può spingere a pensare, senza rischiare di esagerare con le elucubrazioni, che questo movimento dal La minore al Do maggiore voglia anche alludere all’andare dal buio alla luce, analogamente al percorso di una liturgia funebre cristiano-cattolica che dal dolore e dalla certezza della morte si apre alla speranza e alla pienezza della risurrezione. E anche pensare che Giuseppe Verdi con il Requiem per Manzoni abbia trovato quella «idea principale» che non aveva signoria né dominio nella Messa per Rossini.
Giorgio Armani è morto il 4 settembre 2025. Aveva novantuno anni, era nato a Piacenza l’11 luglio 1934. Quello di Giorgio Armani è un nome che tutti conoscono: un’icona del gran mondo della moda. Ha creato uno stile unico e riconoscibile tra mille. Ha vestito tutti: vip e non, l’alta società quanto la borghesia, i divi e le divine fuori e dentro il set cinematografico: Richard Gere in American Gigolò di Paul Schrader è il nome per tutti. Giorgio Armani non ha eluso nemmeno il mondo della musica: tra i nomi più celebri quello di Madonna e di Lady Gaga, con le quali ha stretto pure un forte legame di amicizia.
Giorgio Armani nel 1995
A pochi giorni prima della morte risale la notizia dell’acquisto della Capannina a Forte dei Marmi in Versilia, che per Giorgio Armani rappresentava «la sintesi di un’Italia capace di coniugare stile, musica e mondanità». Nel 2010 al Museo della Fondazione Roma in via del Corso fu allestita la mostra “Il Teatro alla Moda. Costume di scena”. Provenienti da varie collezioni teatrali, furono esposti cento costumi – insieme con bozzetti, figurini e rari video – realizzati da stilisti come Gianni Versace, Roberto Capucci, Emanuel Ungaro, Fendi, Missoni e anche Giorgio Armani, «per ripercorrere uno dei momenti più glamour del teatro internazionale moderno».
Nella brochure di presentazione di “Il Teatro alla Moda. Costume di scena” questo è stato scritto: «Il primo impegno di Giorgio Armani come costumista teatrale risale al 1980. Per Janis Martin in Erwartung di Schönberg al Teatro alla Scala, disegna un abito-tunica bianco, segno luminoso in una scena buia e spoglia. Negli impegni teatrali successivi lo stilista lavora come puro creatore di moda, con adattamenti cromatici dei suoi abiti alle scene. Segni della sua produzione si trovano nell’Elektra di Richard Strauss per il Teatro alla Scala nel 1994, in Les Contes D’Hoffmann di Offenbach sempre per la Scala nel 1995, nel Rigoletto di Verdi alla Los Angeles Opera nel 2000 con la regia del cineasta Bruce Beresford e, soprattutto, nel Così fan tutte di Mozart, presentata il 18 gennaio 1995 alla Royal Opera House Covent Garden di Londra e il mese seguente a Roma.
Giorgio Armani: Bata de Cola
La produzione teatrale di Armani trova tuttavia il suo terreno d’elezione nella danza e nel musical com’è ben dimostrato dai costumi per Bernstein Dances di Neumeier, per Tosca Amore Disperato (2003) di Lucio Dalla, liberamente ispirata all’opera di Giacomo Puccini, e soprattutto dalla spettacolare “Bata de Cola” indossata da Joaquin Cortes in Joaquin Cortes Show (2002), mai esposta in Italia prima d’ora».
Al ricordo di quella mostra, se ne accendono altri due: di Elektra di Richard Strauss e di Così fan tutte di Wolfgang Amadeus Mozart.
Elektra alla Scala con la regia di Luca Ronconi e le scene di Gae Aulenti
Vidi l’opera di Strauss al Teatro alla Scala il 4 giugno 1994, sicuro di aver partecipato a uno spettacolo indimenticabile. La direzione era di Giuseppe Sinopoli, al suo debutto nell’opera lirica a Milano: analitica fino al disfacimento sonoro in una miriade di dettagli strumentali, di colori e di dissonanze. Vi gravava un senso di malessere e di inquietudine che la regia di Luca Ronconi, claustrofobica e opprimente, portava al parossismo. Anche per il contributo di Gae Aulenti, che aveva pensato a una scena unica e monumentale, fatta di «intonaci d’asfalto, lamiere pressate, piastrelle da lavatoio pubblico» che si trasformava a vista come in un montaggio cinematografico.
Locandina di Elektra di Richard Strauss del 4 giugno 1994
Impressionante l’arrivo di Oreste, il fratello di Elettra chiamato a “ristabilisce” la giustizia nella casa del padre Agamennone. Da «un muro cieco, una parete inaccessibile e quasi impenetrabile da cui si staglia una porticina bassa che pare una feritoia» entrava Oreste. Indossava un doppio petto blu, con sopra uno “spolverino” in tinta dalle morbide linee cascanti, stilizzatissimo e molto elegante. Un abito che la costumista Giovanna Buzzi aveva chiesto di ideare a Giorgio Armani, similmente a quello del precettore di Oreste, cosicché al suo apparire suscitasse stupore e meraviglia, come in una moderna riproposizione del teatro barocco.
R.Strauss: Elektra – Ingresso di Oreste
R.Strauss: Elektra – Oreste (Alan Titus) ed Elettra (Gabriele Schnaut)
Un abito che portasse una ventata di aria “rigenerante” nell’opprimente scena di Gae Aulenti ed entrasse in immediato “conflitto” (e non soltanto estetico) con gli altri costumi, concepiti da Giovanna Buzzi come «grandi mantelli di piume, aderenti ai corpi come una seconda pelle», raffigurazioni di «grandi uccelli grifagni e malefici», monumentali anch’essi, dall’immediato senso di morte. E così fu. Gli interpreti principali di Elektra di Richard Strauss al Teatro alla Scala furono: Gabriele Schnaut (Elektra), Hanna Schwarz (Klytaemnestra), Horst Hiestermann (Aegisth), Alan Titus (Orest) e Sabine Hass (Chrysothemis).
Giorgio Armani: Oreste
Giovanna Buzzi: Clitennestra
Giorgio Armani: Il precettore di Oreste
Otto mesi più tardi fu la volta di Mozart e di Così fan tutte al Teatro dell’Opera di Roma, il 21 febbraio 1995. La regia era di Jonathan Miller, di ambientazione dal sapore settecentesco. Tutto era bianco, elegante e raffinato, come le pareti nude e altissime con una porta di foggia rinascimentale che si apriva su un giardino; pochi ed essenziali anche gli arredi: una specchiera, un paio di sedie, un tavolino e un divano semicoperto da un telo.
W.A.Mozart: Così fan tutte – Regia e scene di Jonathan Miller
In questo ambiente così stilizzato e senza tempo si aggiravano i personaggi di Così fan tutte, vestiti da Giorgio Armani con abiti dalle fogge a lui sempre consuete: lineari e sobrie per i completi in blu di Don Alfonso e in bianco di Despina, morbide e fruscianti per le innamorate Fiordiligi e Dorabella e seducenti e anche molto à la page per Ferrando e Guglielmo quando si travestivano da albanesi.
G. Armani: Don Alfonso (W. Shimmell) e Despina (D. Mazuccato)
G. Armani: Dorabella (D. Beronesi) e Guglielmo (P. Spagnoli)
Abiti moderni e non costumi che introducevano nella geometria dello spettacolo una nota di distinzione. Una notazione che sapeva di modernità, anzi di contemporaneità, se si doveva dar credito alla “allusione” di Ferrando e Guglielmo che partono per la guerra – una finta guerra inventata per ingannare le amanti – vestiti come i Caschi Blu dell’ONU, che proprio in quegli anni ’90 del secolo scorso agivano nella ex-Jugoslavia in guerra. Una notazione che andava oltre il tempo e che mostrava il gioco di travestimenti di seduzioni e di inganni, intellettuale e illuminista, inventato da Mozart e Da Ponte per ciò che realmente era, ieri come lo mostrerebbe ancora oggi: un gioco astratto, ma cinico e crudele e senza lieto fine, nel quale una volta finito nulla poteva più essere come prima e le coppie rimanevano disgiunte per sempre.
Mozart/ Miller/Armani: Così fan tutte – Don Alfonso guarda Fiordiligi e Dorabella insieme con Ferrando e Guglielmo
Un gioco così pericoloso da produrre un terremoto, le cui rovine non bastava il saper accettare le debolezze umane con l’uso della ragione a nascondere. E che anzi balzavano evidenti con bella forza, ancora per il rigore affabulatorio ed estetico tanto del regista quanto del costumista: nella bella scena bianca – che lo stesso Jonathan Miller aveva estrosamente ideato – accanto agli arredi settecenteschi, facevano bella mostra di sé, quali simulacri di una probabile partenza per altri lidi, le assi di legno addossate alle pareti e i sacchi di iuta accatastati per terra, al cui intorno si aggiravano con immemore nonchalance Fiordiligi e Dorabella vestite dell’indiscussa esattezza di Giorgio Armani.
Giorgio Armani negli anni ‘90
Così fan tutte Programma di sala
Jonathan Miller negli anni ‘90
Il cast di Così fan tutte all’Opera di Roma era composto da Solveig Kringelborn (Fiordiligi), Debora Beronesi (Dorabella), Daniela Mazzucato (Despina), Pietro Spagnoli (Guglielmo), Don Bernardini (Ferrando) e William Shimmell (Don Alfonso). Il Maestro concertatore e direttore d’orchestra era Evelino Pidò.
S’è concluso da pochi giorni il ROSSINI OPERA FESTIVAL edizione LXVI, svoltosi a Pesaro dal 10 al 22 agosto 2025. E ora la cronaca dei tre titoli operistici in cartellone: Zelmira (l’ultimo dramma per musica che conclude il periodo napoletano di Rossini), La cambiale di matrimonio (la prima farsa comica a essere composta) e L’italiana in Algeri (il dramma giocoso che tanto entusiasmo suscitò in Stendhal). Si comincia con Zelmira (vista l’ultima replica il 19 agosto) che alla première del 16 febbraio 1822 a Napoli, al San Carlo, vide protagonista Isabella Colbran – che da lì a un mese sarebbe diventeta la Signora Rossini – mentre adesso nel ruolo del titolo si esibisce Anastasia Bartoli.
ROF 2025 – Anastasia Bartoli protagonista di Zelmira
L’anno scorso Anastasia Bartoli debuttava al ROF nelle vesti di Ermione, e tanto piacque al pubblico e alla critica. Oggi bissa il successo apparendo un poco più affinata nello stile e nel canto: la voce mantiene il corpo del centro e il timbro scuro e grintoso e va su e giù con facilità e naturalezza, ma a volte il suono in alto si percepisce schiacciato e un poco aspro, e nel grave perde sostanza e tende a sfocarsi anche se rimane piuttosto controllato. La vocalizzazione è fluida e rapida (ma non sempre: qualche incertezza s’avverte) ma soprattutto è espressiva sia nelle agilità “di grazia” sia in quelle più “aggressive”, come del resto il fraseggio che alterna sinuosità a intensità (seppur a volte Bartoli canta in “sopranese” con dizione confusa). Tutto in buon conto concorre alla caratterizzazione di una Zelmira febbrile nelle avversità e sollecita e tenera con gli affetti familiari. In questo Anastasia Bartoli è aiutata da una presenza scenica che si fa notare e da una regia che la modella con morbide e ondeggianti crinoline nell’ufficialità del ruolo e la rende disadorna quando appare in una veste più intima e privata. Un uragano di applausi quasi la travolge all’ultimo rondò Riedi al soglio: irata stella e all’uscita finale alla ribalta. Stessa sorte per il tenore statunitense Lawrence Brownlee, che al termine della cavatina di Ilo Terra amica, ove respira si deve rialzare da terra (dove lo costringe la regia) per ringraziare il pubblico esultante. La voce di Lawrence Brownlee è luminosa e ha squillo, gli acuti sono penetranti e le agilità nette e sciolte. Voce e vocalità da tenore contraltino (lo era Giovanni David, il primo Ilo) ben adatte al marito di Zelmira, un tenore appassionato ed energico ma pure amoroso, dolce e aggraziato nel canto; note caratteriali in contrasto con quelle che invece privilegia l’impostazione registica, che in Ilo più che l’eroe vincitore vede il reduce dimesso e depresso.
ROF 2025 – Lawrence Brownlee (Ilo) con Gianluca Margheri (Leucippo)
Antagonista di Ilo è Antenore, il tiranno di Mitilene determinato a impossessarsi anche di Lesbo sopprimendo il legittimo re Polidoro, la cui figlia Zelmira invece strenuamente difende e protegge. Antenore è interpretato da Enea Scala, che ormai sembra essersi definitivamente risolto per i ruoli da baritenore, scritti da Rossini per Andrea Nozzari, dopo averli debuttati al ROF negli anni scorsi: Otello e Pirro in Ermione. Li affronta Enea Scala con una voce scura e voluminosa che però nelle note più gravi (spesso Rossini la spinge sotto il rigo, al limite dell’estensione baritonale) appare così artificiosamente presa di petto da diventare “brutta”: aperta e priva di risonanza, mentre negli estremi acuti (laddove Rossini fa arrivare Nozzari al pari di David) il suono è molto spinto e si fa voluminoso, perdendo a tratti purtroppo squillo e penetrazione. Tuttavia questo modo cantare di forza, fatto di svettanti involi e repentini affondi, arricchito da un accento tagliente e da un fraseggio iridescente e turbinoso, con agilità rapide e mordaci, non inficia l’interpretazione che di Anterore offre Enea Scala, anzi in qualche modo la rende plausibile, se non addirittura la esalta, facendo del tiranno di Lesbo un despota criminale, al limite della follia e del vaneggiamento più incontenibile, capace di godere dei misfatti compiuti con un cinismo e una perfidia da dire totali.
ROF 2025 – Enea Scala interprete di Antenore
Accanto a un simile personaggio non può mancare il confidente Leucippo, perverso e malvagio, che guida e manipola Antenore nelle sue ossessioni, con tanto di strizzata d’occhio registica a un politically correct rapporto omosessuale tra i due. Interpreta un simil Leucippo Gianluca Margheri: il canto nel complesso non appare attraente, mentre s’impone la prestanza fisica di aitante palestrato, poco rilevante per un cantante d’opera ma in fondo assai per un attore di teatro.
Anche Zelmira ha la sua fedele confidente: è Emma, interpretata dal mezzosoprano Marina Viotti. La sua voce di mezzosoprano è un po’ diseguale, un po’ vuota in basso e con qualche asperità in alto, ma il centro è rotondo e il canto aggraziato e morbido non le impedisce di essere credibile nell’aria Ciel pietoso, ciel clemente cantata perché gli dei abbiamo pietà del dolore e del male che affliggono Zelmira e il figlio. Terminate con successo le recite napoletane, Zelmira approdò trionfalmente a Vienna il 13 aprile 1822, e Rossini scrisse per l’eccellente Fanny Eckerlin proprio Ciel pietoso, ricevendo anche le lodi del compositore e critico Friedrich August Kanne.
ROF 2025 – Marina Viotti (Emma)
ROF 2025 – Marko Mimica (Polidoro) stretto da Gianluca Margheri (Leucippo) e sullo sfondo Enea Scala (Antenore
Il basso Marko Mimica interpreta Polidoro, il padre di Zelmira. È il classico genitore dal carattere nobile e solenne e di figura austera, accentuata in questa regia dalla scelta di un costume che richiama alla mente una statua di marmo. Il canto dovrebbe essere adeguato, ma la voce di Marko Mimica è di timbro piuttosto chiaro e non molto risonante, presenta disomogeneità e ingolature varie e in alto sovente non è esente da forzature e stimbrature. Un canto che sembra poco partecipe, riesce a rendere credibile tuttavia l’interpretazione di un personaggio che -come chiede il libretto – appare “immerso ne’ suoi tristi pensieri“.
Il regista, di cui fin qui s’è accennato all’operato ma taciuto il nome, è Calixto Bieito, che al ROF fa il suo debutto ma con alquanto rumore: alla prima è stato sommerso da una quasi totale gragnola di fischi, di urla e di “buu”, insieme con i suoi collaboratori: la scenografa e regista Barbora Horáková, il costumista Ingo Krügler e il lighting designer Michael Bauer. Alla luce della visione dal vivo e delle recensioni date, si tenta un riesame il più possibile obiettivo, senza pregiudizi né snobismi. Innanzitutto, entrando all’Auditorium Scavolini colpisce l’impianto scenico ideato da Horáková insieme con Bieito stesso, davvero bello e suggestivo: una enorme pedana rettangolare a scacchiera, incassata tra le alte gradinate, che occupa l’intera platea liberata dalle poltrone. Al centro c’è una grande buca per l’orchestra (interamente, ma con un po’ di difficoltà) e che si duplica ai quattro vertici per accogliere ora un po’ di terra, ora dell’acqua e ora qualche cantante. Una pedana retroilluminata di bianco che poi cambia colore (di un giallo intensissimo ad esempio) e anche si apre per dare spazio al coro, mentre i cantanti la percorrono in lungo e in largo e vi cantano sopra dandosi pure le spalle reciprocamente e poi all’orchestra e al pubblico, con evidenti e fastidiosi squilibri fonici.
ROF 2025 – Zelmira, regia di Calixto Bieito
Ma che cosa “vuol dire quell’andare e venire…” quell’agire lontano l’uno dall’altro, quel fare gesti strani e inconsulti? Sulle prime si resta stupiti e frastornati. Poi si comincia a capire. O meglio si tenta di capire. Ad esempio, il padre di Zelmira Polidoro incede lento e pesante con un’urna cineraria in braccio, perché è nascosto in un oscuro mausoleo ove si aggira immerso in tristi pensieri, invocando la morte: «se… deggio penar così, chiuda i miei lumi almen la sorte irata!». Come non manca di colpire la scena in cui Zelmira affida il figlio in pericolo di vita a Emma: «Perché mi guardi, e piangi… Forse l’estremo addio mi annuncia il tuo dolor?» gli dice. È un duettino con accompagnamento dell’arpa pervaso di lirismo e abbandono, ma dalle emozioni che suonano struggenti. E Bieito le accentua raccontando del figlio di Zelmira come di un bambino che solo apparentemente è felice; lo sembra perché tiene in mano un fascio di palloncini colorati, ma la tristezza dell’abbandono e in prospettiva della solitudine ci sono e sono manifeste in quel non saltare la corda che la madre ed Emma ondeggiano lentamente davanti a lui. Una scena bella e suggestiva ma chiusa in sé. E come questa tante altre scene si succedono nello spettacolo, “arricchite” di pochissimi essenziali elementi scenici, senza che Bieito ne studi troppo i rapporti e le relazioni intercorrenti. Esagerando, anche spesso e volentieri, con l’introduzione di simboli e di riferimenti assai criptici: il pannolone che indossa il Grande Sacerdote ad esempio, il nastro magnetico con cui si trastulla Ilo, Antenore isterico ed esagitato vestito da pagliaccio, etc… etc… Perché a Calixto Bieito interessa poco (forse per niente) seguire le indicazioni del libretto, narrare la storia magari rispettando logica e coerenza, quanto creare scene forti, che colpiscono l’immaginazione dello spettatore e lo coinvolgono emotivamente.
ROF 2025 – Marina Viotti (Emma) e Anastasia Bartoli (Zelmira nel duettino Perché mi guardi, e piangi.
La sensazione generale che si prova assistendo alla Zelmira secondo Calixto Bieito, è di partecipare a un’opera in forma di concerto, o meglio in forma semiscenica. Favorita dallo spazio che abita: un ex palazzetto dello sport trasformato in auditorium. Spazio affatto diverso da un teatro: manca il palcoscenico e non ci sono scene, né quinte e né fondali consueti, l’orchestra è a vista, i cantanti agiscono verso il pubblico e la musica avvolge tutto. Un’opera in forma semiscenica che richiede allo spettatore attenzione, partecipazione e coinvolgimento e che Calixto Bieito – cui va riconosciuto a onor del vero un indubbio talento di regista, profuso in tanti spettacoli originali e innovativi e per tanti anni, ma che ora sembra mostrare momenti di stanca – riesce tuttavia a ottenere. Realizza tableau vivant che in ogni caso, anche se a volte appaiono poco comprensibili e pure urtanti, stupisco e colpiscono. Suscitano emozioni insieme con gli interrogativi e sollecitano sentimenti accanto alle reazioni. A volte anche negative. E di disapprovazioni e critiche negative, stando alle cronache della prima rappresentazione, in questa Zelmira che ha inaugurato il Rossini Opera Festival 2025 ce ne sono state a iosa. A causa con molta probabilità del conflitto tra scena e musica. Gravi e fastidiosissime discrepanze foniche, cui s’è prima accennato, le provocano quell’andare dei cantanti su e giù per la pedana che fa percepire le voci a corrente alternata, il coro che quasi sempre è posizionato lontano sulle gradinate e la dislocazione dell’orchestra, che solo ai “pochi ”fortunati” ascoltatori seduti in tribuna rende un suono più o meno omogeneo, mentre per le curve accentua ora gli ottoni e i timpani ora soprattutto i contrabbassi. Un suono approssimativo e confuso quindi, che poi è la pecca più vistosa dell’impostazione registica, che nuoce grandemente alla fruizione dello spettacolo, perché la fatica per l’ascolto sottrae attenzione alla visione. A tutto questo bailamme cerca di porre rimedio il direttore d’orchestra. Giacomo Sagripanti sebbene non brilli per originalità di analisi – quando la partitura di Zelmira la meriterebbe invece appieno – imprime alla musica un’andata sostenuta e vivace, abbastanza colorata e varia, che ha il merito sostanziale di non essere in antitesi con ciò che accade sulla scena, ma anzi di sostenerlo e di tenere unite al meglio tutte le compagini, sia orchestrale sia vocale, con sicurezza ed energia.
ROF 2025 – Calixto Bieito
ROF 2025 – Giacomo Sagripanti
Considerata un capolavoro da un anonimo recensore che annotava: «Al suo interno tutto è delizioso e ogni cosa sembra accuratamente rifinita», Zelmira ebbe alla sua prima “sancarliana” un esito trionfale. Dovuto in gran parte ai cantanti Colbran, David e Nozzari, autentici fuoriclasse ispiratori di un canto di grande caratura, “inventato” da Rossini per celebrare le qualità artistiche dei suoi interpreti. Successo che si ripetè a Vienna nell’aprile 1822, a Londra nel gennaio 1824 con il grande amico Manuel García e alla fine dell’anno a Parigi con i mitici Giuditta Pasta e Giovanni Battista Rubini, ai quali Rossini diede possibilità di mettersi ancora più in evidenza con modifiche e aggiunte alla partitura. In effetti all’ascolto colpiscono proprio la bellezza melodica e l’acceso virtuosismo delle parti vocali, come appaiono di grande forza espressiva i recitativi, parecchio presenti e particolarmente curati. Come non passano inosservate le grandi scene d’insieme, costruite con arditezza e originalità, dove brillano la fantasiosa ricchezza orchestrale e l’originale armonizzazione. Ma guardando con più attenzione all’alternanza di un canto disteso a uno più concitato, e delle piccole forme delle arie e dei duetti ai grandi pezzi concertati, a un’alternanza che genera tensione e contrasto e soprattutto dialettica drammatica, ci si chiede se Calixto Bieito con il suo spettacolo a compartimenti stagni, così scombinato e spesso incomprensibile, non abbia voluto mostrare il meccanismo originale e ardito – come già altri registi non privi di estro “metateatrale” prima di lui, Luca Ronconi in testa – che è alla base dell’invenzione musicale e drammaturgica di Zelmira: l’opera alla quale spettano la genialità, l’ispirazione e la maestria tecnica di un Giochino Rossini giunto alla piena maturità, in particolare di opere “serie”. In attesa di ricapitolarle e celebrarle ancora una volta con Semiramide alla Fenice di Venezia il 3 febbraio 1823. E ancora con Isabella Colbran.
ROF 2025 – Zelmira, regia di Calixto Bieito
La cambiale di matrimonio ebbe la sua prima al Teatro San Moisè di Venezia il 3 novembre 1810. Fu l’esordio di un Gioachino Rossini appena diciottenne. Fu un «lieto successo», come disse Stendhal, tale da far seguire sempre al San Moisè, nel lasso di tempo di soltanto diciotto mesi, altre due farse: L’inganno felice e La scala di seta. Un «lieto successo» che s’è ripetuto il 20 agosto 2025 al Teatro Rossini di Pesaro, stando agli applausi che sono stati rivolti a tutti gli artefici dello spettacolo. A cominciare dai due bassi: il “buffo caricato” Pietro Spagnoli e il “buffo nobile” Mattia Olivieri. Il primo che impersonava Tobia Mill – un ricco mercante inglese, despota e prepotente, intenzionato malamente a dare in moglie la propria figlia Fannì al negoziante americano Slook – ha cantato benissimo: fraseggio arguto, canto sillabico netto e intonato e acuti che hanno fatto sobbalzare sulla poltrona tanto erano precisi e squillanti. Di contro Mattia Olivieri interpretava Slook, il “saggio” commerciante che alla fine rinuncia al matrimonio con Fannì; è il contraltare di Tobia Mil, impegnato su una tessitura prevalentemente centrale che privilegia il canto largo e disteso a quello d’agilità. Mattia Olivieri s’è “scontrato” con Pietro Spagnoli gareggiando in bravura, con un canto ugualmente espressivo, calibrato e morbido, soprattutto nei cantabili e nelle pagine più dispiegate.
ROF 2025 – Pietro Spagnoli (Tobia Mill)
ROF 2025 – Mattia Olivieri (Slook)
La prima interprete di Fannì fu Rosa Morandi, un soprano che le cronache dicono fosse dotato di una voce non particolarmente bella dal timbro un po’ asprigno, ma che «cantava con molta anima e molto talento». E in effetti Paola Leoci, la primadonna della Cambiale di matrimonio di oggi, è un soprano lirico d’agilità dalla voce non particolarmente voluminosa e con qualche nota pungente nel settore sovracuto, ma dal canto piacevole e agile. Per quanto concerne il talento si fa notare incidentalmente che da lì a tre giorni nel Teatro della Fortuna di Fano, Paola Leoci avrebbe affrontato con professionalità e partecipazione indubbie il ruolo da protagonista nell’opera Amazilia di Giovanni Pacini (una rarità, presentata in prima assoluta in epoca moderna) che alla première del 1825 fu assunto da Joséphine Fodor-Mainvielle, «specialmente ammirata per la purezza del suo canto, per la sua impuntabile intonazione, e per un accentare che poteva dirsi incantevole» e che di Rossini cantò egregiamente nel Barbiere di Siviglia e nella Gazza ladra, ruoli e titoli ben oltre, per importanza e vocalità, Fannì e La cambiale di matrimonio.
ROF 2025 – Paola Leoci (Fannì) e Jack Swanson (Edoardo Milfort)
Accanto a Paola Leoci nella parte di Edoardo Milfort, il degno fidanzato di Fannì, c’era Jack Swanson il tenore statunitense che per il ROF dell’anno scorso fu, forse con un po’ di temerarietà, Almaviva nel Barbiere di Siviglia. La voce è sempre di timbro alquanto chiaro ma appare un po’ più robusta, così come l’emissione è più controllata, a parte quelle volte che si sente un po’ spinta nel settore acuto, sebbene in questo caso non sia particolarmente sollecitato. Bene le parti di fianco sostenute da Ramiro Maturana (Norton, il cassiere di Tobia Mill) e Inés Lorans (Clarina, la cameriera di Fannì Mill). Christopher Franklin ha diretto e concertato con gesto sicuro e con piglio brioso e sciolto, nella giusta scelta delle agoniche e delle dinamiche, e ha ben guidato i cantanti e l’Orchestra Filarmonica Gioachino Rossini sempre in ottima forma. Una giusta intesa Franklin l’ha trovata anche con il regista Laurence Dale, che ha preso La Cambiale di matrimonio per ciò che è: una pièce farsesca scoppiettante, ben congegnata, e soprattutto divertente. E come tale il regista Laurence Dale l’ha condotta, avvalendosi dei fantasiosi costumi e delle belle e funzionali scene di Gary McCann, nonché dei puntuali giochi di luce di Ralph Kopp.
La cambiale di matrimonio fu dunque un felice esordio. Gioachino Rossini però aveva già scritto l’opera seria Demetrio e Polibio per la famiglia Monbelli, un “casato” di musicisti e cantanti, che riuscì a vedere le scene soltanto anni dopo, a Roma nel 1812, quando Rossini era già un compositore affermato. Anche la nascita della Cambiale di matrimonio fu dovuta all’influenza di una coppia di musicisti: il compositore Giovanni Morandi e sua moglie Rosa (sì, proprio lei: la prima Fannì!) amici della famiglia Rossini, che raccomandarono il giovane Gioachino all’impresario del Teatro San Moisè che a stagione avviata si trovava alle prese con l’improvviso forfait del Maestro Aiblinger. E fu così che in poche settimane fu musicata La cambiale di matrimonio di Gaetano Rossi, un eccellente librettista del quale Rossini si avvarrà ancora per due altri capolavori: Tancredi e Semiramide. Di fatto La cambiale di matrimonio è una pietra preziosa, anche se piccola e ancora un po’ grezza, che contiene in nuce quelle caratteristiche musicali che si ritroveranno nella piena maturità del compositore: ad esempio la tipica struttura della sinfonia, un Andante maestoso seguito da un Allegro vivace, l’aria importante per la prima donna, e ancora il ricorso a voci di basso, gravi e scure, per gli avversari in veste di “buffo”. È stata presentata al Rossini Opera Festival per la prima volta in edizione critica, per rivivere oggi lo spirito di quel lontano 1810, ma ancor più per ascoltare La cambiale di matrimonio nella sua interezza, con la riapertura dei tagli tradizione e di quelle sezioni espunte dalla partitura o modificate fin dai primi anni e in maniera indipendente da Rossini.
ROF 2025- L’italiana in Algeri: finale del primo, regia di Rosetta Cucchi
Anche l’ultima recita del 21 agosto dell’Italiana in Algeri ha ricevuto applausi caldi, anzi caldissimi, sia all’uscita finale in ribalta sia in corso d’opera, e ha molto divertito il pubblico che riempiva il Teatro Rossini in ogni ordine di posto. Ma il plauso più sincero è sembrato essere più per la regia di Rosetta Cucchi, che per la direzione di Dmitry Korchak: monocorde e slentata fin dalla sinfonia, pesante, priva di quella freschezza e di quella giocosità che innervano o dovrebbero innervare la partitura, che sorvola sugli impasti timbrici e appiattisce la ricchezza coloristica e contrappuntista dell’orchestra, a vantaggio di una direzione di generica “pulizia” senza accensioni e voli: scelte musicali di un Dmitry Korchak che prima che dirsi direttore d’orchestra si sa cantante, un tenore che al ROF in passato ha offerto prove degne di nota, e proprio perché ben sa che cosa significa stare al di là della buca, opta probabilmente per una conduzione così rilassata e accomodante per non mettere in difficoltà i colleghi alle prese con parti indubbiamente impegnative. Rosetta Cucchi, in stato di grazia insieme con Tiziano Santi per le scene, con Claudia Pernigotti per i costumi, con Daniele Naldi per le luci e Nicolás Boni per i video, sceglie invece la strada del divertimento più scatenato, esaltato ed esaltante, partendo da una “idea” che sta alla base del film di Blake Edwards Victor Victoria: un soprano (una strepitosa Julie Andrews!) per poter lavorare si finge un uomo che recita e canta en travesti. E avendo a disposizione come protagonista dell’Italiana in Algeri Daniela Barcellona, nome “rossiniano” d.o.c. che tanti ruoli en travesti ha cantato al ROF e nei più prestigiosi palcoscenici, ecco che l’idea dal cinema passa bellamente al teatro, perfetta per quello di Rossini, così avvezzo ai travestimenti, ai non-sense e alle ambiguità. Daniela Barcellona che nella realtà è una donna e una cantante, nella finzione scenica diventa una drag queen, un uomo che canta e recita fingendosi una donna, e in tale veste si impegna per riportare a casa l’amante perduto, ma ancor più per dare una lezione all’ottuso macho Mustafà, sbertucciandone allegramente la mascolinità.
ROF 2025 – Giorgi Manoshvili (Mustafà) insieme con Daniela Barcellona (Isabella)
È un gioco di specchi, di finzione che rimanda alla realtà e viceversa, di disordine che s’accompagna alla ragione, che Rosetta Cucchi realizza con sommo gaudio di Rossini che della sua Italiana in Algeri fa «una follia organizzata e completa», che «offre l’incanto dell’imprevisto e del contrasto» e «trasporta – lo afferma con determinata sicurezza Stendhal, storico critico del cigno di Pesaro – in altro mondo più gaio e più leggero del nostro». Rosetta Cucchi questo mondo lo mostra nel cielo azzurro del finale, dove risplende un arcobaleno LGBT, arco celeste con i colori della bandiera della pace in posizione capovolta con in più il rosa. Un mondo verso il quale si avvia Isabella insieme con il suo amante e le amiche drag queen che l’accompagnano e al quale anche Mustafà e i machos del suo seguito possono cominciare a guardare con occhi differenti, avendo imparato la lezione: accanto al mondo cisgender può stare senza «timor, né periglio» anche quello trasgender, con le identità di genere rispettive accettate e rispettate. Nell’attesa al proscenio Mustafà, preso atto di una “nuova” sessualità finora sottaciuta, si dà un gran da fare a vivere rivitalizzata la sua relazione di coppia con la moglie Elvira, che da donna dimessa e opaca che era all’inizio appare trasformata in una vamp in tenuta sadomaso e così ben istruita dall’accorta drag queen Donna Isabella si presenta all’esterrefatto ma compiaciuto consorte. Tornando a riceverne i favori.
ROF 2025- L’italiana in Algeri: finale dell’opera, regia di Rosetta Cucchi
Il tutto congegnato da Rosetta Cucchi con una regia assecondata da artisti che si mostrano ben bravi nel recitare e nel cantare allo stesso tempo e nel farlo con naturale sagacia; una regia studiata e curata in ogni dettaglio, che si fa narrazione logica e divertentissima, scoppiettante di gag e trovate, che non trascura nessuna indicazione del libretto e della musica, ma anzi le rispetta e le realizza con acuta intelligenza. Una per tutte. Nel finale un Mustafà sempre più preso di Isabella e ben inteso ad assecondare ogni suo desiderio, accetta di provare l’ebrezza del travestitismo lasciandosi trasformare in una drag queen. E mentre il macho sultano di Algeri giura di far «con gran piacere tutto quel che si vorrà» una delle compagne di Isabella gli depila il petto villoso, così che gli “strilli” per gli strappi di ceretta coincido con i sol acuti (squillantissimi di uno squillantissimo Giorgi Manoshvili) che Mustafà emette a sigla del giuramento. Gag musicale originale e perfetta, di una regia trovata geniale nella sua felice e inattesa inventiva. E veniamo ai cantanti. Daniela Barcellona è dunque Isabella, una scatenatissima Isabella pure attrice consumata, che si conferma “rossiniana” di razza forte di una tecnica di canto solida e sicura: fraseggio variegato, morbido nel canto patetico e frizzante in quello più mosso, e canto virtuosistico che ben sa esprimere il carattere spassoso del personaggio insieme con quello più aggraziato. Ma dopo tanti anni di carriera “rossiniana” (il suo debutto a Pesaro risale al 1999 con Tancredi) e di frequentazioni d’un repertorio affatto differente, con Donizetti e Verdi in testa, la voce di Daniela Barcellona oggi mostra segni di usura e, pur mantenendo un centro morbido di timbro fascinoso, in alto a tratti si sente un un po’ metallica e in basso si percepiscono un corpo e un volume ridotti. Ma siccome la classe e l’intelligenza musicale non sono acqua, Daniela Barcellona riesce a trasformare i difetti in virtù, e a “costruire” la giusta voce per rendere credibile una Donna Isabella come questa: una drag queen che ben sa giocare con i contrasti e con le asimmetrie.
ROF 2025 – Isabella (Daniela Barcellona) con le compagne drag queen
Mustafà è interpretato da Giorgi Manoshvili, che deve il suo debutto a Lord Sindey del Viaggio a Reims a Pesaro nel 2021, della cui voce splendente e penetrante in alto s’è già detto. C’è da aggiungere che il basso georgiano ha un timbro pastoso e scuro e un corpo ben consistente e risonante, possiede infine un’emissione morbida e un legato di ottima tenuta. Le agilità sono belle sgranate, fluide e precise, ma appaiono un po’ prive di quella brillantezza e di quell’orgiastica effervescenza che non dovrebbero mancare a un personaggio magniloquente come Mustafà. Stando al repertorio, ruoli simili sono poco frequentati da Giorgi Manoshvili, anche perché la sua bronzea voce di basso e il suo stile di canto sembrano orientarlo a parti più austere, come ha ben dimostrato lo scorso aprile nel verdiano Attila, cantato al San Carlo di Napoli. Tuttavia con intelligenza, ricorrendo a un fraseggio assai cesellato nelle inflessioni e nei colori, Giorgi Manoshvili riesce ad essere un Mustafà più che credibile, convincente e applauditissimo: dalla mascolinità caricaturale, fintamente ingessata, facile preda di una “multiforme” Isabella sempre più determinata a smascherarne l’imperante condizionante machismo.
ROF 2025 – Josh Lovell (Lindoro) e Giorgi Manoshvili (Mustafà)
Non allo stesso livello Misha Kiria al suo esordio al ROF come Taddeo e ancor meno Josh Lovell, anche lui debuttante nei panni di Lindoro. Il primo, come già all’Opera di Roma appena due mesi fa ancora nell’Italiana in Algeri, esibisce una voce di bel colore baritonale, robusta e dagli acuti sonori – così sono i sol oltre il rigo che fanno eco a quelli penetranti di Manoshvili – e si fa apprezzare per un canto tecnicamente corretto, che però presenta pochi colori e sfumature piuttosto parche, così che l’interpretazione di Taddeo che dà Misha Kiria sembra alla fine poco caratterizzata, e lascia in ombra il lato triste e malinconico del personaggio mentre una recitazione spigliata e divertente ne accentua l’aspetto bizzarro. All’apparire di Josh Lovell alla ribalta finale, l’applausometro mostra un vistoso calo. Persuade la prestazione di attore, mentre poco convince quella di cantante. Perché oltre a esibire una voce dai suoni sbiancati e falsettanti, colpevole un’emissione tecnicamente da rivedere, mostra una palese difficoltà nel mantenere l’intonazione e nel canto d’agilità, spesso e volentieri incespicante. Qualche accento affettuoso il tenore canadese lo trova in zona centrale, ma per il resto il fraseggio è generico e incide poco. Si consta la sostituzione dell’aria originale Concedi amor pietoso alquanto impegnativa, con Ah come il cor di giubilo che non è di Rossini, ma è più agevole da cantare. Ricordiamo infine che il ruolo di Elvira è sostenuto con tanto divertimento e tanta spigliatezza sia scenica sia vocale (a parte qualche stridore in alto, che però si sente in tutte o quasi tutte le mogli di Mustafà) da Vittoriana De Amicis. Così come altrettanto vivaci e partecipi sono Gurgen Baveyan che indossa i panni di Haly, il capitano dei corsari Algerini, e Andrea Niño che è Zulma, la schiava confidente di Elvira. Non in una delle loro serate migliori, a differenza di tante altre qui al ROF, purtroppo il Coro del Teatro Ventidio Basso guidato da Pasquale Veleno e l’Orchestra del Teatro Comunale di Bologna. A conclusione una serata dal successo indiavolato, con applausi ora caldi ora caldissimi ma per tutti, e un’ovazione osannante e incandescente per Rosetta Cucchi, al suo apparire al proscenio anche all’ultima recita con il suo cagnolino in braccio.
Il 31 agosto 2025 sul sito del ROSSINI OPERA FESTIVAL www.rossinioperafestival.it è apparso il Programma del 2026. Di seguito il comunicato stampa. Il Festival proporrà dall’11 al 23 agosto 2026 un totale di ventidue spettacoli. Inaugurerà il Festival all’Auditorium Scavolini una nuova produzione di Le Siège de Corinthe, diretta da Carlo Rizzi e messa in scena da Davide Livermore, alla sua quinta regia al ROF. Seguiranno al Teatro Rossini due riprese di opere che hanno fatto la storia della manifestazione: L’occasione fa il ladro, messa in scena nel 1987 da uno dei maestri della regia rossiniana quale Jean-Pierre Ponnelle, l’anno prossimo diretta da Alessandro Bonato; La scala di seta, ideata nel 2009 da Damiano Michieletto e portata alla Royal Opera House di Muscat nel 2019, che sarà diretta da Iván López Reynoso. Completeranno il programma Il viaggio a Reims dei giovani dell’Accademia Rossiniana, quattro Concerti di Belcanto, due Concerti lirico-sinfonici e lo Stabat Mater finale, diretto da Domingo Hindoyan.
Al Macerata Opera Festival edizione LXI ritorna il Macbeth di Giuseppe Verdi con la regia di Emma Dante. Totalmente differenti, rispetto alla prima edizione del 2019, la direzione d’orchestra e la concertazione dovute a Fabrizio Maria Carminati e il cast: che schierava nel ruolo del titolo Franco Vassallo affiancato dalla Lady Macbeth di Marta Torbidoni e nei ruoli da coprotagonista Simón Orfila (Banco) e Antonio Poli (Macduff). Se la parte musicale si presentava mutata, l’impostazione registica, oggi ripresa dallo storico assistente di Emma Dante Federico Gagliardi, rimaneva sostanzialmente inalterata.
L’enorme palcoscenico dello Sferisterio era disseminato di alcuni essenziali elementi scenici: i fasci di lance dorate disposte a raggiera a ricordare le corone regali, ma anche a delimitare gli ambienti oppure a fungere da sipario, come il trono montato a vista su cui poi sedeva Macbeth annientato dall’apparizione di Banco, o ancora la selva di fichi d’india – sempre negli spettacoli della regista palermitana appaiono allusioni alla terra e alla cultura siciliana – a ricordare la foresta di Birman che muovendosi atterrisce il protagonista. In simil contesto agiva la compagnia di attori, di mimi e di danzatori di Emma Dante in continuo movimento per essere all’occorrenza, congiuntamente al coro, sia le streghe che irretiscono Macbeth sia i soldati o anche il popolo scozzese oppresso e ridotto alla fame.
Azioni sceniche e coreografiche pensate per una narrazione estremamente mobile e dinamica, volta a individuare e a isolare gli avvenimenti, e in essi le psicologie e gli stati d’animo dei personaggi coinvolti. Evidentissima fin dall’inizio, fin dall’entrata di scena di Macbeth, armato e a cavalcioni dello scheletro d’un cavallo: riferimento piuttosto chiaro all’affresco “palermitano” Il trionfo della morte, ma ancor più a Don Chisciotte a cavallo di Ronzinante che lotta contro le apparizioni fantastiche della mente sconvolta e ne rimane sopraffatto. Al pari di Macbeth. Appariva da sotto un enorme lenzuolo screziato di rosso e di rosa, agitato dalle streghe, che sembrava una massa cerebrale informe in continuo movimento; era un Macbeth animato da un’idea pressante, da un’ossessione: il potere da raggiungere e mantenere a ogni costo, un chiodo fisso che erano le streghe stesse (figure fondamentali nella drammaturgia verdiana) a generare, a portare alla luce nella coscienza oscura del tiranno in tutta la sua forza e bruttura.
La regia di Emma Dante, come lei stessa ha dichiarato, aveva la ragion d’essere nella musica di Giuseppe Verdi e nell’attento studio del libretto. Così che ad esempio al momento del concertato che chiude il primo atto, a tutti gli effetti un lamento funebre, si vedeva il nudo corpo trucidato del re Duncano, vittima innocente della bramosia di sovranità di Macbeth e di sua moglie, lavato e unto come un “novello” Cristo nelle sacre rappresentazioni medioevali. Come confermava l’aderenza alla musica e al testo lo scorgere sul fondo del palcoscenico due attori mimare il regicidio di Ducano per due volte e alla terza vederlo compiere direttamente da Macbeth, così che il progetto frutto della mente ossessionata, che tanto aveva tormentato e reso titubante nel lungo monologo il protagonista, alla fine diventava realtà, cogliendo di sorpresa anche lo spettatore fino a quel momento ignaro del significato di quella strana pantomima.
Così la regia di Emma Dante si snodava per tutta l’opera, creando atmosfere, suggerendo interpretazioni, evocando immagini e suggestioni. Eccetto quando per voler spiegare tutto, Emma Dante correva il rischio di diventare con una certa esagerazione didascalica. E citiamo allora a titolo di esempio la Grande Scena del soprano (altro punto cardinale della partitura di Verdi insieme con le scene delle streghe). Lady Macbeth è sonnambula, ma racconta e rivive gli orrori commessi cercando una catarsi, una purificazione seppur tardiva alla propria coscienza. Ma Lady Macbeth per ascendere al trono di Scozia ha ucciso il «sonno per sempre», come il consorte, che nel citato monologo canta «Avrai per guanciali sol vepri, o Macbetto!… Non v’è che vigilia, Caudore, per te!». Ecco allora che Emma Dante faceva cantare Lady Macbeth circondata da letti macchiati di sangue, che mossi da attori nascosti sotto le coltri, la inseguivano come cani famelici e sui quali non poteva mai nemmeno assopirsi. Uno dei pochi nei che tuttavia non inficiavano uno spettacolo che nel complesso appariva molto ben congegnato, secondo una narrazione incessante, fluida chiara e precisa, arricchita da uno eccellente gioco di luci, da costumi splendenti di colori e sontuosità, nonché da un gestione delle masse corali sapiente ed efficace.
Uno spettacolo che ha visto i protagonisti della parte musicale sposare e corrispondervi in toto. A partire dalla direzione e concertazione di Fabrizio Maria Carminati, che s’è rilevata sebbene non proprio innovativa né originale di certo sicura e accurata, attenta alle ragioni del canto e della musica, che trovava le giuste e suggestive atmosfere per i momenti clou della partitura nelle agoniche e nelle dinamiche equilibrate e nelle sonorità controllate, che mai risultavano eccessive né sopraffacevano le voci. Hanno risposto con calore e partecipazione l’Orchestra Filarmonica Marchigiana e il Coro Lirico Marchigiano “Vincenzo Bellini” guidato da Christian Starinieri, entrambi in buona forma. Macbeth era interpretato da Franco Vassallo, un baritono in carriera da più di trent’anni. E si avvertiva. Nel pieno di una maturità artistica e vocale affrontava questo temibile e difficile ruolo con preparazione e partecipazione, sfoggiando una voce sonora, omogenea e vibrante, prodigandosi in un canto sfumato e ricco di colori, dagli accenti pertinenti sia per la determinazione e l’esaltazione malvagia sia per il dubbio e il tormento: esemplari in tal senso sono stati il monologo del regicidio e il successivo duetto con Lady Macbeth – il terzo cardine dell’opera insieme con le scene delle streghe e del sonnambulismo – ma soprattutto l’aria Pietà, rispetto, onore eseguita con le giuste prostrazione e commozione, così da suscitare in chi ascoltava un po’ di pietà per uno spietato criminale che in punto di morte riusciva a trovare ancora in sé un barlume di pentimento.
E veniamo alla punta di diamante: Marta Torbidoni che vestiva gli abiti della demoniaca Lady Macbeth e bissava il successo riscosso sempre a Macerata l’estate scorsa con una notevole interpretazione di Norma di Bellini. Marta Torbidoni ha una voce di bel timbro ambrato, dagli armonici risonanti, luminosa e penetrante in alto, polposa al centro ma un po’ carente di volume, che tuttavia non cerca di “gonfiare” ingrossando il suono artificiosamente, rendendolo aperto e sguaiato. Marta Torbidoni sa ben respirare e ben controllare l’emissione così da cantare sul fiato alla maniera belcantistica (non a caso si avvale degli insegnamenti di Mariella Devia) e profondersi così in un legato impeccabile, in un fraseggio calibrato, in una vocalizzazione netta precisa e fluidissima, ma soprattutto espressiva, che nel caso specifico si faceva ora tagliente ora più suadente, come nel brindisi arrivando persino all’emissione di alcuni trilli che solitamente, data la difficoltà, vengono ignorati o “spianati”. Un bagaglio tecnico che unito a una musicalità e a una stilizzazione di pregio, consentivano al soprano marchigiano la caratterizzazione di una Lady Macbeth dalla psicologia mutavole: fredda e calcolatrice e giusto pungolo alle ambizioni del marito che tuttavia, quando il canto da veemente e sottilmente perfido si mutava in uno più morbido e flessuoso, appariva più umana così oppressa dalla tortura del ricordo del male commesso.
Anche i coprotagonisti si sono fatti notare: Simón Orfila che interpretava Banco e che all’inizio mostrava qualche incertezza ma poi finiva col cantare l’aria Come dal ciel precipita con il giusto trasporto e la giusta partecipazione, e Antonio Poli nelle vesti di Macduff svettava nei concertati, forse esibendo con un po’ troppa energia nel settore acuto, ma in Ah, la paterna mano (il pianto accorato per i propri figli trucidati da Macbeth) portava a commozione la platea con un canto sincero e misurato. Oronzo D’Urso che s’era ascoltato nel settembre scorso al Teatro Lirico Sperimentale di Spoleto come Malcolm, il figlio del re Ducano, tornava all’Arena Sferisterio ad affrontare lo stesso ruolo e con la medesima professionalità. Successo entusiastico per tutti alla fine della recita del 7 agosto 2025, di cui è stato riferito e per la quale è doverosa la menzione delle scene di Carmine Maringola, dei costumi di Vanessa Sannino, delle luci di Christian Zucaro e delle coreografie di Manuela Lo Sicco.
Un’ultima breve notazione. Macbeth di Giuseppe Verdi, con il libretto di Francesco Maria Piave ispirato dall’omonima tragedia di Shakespeare, va in scena il 14 marzo 1847 al Teatro della Pergola di Firenze. Diciotto anni più tardi Verdi appronta una nuova versione rivista e corretta, che ha la sua première all’Opéra di Parigi il 21 aprile 1865. Messe a confronto le due opere appaiono affatto diverse: la prima è aspra e se vogliamo barbarica, con i personaggi che fraseggiano con veemenza e usano stilemi legati ancora al belcanto, la seconda suona più raffinata e affinata nelle psicologie che appaiono maggiormente indagate e arricchite di accenti dolenti e tormentati. Ed è questa la versione che solitamente si esegue in teatro, come è accaduto qui allo Sferisterio di Macerata, sebbene privata dei balletti (immancabili per un’opera da rappresentare all’Opéra) e il coro delle streghe Ondine, e silfidi dall’ali candide alla fine della scena delle profezie. Ma il Maestro Carminati ha introdotto l’adagio in fa minore Mal per me che m’affidai: la morte di Macbeth della versione del 1847. È una scena che Verdi sopprimerà nell’edizione parigina, facendo avvenire la morte del protagonista fuori scena (come nelle classiche tragedie greche). Reintrodurla può apparire dal punto di vista musicale discutile, ma può sembrare pertinente alla luce dell’impostazione registica di Emma Dante, come già particolarmente significativa era nel Macbeth originario, perché siamo di fronte alla fine di un uomo che soccombe per la propria incontenibile e immorale sete di potenza, per aver creduto di essere un grande, un protagonista della storia, quando invece scopre di essere un meschino burattino nelle mani di un destino più forte e più crudele di lui.
L’11 giugno 2025 al Teatro dell’Opera di Roma c’è stata l’ultima replica dell’Italiana in Algeri di Gioachino Rossini con gli interpreti principali sostenuti da altri cantanti rispetto alla prima rappresentazione: Laura Verrecchia (ruolo della protagonista Isabella), Adolfo Corrado (Mustafà), Antonio Mandrillo (Lindoro) e Vincenzo Taormina (Taddeo).
Si inizia a riferire tornando a parlare di Adolfo Corrado che aveva sostituito in corso d’opera Paolo Bordogna, colto da improvvisa afonia alla prima del 5 giugno (di cui dettagliatamente s’è scritto nel precedente articolo su questo sito). Adolfo Corrado, in carriera da pochissimo tempo, si conferma un interessante basso “cantante”. La voce è di un bel colore scuro, ha corpo e volume, è omogenea sonora e vibrante, sono buoni il legato e il fraseggio, la vocalizzazione è fluida e netta. A voler trovare un qualche “difetto”, si riscontra nel canto di Adolfo Corrado una certa “leggerezza” nelle note gravi più profonde e gli estremi acuti, quando non “girano” perfettamente, tendono ad andare indietro e a perdere lucentezza. Imperfezioni che sicuramente saranno superate con lo studio. Tuttavia l’interpretazione che di Mustafà offre Adolfo Corrado è assai partecipe e convincente; grazie a un fraseggio studiato e calibrato negli accenti e nei colori, che del Bey di Algeri fa percepire i tratti comici e creduli ma anche quelli più fieri e impettiti, facendo così mai dimenticare di essere di fronte a un sultano, seppur alquanto “merlo”.
Laura Verrecchia è una giovane cantante in carriera da una decina d’anni, iniziata ufficialmente nel nome di Rossini con Il barbiere di Siviglia nel 2015 al Teatro Goldoni di Livorno. È un mezzosoprano al suo debutto, qui a Roma, in un ruolo da contralto. La voce non s’impone per un timbro particolarmente “personale”, ma al centro ha una certa morbidezza e in alto trova la giusta espansione. È nel settore più grave, proprio del contralto, che la voce perde consistenza e diventa più secca e vuota rispetto al resto, cosicché per dare pregnanza al canto Laura Verrecchia più che aprire il suono e appesantirlo (ma qualche nota presa un po’ troppo di petto si avverte) punta sull’enfasi dell’accento e sull’intenzionalità del fraseggio. E questo si riverbera sull’interpretazione che risulta poco seducente e maliziosa e spostata di più sugli aspetti spiccatamente comici e risoluti del personaggio.
Antonio Mandrillo che è Lindoro, mantiene di contro la voce leggera cosicché se ne avvantaggiano la chiarezza del timbro, la luminosità degli acuti, che quasi mai sono spinti ma anzi spesso e volentieri suonano rotondi e morbidi, e anche la vocalizzazione che è scorrevole ma soprattutto non si sente mai forzata. Insomma un bel tenore “amoroso”, che così caratterizza l’innamorato di Donna Isabella con un canto piuttosto modulato. Anche per Antonio Mandrillo, a voler proprio pignoleggiare, si sono riscontrati un paio di “incidenti” di emissione e respirazione, che hanno portato a intaccare il settore acuto e il legato; “incidenti” riscontrati quasi esclusivamente nell’aria di sortita (Languir per una bella) e con ogni probabilità di percorso, dovuti più all’emozione che a una défaillance tecnica vera e propria.
L’ultima “novità” del cast di questa replica dell’Italiana in Algeri all’Opera di Roma è data da Vincenzo Taormina che impersona Taddeo, lo spasimante di Isabella che si finge suo zio per sfuggire al “palo” di Mustafà. Ne offre un’interpretazione eccellente di assoluto buon canto, con una voce ben emessa e ben proiettata che si prodiga in un fraseggio analitico da autentico buffo “parlante”, sempre condotta sul filo di una comicità forbita, che mai scade negli eccessi della caricatura, e che si screzia anche di qualche nota di triste ironia. Vincenzo Taormina è un baritono natio di Palermo in carriera da una ventina d’anni, che vanta numerosi corsi di perfezionamento con i nomi più importanti del panorama lirico internazionale, a partire da Leyla Gencer, Christa Ludwig e Carlo Bergonzi, passando per Michael Aspinall, Ernesto Palacio, Renato Bruson, Luciana Serra e Raina Kabaivanska. In linea con la prima recita del 5 giugno, sono le prove offerte dai giovani cantanti del “Progetto Fabbrica”: Jessica Ricci (Elvira), Maria Elena Pepi (Zulma) e Alejo Alvarez Castillo (Haly). Così come le regia di Orlando Forioso, che si conferma di un “old-style” didascalico e marcatamente comico sconfinante nel caricaturale.
La direzione di Sesto Quatrini appare nuovamente leggera e trasparente, fantasiosa e varia nella conduzione dell’orchestra, studiata e curata nella concertazione, indiavolata e precisa nella scansione ritmica, raggiungendo nel complesso un più che buon affiatamento musicale e di intenti tra buca e palcoscenico, consentendo (anche a chi scrive) di concentrarsi e di apprezzare ancor più le indiscusse bellezza e perfezione dell’Italiana in Algeri di Gioachino Rossini. Così da rendere quasi immediato e consequenziale andare col pensiero a ciò che Stendhal pensava e scriveva di quest’opera. Considerava, ad esempio, la cavatina di Lindoro «Languir per una bella» di musica semplicissima e di perfetta freschezza: una delle cose più belle scritte da Rossini per un’autentica voce di tenore. Come trovava sublime e divino il finale del primo atto, in cui Mustafà canta « la mia testa fa bumbum» e Taddeo «una cornacchia che spennata fa crà crà» dando vita insieme con Isabella Elvira e Zulma (col campanello in testa che «fa dindin») e con Lindoro e Haly (percossi da un martello che «fa tac tà») a un ingranaggio onomatopeico di estrema rapidità e senza alcuna enfasi, semplicemente folle e travolgente. Del secondo atto lo scrittore francese apprezzava sopra ogni cosa il terzetto «Pappataci! che mai sento!» di grande forza e gradevolissimo all’orecchio per il contrasto tra la voce chiara di Lindoro e quella scura di Mustafà. Niente di più allegro e trascinante poi della conclusione del terzetto: «Fra gli amori e le bellezze»; e qui bisogna riconoscere che la concertazione di Sesto Quatrini con Corrado, Mandrillo e Taormina è perfetta ed esemplare, come del resto era accaduto alla prima con Kiria Monaco e sempre Corrado. Per Stendhal il genio di Rossini, nell’Italiana in Algeri, finiva con questo magnifico terzetto, cui seguiva un monumento storico: l’aria di Isabella «Pensa alla patria», che audacemente coniuga i più nobili sentimenti patriottici, affidati a una melodia calda e distesa, con quelli amorosi di Isabella e Lindoro, dolci e teneri, che si sciolgono in una voluttuosa e quasi orgiastica vocalizzazione rapidissima.
L’italiana in Algeri andò in scena al Teatro San Benedetto di Venezia il 22 maggio 1813, riscuotendo un consenso unanime, che aumentava di giorno in giorno; un cronista riferì che alla terza recita «il genio fervido di questo bravo maestro fu festeggiato con il gettito di poetiche composizioni e con continue acclamazioni». Secondo Stendhal questo entusiasmo era dovuto all’affinità tra il carattere della musica di Rossini e quello dei veneziani. Questi volevano canti gradevoli, leggeri piuttosto che appassionati, e L’italiana in Algeri come nessuna opera possibile poteva maggiormente piacere ai veneziani, dal momento che in essa tutto è brio, piacere trascinante, gaiezza e follia. E tutto questo anche perché a interpretare Isabella e Mustafà c’erano due artisti fenomenali: Marietta Marcolini e Filippo Galli. Il contralto fiorentino, che vantava una voce dolce e pastosa e notevoli doti virtuosistiche, tornava alla musica di Rossini dopo le prime assolute dell’Equivoco stravagante, di Ciro di Babilonia e della Pietra del paragone, mentre Filippo Galli, reputato uno dei più grandi “bassi cantanti” italiani della prima metà dell’Ottocento, emergeva sia nel canto d’agilità sia in quello espressivo, eccellenti qualità vocali che lo portavano a essere un grandissimo interprete, aiutato anche da una notevole presenza scenica. Dopo L’italiana in Algeri Rossini non esitò a sceglierlo per altri ruoli capitali: Il turco in Italia, La gazza ladra, Maometto II e soprattutto Semiramide, parte virtuosistica tra le più complesse che Rossini scrisse apposta per lui.
Non ci pensar per ora, sarà quel che sarà, dice Isabella nell’Italiana in Algeri di Gioachino Rossini. Un caro trionfo novello quanto dolce a quest’alma sarà, avrebbe dovuto affermare Mustafà. Niente di tutto questo invece s’è sentito dalla voce di Paolo Bordogna che interpretava il bey d’Algeri nel dramma giocoso per musica, capolavoro “buffo” e indiscusso del cigno di Pesaro, andato in scena all’Opera di Roma giovedì 5 giugno 2025.
Niente di tutto questo s’è sentito, perché dopo poco aver attaccato l’aria “Già d’insolito ardore nel petto” Paolo Bordogna ha un colpo di tosse e si zittisce e con lui l’orchestra; esce di scena e dopo un paio di minuti rientra e scusandosi riprende a cantare l’aria dall’inizio. Ma nello stesso punto in cui poco prima s’era interrotto, Paolo Bordogna di nuovo resta senza voce ed esce ancora verso le quinte. Smarrimento e disagio generali. Il direttore Sesto Quatrini lascia il podio per avere informazioni sul da farsi e cala il sipario. Trascorsi quindici minuti almeno, che in un teatro con il pubblico lasciato all’oscuro e nell’incertezza sembrano eterni, la voce del capo ufficio stampa annuncia che Paolo Bordogna colpito da improvvisa afonia abbandona la recita, che comunque continua con il ruolo di Mustafà sostenuto da Adolfo Corrado, il basso del cast alternativo previsto per tre delle sei rappresentazioni in cartellone. Una serata che pare cominciare non esattamente sotto gli auspici migliori. Paolo Bordogna già dall’entrata in scena sembra fuori forma: voce opaca, fatica negli acuti e nella sillabazione e intonazione non sempre adamantina, lasciando anche sospettare che si stia cimentando con una parte di basso “cantante” (come è quella di Mustafà) non proprio ideale per la vocalità di un basso “parlante” quale invece sembra essere Paolo Bordogna, stando al suo repertorio di prevalenza.
Lo sostituisce dunque Adolfo Corrado che entra e a freddo canta l’aria incriminata, correttamente anche se con cautela affronta le tante agilità che la costellano. La sua voce di basso è sonora e alquanto morbida, di un colore più scuro di quello di Bordogna, ma in zona grave sembra perdere un po’ di corpo, così come negli acuti che nel micidialissimo terzetto del Pappataci girano piuttosto male. Paiono “incidenti” di percorso, perché Adolfo Corrado fa intuire di possedere una corretta tecnica di canto e di essere un interprete di statura e musicale. E il pubblico lo apprezza stando agli applausi finali che gli elargisce, anche come sentito ringraziamento per aver salvato la serata. Da ascoltare ancora, ma in una recita meno stressante.
Misha Kiria è un baritono georgiano che vanta pregevoli esibizioni rossiniane come “buffo” (Il barbiere di Siviglia e La Cenerentola in particolare). In questa Italiana in Algeri “romana” esibisce una buona linea di canto, morbida e modulata (eccetto tuttavia qualche acuto fortunoso e slittamento d’intonazione, dovuti con molta probabilità al nervosismo) e si conduce in un’interpretazione più comica che ironica, incentrata più sulla stupidità del personaggio (Sciocco! tu ridi ancora? lo apostrofa indispettita Isabella) che sulla sua pavidità. Il tenore Dave Monaco ha la voce di timbro chiaro ma non sbiancato e linfatico (com’era dei tenori rossiniani d’un tempo, ormai fuori stile), il canto è morbido e sfumato in zona centrale e quando c’è da intonare un cantabile, ma nel settore acuto il suono è spesso spinto e si sente asprigno e metallico. E così la vocalizzazione che quasi sempre è presa di forza e suona dura, risultando poco adatta al canto di un tenore amoroso come Lindoro. Dave Monaco è al debutto all’Opera di Roma e anche per il ruolo, che in riprese successive e in serate meno nervose potrà con buona probabilità affinare.
E veniamo alla protagonista che è Chiara Amarù; prevista nella programmazione originaria per il secondo cast passa ora al primo dopo il forfait della titolare Maria Kataeva. La voce di Chiara Amarù, rispetto a passate esibizioni romane in Così fan tutte e nel Barbiere di Siviglia, sembra aver perso omogeneità tra i registri, così che si avvertono un centro morbido e un settore acuto chiaro (a volte però stridulino) da mezzosoprano e una zona grave da contralto che cerca un volume e un corpo con difficoltà, perdendo armonici e risonanza ma “acquistando” un certa gutturalità. Una disomogeneità che in fondo sembra non inficiare l’interpretazione: calorosa anche se con qualche punta di eccesso per un’Isabella volitiva e impavida, pure divertita e divertente, invece affettuosa e languida quando deve far innamorare di sé, riuscendo in definitiva come il lato più “morbido” e convincente di Isabella secondo Chiara Amarù. Come lo è la sua coloratura: fluida, netta ed espressiva. Appartenenti al “Progetto Fabbrica”, un programma di formazione del Teatro dell’Opera di Roma per giovani artisti, sono Jessica Ricci Maria, Elena Pepi e Alejo Alvarez Castillo che comme il faut interpretano Elvira moglie di Mustafà e la sua schiava confidente Zulma e Haly capitano de’ corsari algerini.
Sesto Quatrini è il maestro direttore e concertatore, al debutto nel Teatro della città natale. Si fa notare per la ricerca di un suono leggero e trasparente, per dare maggior evidenza alla ricchezza e alla fantasia dell’orchestrazione rossiniana. Come si fa apprezzare per le sonorità, insieme con le dinamiche e le agoniche, trovate per sottolineare i caratteri dei personaggi e le situazioni. Ad esempio nell’aria di sortita di Isabella “Cruda sorte! Amor tiranno!” stacca un tempo assai lento e dal suono soffuso per dire l’inquietudine ansiosa del personaggio, giunto in terra straniera e misteriosa alla ricerca dell’amante perduto, per poi spingere l’orchestra e la cantante a un’accelerazione sostenuta e brillante per sottolineare la malizia e la scaltrezza dell’indomita Isabella. Il ritmo indiavolato e la precisione musicale Sesto Quatrini le riserva alle parti più giocose e umoristiche della partitura, come ben succede nel terzetto “Fra gli amori e le bellezze” tra Mustafà, Taddeo e Lindoro, laddove Corrado, Kiria e Monaco sono assai affiatati; altre volte però la velocità è così eccessiva che i cantanti vanno fuori tempo e la dizione diventa confusa, e allora addio precisione e concertazione, come in quel sublime capolavoro di musica e di non-senso che è il concertato finale del primo atto “Nella testa ho un campanello che suonando fa dindin”.
Il Maestro Sestro Quatrini con il Sovrintendente Francesco Giambrone al termine della “prima” dell’Italiana in Algeri all’Opera di Roma.
E veniamo da ultimo alla parte visiva di questa Italiana in Algeri. È la ripresa di una produzione del Massimo di Palermo di diversi anni fa, già vista a Roma nel 2003 con le belle e funzionali scene di Emanuele Luzzati e i costumi ricchi e fantasiosi di Santuzza Calì. La regia all’epoca era di Maurizio Scaparro (che nato a Roma nel 1932 vi muore nel 2023) oggi è riproposta da Orlando Forioso. Stendhal – grande amico e fine conoscitore di Rossini – scriveva che dell’Italiana in Algeri «parlo sempre della musica e mai delle parole» intendendo che sono le note a dare il giusto «nome al sentimento» che il testo porta in sé. Basta ad esempio la sola musica a dipingere «con giustezza e profondità il dolore di una povera donna abbandonata». Ma per Orlando Forioso non è sufficiente: ogni volta che Elvira sente parlare del ripudio di Mustafà si butta a terra e comincia a piangere e a strillare. Pleonastica sottolineatura. Secondo Stendhal. E di “gag” simili, unite a frizzi e lazzi, mosse e mossettine, parole aggiunte e cachinni d’ogni sorta che accompagnano il canto e la recitazione: gli ancheggianti di Isabella, gli ammiccamenti sessuali di Mustafà e dei suoi corsari, i doppi sensi spiattellati anziché allusi sull’investitura di Taddeo a kaimakan, la regia di questa Italiana in Algeri è piena. Una regia che appare tradizionale nelle scene e nei costumi e che continuamente con enfasi punta all’attenzione sulla comicità intrinseca del testo e delle didascalie del libretto, ma che in fondo non crede nel genio folle e ironico di Rossini, che non reputa divertente da sé sola quella musica esplosiva che esalta quella ridda di paradossi linguistici e teatrali creati dal librettista Angelo Anelli. E che suona come un déjà vu di cui si credeva persa la memoria. La serata ha comunque ottenuto successo ma non entusiastico, segno che qualche perplessità e delusione questa Italiana in Algeri, opera del grande repertorio e che tornava a Roma dopo ben ventidue anni d’assenza, le ha suscitate.
Dove eravamo rimasti? A diversi mesi fa. A dicembre per la precisone. Troppi. Alcuni problemi, non trascurabili, mi hanno tenuto lontano dal teatro d’opera e da La voce di Paolo. È giunto pertanto il momento di tornare a parlarne e a scrivere. Lo faccio nel nome di Richard Strauss, riferendo di due spettacoli cui, a conti fatti, bello e degno di nota è stato assistere. Si tratta dei due titoli straussiani Die liebe der Danae e Salome. Il primo è andato in scena al Teatro Carlo Felice di Genova e ha visto protagonista Angela Meade insieme con Michael Zlabinger (direttore) e Laurence Dale (regista), mentre il secondo titolo che ha inaugurato il Maggio Musicale Fiorentino nella sua LXXXVII edizione, aveva Lidia Fridman nelle vesti di Salome la direzione di Alexander Soddy e la regia di Emma Dante.
Die liebe der Danae (L’amore di Danae) è stato un avvenimento e un rarità assoluta, essendo stata data in forma scenica per la prima volta in Italia nella versione originale con complessi artistici nazionali, se si eccettuano la prima assoluta alla Scala nel 1952, con il libretto tradotto in italiano, e lo spettacolo del 1988 visto sempre a Milano ma interamente prodotto dalla Staatsoper di Monaco di Baviera. Al Carlo Felice – la recensione si riferisce alla recita del 13 aprile 2025 – è stato bello ritrovare Angela Meade interpretare Danae in stato di grazia. Lo faceva con una voce sempre luminosa e omogenea, dagli acuti squillanti dai centri opulenti e dai gravi sonori e ben immascherati. Si prodigava in un canto dinamico ricco di colori e di sfumature, che andavano dal forte al piano e al pianissimo, passando per il mezzoforte e le gradazioni intermedie, che congiunto ad accenti e a fraseggi mutevoli davano vita a un’interpretazione partecipe e lirica, affettuosa e toccante ma anche autorevole, in linea con la caratterizzazione musicale che Strauss dà di Danae: un’eroina antica e nobile, che all’amore pomposo e vano del “sommo” dio Jupiter, sceglie quello terreno, ma vero e schietto, “dell’infimo” pastore Midas.
Richard Strauss: Die liebe der Danae – Teatro Carlo Felice Angela Meade (Danae)
Accanto ad Angela Meade il tenore John Matthew Myers, che con una voce limpida e sonora, ben proiettata e altrettanto modulata, capace di sostenere una tessitura assai acuta, interpretava un Midas ugualmente affettuoso e toccante, che dà e riceve senza riserve amore. Di contro il baritono Scott Hendricks che era Jupiter, probabilmente a causa di uno stato di salute non ottimale (costantemente portava la mano al naso) a fatica faceva emergere la voce dalle ondate di suono dell’orchestra, preoccupato principalmente di “cantare” le note, affidando l’interpretazione più alla presenza scenica che alla cura di un fraseggio vario e graduato. Riprova ne è stato l’addio di Jupiter a Danae, e all’amore umano che incarna, che chiude l’opera e con evidente chiarezza richiama alla memoria il dolente addio di Wotan a Brunhilde, gemma della partitura di Wagner quanto di Strauss, che finiva con le emozioni ridotte al minimo a causa di un canto con pochi colori e accenti e intonato quasi tutto sul forte. Nel complesso di livello le altre prove degli interpreti maschili: Timothy Oliver (Merkur) e Tuomas Katajala (Pollux) e delle interpreti femminili: , Anna Graf (Semele), Agnieszka Adamczak (Europa), Hagar Sharvit (Alkmene), Valentina Stadler (Leda) e Valentina Farcas (Xanthe). Bene la prestazione del Coro del Teatro Carlo Felice.
Richard Strauss: Die liebe der Danae – Teatro Carlo Felice Anna Graf (Semele), Agnieszka Adamczak (Europa), Hagar Sharvit (Alkmene), Valentina Stadler (Leda) e Scott Hendricks (Jupiter)
«La materia musicale è, in Die liebe der Danae – come afferma Quirino Principe – composita, densa e polifonica: spesso, è lavorata come il ferro battuto». È fatta di sonorità scintillanti, ricche di colori e luminosità. Ma anche accese, forti, “aggressive” nelle parti d’insieme che a volte diventano pure “eleganti” e si caricano di leggerezza e ironia, scene che sembrano richiamare i valzer viennesi e l’operetta francese di matrice offenbachiana. Però quando Strauss punta la sua attenzione su Danae, e sull’amore rifiutato a Jupiter ma donato a Midas, «la materia musicale» va in ben altra direzione: si addolcisce e diventa rarefatta, si fa morbida, avvolgente, fortemente melodica, arrivando alla commozione. Momenti (e sono davvero tanti) ai quali il Maestro Michael Zlabinger ha dato il dovuto risalto, con una concertazione e direzione davvero ispirate, coinvolte e coinvolgenti, nella stessa misura in cui il direttore austriaco ha tenuto le fila di tutta Die liebe der Danae con mano sicura ed esperta, che ben dimostra di possedere se si guarda alla sua carriera così attenta allo studio e alla proposizione dell’opera del XX secolo. All’uscita finale in ribalta, Michael Zlabinger è stato accolto da un’ovazione che ha voluto estendere all’intera Orchestra del Teatro Carlo Felice, che benissimo ha suonato e partecipato.
Richard Strauss: Die liebe der Danae – Teatro Carlo Felice Angela Meade (Danae) in primo piano e John Matthew Myers (Midas) sullo sfondo
Il primo incontro di Richard Strauss con il mito di Danae fu nell’aprile 1920, con uno scartafaccio inviatogli da Hugo von Hofmannsthal, il fedele librettista autore di Elektra, Der Rosenkavalier, Ariadne aut Naxos e Die Frau ohne Schatten. Il progetto però fu accantonato. Anni dopo Strauss riprese in mano il soggetto originario e lo diede allo storico del teatro Joseph Gregor, perché ne elaborasse un libretto d’opera. Era il 1936 e Die liebe der Danae fu portata a termine nel 1940, in pieno conflitto bellico. Dopo varie vicissitudini che la tennero lontana dal teatro (tra queste la première di Capriccio – l’ultima opera lirica di Strauss – a Monaco nel 1942) Die liebe der Danae apparve nel cartellone del Festival di Salisburgo del 1944. A poche settimane dall’andata in scena ci fu il fallito attentato a Hitler, e Goebbels fece chiudere tutti i teatri del Terzo Reich. In via del tutto eccezionale però concesse a Die liebe der Danae una prova generale a porte chiude e in presenza di un ristretto numero di invitati. Al termine Richard Strauss ringraziò e salutò il direttore Clemens Krauss, l’orchestra, i cantanti e i presenti dando appuntamento a una rappresentazione dell’opera in tempi migliori. Die liebe der Danae andò finalmente in scena alla Festspielhaus di Salisburgo il 14 agosto 1952 a guerra finita, diretta ancora da Clemens Krauss con Annelies Kupper, Josef Gostic e Paul Schöffler nei rispettivi ruoli di Danae, Midas e Jupiter. Ma Richard Strauss era morto da tre anni: l’8 settembre 1949 nella sua villa a Garmisch.
Richard Strauss: Die liebe der Danae – Teatro Carlo Felice il compositore insieme con la moglie nella regia di Laurence Dale.
È a questi avvenimenti che la regia di Laurence Dale, insieme con le scene e i costumi di Gary McCann, si ispirava. Non sempre chiara nella narrazione, ma abbastanza manifesta nell’idea che sottendeva il tutto. Si assisteva a una rappresentazione di Die liebe der Danae nel suo giusto côté mitologico, con la “particolarità” che in teatro si aggirava un attore che, negli abiti di Richard Strauss (con gentile consorte accanto), seguiva l’andamento dello spettacolo con lo spartito in mano, dava consigli ai cantanti e ai musicisti e ringraziava tutti i partecipanti, augurandosi di ritrovarli in un tempo e in un mondo oltre la tristezza e la bruttezza di quegli anni di guerra. Come accadde alla “mitica” prova generale del 1944. La realtà che si specchia nella “finzione” dell’arte. Per poi riassumersi nel finale. Sul fondo del teatro appariva l’immagine della villa di Garmisch, l’estremo asil del compositore, che da bianco e nero diventava a colori, mentre Jupiter in palcoscenico dava l’addio a Danae. Così l’identificazione tra i due protagonisti si faceva completa: entrambi, portavoce di una musica e di un canto al massimo grado struggente verità, prendevano congedo dalla vita e dall’arte.
Riferiamo adesso di Salome di Richard Strauss, che ha aperto l’LXXXVII Maggio Musicale Fiorentino. La recita di cui riferiamo è del 23 aprile 2023. Salome torna dopo quindici anni di assenza: e se nel 2010 lo spettacolo era firmato da Robert Carsen (che volava a Firenze dopo il plauso al Regio di Torino di due anni prima, transitando per El Real di Madrid) ora nel Teatro dell’Opera del capoluogo toscano Salome di Strauss ha Emma Dante come regista. Due nomi che propongo allestimenti sempre interessanti e fuori da logiche interpretative vecchie e desuete, anche quando non sono riuscitissimi. Emma Dante, con l’ausilio delle scene di Carmine Maringola e i costumi di Vanessa Sannino, racconta la storia biblica e scabrosa di Salomè riletta da Oscar Wilde (per Strauss il testo è ridotto e tradotto in tedesco da Hedwig Lachmann, con tanto di nome della protagonista senza accento) come un incubo oscuro e violento, vomitato in palcoscenico dalle fauci di un mostro: incombe dal fondo della scena il famoso “faccione” della villa di Bomarzo, lo stesso che celava i notturni amori, misteriosi e ingannevoli, nel giardino dell’ultimo atto delle mitiche mozartiane Nozze di Figaro allestite da Visconti all’Opera di Roma nel 1963.
In un unico ambiente, un giardino notturno mutevole nel gioco delle luci e negli essenziali arredi, si muove Salome: centro gravitazionale che attrae e pilota tutto: personaggi e situazioni. Salome attrae a sé Narraboth, il giovane capitano delle guardie di Herodes (marionette abbigliate come pupi siciliani), lo manipola e sfrutta l’amore che ha per lei per raggiungere Jochanaan: il profeta annunciatore di Cristo. Attraggono Salome le invettive lanciate dal profeta contro sua madre Herodias e moglie adultera e corrotta di Herodes. E la seducono di Jochanaan il «corpo bianco come i gigli d’un prato», i capelli neri come «nulla nel mondo», ma ancor più la seduce la bocca rossa «come i fiori del granato nei giardini di Tiro» che, accesa da un moto compulsivo, vorrebbe baciare voluttuosamente. Ma Jochanaan è intoccabile, monolitico e saldamente ispirato, prega e resiste alla tenace e aberrante ossessione di Salome e si allontana da lei con profondo disprezzo. Gravita last but not least intorno alla «figlia di Babilonia e di Sodoma» la bieca coppia regale: il tetrarca Herodes che non nasconde una viziosa e insana attrazione erotica per la figliastra, e Herodias che maligna e guasta anch’essa sta all’osceno gioco del marito, pur apparentemente deplorandolo. Rapporto malato cui Salome sferra un micidiale affondo con la danza dei sette veli. Emma Dante la immagina come la danza di un fiore (le coreografie sono di Silvia Giuffrè) che ha per petali grandi veli coloratissimi agitati dalle schiave di Herodes e per pistillo la stessa Salome, che si abbandona a movenze da vamp sensuale e provocante per un infoiatissimo tetrarca, sotto lo sguardo saettante invidia e gelosia di Herodias.
Una “floreale” danza di morte, che genera un macabro frutto: la testa mozzata di Jochanaan, che Salome vuole le sia portata su un piatto d’argento. Pretesa che conduce all’inevitabile decollazione finale e che dà a Emma Dante il destro per ricapitolare emblematicamente l’intera vicenda. Sul fondo appaiono drappi color rosso sangue, mentre dall’alto scende una foresta di lunghe trecce di capelli neri, evocanti l’intrigo “rasta” della testa di Jochanaan. Un ordito di liane pilifere, dove si aggirano Salome con in mano il capo spiccato del Battista e Herodes e Herodias, che così si scoprono ingannati e intrappolati nel gioco delle false seduzioni. La perfida «principessa di Giudea» ha finto di cedere alle brame sessuali di Herodes, come di voler vendicare, con la testa mozza, l’onore della madre così pesantemente insultata dall’«uomo santo che ha veduto Dio», quando invece sua mira finale era soltanto dare corpo e sfogo alla sua ossessione: possedere lei soltanto e indissolubilmente il Profeta Jochanaan. Un climax di amore e odio, di ambiguità sessuali e morali, che ha termine soltanto con Herodes che intima di sopprimere quella perversa ed empia figliastra, strangolata dalle guardie-marionette con le mostruose dreadlocks di Jochanaan. Inevitabile contrappasso.
Salome è interpretata da Lidia Fridman, al suo debutto al Maggio Fiorentino proprio come Emma Dante. E come la regista palermitana, al suo apparire al proscenio alla fine dell’opera è accolta da un’oceanica ovazione. Lidia Fridman in altre occasioni (I lombardi alla prima crociata e Macbeth a Parma e in Lucrezia Borgia a Roma) aveva esibito una voce di soprano di bel timbro scuro e di apprezzabili corpo e volume, ma con anche qualche suono gutturale in basso e qualche durezza e asperità in alto. Niente di tutto questo però s’è avvertito al Teatro del Maggio: la voce, a fronte di un’emissione che appare più fluida e naturale (e anche d’un repertorio a lei evidentemente più congeliate) sembra aver acquistato una omogeneità, una luminosità e una leggerezza insospettate, e anche gli acuti – tralasciando qualche lieve e del tutto trascurabile slittamento d’intonazione in quella zona – si sentono meno metallici ma più squillanti e rotondi. Se ne avvantaggia anche il fraseggio (quello patetico è e rimane il punto di forza di Lidia Fridman) che appare maggiormente duttile e sfumato e produce un’interpretazione assolutamente convincente della giovane ma già più che “navigata” figlia di Herodias. Aiutano Lidia Fridman la bella presenza scenica e l’accurata recitazione, che anche se non fluidissima va comunque lodata, considerando che il soprano russo ha sostituito appena a cinque giorni dalla prima la titolare, ritiratasi inaspettatamente all’ultima ora. Una bella sorpresa è venuta anche dal tenore austriaco Nikolai Schukoff che interpreta Herodes. Alle prese con una ostica parte assai acuta, il tenore austriaco risolve tutto con il canto: acuti sempre sonori e intonati, mai stimbrati o gridati, emissione rotonda e morbida. Il personaggio è tratteggiato con strisciante perfidia e doppiezza, grazie a un fraseggio flessuoso e chiaroscurato che non indugia mai in suoni aperti e sguaiati o peggio malfermi e“falsettanti” per dire ora la malignità ora il cinismo. Come tutti o quasi tutti i tenori che interpretano il tetrarca straussiano. Accanto a un siffatto Herodes c’è un’adeguata Herodias, livida e stizzita, che canta con buona emissione e suoni solidi (non esenti tuttavia da qualche appannamento), con accenti scolpiti e con fraseggio tagliente: è Anna Maria Chiuri, che da sempre offre prestazioni che si rivelavo ben controllate nella linea di canto, stilizzate e musicali.
Brian Mulligan interpreta Jochanaan e canta sicuro e con morbidezza e senza mai gridare. Il baritono americano tuttavia ha una voce di timbro piuttosto chiaro e di corpo un po’ “leggero” e può risultare poco adeguata all’interpretazione di un Jochanaan ieratico e monolitico (anche scenicamente) come in questo caso. Però se Dante e Mulligan “complici” insieme fanno intravedere che questo Battista resiste ai duri e pervicaci assalti di Salome senza nascondere qualche remora o titubanza di troppo, ecco allora che una voce di baritono di minor peso e volume alla fine può riuscire utile alla caratterizzazione del personaggio, che va un po’ al di là di una tradizione interpretativa “classica”. Purtroppo il tenore Eric Fennell (Narraboth) ha una voce di pochissima consistenza ai limiti dell’udibile, che a stento va oltre il proscenio. Marvic Monreal invece interpreta nella giusta misura il paggio di Herodias, cui Emma Dante sembra dare particolare rilievo, facendone insieme un amico e un innamorato di Narraboth, così geloso di Salome da tentare di ucciderla.
Anche il Maestro Alexander Soddy, al pari di Emma Dante e Lidia Fridman è debuttante all’Opera di Firenze e ugualmente è accolto all’uscita finale da un diluvio di applausi, che ha poi esteso alla più che meritevole Orchestra del Maggio in evidente stato di grazia. L’interpretazione che di Salome propone Alexander Soddy è tesa e vibrante, che a perdifiato corre verso un finale apocalittico e rivelatore. Il direttore britannico, in carriera più che lanciata, fa esplodere alla fine una tensione, un’ansietà e un’esaltazione orgiastica, che dipana per tutta l’opera in un irrequieto “gioco” di contrasti coloristici e dinamici, affidandosi in prevalenza a sonorità tanto improntate sul forte e sul fortissimo, e a ondate di suono così tremende, e quasi brutali, da travolgere ogni cosa, anche le voci che a volte faticano a emergere dai marosi orchestrali. Una lettura della Salome di Richard Strauss che risulta poco incline ad analizzare i singoli dettagli e le sonorità più inquietanti per una lettura decadente o “malata”, quanto piuttosto attenta alla vista d’insieme, alla smagliante compattezza coloristica dell’orchestrazione come mezzo espressivo, per un’interpretazione assolutamente impetuosa, impulsiva, passionale oltre misura, che ha come obiettivo ultimo la rovina. Un’orchestra che è un mare di lava, che al suo inesorabile procedere incendia e distrugge non soltanto Salome ma anche Herodes e Herodias. In perfetta sintonia con lui anche Emma Dante che veste tutti e tre i personaggi di rosso fuoco.
Gloria in excelsis Deo Et in terra pax hominibus bonae voluntatis.
Questi gli auguri alla “Voce di Paolo” di alcuni amici che si dedicano alla musica antica, che da loro si irradiano su voi tutti che questo sito frequentate!
La Stagione Lirica 2024/2025 del Teatro alla Scala di Milano s’inaugura il 7 dicembre alle ore 18:00 con una nuova produzione della Forza del destino di Giuseppe Verdi. Sul podio Riccardo Chailly con interpreti principali: Anna Netrebko (Donna Leonora), Brian Jagde (Don Alvaro), Ludovic Tézier (Don Carlo di Vargas), Alexander Vinogradov (Padre Guardiano) Vasilisa Berzhanskaya (Preziosilla) e Marco Filippo Romano (Fra Melitone). La regia di Leo Moscato, si avvarrà delle scene di Federica Parolini e dei costumi di Silvia Aymonino.
Brian Jagde (Don Alvaro) e Anna Netrebko (Donna Leonora) (Milano, Teatro alla Scala – 2024)
In occasione di questa inaugurazione – che sarà possibile seguire in diretta televisiva su RAI 1 e su RaiPlay e in diretta radiofonica su Rai-Radio3 – pubblico un mio lungo saggio sulla verdiana La forza del destino, che originariamente concepita per il Teatro Imperiale di Pietroburgo, dove va in scena il 10 novembre 1862, approda il 20 febbraio 1869 al Teatro alla Scala in una nuova versione riveduta e definitiva.
Riccardo Chailly (Milano, Teatro alla Scala – 2024)
Nel 1861, convinto da Cavour, Giuseppe Verdi si fa eleggere deputato del primo Parlamento Nazionale del Regno d’Italia (tra i senatori di nomina regia c’è anche Alessandro Manzoni). In quei giorni, a Torino, il compositore prende contatti con il Teatro Imperiale di Pietroburgo per scrivere un’opera da rappresentarsi durante la stagione invernale 1861-62. In un primo momento Verdi pensa di musicare il dramma Ruy Blas di Victor Hugo, ma per l’argomento poco gradito alla corte degli Zar (parla di un valletto che diventa primo ministro e amante della regina) la scelta cade su Don Alvaro o La forza del destino di Don Angel de Saavedra, Duca di Rivas, uno dei maggiori drammaturghi spagnoli dell’Ottocento. Il dramma, che a Verdi «piace assai [e che giudica] potente, singolare e vastissimo […] e certo cosa fuori del comune», è ridotto a libretto da Francesco Maria Piave. La prima de La Forza del destino era prevista per il febbraio 1861, ma a causa di una malattia del soprano protagonista Caroline Barbot è spostata al 10 novembre dell’anno successivo. Alla fine della prima rappresentazione Verdi è chiamato varie volte in proscenio a ricevere gli applausi che sono molti, ma il successo è in parte contrastato da alcune contestazioni, avvenute durante le ultime repliche, da un gruppo di sostenitori della scuola russa di composizione. Il ruolo del tenore protagonista fu sostenuto da Enrico Tamberlick, una celebrità dell’epoca, che aveva appoggiato molto la realizzazione di questa Forza del destino, ricoprendo in pratica il ruolo ufficioso dell’agente di Verdi con la direzione del Teatro Imperiale. A La forza del destino rappresentata a Pietroburgo nel 1862; seguono altre recite a Roma (come Don Alvaro) e a Madrid – dove lo stesso Verdi sovrintende all’esecuzione e tra il pubblico è presente il vecchio Duca di Rivas – poi ancora a New York, Vienna, Buenos Aires e a Londra. La forza del destino approda infine alla Scala di Milano il 20 febbraio 1869 in una versione rielaborata, con modifiche e aggiustamenti musicali, con la soppressione di alcuni parti del libretto e lo spostamento d’intere scene, ma soprattutto con la stesura d’un nuovo finale e l’aggiunta della sinfonia in luogo dell’originario preludio.
Atto I. La storia si svolge intorno alla metà del XVIII secolo. A Siviglia Leonora, la figlia del Marchese di Calatrava, è in procinto di fuggire con lo straniero Don Alvaro, un pretendente al trono degli Incas in incognito per sottrarsi alle ritorsioni degli spagnoli, che è giudicato indegno di sposare una nobile. La fuga è sventata dall’arrivo del Marchese con la servitù. Alvaro si addossa la colpa e professa l’estraneità di Leonora al progetto di fuga, si offre così inerme alle mani del nobile signore e getta via la pistola che cadendo esplode un colpo: il Marchese di Calatrava è colpito e muore, ma prima di spirare maledice la figlia. Alvaro fugge trascinandosi dietro Leonora.
Enrico Tamberlick (Don Alvaro – 1862)
La forza del destino inizia dunque a Siviglia con il tragico evento dell’uccisione del Marchese di Calatrava; come corollario presenta diverse situazioni oggettivamente problematiche: c’è la titubanza di Leonora ad abbandonare la casa paterna, c’è la sua ribellione al codice familiare con tanto di “fuga d’amore”, c’è l’intolleranza razziale e sociale nei confronti del meticcio Don Alvaro, in definitiva La forza del destino inizia in un’atmosfera sfavorevole e con i personaggi, possiamo dire, segnati dal male o quanto meno dalla sventura e dal lutto.
Caroline Barbot (Donna Leonora – 1862)
Atto II. Separatasi da Alvaro, Leonora trova rifugio in una locanda di Hornachuelos, un paese dell’Andalusia; viaggia travestita da uomo. Tra gli avventori c’è Don Carlo di Vargas, fratello della donna, che viaggia anche lui sotto falsa identità; ha propositi di vendetta e va alla ricerca della sorella e di Don Alvaro (che non conosce) per attuarli. Non vista dal fratello Leonora fugge dalla locanda e giunge in un monastero tra i monti di Hornachuelos. Domanda ospitalità al Superiore e chiede che le sia concesso di vivere da eremita nei pressi del monastero, dove era già vissuta un’altra donna prima di lei. Dopo un’iniziale titubanza, il Padre Guardiano accoglie la richiesta di Leonora.
Con il secondo atto la situazione cambia e si entra in un contesto innervato di elementi religiosi. S’inizia con la descrizione di una normale giornata di vita nella taverna di Hornachuelos: ci sono i locandieri che preparano il pranzo e le camere e gli avventori che si rifocillano, come c’è il popolo che parla di guerra, inneggia alla riscossa e grida “Morte ai nemici!”. Tra questa varia umanità si aggirano anche Leonora, preoccupata di essere scoperta, e Don Carlo suo fratello, che si finge uno studente nutrendo in sé sempre propositi di vendetta. All’improvviso giunge un gruppo di “pellegrini che vanno al giubileo” e tutti si mettono a pregare: “Su noi prostrati e supplici / stendi la man Signore; / dall’infernal malore / ne salvi tua pietà”. Questa prima scena è dunque la descrizione della vita degli uomini che procede con regolarità e normalità, su cui però incombe il male, quel male che è comparso nel primo atto abbattendosi su Alvaro e Leonora e che ora sta riverberandosi nel secondo. Questa normale esistenza è sovrastata anche dallo Spirito di Dio, che mai allontana lo sguardo dalle sue creature, pronto a soccorrerle quando lo invocano nel momento del dubbio e del dolore; una presenza che qui è annunciata, ma che diventa tangibile e importante nella seconda scena dell’atto, quando Leonora raggiunge il convento.
Ludovic Tézier (Don Carlo di Vargas) e Vasilisa Berzhanskaya (Preziosilla) (Milano, Teatro alla Scala – 2024)
Leonora entra in scena e in orchestra risuona il tema del destino, che apre il preludio dell’opera; è agitata, non sa se il Padre Guardiano l’accoglierà, cosicché prega di nuovo Dio e la Madonna (“Madre, pietosa vergine”) perché l’assistano nel momento della prova. La sua implorazione è interrotta dal suono dell’organo e dal canto dei frati che fuori scena intonato “Venite adoremus”; il soprano commenta: “Ah, que’ sublimi cantici… / dell’organo i concenti, / che come incenso ascendono / a Dio nei firmamenti…,” e la sua voce sale prima in acuto per poi ridiscendere in tessitura grave alla frase “Ispirano a quest’alma / fede, conforto e calma”. Ascoltando questo canto si ha la sensazione che Leonora stia passando dal fiato grosso, dal respiro spezzato e affannoso nella pianura calda e afosa, a quello regolare e disteso che si ha in alta montagna, con l’aria fresca e pura che riempie i polmoni e dà vigore. La preghiera termina in piano, dopo le parole “Non mi lasciar, soccorrimi, / pietà, Signor, pietà!” cantate da Leonora a tutta forza, come un ultimo disperato grido di aiuto. La scena, per com’è costruita e per il fatto di ricorrere all’alternanza di tonalità minore–maggiore, dice chiaramente di come l’abbandono fiducioso in Dio può dare sollievo e lenire le ferite dell’anima d’un peccatore. La salvifica fede in Dio è presente nel successivo duetto tra Leonora e il Padre Guardiano. All’inizio il soprano dice l’orrore del passato e la paura dell’incerto presente, se sarà accolta dai frati e se Dio le concederà il perdono; il suo canto è agitato e inquieto, ma quando il Superiore, con la solenne e ieratica voce di basso, si mostra clemente e comprensivo ed esorta Leonora a riporre la sua fede nel cielo (“Venite fidente alla croce, / là del cielo v’ispiri la voce.”) la donna si rasserena e in orchestra si sente «il tremolo acuto degli archi sotto il quale flauto, oboe e clarinetto raddoppiano la parte vocale, suggerendo la fredda tranquillità che si prova sotto le alte volte di una cattedrale gotica». Il climax è raggiunto subito dopo, quando il Padre Guardiano acconsente alla richiesta di Leonora. Il basso apre le braccia e dice: “V’accolga dunque Iddio” e il soprano vi si abbandona e replica: “Bontà divina!”. In orchestra si sente una marcia in re minore suonata dagli ottoni, breve e lenta, che alla fine passa alla tonalità di maggiore; così Verdi sottolinea la solennità del momento e prepara il finale del duetto che segue e che si dispiega grandioso ed esaltante alle parole di Leonora: “Già sento in me rinascere / a nuova vita il cor… / Plaudite, o cori angelici, mi perdonò il Signor.”
La Vergine degli Angeli – Anna Netrebko (Londra, Covent Garden – 2019)
La scena conclusiva del secondo atto è la descrizione di un rito liturgico pervaso da profondo misticismo, si svolge sul sagrato della chiesa del convento, dove s’è appena concluso il duetto Leonora–Padre Guardiano. Si ode un preludio d’organo basato sul precedete “Venite adoremus” che termina con la coda dell’iniziale preghiera del soprano “Madre, pietosa Vergine”. Le porte della cappella si aprono ed escono i frati con i ceri accessi, che vanno a disporsi su due file intorno al Superiore che stende la mani su Leonora, inginocchiata davanti a lui. La disposizione scenica e la successione delle preghiere ricorda i riti di scomunica. Il Priore intona un’orazione di esecrazione contro chiunque osi violare la segregazione dell’eremita, il coro fa eco cantando in fortissimo e Leonora prega in silenzio. Segue la preghiera “La Vergine degli angeli”. Con una forte teatralità, cui Verdi non disdegna ricorrere quando affronta la musica liturgica, si assiste a una replica di ciò è accaduto poco prima: Leonora sta passando dall’angoscia alla serenità, dal pericolo di morte alla possibilità di una rinascita. Il pensiero che sottende tutta la scena si muove dalla maledizione degli empi (che mettono a repentaglio la vita degli altri) alla benedizione dei sofferenti (che quella vita in pericolo anelano a proteggere), così che l’atto può finalmente chiudersi in pace e serenità con gli uomini che, cantando sommesso, creano un solenne tappeto sonoro sostenuto dal grave suono dei violoncelli, da cui si eleva etereo e angelicato il canto del soprano alla Madre di Dio, tutto in pianissimo, accompagnato dal dolcissimo pizzicato delle arpe. Leonora così perdonata e serena lascia la comunità monastica e vi avvia verso l’eremo, dove andrà a trascorrere i suoi giorni in solitudine e penitenza. Il secondo atto della Forza del destino s’è chiuso con una preghiera che parla di angeli, che allude al cielo e a una sorta di elevazione spirituale; era però iniziato dal basso, dalla taverna di Hornachuelos dove la vita quotidiana procedeva continua e inarrestabile, dove gli uomini erano impegnati a sorridere e a piangere, a nutrirsi di preghiere e a saziarsi di odi e di rancori mortali. Con la seconda scena si sale dalla taverna della pianura al monastero, che sta – come dice il libretto – sul declivio di scoscesa montagna, e ci si eleva: l’atmosfera diventa “spirituale” e si affrontano i temi della colpa e del perdono. Poi si sale ancora più su: si va in un eremo isolato e misterioso, per entrare in contatto con il Trascendente, in una sorta di ascetica purificazione e contemplazione. Questo è il percorso che compie Leonora di Vargas, che dopo quest’atto scomparirà per tornare solo nel finale dell’opera. La morte del padre, con tutte le sue implicazioni, “ha maledetto” Leonora, l’ha contaminata esponendola al male del mondo; a fronte di una simile situazione di peccato l’unica possibilità di salvezza per lei è affidarsi a Dio, abbandonarsi alla sua misericordia che dona la vita e fa nuove tutte le cose. Sottraendosi al mondo e alle sue ingiustizie e insidie e chiudendosi in un eremo Leonora riconosce il proprio male, si converte e finisce con l’aprirsi a una nuova dimensione dell’essere.
Atto III. L’azione si sposta in Italia nei pressi di Velletri, un paese poco distante da Roma, durante la guerra di successione austriaca (1741-1748), nel corso della quale la Spagna, con l’aiuto del re di Napoli, cacciò gli austriaci da gran parte dell’Italia meridionale. Tra i militari dell’esercito spagnolo-napoletano ci sono Don Carlo e Don Alvaro, che s’incontrano e diventano amici; sono entrambi sotto mentite spoglie, così che nessuno dei due conosce la vera identità dell’altro. Durante un combattimento Don Alvaro viene ferito gravemente e chiede all’amico di distruggere un plico contenente documenti compromettenti; nell’assolvere la richiesta Don Carlo scopre tra gli effetti personali del ferito un ritratto di Leonora e subito comprende che chi ha di fronte è il suo mortale nemico.
Don Alvaro ferito chiede a Don Carlo di distruggere il plico segreto.
Carlo si augura allora che Alvaro guarisca presto perché poi possa sfidarlo a duello e così “lavare nel sangue” l’onore infamato della famiglia. Alvaro si rimette e una volta appresa l’identità di Carlo accetta il duello, ma interviene la ronda: Carlo è trascinato via e Alvaro decide di entrare in convento per espiare le proprie colpe.
Francesco Graziani (Don Carlo di Vargas – 1862)
Atto IV. Si torna nuovamente in Spagna, dopo la fine della guerra. Don Alvaro sotto il nome di padre Raffaele vive nel convento dove Leonora chiese aiuto. È raggiunto da Don Carlo che lo sfida ancora a duello, i due nemici vanno a battersi nei pressi del romitaggio proprio dove vive Leonora. Nel combattimento Alvaro ferisce a morte Carlo. Impossibilitato ad assolvere il morente, Alvaro si precipita dall’eremita per chiedere gli ultimi conforti sacramentali per il nemico. Riconosciuta Leonora Alvaro le comunica che ha colpito Don Carlo, la donna va per soccorrere il fratello ma è pugnalata da lui prima di spirare.
Con il terzo atto si ripiomba sulla terra, dal paradiso si ridiscende all’inferno, da cui per un attimo ci si era allontanati. È il momento di Don Alvaro, l’altro personaggio toccato dalla maledizione lanciata dal Marchese di Calatrava. Lo vediamo dibattersi come un animale in gabbia, costretto in un’esistenza segnata dal dolore e dalla sconfitta: ha perduto un trono e l’amore di Leonora, ora cerca il riscatto nella vita militare ma senza speranza se non quella di morire presto e finire così di soffrire. Alvaro ragiona e agisce in maniera differente da Leonora, non pensa a liberarsi da quel male da cui la sua donna invece prende le distanze. È legato a doppio filo con Don Carlo che lo minaccia e lo insegue, per imbrigliarlo in una crudele e malvagia logica, che dice che il male fatto si paga con il sangue, con lo scontro diretto tra gli avversari bandendo qualsiasi tentativo di riconciliazione. A dire il vero Alvaro cerca di sottrarsi a questa dialettica; nel duetto che precede il duello finale s’inginocchia ai piedi di Carlo e lo scongiura di perdonarlo, ma quando l’altro lo schiaffeggia Alvaro umiliato si rianima e appellandosi alla legge dell’onore corre fuori del convento per battersi. L’assoluta parità dei due rivali, la medesima logica di morte che li anima, o meglio che motiva Carlo a insidiare Alvaro il quale a sua volta non sa opporsi e si lascia travolgere, Verdi la manifesta facendo cantare al tenore e al baritono la stessa melodia, salvo accompagnando il canto di Carlo, per ricordarne la collera, con un’orchestra che suona fremente e molto agitata, e imprimendo agli accenti di Alvaro una scansione infuocata e irosa, che serve a porlo come contraltare e a fomentare ancor più la malvagità del nemico.
Nel terz’atto, com’era stato nella prima scena del secondo, Verdi pone i personaggi principali in un grande quadro, in uno scorcio di vita popolare di un momento storico ben preciso, in cui vediamo gli uomini e le donne mangiare e pregare, divertirsi e affrontare le difficoltà della vita. La zingara Preziosilla inneggia alla guerra e spingere i giovani a reclutarsi per poi commuoversi quando li vede afflitti perché lontani dalle famiglie, il rigattiere Trabucco conclude affari poco puliti con i soldati nemici e Melitone, un frate del convento di Hornachuelos non integerrimo, invidioso del Padre Guardiano e privo di carità coi poveri, s’indigna in un sermone per la rilassatezza dei costumi e il dilagare della corruzione. Verdi dipinge così uno spaccato di vita in cui il male coesiste con il bene, in cui si piange e si ride; dipinge un mondo festoso e tragico insieme, che accoglie e alimenta sia l’esistenza votata al male di Don Carlo sia quella di Don Alvaro, che anelerebbe al bene ma che finisce invece segnata fatalmente dal peccato. Tutto questo, che a molti critici è parso una frantumazione della storia e un calo della tensione drammatica, in realtà risponde a una ferrea concezione drammatica. La forza del destinoiniziata con un evento negativo, la morte del Marchese di Calatrava (atto I), dà origine a due percorsi diversi. Il primo itinerario, il più breve e prettamente ascetico, è quello che compie Leonora (atto II): un progressivo allontanamento dal male fisico e spirituale. La seconda strada più lunga è di Alvaro (atto III) che vive un’esistenza tra dolori e difficoltà, che lo porta a fare la tragica scoperta che il male alberga nel mondo e contro il quale nulla di buono è possibile; un male che lo ferisce e contagia al punto da fargli sperimentare e commettere ciò che voleva rifuggire fin dall’inizio: l’odio per il nemico e l’uccisione di un altro uomo. Da questa esistenza, dolorosa e contraddittoria, si giunge direttamente alla morte (atto IV).
A parte le modifiche cui abbiamo accennato – la soppressione dell’aria di Alvaro “Miserere di me” che segue il primo scontro con Don Carlo e lo spostamento della scena dell’accampamento a Velletri da parte centrale a parte conclusiva del terzo atto – la struttura narrativa del libretto della Forza del destino del 1862 è la stessa della versione scaligera del 1869. Ma i finali divergono. E questa è la conclusione della originaria versione di Pietroburgo.
Nel combattimento Alvaro ferisce a morte Carlo. Impossibilitato ad assolvere il morente, Alvaro si precipita dall’eremita per chiedere gli ultimi conforti per il nemico. Riconosciuta nel monaco Leonora, Alvaro le comunica che ha colpito Don Carlo, la donna va per soccorrere il fratello ma è pugnalata da lui prima di spirare, agonizzante Leonora si getta tra le braccia dell’amato e muore. Alvaro sconvolto, dopo aver maledetto il cielo e invocato l’inferno si getta dall’alto di una rupe, tra l’orrore del Padre Guardiano e dei monaci che sono sopraggiunti, richiamati dalle grida dei duellanti.
Manifesto della Prima della Forza del destino a Pietroburgo il 10 Novembre 1862 (Originariamente 29 Ottobre 1862)
Dopo aver faticosamente lottato e contrastato Don Carlo, alla fine Alvaro perisce disperato e dannato, esattamente come muore ingannata Leonora, colpita da quella maledizione da cui aveva tentato strenuamente e inutilmente di sottrarsi. Neanche il rivolgersi a Dio, convertirsi e cambiare la propria vita, può fermare il male che dilaga nel mondo. La visione che nella Forza del destino del 1862 Verdi ha della vita è pessimistica e senza speranza ed è ben riassunta nel titolo: tra gli uomini esiste un fato avverso e crudele, un destino potente e ineluttabile, che travolge tutto, cose e persone, votandolo alla sconfitta, alla distruzione e a qualsiasi mancato tentativo di cambiamento e di rinascita.
Brian Jagde e Anna Netrebko provano il finale della Forza del destino (Milano, Teatro alla Scala – 2024)
Fin da subito, fin dalle repliche date a Madrid nel 1863, Verdi aveva pensato a una revisione della Forza del destino, soprattutto del finale con le sue tre morti violente. Nel 1868 Tito Ricordi, l’editore di Giuseppe Verdi, pensò a una presentazione dell’opera revisionata alla Scala di Milano, fece la proposta al compositore che accettò senza però garantire una soluzione. C’erano, infatti, delle difficoltà dovute principalmente al librettista Francesco Maria Piave che era stato reso inabile da un colpo apoplettico avuto alla fine del 1867; fu sostituito dal poeta Antonio Ghislanzoni (l’autore della successiva Aida). Fu però Verdi che trovò la soluzione per la conclusione. In una lettera del 27 novembre 1868 scrisse a Giulio Ricordi (figlio di Tito): «…veder finire Alvaro così rassegnatamente? Io vi ho i miei gran dubbi che forse aumenteranno o diminuiranno a mente riposata. Intanto Ghislanzoni giudichi, e se non gli piace cerchiamo ancora». La lettera è pervenuta incompleta dell’inizio, ma riportava sicuramente precise informazioni su come doveva essere questo finale, se Verdi nella lettera a Tito Ricordi del dicembre 1868 scrive «La scena finale va benissimo» e a Giulio Ricordi racconta di ciò che accade nella conclusione dell’opera già scritta e dà indicazioni precise su come usare le parole per renderle meglio rispondenti alla musica: «Più avanti nel Terzetto, quando Alvaro diventa buon figliolo avrei bisogno d’un verso d’Eleonora e del Guardano. Per non guastare il numero dei versi e delle rime si potrebbe fare così (ben inteso con Ghislanzoni aggiustante) AL. A quell’accento / Più non poss’io resistere… / Leonora… io son redento / Per te son perdonato… LEO. E GUAR. A te lode, o Signor! che Ghislanzoni trovi uno sdrucciolo invece del perdonato, badate che per me sarà sempre meglio questo piano di qualunque sdrucciolo, e poi faccia un bel verso al posto dell’ “a te lode, o Signor” e le coupe va benissimo.»
Mario Tiberini (Don Alvaro 1869)
Il nuovo finale è questo. Alvaro si batte fuori scena con Carlo, poi entra per chiedere aiuto all’eremita, riconosce Leonora e le dice del fratello morente, la donna corre dal fratello che la colpisce; ferita mortalmente Leonora ritorna sorretta dal Padre Guardiano. Alvaro impreca contro il cielo che gli fa trovare l’amata per poi togliergliela per sempre, ma il frate lo invita a pentirsi e Leonora gli parla di assoluzione divina. Alvaro allora s’inginocchia e chiede perdono, ottenendo così la remissione dei peccati, poi Leonora spira serenamente, non senza aver prima annunciato ad Alvaro la speranza di ritrovarsi insieme in paradiso, sciolti da ogni affanno e da ogni sofferenza.
Il terzetto che conclude La forza del destino inizia con il Padre Guardiano che rivolto ad Alvaro dice “Non imprecare, umiliati / a Lui ch’è giusto e santo… / Che adduce a eterni gaudii per una via di pianto…”; sono parole che tendono a fiaccare le resistenze di Alvaro, il suo persistere in una visione di sé negativa: figlio di un mondo che l’ha condannato alla sofferenza e spinto a compiere il male (“Un reprobo, / un maledetto io son” risponde Alvaro). Al Superiore del convento fa eco Leonora, mormora: “Si, piangi… e prega” e poi in piano e animando – come chiede lo spartito – aggiunge: “Di Dio il perdono io ti prometto”, a questo punto Alvaro crolla “A quell’accento / Più non poss’io resistere… / Leonora, io son redento / Dal ciel son perdonato!…”, e la musica che prima era suonata in pianissimo, adesso si proietta in alto ed esplode in un fortissimo, come a sancire con gioia l’avvenuta assoluzione di Alvaro. Appena Alvaro dichiara “Leonora, io son redento”, Verdi fa emettere a Leonora un “Ah!” seguito da un “Cielo!”, detto anche dal Padre Guardiano. Sulla carta sono espressioni che dicono la sorpresa di qualcuno che compie un gesto inaspettato e sbalorditivo, in questo caso giuste e significative per un uomo che desiste dal male e chiede perdono, ma poiché queste parole hanno anche un chiaro e inequivocabile significato religioso, hanno un valore aggiunto che in questo contesto dice la sorpresa che qualcosa che trascende l’uomo sta accadendo: dicono che Dio sta entrando in comunicazione con l’uomo, dall’alto fa scendere la Grazia che perdona chi pecca e lo fa nuova creatura, così da consentirgli l’ingresso in quel mondo divino che c’è dopo la morte e verso cui tende. “Ah!” e “Cielo!”, non sono stilate da Ghislanzoni nel libretto ma compaiono nella partitura, nascono cioè con la musica, cariche di quel significato supplementare, irrazionale o ispirato che dir si voglia, che l’atto creativo porta sempre in sé. L’avvenuta conversione di Alvaro è così salutata da Leonora, che dà all’avvio al vero e proprio terzetto: “Lieta poss’io precederti / alla promessa terra… / Là cesserà la guerra, / santo l’amor sarà”. Il canto si fa alato e delicato, è eseguito in un cantabiledolcissimo (così è scritto nello spartito) che poi passa al forte solo sulle parole di Leonora “In ciel ti attendo”.
Verdi così canta il superamento di ogni umano male e dolore, l’abbandono fiducioso in Dio e la certezza della redenzione e di un’“altra vita” dopo la morte, migliore di quella terrena. Leonora ha appena la forza di dire: “Ah… ti precedo…, Alvaro… Ah!” che subito muore su un secco accordo dell’orchestra, disperato Alvaro grida “Morta!” ma il Padre Guardiano con solennità rettifica: “Salita a Dio!”. Riprende in pianissimo come coda orchestrale il tema musicale che s’era sentito con le parole “In ciel ti attendo”, è suonato dagli archi in tremolo con il sommesso pizzicare delle arpe e sembra un pianto liberatorio che scende dall’alto a purificare il male del mondo. Poi la musica cessa come sospesa nel vuoto, mentre cala lentamente il sipario.
Teresa Stolz (Donna Leonora – 1869)
La forza del destino nella versione del 1862 presenta «un finale chiuso, del tutto coerente e comprensibile nel contesto di un dramma fosco e sanguinoso: nel quale il protagonista era Don Alvaro, perseguitato, anche per la sua razza impura, da un destino crudele che si rifletteva irreversibilmente su tutti gli altri personaggi e che trovava naturale conclusione nel suicidio dell’eroe (la maledizione del Marchese di Calatrava alla figlia si ritorceva così su di lui, ed egli la scagliava a tutta la razza umana)». La salvezza così tanto cercata e la lotta contro il male tanto combattuta da Alvaro non arrivano ad alcun risultato, cosicché il destino inesorabile giunge a compiere la sua “missione”: la morte fisica e quella dell’anima. A tutto ciò non si sottrae neanche Leonora, che si era votata esclusivamente a Dio. Nella versione del 1869, c’è invece un radicale cambiamento di prospettiva. La storia si conclude nell’eremo dove s’era rifugiata Leonora nel secondo atto, in quel luogo a cui la donna si volgeva dopo aver chiesto aiuto al Padre Guardiano, fidando in Dio e con la speranza di essere esaudita, di venir sottratta al male del mondo. Se a Pietroburgo era la maledizione a contagiare e condannare ogni cosa, adesso è la Grazia di Dio, in cui Leonora ha fede e a cui si abbandona come unica e ultima speranza di salvezza, che si riverbera sui peccatori e li redime. In questo nuovo finale, che è aperto e sospeso e in antitesi con il primo, la “forza del destino” è neutralizzata in virtù dell’intervento di un’entità superiore che esorcizza «la forza del male, indirizzandola non soltanto verso una catarsi (che proprio i mezzi purissimi della musica innalzano al sublime), ma anche verso un vero e proprio superamento della sventura. Il potere del destino [così] si arresta nel momento in cui viene riconosciuto il valore della Provvidenza, ossia di un superiore disegno non insensato né maligno». Questo finale «è stato definito “manzoniano”. Esso costituisce, infatti, la conversione della “forza del destino” del laico Verdi verso la “forza della Provvidenza” del cattolico Manzoni; e, in ciò, rappresentava l’unica altra soluzione possibile per un’opera che, come si è visto, era “manzoniana” nella sua stessa essenza, per la particolarissima logica costruttiva». Queste riflessioni sono dei musicologi Sergio Sablich e Arrigo Quattrocchi, esponenti di una critica che all’unanimità considera La forza del destino opera “manzoniana”. Tra i critici che sostengono questa tesi c’è anche Julian Budden, che si spinge oltre: cerca di trovare e provare perché Verdi conclude la sua opera con un finale che più “manzoniano” non potrebbe essere.
il frontespizio dei Promessi Sposi di Alessandro Manmzoni disgnato da Francesco Gonin
Alessandro Manzoni nel dipinto di Francesco Hayez
Giuseppe Verdi aveva una grande venerazione per Alessandro Manzoni e apprezzava moltissimo I promessi sposi. Nel 1867 la seconda moglie di Verdi, Giuseppina Strepponi, si recò all’insaputa del marito in casa della Contessa Clarina Maffei, luogo d’incontro per artisti, letterati, compositori e patrioti del risorgimento che vi trascorrevano memorabili serate a discutere di arte e di letteratura; qui la Strepponi conobbe Manzoni. Al riferire dell’incontro Verdi si fece «rosso, smorto, sudato; si cavò il cappello, lo stropicciò in modo che per poco non lo ridusse in focaccia. Più (e ciò resti fra noi) il severissimo e fierissimo orso di Busseto n’ebbe pieni gli occhi di lacrime». Così scrisse Giuseppina Strepponi alla Contessa Maffei in una lettera del 21 maggio 1867, allorché la nobildonna, per soddisfare la grande ammirazione che Verdi aveva per Manzoni, organizzò la visita del compositore in casa dello scrittore il 30 giugno 1868. Verdi riferì dell’incontro alla contessa in questi termini: «Come spiegarvi la sensazione dolcissima, indefinibile, nuova, prodotta in me, alla presenza di quel Santo, come voi lo chiamate? Io me gli sarei posto in ginocchio dinnanzi, se si potessero adorare gli uomini». Questa lettera è datata 7 luglio 1868 e precede di appena quattro mesi la lettera a Ricordi in cui Verdi annuncia che ha trovato il finale della Forza del destino (27 novembre 1868). Julian Budden si chiede come mai il musicista abbia tardato così tanto (sette anni, dal 1862 al 1869) a giungere a una conclusione, che si annunciava come l’unica possibile, come il perfetto e logico contrappeso alla scena della “Vergine degli angeli” che chiudeva il secondo atto. Budden ipotizza che fosse dovuto a una prevenzione religiosa. Il nuovo finale nasce dunque da un ripensamento “spirituale”? Da una sorta di “conversione” dell’anticlericale e agnostico Giuseppe Verdi? Possibile. Com’è altamente probabile che l’incontro con Manzoni lo abbia fatto riflettere e soprattutto gli abbia fatto comprendere che la sua opera era molto simile a I promessi sposi e che il finale doveva essere ricercato proprio nel romanzo.
La forza del destino è possibile dirla “manzoniana” perché presenta degli elementi che l’apparentano a I promessi sposi: perché è un affresco storico popolare e ha l’ampiezza del disegno proprio d’un romanzo, perché i personaggi principali incarnano una coppia d’innamorati infelici perseguitati da un cattivo (come è per Renzo, Lucia e Don Rodrigo), perché Padre Guardiano ha alcuni tratti amorosi e autorevoli riscontrabili nel Cardinal Borromeo, al modo di Alvaro che si fa frate ricalcando la storia della vocazione di Fra Cristoforo, e ancora perché Fra Melitone, meschino e stizzoso, incarna Don Abbondio.
Illustrazioni di Francesco Goni per I promessi Sposi
Ma La forza del destino è “manzoniana” proprio in virtù del “nuovo” finale, così tanto a lungo cercato. Nei Promessi sposi Renzo, quando sta con Fra Cristoforo nel Lazzaretto davanti a Don Rodrigo morente, nutre propositi di vendetta: vuole uccidere chi è stato la causa del male e delle sofferenze che ha patito insieme a Lucia, ma il frate gli rammenta che all’uomo non spetta giudicare i suoi simili, la Giustizia è solo di Dio; solo al Signore spetta esercitare quella Giustizia che è la Grazia che scende sull’uomo a perdonarne il peccato e offrigli la possibilità di convertirsi, di salvarsi e di tornare a partecipare alla vita divina per la quale è stato creato. Con il discorso a Renzo Fra Cristoforo afferma che Dio può concedere il perdono a un peccatore sul punto di ravvedersi, ma vuole che si converta anche chi vaglia e disprezza il comportamento altrui, perché è peccatore anch’egli; Dio può perdonate solo chi piange sul male suo e del nemico, chi prega per sé e per l’avversario. «Il sentimento che tu proverai ora per quest’uomo che t’ha offeso, sì; lo stesso sentimento, il Dio, che tu pure hai offeso, avrà per te in quel giorno. Benedicilo, e sei benedetto. […] Forse il Signore è pronto a concedergli un’ora di ravvedimento; ma vuole essere pregato da te: […] forse serba la grazia alla tua sola preghiera, alla preghiera d’un cuore afflitto e rassegnato. Forse la salvezza di quest’uomo e la tua dipende ora da te, da un tuo sentimento di perdono, di compassione… d’amore!” Tacque; e, giunte le mani, chinò il viso sopra di esse, e pregò. Renzo fece lo stesso».
È l’identica situazione del finale della Forza del destino dove il Padre Guardiano dice “Non imprecare; umiliati”, dove Alvaro si confessa “Un reprobo, un maledetto” e dove Leonora promette il perdono di Dio. Ma Verdi va oltre. Laddove Manzoni lascia intravvedere un pentimento di Don Rodrigo e una conversione di Renzo, Verdi presenta una reale conversione di Alvaro: la Grazia scende dal cielo a perdonarlo e a illuminarlo per il resto dei suoi giorni, che si snoderanno in un cammino di purificazione, per essere così una nuova creatura, pronta per una vita dopo la morte, pura, incontaminata e scevra da qualsiasi umana sozzura, una vita alla quale Leonora, perdonata e redenta anche lei ascende come un precursore, e dove attenderà Alvaro.
La forza del destino di Giuseppe Verdi Spartito per canto e pianoforte
Nel finale de La forza del destino del 1869 avviene la catarsi, lo scioglimento di ogni umano dolore nell’abbandono dell’amore e della misericordia di Dio. Ma Verdi questo pensiero lo aveva annunciato già in apertura dell’opera, in modo solenne e grandioso, con la sinfonia. Inizia con tre possenti accordi, ripetuti due volte, che presentano il tema del destino, che si sviluppa affannoso e inquieto e s’intreccia e dialoga con gli altri motivi che seguono, con lo scopo di essere il filo conduttore dell’intera pagina. Dopo il destino arriva il tema di Alvaro (che si sentirà nel quarto atto, al momento del duello con Carlo) e di seguito senza soluzione di continuità si ascolta il motivo della preghiera di Leonora quando giunge al monastero. All’improvviso l’atmosfera cambia radicalmente, da cupa e oppressiva diventa animata e splendente (in partitura c’è scritto allegro brillante) con l’ingresso della musica che Leonora canta nel monastero quando chiede ai cori angelici di inneggiare con lei per il perdono di Dio; segue il tema del Padre Guardiano che loda il Dio Clemente per aver accolto un’anima sofferente che chiede soccorso. Dopo una trionfale ripresa del leitmotiv della preghiera di Leonora, ritorna quello dei “cori angelici”, ma variato e quasi irriconoscibile, sempre però intrecciato con il tema del destino; prende avvio così una travolgente stretta finale dove la melodia del fato crudele è adesso in mi maggiore, quando all’inizio era in minore, ed è come schiacciata e depotenziata dallo scintillio esultante della melodia “angelica” trasfigurata. La sinfonia di La forza del destino è chiaramente una sintesi dell’opera: si racconta per accenni musicali la vita di Leonora e di Alvaro come una via crucis (come sarà poi nell’opera vera e propria) che dopo aver vissuto, amato, lottato, dopo essersi mischiati con il male del mondo, essere caduti ed essersi rialzati, arrivano a Dio che perdona, conforta, accoglie e dona loro la pace come un Padre misericordioso. Tutto questo nella Forza del destino del 1862 non c’è: l’opera inizia con un preludio (forma musicale più breve e meno articolata della sinfonia, ma che usa i suoi stessi motivi musicali) che prende avvio con il tema del destino, procede e s’interseca poi con i motivi di Alvaro e di Leonora, esattamente come nell’ouverture per poi distaccarsene quando appare l’ultimo tema, quello del finale dell’opera (quando Alvaro si getta dalla rupe) che porta alla conclusione del pezzo con un accordo di mi minore. Il preludio del 1862, costruito in questa maniera, è la fredda enunciazione della tematica dell’opera: i personaggi vivono e si dibattono in un mondo crudele dominato da un fato maligno che li riserva alla sconfitta e al definitivo annullamento, senza prova d’appello.
Illustrazione di Francesco Goni per I promessi Sposi di Alessandro Manzoni
Prospettiva diametralmente opposta alla sinfonia e all’intera Forza del destino versione 1869, che si confermano così più che mai “manzionane” nel loro essere chiara e indubbia trasposizione melodrammatica del tema della Provvidenza di Dio, che sempre guida, sorregge, protegge e salva i suoi figli, e che è il tema portante de I promessi sposi, così ben sintetizzata nella sua conclusione: «Dopo un lungo dibattere e cercare insieme, conclusero [Renzo e Lucia] che i guai vengono bensì spesso, perché ci si è dato cagione; ma che la condotta più cauta e più innocente non basta a tenerli lontani; e che quando vengono, o per colpa o senza colpa, la fiducia in Dio li raddolcisce, e li rende utili per una vita migliore. Questa conclusione, benché trovata da povera gente, c’è parsa così giusta, che abbiamo pensato di metterla qui, come il sugo di tutta la storia».
Questo saggio è tratto dal mio libro Un credente in maschera. Viaggio spirituale nell’opera di Giuseppe Verdi, Ensemble Editore, 2014.
Una premessa. La cronaca sul XLV Rossini Opera Festival, uno degli appuntamenti immancabili e imperdibili nel panorama culturale e musicale italiano e internazionale, esce in ritardo. Data l’eccezionalità del cartellone, formato quest’anno da opere di rara quanto difficile e complessa realizzazione, s’è resa necessaria una “lunga” e ponderata riflessione, seguita alla visione dal vivo e al riascolto della sola parte musicale, per mezzo di piattaforme come Rai Play Sound e PastyLink che tali titoli mantengono ancora per lungo tempo in catalogo.
S’è concluso con grande successo il Rossini Opera Festival 2024, svoltosi a Pesaro dal 7 al 23 agosto con circa 21.500 presenze, delle quali il 54% sono state italiane. Una partecipazione segnalata come la più alta nella storia del Festival, che ha prodotto un incasso di oltre 1.350.000 Euro. Il ricco cartellone, comprensivo anche di concerti di canto e sinfonici e incontri e conferenze, proponeva cinque titoli operistici: le due nuove produzioni di Bianca e Falliero (che ha inaugurato il ROF) e di Ermione, le riprese del Barbiere di Siviglia e dell’Equivoco stravagante e Il viaggio a Reims in forma di concerto, a celebrazione dei quarant’anni della sua prima esecuzione in tempi moderni a Pesaro.
Abbiamo visto soltanto i primi tre titoli, dei quali seguirà la cronaca. Ciò che però preme riferire da subito è sul perché è stato interessante e culturalmente stimolante ascoltare in successione e comparare due “rarità” come Ermione e Bianca e Falliero. Rossini compone le due opere nello stesso anno: Ermione va in scena al Teatro San Carlo il 27 marzo 1819 e Bianca e Falliero alla Scala di Milano il 26 dicembre 1819. Ermione fa un tonfo clamoroso, è ripresa a Siviglia nel 1829 e poi cade in oblio, per essere “riscoperta” nel 1987 proprio al Rossini Opera Festival. Bianca e Falliero alla première ottiene un successo piuttosto tiepido, che migliora nel corso delle repliche ma senza suscitare un eccessivo entusiasmo, tuttavia dopo qualche anno di stasi l’opera ricomincia a circolare in Europa fino agli anni ’30 dell’Ottocento, per ricomparire al ROF soltanto nel 1986.
Ermione si avvale del libretto di Andrea Leone Tottola, ispirato dal dramma di Jean Racine Andromaque, a sua volta tratto liberamente da Euripide. Un libretto che racconta di inestricabili rapporti di amore e odio: Ermione è amata da Oreste, ma gli preferisce Pirro che invece sceglie Andromaca, che cede alle profferte del re dell’Epiro soltanto per salvare il figlio Astianatte. Culmine e centro emotivo del dramma è il finale, tutto della tradita e vendicativa protagonista che delira e incita Oreste a uccidere Pirro, per poi maledirlo e recriminare forsennatamente su di lui quando compie il regicidio.
È con questo materiale da tragedia greca e da dramma della volontà indomita di alfieriana memoria, che Rossini compone la sua opera più innovativa e ardita del periodo napoletano. Il canto belcantistico, fatto in prevalenza di colorature e dalla linea di canto di elegante perfezione, che evoca emozioni e sentimenti quintessenziati, cede il passo a un canto sempre virtuosistico e spinto fin alle estreme conseguenze (e l’aria di Pirro del primo atto ne è l’esempio più preclaro) ma di un sapore più “realistico” – se così possiamo dirlo – che si fa espressione dell’inquieto e passionale mondo interiore dei personaggi, descritto anche con accenti e fraseggi per lo più incisivi e frementi. E la convenzionale struttura musicale a numeri chiusi diventa più fluida e libera, come accade nel citato finale d’opera, che senza soluzione di continuità passa dalla grande scena solistica della protagonista (per altro “frantumata” in almeno tre sezioni diverse suddivise tra recitativi, arie e cabalette, con il canto che liberamente trasborda dall’espansione melodica più morbida alla declamazione più accesa) a un agitatissimo duetto tra Oreste e ancora Ermione, per concludersi con un coro e una tumultuosa coda orchestrale. E quest’ultima sigla anche l’importanza che in Ermione spetta all’orchestrazione, che è ricca, fantasiosa e ben caratterizzata, che altrettanto bene sostiene e sposa l’intenzionalità del canto, come Rossini illustra già dalla sinfonia, fuori da ogni schema precostituito, che alterna alle mobili figurazioni orchestrali i dolenti interventi del coro: «Troja! qual fosti un dì!», proprio per introdurre al dramma, all’azione tragica come la definisce il libretto, che da lì a breve si inscenerà. Tutto questo è recepito come un vero e proprio tradimento da un pubblico propenso a tutt’altro, che si aspettava una nuova opera firmata ancora dal Rossini pontefice del belcanto, ma che invece incappa in un’opera “strana”, «dal soggetto troppo tragico» di tinta «furiosa», «molto noiosa», troppo «rumorosa», che è «tutto recitativo e declamato» con «poco da cantare». E va da sé che il pollice diventa verso.
Nove mesi dopo la débâcle di Ermione fa la sua comparsa Bianca e Falliero. Alla Scala di Milano, dove Rossini è intento al riscatto e a non deludere quel pubblico che due anni e mezzo prima, inizialmente maldisposto, aveva poi portato al trionfo La gazza ladra.
E lo fa scegliendo il libretto di un bravo e sicuro poeta, Felice Romani, che si ispira alla tragedia Blanche et Montcassin di Antoine-Vincent Arnault. Una storia che ricalca un copione già visto ma in voga: il proscritto ribelle (Falliero) ama la figlia del doge di Venezia (Bianca) che invece deve sposare un ricco pretendente (Capellio) per volere del padre (Contareno) che così pensa di rimpinguare le esauste sostanze di famiglia. Dopo contrasti, duelli e processi giunge il lieto fine, con i due amanti divisi che finalmente si riuniscono e convolano a giuste nozze.
Un soggetto sicuro, come sicuri sono i cantanti tutti a loro agio con la musica di Rossini, sicura la bontà dell’orchestra scaligera, una delle migliori in Italia, e infine sicuro il nome di Alessandro Sanquirico, tra i più illustri scenografi dell’epoca. Eppure Bianca e Falliero ottiene stroncature piuttosto pesanti dalla critica, a latere d’un successo di pubblico comunque sempre tiepido. Eppure Rossini pone grande cura nell’impostare la sua opera, che punta al superamento di una struttura formale alquanto consueta e collaudata con l’ampliamento delle singole arie, dei duetti e dei gran pezzi concertarti. Lo scopo è di “arricchire” un dramma piuttosto statico, aumentare la temperatura emotiva per poi scioglierla nel finale: un quartetto seguito da una grande scena da primadonna. Scopo raggiunto anche con la ricerca in orchestra di timbri e armonie particolari e nuove (stupendi gli interventi degli strumentini a commento nei concertati) e ancor più con l’attenzione al canto, che vuole ben individuare la psicologia dei personaggi. Come accade nel citato quartetto, considerato nell’Ottocento come una delle migliori pagine di Rossini. Qui le voci, alle prese con un canto ornato di bella e suggestiva melodia, si fronteggiano in un animato e raffinato contrappunto così che ciascuna linea di canto mantiene la propria individualità, ben evidenziando i caratteri di ciascun personaggio: del padre cinico, del pretendente deluso e degli osteggiati amanti infelici. Ma l’esempio più emblematico di un canto siffatto lo abbiamo nella scena finale. Rossini riutilizza il rondò “Tanti affetti“ dalla Donna del lago che, andata in scena al San Carlo appena sei mesi da Ermione e tre prima di Bianca e Falliero, stava trionfando dopo le perplessità della première. Rossini modifica il testo e la melodia e l’armonia originali, con tali estro e perizia tecnica, da far in modo che se a Napoli il canto di Elena (che era Isabella Colbran) esprimeva gioia e gratitudine per il ricongiungimento con il promesso sposo, a Milano invece Bianca (interpretata da Violante Camporesi) celebra l’amore sponsale e filiale dopo aver toccato il cuore del padre egoista, con un canto che invece della felicità esprime la mestizia e lo sconforto che attanagliano una donna che si vede separata dall’amato. Sono soltanto due esempi – e tanti altri se ne potrebbero trovare – che rivelano quanto in Bianca e Falliero Rossini percorra la strada di un belcantistismo di matrice classica ma “reinventato”: dal virtuosismo – nella sua più generale accezione di «assoluta padronanza dei mezzi tecnici connessi con l’esercizio di un’arte» – amplificato, reso più spericolato e ardito ma per essere indirizzato a esisti espressivi inusitati. E anche i celebri quanto criticati “auto-imprestiti”, che in Bianca e Falliero sono alquanto esigui a dire il vero, che si pensava nascessero dalla pigrizia o dalla “auto-celebrazione”, in realtà sono il frutto di una mente geniale volta a migliorare e a lanciare verso nuovi orizzonti il proprio estro creativo.
Le produzioni di Ermione e Bianca e Falliero al ROF appena concluso, nell’anno in cui si festeggia Pesaro capitale italiana della Cultura, hanno permesso di verificare sul campo ciò di cui s’è disquisito fin qui. Lo si è ben constatato a partire dai maestri direttori e concertatori: Roberto Abbado e Michele Mariotti.
Roberto Abbado al ROF 2024
Michele Mariotti al ROF 2024
Roberto Abbado non propone una chiave di lettura originale o innovativa, ma punta a presentare Bianca e Falliero per ciò che è: un’opera la cui drammaturgia risiede nella musica. E quindi notevole e sensibile attenzione alla partitura, nel rispetto della monumentale e grandiosa architettura sonora, dando la giusta evidenza all’inventiva e alla ricchezza della strumentazione a partire dal rilievo alle singole sezioni, nella ricerca delle atmosfere più giuste con i dovuti colori e dettagli strumentali e infine nello scegliere i tempi opportuni giocando con i rubati e con i celebri crescendo, che mai “affossano” le voci ma piuttosto le sostengono, a vantaggio di un canto fluido e “pratico” quanto mai attento, vario e articolato.
ROF 2024 – Bianca e Falliero Giorgi Manoshvili (Capellio) e Aya Wakizono (Falliero)
Con le voci è ragionevole iniziare dalle maschili. Giorgi Manoshvili ha una voce di basso-cantante di bel colore brunito, sonora e anche morbida, la linea di canto è sorvegliata e modulata, così da creare un Capellio nobile e solenne: è lui infatti che magnanimamente rinuncia a Bianca portando a più miti consigli Contareno. I cui panni li riveste Dmitry Korchak. Canta al ROF regolarmente da quasi vent’anni e non sempre le sue prestazioni sono di pari livello: a volte gli acuti suonano forzati e il legato mostra qualche “buco”, ma in questa Bianca e Falliero Dmitry Korchak, anche se la voce ha perso qualcosa del timbro e dell’omogeneità d’un tempo, canta davvero bene: svetta in alto e al centro modula e fraseggia con morbidezza, ma soprattuto esegue le ardue agilità con nitore e incisività, per ben esprimere il carattere volitivo e insensibile dell’inflessibile Contareno, un personaggio in fondo molto poco simpatico.
ROF 2024 – Bianca e Falliero Dmitry Korchak (Conatreno) e Jessica Pratt (Bianca)
Suscita invece simpatia e favore la coppia femminile protagonista, che si difende come può dagli attacchi del padre infuriato e del pretendente frustrato. Il primo Falliero fu Carolina Bassi, il cui successo – stando alle cronache – fu dovuto «alla bellezza, al volume straordinario della sua intonazione, e alla purezza della sua messa di voce e della sua vocalizzazione». Aya Wakizono non è propriamente un contralto: la voce ha un colore piuttosto chiaro anziché scuro, manca di corpo il settore grave però ha squillo quello acuto; la vocalizzazione è buona e il fraseggio è aderente al senso musicale, e cosa lodevole Aya Wakizono non forza mai il suono per dare spessore eroico a un personaggio che invece sceglie di improntare a sobrietà, nobiltà e stile. Riuscita in tal senso la grande scena di Falliero in prigione e riusciti i duetti con Bianca, per la levità delle agilità e per la morbidezza del legato e del fraseggio. Accanto a Aya Wakizono c’è Jessica Pratt che interpreta Bianca. Anche il soprano australiano canta regolarmente al ROF e dal suo esordio del 2011 è apprezzata per la bontà del canto, in particolare per lo scintillio delle agilità e per lo squillo e la penetrazione degli acuti. Attualmente la virtuosa di matrice belcantistica, che un tempo stupiva e conquistava, ora appare meno spontanea e “spericolata”: nel settore acuto, soprattutto se affrontato di slancio, si percepisce qualche stridore e stimbratura e la vocalizzazione si sente un po’ meccanica, così che la cantante, che sembra preoccupata di controllare l’emissione e sorvegliare la linea di canto, appare interprete un po’ “ingessata” e distaccata. Sono défaillance sulle quali, nell’economia della prestazione offerta, il pubblico sorvola, riservando a Jessica Pratt applausi calorosissimi, per il rielaborato “micidiale” rondò dalla Donna del lago e all’uscita ultima in palcoscenico.
ROF 2024 – Bianca e Falliero Aya Wakizono (Falliero) e Jessica Pratt (Bianca)
Michele Mariotti prende Ermione sul serio, al pari di quanto Roberto Abbado fa con Bianca e Falliero. Entrambi puntano a una lettura scintillante, mobile e varia, ricca di colori e di suoni cangianti. Ma mentre Roberto Abbado si assesta su una lettura “classica” della partitura in un’ottica prettamente belcantistica, Michele Mariotti si concentra su Ermione che è – come è stato detto – un’opera «strana», di tinta «furiosa» e «rumorosa», dal soggetto «troppo tragico» che è «tutto recitativo e declamato». In tal modo la conduzione di Michele Mariotti si fa tesa e vibrante, corrusca, che alterna fortissimi al limite dello sconquasso a pianissimi quasi incorporei, dalle repentine accelerazioni e dai rallentando altrettanto rapidi, che portano all’esaltazione di un’orchestrazione sontuosa e densa, nella quale echeggiano con grande evidenza gli ottoni, i legni e le percussioni.
ROF 2024 – Ermione regia di Johannes Erath
E il canto? Michele Mariotti lo fa procedere nella stessa direzione: suona quasi sempre infuocato e incalzante, e quando si fa più misurato, acquista un qualcosa di inquieto e ansioso per lasciar intendere che sotto la cenere covano i carboni ardenti. È ciò che balza evidente nella grande scena – un esempio tra i numerosi possibili – in cui Ermione si dispera sul ripudio che per sposare Andromaca Pirro le ingiunge. Le parole «Un’empia mel rapì! Egli più mio non è!» sono cantate in un tempo così dilatato, con un pianissimo appena alitato e un accento così volutamente freddo e controllato, perché accanto al dolore si percepisca chiaramente la bramosia di vendetta. Stessa cosa per il canto virtuosistico, appannaggio in prevalenza delle parti maschili, che Michele Mariotti vuole – e indiscutibilmente ottiene – fortemente espressivo, che si fa mordente e deciso o espansivo e suggestivo a seconda dei casi, anche a scapito di una linea di canto non proprio irreprensibile, tecnicamente pure imperfetta e con anche qualche sbavatura e inesattezza che tradirebbero le “logiche” del belcanto, purché sia di profonda aderenza al senso profondo di ciò che Rossini scrive, che appare di una forza drammatica e tragica e di una originalità e modernità davvero sconcertanti.
ROF 2024 – Ermione Juan Diego Flórez (Oreste) e Anastasia Bartoli (Ermione)
E tutti i cantanti che Michele Mariotti chiama a sé risultano eccellenti. Tutti rispondono in mondo egregio alle richieste e alle indicazioni del maestro direttore e concertatore. A cominciare dalla protagonista Anastasia Bartoli, trionfatrice indiscussa. Che ha una voce di pregio in quanto a timbro, colore, volume, risonanza al centro e lucentezza in alto, e si impone per l’interpretazione: lancinante, drammatica, tesissima, che fa di Ermione una dark lady ante litteram, una manipolatrice pericolosa per Pirro che la tradisce e per Oreste che invece l’ama, votata alla distruzione e all’autodistruzione, alle prese con un fraseggio mobilissimo che si fa ora penetrante come una spada e ora ansioso ma insinuante, come un ghigno satanico. E poco importa se qualche acuto stride un po’ e qualche affondo suona “vuoto”, se Anastasia Bartoli dalla prima all’ultima nota tiene lo spettatore aggrappato alla poltrone in un fascio di nervi tesi, impressionandolo ed emozionandolo a ogni momento e convincendolo che a questa interpretazione di Ermione non si può non guardare con stupore. E come a una sorprendente novità.
ROF 2024 – Ermione Anastasia Bartoli (Ermione)
I due cantanti maschi stupiscono ugualmente. E anche parecchio. Enea Scala vocalizza con irresistibile energia, andando su e giù per il pentagramma con straordinario ardore, portando la voce da acuti lanciati come strali acuminati a gravi impressionanti ma mai aperti o “sbracati” e sfruttando a fini espressivi le disomogeneità del timbro, pure non particolarmente fascinoso, così da tratteggiare un Pirro doppiogiochista e calcolatore, freddo e determinato a raggiungere il suo fine ultimo: possedere Andromaca a ogni costo.
ROF 2024 – Ermione Enea Scala (Pirro)
Juan Diego Flórez è da sempre beniamino del pubblico del ROF per la voce adamantina e squillante, per la purezza e la perfezione della linea di canto e per il virtuosismo. Adesso si presenta con una voce irrobustita dagli anni e da una svolta di repertorio, che lo porta verso un ruoli tenorili più “spinti”, e cantando con un inaspettato vigore, lanciando acuti sempre vibranti ma con più corpo d’un tempo e costruendo un centro-grave bello pieno e risonante; ma ciò che più sorprende e conquista fin dal primo ascolto è il vigore e l’energia che Juan Diego Flórez immette nel fraseggio e nell’accento, che appaiono brucianti e pregnanti, così da ben caratterizzare un personaggio esaltato e sconvolto, come Oreste, a un passo dalla follia, capace di uccidere per amore.
ROF 2024 – Ermione Juan Diego Flórez
Si è iniziato dicendo bene di tutti i cantanti. E quindi si continua riferendo di Victoria Yarovaya, che interpreta Andromaca con le dovute nobiltà e prontezza di madre coraggiosa, di Antonio Mandrillo (Pilade) e Michael Mofidian (Fenicio) cui Rossini riserva un siparietto di non facile esecuzione ma necessario per allentare la tensione accumulata prima dell’apocalittico finale d’opera. Benissimo ovviamente l’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai e il Coro del Teatro Ventidio Basso che rispondono brillantemente all’incandescente guida di Michele Mariotti. Salutato da un urgano di applausi e di grida osannanti al suo apparire alla ribalta finale, insieme con tutti gli artefici di questa Ermione, che al Rossini Opera Festival sarà ricordata ancora negli anni a venire.
ROF 2024 – Ermione regia di Johannes Erath
Un tale entusiasmo è da condividere con la spettacolo firmato dal regista tedesco Johannes Erath, che chi scrive apprezzò molto a Colonia nel 2022 per Les Troyens di Berlioz e a Roma nella scorsa stagione nel Tabarro di Puccini insieme con Il castello del principe Barbablù di Bartók. Qui a Pesaro, avvalendosi del prezioso contributo di Heike Scheele (scene) di Jorge Jara (costumi) di Bibi Abel (video) e di Fabio Antoci (luci) e in perfetta sintonia con Michele Mariotti, Johannes Erath realizza un spettacolo “moderno” cupo, drammatico, inquieto e inquietante, ambientato in una reggia claustrofobica dove dominano incontrastati la corruzione e l’eros. Ma di una sensualità e sessualità “malate”, simboleggiate da un dio Cupido che si aggira tra i personaggi con fare infingardo e insidioso, armato di una lunga freccia (al neon!?) che scocca all’indirizzo di chi vive l’amore desiderando e amando la persona sbagliata, tradendo e uccidendo, in una lotta senza quartiere, in una “arena” di belve, che si azzannano l’una contro l’altra, fino al completo annientamento di ogni contendente e di sé stesse.
ROF 2024 – Ermione Anastasia Bartoli (Ermione) e Juan Diego Flórez (Oreste)
Per Bianca e Falliero invece la regia è di Jean-Louis Grinda, con le scene e i costumi Rudy Sabounghi e le luci di Laurent Castaingt, L’ambientazione strizza l’occhio al pubblico più tradizionalista apparendo classica, ma poi si scopre che accanto ai costumi d’epoca ci sono quelli di foggia moderna e non manca nemmeno la multimedialità: proiezioni video di una guerra che però è fantomatica (il libretto allude a un altro conflitto); le scene sono imponenti e sono cambiate a vista e in esse si aggirano personaggi dall’identità misteriosa (una cieca ottuagenaria e tremolante che ci si chiede se sia Bianca da vecchia o la decrepita sua madre) e altri cui si fanno compiere azioni senza senso che disturbano l’ascolto: l’esempio più eclatante lo danno le damigelle di Bianca trasformate in domestiche, che Grinda impegna tutte insieme a spolverare un solo gigantesco quadro, mentre Jessica Pratt canta la sua aria di sortita. Il riempire la scena di oggetti e di comparse perché non si crede a sufficienza nella forza “teatrale” della musica, e di questo Rossini nello specifico, è un sospetto piuttosto fondato. Se si aggiunge infine una recitazione convenzionale e poco curata, al massimo preoccupata di regolare le entrate e le uscite dalle quinte, si constata che la regia di Jean-Louis Grinda è alquanto disattenta e piuttosto confusa, che quasi non ci si accorge che ci sia.
ROF 2024 – Bianca e Falliero regia di Jean-Louis Grinda
Anche Il barbiere di Siviglia desta qualche perplessità. Dal podio Lorenzo Passerini imprime all’opera un andamento vorticoso e incalzante sin dalla Sinfonia, con anche i recitavi secchi che chiede velocissimi, con il rischio che a volte le battute si sovrappongo e le parole poco si comprendono. Tutto comunque sembra sprizzare frenesia, divertimento e joie de vivre, con Passerini che dal podio compie gesti così ampi e frenetici da sembrare che voglia dirigere a passi di danza; ma da quasi subito ci si avvede che se un andamento ritmico così esuberante, martellante e “percussivo” non è alternato a rallentando e a stentando e i pianissimo non succedono con studiata mobilità ai fortissimo, magari nei pezzi concertati un certo “tumulto” e un certo clangore arrivano anche a scuotere come «un tremuoto, un temporale, un tumulto generale che fa l’aria rimbombar» – e il pubblico applaude eccitatissimo – ma la lettura procede a senso unico, risultando pesante e monocroma.
ROF 2024 – Il barbiere di Siviglia Carlo Lepore (don Bartolo) e Michele Pertusi (don Basilio)
Tra i cantanti ci sono Michele Pertusi (che impersona don Basilio) e Carlo Lepore (don Bartolo) che cantando assai bene – la classe non è acqua, come la tecnica che possiedono entrambi, insieme con l’esperienza che viene dalla frequentazione di questo repertorio per tante stagioni – riescono a creare personaggi arguti e divertenti. Maria Kataeva conferma le doti che la rivelarono al ROF 2022 cantando Isolier ne Le Comte Ory: voce di mezzosoprano calda e vellutata, vocalizzazione fluida e precisa, accento e fraseggio rifiniti e comunicativi; si avverte soltanto qualche tensione negli acuti, quando Maria Kataeva li “spinge” con forza per renderli più vibranti, senza tuttavia che ce ne sia un vero bisogno.
ROF 2024 – Il barbiere di Siviglia Maria Kataeva (Rosina)
Andrzej Filonczyk è un Figaro di voce robusta e sonora, di cui il baritono polacco sembra essere ben consapevole se si guarda all’energica esuberanza con cui prende gli acuti e che mette nel fraseggiare; una voce che regola l’interpretazione di Andrzej Filonczyk nel suo complesso e che non si discosta dal solco di una tradizione che piace molto al pubblico (probabilmente non soltanto del ROF) stando al diluvio di applausi che saluta l’esecuzione di “Largo al factotum”.
ROF 2024 – Il barbiere di Siviglia Andrzej Filonczyk (Figaro)
Jack Swanson è un “tenorino” di voce chiara e piccola di volume e di risonanze, che non è come quella di Manuel Garcia (il primo conte d’Almaviva) che era di “tenore-baritonale”, come non lo sono le agilità e gli acuti, che suonano il più delle volte poco sciolte le prime e striduli e stentati i secondi. Questo è evidente all’inizio, ma in corso d’opera qualcosa migliora sebbene il disagio continui a percepirsi, fino al micidiale rondò “Cessa di più resistere” che deve essere cantato, visto che Il barbiere di Siviglia è stato proposto nella sua integrità, che il tenore statunitense riesce a portare a termine senza troppe incertezze.
ROF 2024 – Il barbiere di Siviglia Jack Swanson (Il conte d’Almaviva)
Questo Barbiere di Siviglia è una ripresa di uno spettacolo presentato al Rossini Opera Festival nel 2018 e realizzato per la regia, le scene e i costumi da Pier Luigi Pizzi, con la collaborazione di Massimo Gasparon creatore anche delle luci. È un Barbiere che ricostruisce una Siviglia con porticati, atri e loggiati rigorosamente in bianco, dove tutti si muovono come silhouette in nero di strehleriana memoria, che all’improvviso si animano indossando vivaci costumi, ora azzurri, ora violetto ora rosso fuoco.
Il barbiere di Siviglia al ROF 2018 regia di Pier Luigi Pizzi
Chi scrive vide la prima edizione di questo spettacolo e ricorda una regia caratterizzata da una recitazione calibratissima, precisa e senza sbavature, curata nei minimi particolari, rispettosa del libretto ma anche arricchita di gesti e posture che gettavano nuova luce sui personaggi e sulle situazioni: il conte d’Almaviva – ad esempio – cantava la sua serenata d’amore in controluce annusando una rosa scarlatta, che poi idealmente porgeva alla bella Rosina. Le gag di allora – come don Basilio che balbetta e don Bartolo che parla con una “nobile” erre arrotata – si ripeto ancora oggi ma amplificate, aumentate di altre trovate, di un continuo agitarsi e gesticolare e di un andare su e giù per le scale e di qua e di là per il palcoscenico, da imputare con molta probabilità ai singoli interpreti, evidentemente lasciati a se stessi da un Pier Luigi Pizzi in fase di stanca o in surplus lavorativo, probabilmente per gli impegni presi in contemporanea al ROF con il Festival Puccini a Torre del Lago, che celebra il centenario della morte del compositore lucchese. Ma il pubblico di oggi sembra non farci caso e bissa il successo del Barbiere di Siviglia di ieri, edizione 2018.