“Auguri” di Natale al Parco della Musica con «Messiah» di Händel

Al Parco della Musica di Roma per il tradizionale concerto di Natale, che ha interrotto per le ultime feste dell’anno la Stagione Sinfonica 2023/24 dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, è stato proposto Messiah di Georg Friedrich Händel diretto da John Nelson e cantato da Sara Blanch (soprano), Sasha Cooke (mezzosoprano), Krystian Adam (tenore) e Anthony Robin Schneider (basso). Il concerto s’è tenuto nei giorni 20, 21 e 22 dicembre 2023. La cronaca si riferisce alla seconda serata.

G. F. Händel: Messiah – Roma, Auditorium Parco della Musica
John Nelson
(fotografia di Riccardo Musacchio)

John Nelson, assente dai concerti dell’Accademia da quasi trent’anni (la sua ultima apparizione a Santa Cecilia risale al febbraio 1994), è tornato a Roma con una direzione del Messiah emozionante e coinvolgente. È risultata vibrante e vivida, dalle sonorità calde e splendenti, ma prive di quella grandiosità ampollosa e “barocca” che per tanti anni ha dominato ed enfatizzato l’interpretazione dell’oratorio händeliano; una direzione dalla condotta lucida, lineare e rigorosa, di una espressività essenziale ma pur sempre eloquente, che contava principalmente su suggestivi piani e pianissimi alternati a intesi forti e fortissimi e sulla scansione ritmica ben definita nei ritmi sia energici sia languidi.
Per tutto questo John Nelson ha trovato nell’Orchestra di Santa Cecilia una adesione e una rispondenza notevoli. Come eccellente è stata la prestazione del Coro dell’Accademia, ben preparato da Andrea Secchi, capace di far proprie le tante e precise indicazioni del direttore statunitense.

G. F. Händel: Messiah – Roma, Auditorium Parco della Musica
Sasha Cooke, Sara Blanch e John Nelson
(fotografia di Riccardo Musacchio)

Meno in sintonia sono sembrati i solisti. Anche se non tutti. La più convincente è stata Sara Blanch – che attualmente si sta perfezionando con Mariella Devia – di vocalità facile e spontanea. La voce ha un timbro luminoso e ha acuti sicuri e sonori, ma il volume appare un po’ esiguo e il settore grave dal corpo non troppo polposo. La linea di canto è aggraziata e duttile e il fraseggio vario, così che il soprano catalano canta l’ultima aria I know that my Redeemer liveth con accenti toccanti e convincenti.
La voce del mezzosoprano californiano Sasha Cooke nella zona centrale si percepisce chiara e di timbro gradevole, anche se non sempre lo è il settore acuto, che tuttavia si fa sentire oltre l’orchestra, ma la voce in basso risuona poco. Sasha Cooke ha tuttavia cantato con il giusto pathos la bell’aria della seconda parte He was despised, tutta giocata sulla a lei più congeniale zona “di mezzo”.

G. F. Händel: Messiah – Roma, Auditorium Parco della Musica
Krystian Adam
(fotografia di Riccardo Musacchio)
G. F. Händel: Messiah – Roma, Auditorium Parco della Musica
Anthony Robin Schneider
(fotografia di Riccardo Musacchio)

Il tenore Krystian Adam è considerato uno specialista della musica barocca e settecentesca. La voce è limpida e diafana, i centri e i gravi si sentono rotondi, ma nel salire si nota una certa incertezza che fa percepire gli acuti faticosi e al limite della “stimbratura”. C’è da dire pure che qualcosa non funziona perfettamente nell’emissione del tenore polacco; a volte il fiato cessa di netto cosicché le parole suonano tronche: ad esempio «people» diventa «peo…» e della parola «Comfort» si sente l’inizio «Com…» e poi la «…t» finale ma in mezzo non si ode più nulla. Però come accade alle colleghe, l’interprete riesce a essere partecipe e a convincere, con una linea di canto nel complesso mobile e dal fraseggio rifinito.
Un “apprezzamento” che è un po’ più difficile riservare a Anthony Robin Schneider che canta tutto di forza, con poca delicatezza. La vocalizzazione del basso austriaco-neozelandese non è fluidissima e piuttosto slentato è il legato, e gli acuti non sono morbidissimi. Con poco vantaggio per una voce che suona sì di grosso volume e robusta, ma che in fondo è alquanto disomogenea e a tratti suona spigolosa. E l’interprete alla fine procede a senso unico: con tanto vigore ma con poca commozione. 

G. F. Händel: Messiah – Roma, Auditorium Parco della Musica
Sasha Cooke
(fotografia di Riccardo Musacchio)
G. F. Händel: Messiah – Roma, Auditorium Parco della Musica
Sara Blanch
(fotografia di Riccardo Musacchio)

Una commozione che è stata ben percepita invece nei caldi e prolungati applausi che si sono levati dalla platea, insieme con i pochi spettatori inglesi che si sono alzati in piedi a ricordo dello stesso gesto compiuto da re Giorgio II alla première del Messiah, alla fine del celeberrimo Hallelujah, e in questa occasione così bene cantato e suonato da meritare tanto entusiasmo. Ma mentre tutto ciò accadeva, dalla platea si alzavano tre giovani (più un quarto che li riprendeva con uno smartphone) che si sedevano intorno al podio ed esibivano le loro bianche t-shirt con sopra scritto in nero: «le note della catastrofe», «lo spettacolo non può continuare» e «fondo riparazione ora!». Tre giovani appartenenti a “Ultima Generazione” che così bene orchestravano una protesta silenziosa per chiedere al pubblico di fermarsi e – come ben specificato nella pagina Facebook – di «osservare veramente quello che sta succedendo, invece di continuare a restare nell’assurdo della quotidianità» che si continua «a vivere: guerre, disuguaglianze e disastri causati dall’emergenza eco-climatica» e infine chiedevano di prendere «tutti coraggio» e di non lasciar «continuare questo spettacolo orrendo!». Il pubblico reagiva impedendo ai tre ragazzi di parlare con urla e fischi di disapprovazione, che poi diventavano di sostegno per gli uomini del servizio d’ordine intervenuti a trascinare fuori i contestatori.
L’intento dei membri di “Ultima Generazione” era di disturbare l’esecuzione di questo Messiah all’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, per così disturbare le coscienze dell’opinione pubblica. Una festa che si voleva rovinare, riuscendoci però soltanto in parte. Iniziata la bagarre usciva di scena il primo violino palesemente contrariato, subito seguito dal direttore e dai solisti attoniti e da ultimo dall’orchestra e dal coro, senza più rientrare in palcoscenico per ricevere i caldi applausi che il pubblico continuava a riservare loro, tra le urla di disapprovazione ai manifestanti. Perplessità nei volti e nei gesti, che a ben guardare si potevano ritrovate nell’esecuzione di questo capolavoro, così tanto celebre e così tanto celebrato da offuscare il resto della produzione oratoriale di Händel, pur degna di altrettanta alta considerazione. 

G. F. Händel: Messiah – Roma, Auditorium Parco della Musica
Sasha Cooke, Sara Blanch, John Nelson e i tre giovani di “Ultima Generazione”

Perplessità che possiamo sintetizzare in due: la scelta di non eseguire l’oratorio nella sua interezza e di affidarlo a un’orchestra “moderna”.
Se si fosse richiesto il formato ridotto a quest’ultima e al coro e se si fossero usati strumenti d’epoca – come accaduto già in passato in Accademia, con La Creazione di Haydn diretta da René Jacobs nel 2009 ad esempio – con molta probabilità l’esecuzione sarebbe risultata più affine al modo di intendere oggi la “classicità” musicale settecentesca, nel completo rispetto delle forme, delle convenzioni e delle regole dell’epoca. La musica avrebbe acquistato più leggerezza e compostezza, le sonorità sarebbero state più chiare e trasparenti, avrebbero acquistato ancor più lucente penetrazione, soprattutto quelle dovute ai fiati, e si sarebbero ancor più percepite le tante ricchezze e le minuzie strumentali della partitura che Nelson pur riusciva a trovare, dando anche leggerezza e delicatezza al suono dell’Orchestra di Santa Cecilia, mantenendolo pur sempre pieno e ricco. E pure le voci insieme con il coro ne avrebbero giovato, correndo con maggior facilità senza preoccuparsi di troppo dover “fronteggiare” il suono di un’orchestra “moderna” al completo.

Attualmente, in un’epoca di “rinascita” del belcanto e della musica “antica”, in un tempo in cui i teatri d’opera si riempiono al nome non soltanto di Händel o di Vivaldi, ma anche di Cavalli, di Porpora, di Vinci e di Leo e di una pletora di altri compositori del sei-settecento, semi-sconosciuti ai più ma illustri e in via di riscoperta, è inaccettabile che queste musiche non siano eseguite nella loro integrità. Farlo equivarrebbe a meglio conoscere un autore e a dargli il giusto credito, anche laddove può sembrare che l’ispirazione e la creatività latitino, perché si è sempre di fronte a un’opera d’arte – intesa nella più onnicomprensiva accezione del termine – e come tale va presa in considerazione. Dispiace allora constatare che John Nelson abbia espunto dalla partitura del Messiah, in questo “romano” concerto di Natale, mezz’ora abbondante di musica. Ancor più ce ne duole, allorquando si considera che il Maestro Nelson appena nel 2023 ha realizzato un’incisione discografica dell’oratorio di Handel proposto in edizione integrale, senza alcun taglio di tradizione, con The English Concert & Choir e con un quartetto di noti “belcantisti”, con finanche l’aggiunta in appendice di una decine di arie “alternative” e semplici varianti, scritte successivamente alla prima del 12 aprile 1742 avvenuta nella New Music Hall di Dublino. 

Balthasar Denner, “Ritratto di Georg Friedrich Händel” (1728)
National Portrait Gallery, Londra

Il Messiah di Händel, che si avvale del libretto di Charles Jennens, si presenta come un’articolata riflessione sulla Passione Morte e Resurrezione di Cristo, e sulle Profezie a esse collegate, più che sulla sola Natività di Gesù, di cui il testo riferisce seppur brevemente. La scelta della Direzione Artistica dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia di eseguire l’oratorio di Händel nei giorni immediatamente precedenti al Natale sorprende alquanto. Perplessità non certo di carattere teologico ma di semplice opportunità pastorale, che nondimeno perdono valore davanti alla travolgente splendente bellezza armonica e melodica dell’Hallelujah, atto a celebrare tanto la Natività quanto la Resurrezione e pure l’Apocalisse, cui chiaramente il Messiah di Händel fa riferimento nella terza e ultima sua parte.

P.S.
Dall’inizio del terzo millennio all’Accademia Nazionale di Santa Cecilia Messiah di Georg Friedrich Händel è stato proposto altre due volte e con due “specialisti” della musica barocca sul podio: Fabio Biondi nel 2011 e Ton Koopman nel 2017.

Un “singolare” Trovatore al Teatro Comunale di Modena

Il trovatore di Giuseppe Verdi è stato il terzo spettacolo in cartellone per la Stagione Lirica 2023/24 del Teatro Comunale di Modena. Hanno cantato nelle parti principali Dalibor Jenis (Il Conte di Luna), Marta Torbidoni (Leonora) Anna Maria Chiuri (Azucena) Angelo Villari (Manrico) e Giovanni Battista Parodi (Ferrando) con la direzione d’orchestra affidata a Matteo Beltrami, mentre a Stefano Monti spettavano la regia, i costumi e le scene, per queste ultime insieme con Allegra Bernacchioni.

G. Verdi: Il trovatore – Teatro Comunale di Modena
(fotografia Rolando Paolo Guerzoni)

Il trovatore è un’opera molto amata e molto rappresentata, basti pensare che nel 2022 in Europa si sono contati circa trenta allestimenti, di cui sei soltanto in Italia. E quasi sempre si registra il tutto esaurito, come in questo caso. Ma ogni volta ci si chiede: «A che Trovatore si assisterà? La regia sarà “all’antica” fedele al libretto oppure “moderna” con idee peregrine e provocatorie? Un Trovatore in versione filologica o secondo tradizione? Il tenore canterà il do della “pira” oppure no?». Al Teatro Comunale “Pavarotti-Freni” (una dovuta intitolazione a due grandissimi cantanti modenesi) si è assistito a un Trovatore nuovo e vecchio insieme. Se così possiamo dire.

G. Verdi: Il trovatore – Teatro Comunale di Modena
Marta Torbidoni (Leonora) e Ilaria Alida Quilico (Ines)
(fotografia Allegra Bernacchioni)

Cominciamo col riferire della regia di Stefano Monti. In palcoscenico gli ambienti erano creati a vista con alti pannelli mobili e con pochi elementi scenici: uno specchio ustorio per evocare ora il rogo ora la luna, due funi lunghissime che scendevano dall’alto a ricordarci le catene di una prigione, oppure un paio di crocifissi portati in palcoscenico a suggerire il calvario dei protagonisti. Vi agivano i cantanti, che indossavano costumi di fogge medioevali, che si muovevano lentamente, che assumevano pose statuarie e compivano gesti che più che delle azioni dicevano dei pensieri e delle emozioni ad esse soggiacenti. Un Trovatore fedele al libretto nella forma, nell’illustrazione delle didascalie, che per il resto percorreva la strada della narrazione astratta e simbolica, che perdeva ogni connotazione realistica per diventare l’evocazione di un sogno, di un incubo notturno o meglio di un lontano ricordo, come nella verità del libretto il dramma del fratello rapito e poi ucciso – che è il cuore del dramma – è sempre e soltanto raccontato.

G. Verdi: Il trovatore – Teatro Comunale di Modena
Marta Torbidoni (Leonora) Dalibor Jenis (Il Conte di Luna) e Anna Maria Chiuri (Azucena)
(fotografia Rolando Paolo Guerzoni)

Il maestro direttore e concertatore Matteo Beltrami proponeva un Trovatore pressoché integrale, con la riapertura di molti tagli di tradizione, come il ripristino dei “da capo” delle cabalette. Ma non possiamo dire che si sia trattato di un Trovatore “filologico”. Matteo Beltrami non ha preso a riferimento un’edizione critica, ma ha diretto la partitura dell’opera, che insieme con Rigoletto e a La traviata costituiscono la trilogia cosiddetta “popolare”, tenendo conto della tradizionale prassi esecutiva, quella che ad esempio consente al tenore di cantare il do di “Di quella pira”, oppure permette l’interpolazione di acuti non scritti: quelli che solitamente si “sparano” nel terzetto “Di geloso amor sprezzato”, nella serenata di Manrico e pure nell’aria del Conte di Luna. Quella tradizione che Riccardo Muti verdiano d.o.c. tanto tenacemente osteggia, ritenendola fuorviante e non consona alle intenzioni dell’autore. Una tradizione che dal canto suo Matteo Beltrami intendeva rispettare e improntare alla drammatizzazione, all’accentuazione delle pagine più incandescenti con vigore e manforte, giustapponendole ai momenti lirici e malinconici dall’andamento più moderato ma sognante: bellissima in tal senso l’intera scena di Leonora ai piedi della torre dove sta prigioniero Manrico.
Matteo Beltrami ha anche ricercato ritmi, sonorità e colori orchestrali inusitati, come non sempre è dato ascoltare in teatro, per creare le intonate atmosfere notturne e misteriose, ben adatte a un’opera come Il Trovatore che si svolge quasi sempre al chiaro di luna e in luoghi isolati e silenziosi, e ha anche guidato gli interpreti a un canto vario ed eloquente, come ha fatto con i professori dell’orchestra, per caratterizzare meglio le psicologie dei personaggi, che così balzavano fuori emozionanti e avvincenti. E ripetiamo inattesi.

G. Verdi: Il trovatore – Teatro Comunale di Modena
Dalibor Jenis (Il Conte di Luna) Giovanni Battista Parodi (Ferrando) Angelo Villari (Manrico) Marta Torbidoni (Leonora) e Ilaria Alida Quilico (Ines)
(fotografia Rolando Paolo Guerzoni)

Non tutti i cantanti però rispondevano adeguatamente a queste sollecitazioni.
Il tenore Angelo Villari che impersonava Manrico, il personaggio che dà il titolo all’opera, esibiva una voce virile e robusta e un canto generoso, dall’emissione quasi sempre di forza e dall’intonazione non sempre perfetta, che sembrava scelto soltanto per arrivare a cantare “Di quella pira” con gagliardo ardore (per altro abbassata di tono e con gli acuti interpolati di “o teco” e di “allarmi!” non propriamente riusciti) privando il legato di morbidezze, il fraseggio di sfumature e anche spianando quell’elementare canto melismatico che Verdi richiede, cosicché il Manrico di Angelo Villari risultava alla fine un eroe romantico un po’ a senso unico: aitante e risoluto ma dall’affettuosità non troppo discreta.
Riflessione analoga per Dalibor Jenis, che cantava Il Conte di Luna, giunto all’ultimo momento a sostituire il titolare Ernesto Petti, ammalatosi alla vigilia della prima. Il baritono slovacco aveva una voce di bel colore scuro, corposa e sonora, e acuti timbrati; la linea di canto si mostrava incisiva e vigorosa, anche se un po’ spigolosa e “spianata anch’essa, per tratteggiare adeguatamente la gelosia che sconfina nell’incontrollata esacerbazione e che Il Conte di Luna nutre per Manrico, suo rivale in amore (e come si scoprirà nel finale anche fratello); una linea di canto che però era manchevole di suoni attenuati, morbidi e rotondi, per dire la nobiltà del personaggio e l’amore che prova anche lui per Leonora, infuocato e appassionato ma con sempre un fondo di aristocratica dedizione.

G. Verdi: Il trovatore – Teatro Comunale di Modena
Angrelo Villari (Manrico) Marta Torbidoni (Leonora) e Dalibor Jenis (Il Conte di Luna)
(fotografia Rolando Paolo Guerzoni)

Pregevole la compagine femminile, costituita dal mezzosoprano Anna Maria Chiuri e dal soprano Marta Torbidoni che, come è stato per il baritono Jenis, ha sostituito la titolare Chiara Isotton indisposta. Anna Maria Chiuri interpretava Azucena, personaggio dai complessi risvolti psicologici. È la zingara che per errore spinge nel rogo il proprio figlio anziché Manrico, rapito per vendetta: il padre (Il Conte di Luna “senior”) aveva fatto ardere viva la madre di Azucena. Personaggio torvo e lacerato, assetato di vendetta ma anche divorato dai sensi di colpa di matricida, che cerca di lenire con l’amore e la dedizione che riserva a Manrico. Anna Maria Chiuri interpretava il ruolo di Azucena con proprietà stilistica e scrupoloso rispetto dei segni d’espressione, valorizzati con la studiatissima cura della parte strumentale da parte di Matteo Beltrami, che finiva col farci scoprire che l’orchestrazione di Verdi va ben oltre il tanto imputato e criticato (alquanto a sproposito) zumpappà. E questo accadeva fin da quando Azucena entrava in scena: dalla ballata di presentazione “Stride la vampa” cantata con gravità, seguita da un “Condotta ell’era in ceppi” convulso e angoscioso, per poi esibire accenti ansiosi nell’incontro con Il Conte di Luna e nella scena del carcere concludere, al pensiero della morte imminente, con un fraseggio dolente dai suoni appena sussurrati. Anna Maria Chiuri offriva un buon controllo della linea di canto, riservato anche all’emissione e al legato, non prendeva mai di petto i gravi tantomeno li faceva sguaiati o volgari, manteneva morbidi e rendeva facili e sonori i centri, mentre faticosi si rivelavano gli acuti, spesso presi di spinta, risultando “aperti” e oscillanti e alla fine non troppo “carezzevoli” all’ascolto. Una nota davvero e purtroppo “stonata” in una prestazione e un’interpretazione nel complesso ragguardevoli.

G. Verdi: Il trovatore – Teatro Comunale di Modena
Anna Maria Chiuri (Azucena)
(fotografia Allegra Bernacchioni)

Marta Torbidoni impersonava Leonora, amata dall’appassionato Manrico ma pure oggetto del desiderio dell’irruente e morboso Conte di Luna, che si immola come vittima sacrificale per la salvezza del trovatore, ma senza riuscirci. Marta Torbidoni aveva una bella voce calda, ricca di armonici, fluida nella vocalizzazione; una voce tendenzialmente omogenea che però quando saliva agli acuti tendeva a schiarirsi, a perdere gli armonici e a suonare un po’ asprigna. Il fraseggio infine era rifinito e si avvantaggiava di begli accenti scolpiti. All’inizio Marta Torbidoni appariva un po’ cauta, il canto sembrava non fluire facile, e l’interprete appariva poco convinta, probabilmente perché intimorita dell’essere arrivata a cantare la parte di Leonora così difficile all’ultimo minuto. Rincuorata, s’impegnava perché la recita andasse in crescendo, arrivando a toccare il vertice nella scena della torre. Complice il sostegno e l’attenzione di Matteo Beltrami, Marta Torbidoni rispettava al meglio le indicazioni dinamiche prevista da Verdi; eseguiva bene tecnicamente e con convinzione i molti pp con espressione, i dolcissimo e i dolce e leggero in “D’amor sull’ali rosee”, i crescendo e i diminuendo delle “forcelle” nel “Miserere” ed entrambe le indicazioni, giustamente variate ogni volta, di sottovoce e agitato che sono riportare in partitura all’inizio e alla ripresa della cabaletta “Tu vedrai che amore in terra”. In questo modo Marta Torbidoni si prodigava in un’interpretazione viva e pulsante, che ben teneva desta l’attenzione del pubblico, che affollava numerosissimo il Comunale di Modena, traendolo dalla propria parte e coinvolgendolo nei pensieri e nei turbamenti di Leonora: una donna grandemente innamorata che si adopera, per salvare Manrico da morte certa con ardimento e speranza indomiti. Anche se poi, come ben si sa, tutto questo entusiasmo andrà deluso. Leonora e Manrico moriranno ugualmente, Il Conte di Luna impazzirà, per aver mandato a morte il rivale in amore scoprendo soltanto alla fine che era suo fratello, e Azucena avrà finalmente la sua vendetta.

G. Verdi: Il trovatore – Teatro Comunale di Modena
Marta Torbidoni (Leonora) e Ilaria Alida Quilico (Ines)
(fotografia Rolando Paolo Guerzoni)

Dall’emissione sonora e dal fraseggio incisivo si mostrava il basso Giovanni Battista Parodi, nei panni di Ferrando, il capitano degli armanti del Conte di Luna, in sintonia con la professionale prova offerta dagli altri cantanti: Ilaria Alida Quilico che interpretava Ines, la confidente di Leonora, e Andrea Galli nella parte di Ruiz, il soldato al seguito di Manrico. Rispondevano assai bene alle sollecitazioni e alla guida di Matteo Beltrami anche l’Orchestra Filarmonica Italiana e il Coro del Teatro Municipale di Piacenza, preparato da Corrado Casati.

Questa produzione del Trovatore allestita da Stefano Monti per la regia, le scene e i costumi, che è stata già proposta al Teatro Municipale di Piacenza nel marzo 2023, tornerà “rinnovata” l’anno prossimo al Teatro Goldoni di Livorno (19 e 21 gennaio) e al Teatro del Giglio di Lucca (15 e 17 marzo) per la direzione di Giovanni Di Stefano e con i cantanti Min Kim (Il Conte di Luna), Claire de Monteil (Leonora), Ana Victoria Pitts (Azucena), Matteo Desole (Manrico) e Yonghen Dong (Ferrando).

Il trovatore è l’unica opera di Giuseppe Verdi non scritta su commissione. Il compositore era stato colpito dal dramma di «sfrenate passioni romantiche» El Trovador di Antonio Garcia Gutiérrez e aveva proposto a Salvatore Cammarano di trarne un libretto. Ma a metà del lavoro Cammarano moriva e Verdi faceva continuare la stesura del libretto al giovane poeta napoletano Leone Emanuele Bardare. Dopo l’iniziale indecisione di far rappresentare o meno Il trovatore al San Carlo di Napoli, Verdi optava per Il Teatro Apollo di Roma, dove l’opera andava in scena il 19 gennaio 1853 con esito trionfale, iniziando un viaggio di successi che si ripeteranno in tutto il mondo, fino a quelli attuali. E sicuramente anche futuri. Perché Il trovatore è un capolavoro assoluto. Per la ricchezza melodica veramente straordinaria, per la bellezza dell’orchestrazione notturna e misteriosa, per l’energia e il lirismo che il canto profonde, e non ultimo per l’essenzialità e la concisione del dramma raccontato, che alla fine risulta davvero coinvolgente. Alcuni critici però dopo la première lo giudicarono cupo e cruento. Ma Verdi così difese il suo Trovatore, scrivendo all’amica Clara Maffei: «Dicono che quest’opera sia troppo triste e che vi siano troppi morti. Ma infine nella vita tutto è morte! Cosa esiste?…»

Francesco Hayez: ritratto della Contessa Clara Maffei
Giovanni Boldini:: ritratto di Giuseppe Verdi 

Con “Mefistofele”, inaugurazione in grande stile all’Opera di Roma

La Stagione Lirica 2023/24 del Teatro dell’Opera di Roma s’è aperta il 27 novembre 2023 (come era nel passato e come da adesso sarà per il futuro) con Mefistofele di Arrigo Boito diretto da Michele Mariotti, allestito da Simon Stone e cantato nei ruoli principali dal basso John Relyea, dal tenore Joshua Guerrero e dal soprano Maria Agresta.

A. Boito: Mefistofele – Atto primo: Il laboratorio di Faust.
Joshua Guerrero (Faust) e John Relyea (Mefistofele)
Teatro dell’Opera di Roma – Stagione 2023/24
(fotografia Fabrizio Sansoni)

Mefistofele fu dato la prima volta al Teatro alla Scala il 5 marzo 1868. E fu un fiasco clamoroso. Non fu apprezzata, ma meglio sarebbe dire non fu accettata, un’opera che si presentava come “nuova”. Arrigo Boito era l’esponente più in vista della Scapigliatura e il sostenitore più fervente delle idee innovative e progressiste che il movimento andava promuovendo, contro un modo di fare musica ritenuto vecchio e sorpassato. Furono queste “novità” la causa del rifiuto di Mefistofele, a cominciare dall’eccessiva lunghezza: il pubblico rimase in teatro per quasi sei ore! Non piacque la riduzione a libretto dal Faust di Goethe operata dalla stesso Boito, che aveva troppe scene e di impostazione eccessivamente ideologica, dalle provocatorie allusioni anticlericali e dai noiosi riferimenti alla politica.

Arrigo Boito in una fotografia del 1908.
A. Boito: Mefistofele – Spartito per canto e pianoforte
nella versione del 1875.

Sempre stando alle cronache spiacque ancor più la musica, vicina a quella wagneriana ma lontana dalle regole e dalle convenzioni dell’opera ottocentesca. Nei sette anni che intercorsero tra questa première e un “secondo” Mefistofele al Teatro Comunale di Bologna il 4 ottobre 1875 – seguirono anche una terza revisione nel 1876 e una quarta nel 1881 – Boito ripensa l’opera riducendo drasticamente il libretto, tagliando le scene più intellettualizzanti, e tenendo in buon conto per la musica i gusti e le aspettative del pubblico. 

È così che il “cantabile”, la melodia fascinosa e dalla calda ispirazione, quasi sempre di buona fattura, trova maggior evidenza. È così che al solenne e armonico inno «Ave Signor degli angeli e dei santi» del Prologo, presente già nel Mefistofele del 1865, si aggiungono ad esempio il sognante duetto tra Margherita e Faust «Lontano, lontano, lontano» e la toccante aria del soprano «Spunta l’aurora pallida», inserita a conclusione della scena del carcere nella revisione del 1876. Tuttavia Arrigo Boito non tradisce l’originalità e la modernità delle idee “scapigliate”. Si ritrovano nel taglio da grand-opéra delle scene di festa e del Sabba Infernale, oppure nell’ardito ricorso alla poliritmia, che si riscontra ancora nel Prologo con il canto vorticoso dei cherubini posto accanto a quello pacato delle penitenti, o ancora nel Sabba Classico, da cui scompare l’usuale romanza per dare invece spazio a una scena dove predomina il declamato melodico dal forte impatto emotivo. 
Ma è nella caratterizzazione musicale di Mefistofele, del demonio tentatore cui non a caso è intitolata l’opera, che Boito attua il gesto “scapigliato” più evidente.

A. Boito: Mefistofele – Prologo in cielo
John Relyea (Mefistofele)
Teatro dell’Opera di Roma – Stagione 2023/24
(fotografia Fabrizio Sansoni)

Sono il grottesco, il beffardo e l’ironico i tratti più salienti di questo diavolo, e non già quelli che potrebbero ispirare paura, oscurità o malvagità. Mefistofele è introdotto in scena da una musica dal ritmo saltellate, ironica e quasi irriverente, e si rivolge al Chorus Mysticus con tono sprezzante (Sia! Vecchio Padre! a un rude gioco T’avventurasti), poi sogghigna e irride tutto e tutti e arriva finanche a fischiare con evidente provocazione. Si esprime in prevalenza con un canto che spazia su tutta la gamma della voce di basso, con maggior insistenza nella zona acuta. È un canto quasi sempre di forza, improntato a un fraseggio altisonante, incisivo e veemente. Ma è il declamato melodico che Arrigo Boito da buon “scapigliato” tiene in gran conto: la linea musicale che è acconciata perfettamente al significato e al valore delle singole parole e dell’intera frase, per altro sempre tanto ricercate e tanto modulate anche per gli altri personaggi. Un esempio su tutti. Mefistofele entra in scena e saluta il Chorus Mysticus con un grandioso Ave, Signor; lo intona sul “do” acuto ma poi discende sul “la” alla parola Si-gnor con un portamento, così che questo movimento, che di per sé dovrebbe suggerire l’idea di un inchino, di fatto glissato appare una deferenza da scherno. È lo “scappellamento” di un demonio che, con «beffarda ironia», trova bello udire l’Eterno col Diavolo parlar sì umanamente.

A. Boito: Mefistofele – Atto primo: Il laboratorio di Faust.
Joshua Guerrero (Faust) e John Relyea (Mefistofele)
Teatro dell’Opera di Roma – Stagione 2023/24
(fotografia Fabrizio Sansoni)

Questo lungo preambolo per introdurre alla lettura che del Mefistofele di Arrigo Boito al Teatro dell’Opera di Roma hanno dato il regista Simon Stone e il direttore d’orchestra Michele Mariotti. Boito, partendo da Goethe, racconta la storia di Faust, che dopo aver «assaporato tutto lo scibile del bene e del male» giunge alla salvezza della propria anima, riconoscendo la necessità della grazia divina per superare l’egoismo e aprirsi all’amore per il prossimo. Stone e Mariotti leggono e approfondiscono questo mito “faustiano” per parlare «sia dell’uomo di oggi sia dell’uomo come archetipo», nell’ottica di «riscrivere il tragico per il pubblico contemporaneo, [di] prendere il mito e [di] adattarne gli archetipi al nostro presente». 

A. Boito: Mefistofele – Prologo in cielo.
Teatro dell’Opera di Roma – Stagione 2023/24
(fotografia Fabrizio Sansoni)

La lettura “attualizzata” del Mefistofele di Arrigo Boito parte da Simon Stone. Fin dal Prologo in cielo. La scena è una bianca camera quadrata, fredda e asettica: un luogo dell’anima più che un “angolo di paradiso”. Una scena che si ripeterà più o meno uguale per tutto il tempo, salvo i giochi di luce e qualche elemento scenografico che caratterizzeranno i vari ambienti. Nel Prologo alle bianche pareti sono schierati i cori angelici; sono immobili per dire la fissità dell’eternità. Entra Mefistofele salendo da sotto il palcoscenico per una lunga scala a chiocciola posta al centro. È accaldato e affaticato. Si asciuga il sudore dalla fronte e beve da una lattina per rinfrescarsi. È in tuta da ginnastica, pronto a lanciarsi nella sfida: far mordere a Faust il dolce pomo de’ vizi e avere vittoria sovra il Re de’ cieli.

A. Boito: Mefistofele – Atto primo: Festa di piazza nella domenica di Pasqua.
John Relyea (Mefistofele)
Teatro dell’Opera di Roma – Stagione 2023/24
(fotografia Fabrizio Sansoni)

Il primo atto si apre su una piazza in festa la domenica di Pasqua; Mefistofele entra in scena vestito da pagliaccio e ride e scherza e fa dispetti: esplicazione visiva delle parole che dirà poi a Faust nel presentarsi come Lo spirito che nega e che deride ogni cosa, aggiungendovi addirittura il fischio da pecoraio alquanto “sconveniente”. Ma questo Mefistofele vestito da pagliaccio è anche l’abile giocoliere che regola le entrate e le uscite del popolo festante ed è anche il subdolo prestigiatore che manovra a proprio piacimento Faust, facendogli credere di essere un inquietante frate dal saio grigio che lo segue. Come poi continuerà a manipolare il vecchio filosofo per potarlo a dannazione. Nella scena successiva, che è lo studio di Faust dove alle pareti sono appese radiografie di scheletri di animali e di uomini, e dove il dottore ormai vecchio e canuto ha passato una vita a studiare, a interrogarsi e a meditare sulle torve passioni del cuore, Mefistofele si toglie il costume da pagliaccio e mostra il vero volto: il servo che “qui” onorerà Faust in tutto e per tutto, ma che “laggiù” sarà lui a valersi dei servigi di Faust. 

A. Boito: Mefistofele – Atto primo: Il laboratorio di Faust.
Joshua Guerrero (Faust) e John Relyea (Mefistofele)
Teatro dell’Opera di Roma – Stagione 2023/24
(fotografia Fabrizio Sansoni)

Nel libretto originario il contratto questo stabiliva:

«Se tu mi adduci all’amore, alla gloria,
Al mondo dei fantasimi, ai misteri
Inesplorati; se m’adeschi tanto

Da farmi caro a me stesso, se avvenga
Ch’io dica al tempo: t’allenta, sei bello!
Venga l’ultimo dì. T’offro il contratto.
Per l’altra vita
non mi turba pensier.»

Nel libretto definitivo il testo è rivisto, ma il concetto resta lo stesso:

«Se tu mi doni
Un’ora di riposo
In cui s’acqueti l’alma.
Se sveli al mio buio pensier
Me stesso e il mondo,
Se avvien ch’io dica
All’attimo fuggente:
«Arrestati: sei bello!»
Allor ch’io muoia
E m’inghiotta l’averno!»

La stretta delle mani ferite da un lama sigla il patto, e comincia il viaggio di iniziazione al male di Faust, sotto “l’egida” di Mefistofele.

A. Boito: Mefistofele – Atto secondo: Il giardino.
Joshua Guerrero (Faust) e Maria Agresta (Margherita)
Teatro dell’Opera di Roma – Stagione 2023/24
(fotografia Fabrizio Sansoni)

All’inizio del secondo atto la prima tappa, ma sarebbe meglio dire la prima tentazione diabolica. È la tentazione dei sensi, della scapricciata “amorosa”. È il primo incontro per la conquista di Margherita. E dove un cavaliero illustre e saggio potrebbe mai portare una fanciulla del villaggio col suo rustico parlar per facilmente sedurla? In un luogo di delizie, di divertimento e di spensieratezza. Nel libretto Arrigo Boito scrive un giardino (si riferisce all’Eden originario?) ma Simon Stone lo cambia in un luna-park, cui allude con un’enorme vasca piena di palline colorate (il parco giochi di IKEA!?) al cui interno i due si agitano e amoreggiano, con Faust che ha un tratto fa la sua bella “tirata” sull’amore universale, che in una sorta di ineffabile palpito estatico abbraccia natura, amore, mistero, vita e Dio. Tutto per Margherita, che definitivamente conquistata immortala la scena con un selfie.

A. Boito: Mefistofele – Atto secondo: La notte del Sabba.
John Relyea (Mefistofele)
Teatro dell’Opera di Roma – Stagione 2023/24
(fotografia Fabrizio Sansoni)

Seconda tappa: la notte de Sabba. È la tentazione del potere. È il grande momento di Mefistofele che s’incorona re del mondo, male assoluto e supremo tentatore, che sottomette la schiatta umana: sozza e matta, ria sottile fiera e vile, che ad ogn’ora si divora dalla cima fino al fondo del reo mondo. Simon Stone fa di Mefistofele un grottesco e buffonesco Hitler. Questo “novello” Anticristo sale su un alto bianco pulpito, gioca con il mappamondo che poi butta nel fuoco… e come non pensare a “Il grande dittatore” di Charlie Chaplin!? C’è anche la blasfema unzione con il sangue di un maiale squartato in scena della fronte di uomini e di donne, che rivestiti di un’identica divisa bianca diventano gli obbedienti adoratori di Mefistofele, gli adepti ormai ipnotizzati, pronti a eseguire ogni suo ordine.

A. Boito: Mefistofele – Atto secondo: La notte del Sabba.
John Relyea (Mefistofele) – Maria Agresta (Margherita) – Joshua Guerrero (Faust)
Teatro dell’Opera di Roma – Stagione 2023/24
(fotografia Fabrizio Sansoni)

E Faust? Anche lui cede alla seduzione malvagia di Mefistofele e si dà un gran da fare a imitarlo, a dirigere da invasato concertatore il canto osceno e babelico dell’umanità schiavizzata. All’improvviso appare la visione di Margherita morente e Faust esce di scena precipitoso, per correre da lei.

A. Boito: Mefistofele – Atto terzo: La prigione.
Maria Agresta (Margherita)
Teatro dell’Opera di Roma – Stagione 2023/24
(fotografia Fabrizio Sansoni)

In prigione – e siamo al terzo atto – Margherita è sola, canta «L’altra notte in fondo al mare» (romanza bellissima e struggente, una delle pagine più belle della partitura) e rivive come in un incubo l’amore al luna-park, la nascita del figlio, frutto di quell’incontro “peccaminoso”, poi la morte del fantolino, fino al suo arresto e alla condotta in carcere. Faust oppresso dai rimorsi vorrebbe salvare Margherita, fuggire con lei lontano lontano lontano verso un porto dalle intime calme, ma Margherita rifiuta e rinfacciando a Faust la cinica e crudele condotta che ha tradito l’amore e provocato tanto strazio, va incontro alla morte che sente una purificatrice liberazione. Si avvia al patibolo incappucciata come una reproba (e il pensiero corre di nuovo a un film storico: “Giovanna d’Arco” di Carl Theodor Dreyer) è scortata da quattro cherubini e dall’alto le falangi angeliche sentenziano: È salva! Ma non lo è Faust, sempre tentato da Mefistofele e costretto ancora al viaggio infernale.

A. Boito: Mefistofele – Atto quarto: La notte del Sabba Classico.
Teatro dell’Opera di Roma – Stagione 2023/24
(fotografia Fabrizio Sansoni)

Terza e ultima tappa: la notte del Sabba Classico. Siamo in Arcadia. Elena rievoca la distruzione di Troia e Faust, vestito e armato da militare d’assalto, la soccorre e amorevolmente la sostiene. È l’ultimo strenuo tentativo di riscattare, in veste di eroe pietoso e compassionevole come un similare “casco-blu”, una vita fallimentare. È rivivere in Elena, in una trasfigurata dimensione mitica e onirica, quell’amore che con Margherita è stato tradito e offeso: la mansueta immagine della fanciulla blanda che amai là fra le tenebre d’una perduta landa già disvanì– dice Faust alla più bella donna del mondo classico in un travolgente rapimento estetico ed estatico (anche per la musica) – conquiso m’ha più sublime sguardo, più fulgurato viso, e adoro e tremo ed ardo! E non a caso Simon Stone e Michele Mariotti hanno voluto che una stessa cantante interpretasse sia Margherita sia Elena.

A. Boito: Mefistofele – Atto quarto: La notte del Sabba Classico.
Maria Agresta (Elena)
Teatro dell’Opera di Roma – Stagione 2023/24
(fotografia Fabrizio Sansoni)

Epilogo. Faust, ormai vecchio e stanco, scopre che Mefistofele l’ha condotto in un viaggio all’insegna del proprio io. Ma è stato un inganno. Né il potere e né la gloria del mondo lo hanno appagato, e ancor meno gli hanno giovato l’amore di Margherita (doloroso) e quello di Elena (illusorio). C’è ora un ultimo desiderio, prima di cedere definitivamente a Mefistofele. Faust s’immagina re d’un placido mondo e di un popolo fecondo, che governa con una savia legge. E credendo fermamente che questo sogno sia la santa poesia e l’ultimo bisogno dell’esistenza, Faust lo invoca e in una visione lo vede come l’ultimo supremo ideale da raggiungere, pronuncia le parole del patto: Arrestati, sei bello! e muore. Con questo Epilogo Simon Stone porta a conclusione, con logicità e fedeltà alla narrazione la sua lettura attualizzata e “spiritualizzata” del Mefistofele, anche se ci sono diverse forzature: ma quale regia d’opera di oggi ne è esente? Per Arrigo Boito Faust si salva perché scopre la forza e la bellezza dell’altruismo, osiamo dire ché scopre la potenza redentrice della fede cristiana (per altro citata esplicitamente da Faust mentre muore: Temi il cielo! Baluardo m’è il Vangelo!). Perché vuole che surgano a mille a mille e genti e gregge e case e campi e ville, per rendere beato chi non ha nulla, chi forse ha perso tutto o è stato relegato ai margini.

A. Boito: Mefistofele – Epilogo: la morte di Faust.
Joshua Guerrero (Faust) e John Relyea (Mefistofele)
Teatro dell’Opera di Roma – Stagione 2023/24
(fotografia Fabrizio Sansoni)

E chi sono gli ultimi della terra di oggi? Sono gli anziani: considerati non più persone ma “entità” inutili e inservibili, dismesse e malinconiche, che vivono sole e abbandonate in un ricovero della Caritas. È per questo che l’ultima scena di questo Mefistofele secondo Simon Stone è ambientata nella fredda e sterile sala di un ospizio, popolata da vecchi e vecchie che sembrano sopravvissuti, per quanto appaiono spenti e privi di emozioni, e stanno chi immobile davanti al televisore, chi assorto in poltrona, chi sulla sedia a rotelle. A loro pensa Faust, giunto sul passo estremo della più estrema età, a loro rivolge l’ultima folle utopia, che possa riscattare e salvare dal male e dal degrado vite degne ancora di dignitosa esistenza. A questo pensiero, a questo ultimo sogno da realizzare, Faust si rianima, lentamente si alza dalla sua sedia a rotelle, guarda in alto, tende le mani al cielo e di colpo crolla a terra esanime, non prima di aver detto in un grido che suona come un urlo di vittoria Arrestati, sei bello! E gli anziati come ridestati da un lungo sonno, riprendono la vita che sembrava finita, si agitano, si alzano, tornano a camminare e vanno a stringersi attorno al corpo di chi ha avuto per loro un pensiero, un’attenzione anche ultima, ma gravida di speranza. Per dirgli grazie. E intanto i cori celesti tornano a inneggiare come nel Prologo e Mefistofele sconfitto sprofonda violentemente imprecando e fischiando.

Michele Mariotti dalla Gallerai del Teatro dell’Opera di Roma.
Stagione 2023/24
(fotografia Fabrizio Sansoni)

E Michele Mariotti? Dirige da par suo. La condotta dell’orchestra è ricca d’inventiva, impetuosa e pure affettuosa, fantasiosa e squillante nella timbrica e nei colori; mobile, varia, ben contrastata nelle agogiche e nelle dinamiche e anche ben calibrata nelle sonorità perlopiù ricercate e dettagliate, come nell’individuare le giuste atmosfere per ogni scena e nella caratterizzazione delle psicologie dei personaggi. Tutto concorre a una narrazione, spedita e vibrante, in sinergia con quella impostata da Simon Stone. A cominciare dal Prologo grandioso e solenne. La nebulosa celeste che Arrigo Boito immagina, risuona dei pieni orchestrali tellurici e delle squillanti e penetranti fanfare che evocano il rombare dei tuoni e il baluginare dei lampi, come richiede il libretto. Le falangi degli angeli e dei santi pregano e inneggiano al Chorus Mysticus passando dal fortissimo al pianissimo rapidamente e senza soluzione di continuità. E la figura Mefistofele, qui e per il resto dell’opera affidata a una “scandalosa” musica “moderna” che mai nell’Ottocento si sarebbe pensata per un demonio, Mariotti la tratteggia con ironica serietà, perché il riso e il pianto spesso vanno a braccetto: si ride di una barzelletta soltanto se la si comprende appieno.

A. Boito: Mefistofele – Atto secondo: La notte del Sabba.
Joshua Guerrero (Faust)
Teatro dell’Opera di Roma – Stagione 2023/24
(fotografia Fabrizio Sansoni)

Le scene della festa di Pasqua e della notte del Sabba poi sono eseguite a un ritmo sostenutissimo, ora orgiastico ora forsennato, con tutta la chiarezza e la precisione che competono alla sfavillante orchestrazione di Arrigo Boito. Al “luna-park” Michele Mariotti fa espandere con l’enfasi di un rubacuori il canto d’amore di Faust, cui contrappone di Mefistofele le impertinenti derisioni dell’amore. Contrasti musicali che il direttore musicale dell’Opera di Roma ritrova nella notte del Sabba Classico, dove al languore e alla sensualità del canto delle sirene giustappone gli accenti cupi e drammatici del racconto della presa di Troia. Come anche nell’epilogo. Faust attacca piano, quasi in un mormorio, il suo ultimo desiderio, poi il canto si fa più intenso e cresce fino al forte di Arrestati sei bello! che si perde nel fortissimo da apoteosi della ripresa di Ave Signor delle falangi celesti, che letteralmente sommergere le urla e i fischi del diavolo scornato finalmente riprecipitato all’inferno. Celebrando l’ascesa al cielo di Faust.

A. Boito: Mefistofele – Atto terzo: La prigione.
Maria Agresta (Margherita)
Teatro dell’Opera di Roma – Stagione 2023/24
(fotografia Fabrizio Sansoni)

Ma è nella scena del carcere dove giace Margherita, che Michele Mariotti assurge a vette ancora più alte. All’inizio l’atmosfera è misteriosa, poi diventa raggelata, fino a farsi dolentissima con il procedere del delirio di Margherita. Mariotti lo rallenta molto e gioca con libertà e fantasia con gli stentando, i rallentando e i rubati, in modo che il canto riveli il palpitare e l’ondeggiare del senno della povera sedotta e abbandonata. E anche il prosieguo della scena, dall’arrivo e dal colloquio con Faust fino alla morte di Margherita, è tutto giocato su questa alternanza di veemenza e morbidezza, di suoni alitati ed emissioni di forza. Per raccontare il tumulto dell’anima di una povera creatura che muore pazza tradita dall’amore mancato. 

A. Boito: Mefistofele – Atto secondo: Il giardino.
Sofia Koberidze (Marta) – John Relyea (Mefistofele)
Teatro dell’Opera di Roma – Stagione 2023/24
(fotografia Fabrizio Sansoni)

Un simile risultato è possibile perché sul palcoscenico ci sono cantanti tecnicamente ferrati in grado di rispondere con prontezza ed esattezza alle indicazioni e alle sollecitazioni di Michele Mariotti. E Maria Agresta, che oltre a quella di Margherita si cimenta pure con l’acuta parte di Elena, mostra di esserlo in pieno. La voce è di bel timbro ricco di armonici, l’emissione è corretta, il suono pieno e rotondo, piegato a un fraseggio oltremodo duttile, sfumato, colorito e soprattutto espressivo. A voler trovare un neo, limitatamente a uno, lo si nota nel settore acuto che a volte mostra qualche tensione. Per il resto, come Michele Mariotti auspicava, si sta di fronte a una prestazione e soprattutto a un’interpretazione di alto livello. Che hanno offerto parimenti anche i cantanti impegnati nelle parti di fianco: Sofia Koberidze nelle vesti di Marta e Pantalis e Marco Miglietta in quelle di Wagner, mentre il ruolo di Nereo lo ha cantato Leonardo Trinciarelli e all’ultima recita del 5 dicembre Yoosang Yoon. Ottime prove per la duttilità e la precisione del canto, degne degli applausi scroscianti che li hanno salutati, sono state pure quelle del Coro e del Coro di Voci Bianche del Teatro dell’Opera di Roma, guidati rispettivamente da Ciro Visco e da Alberto De Sanctis.

A. Boito: Mefistofele – Atto primo: Il laboratorio di Faust.
Joshua Guerrero (Faust) e John Relyea (Mefistofele)
Teatro dell’Opera di Roma – Stagione 2023/24
(fotografia Fabrizio Sansoni)

Per quanto riguarda invece le prestazioni degli interpreti di Faust e di Mefistofele, non si può dire che siano state perfette. La voce del tenore Joshua Guerrero non ha un timbro particolarmente accattivante, è affetta pure da vibrato, però è sonora e quando sale ha squillo, sebbene ci sia il sospetto di un’emissione un po’ forzata. Joshua Guerrero prova a corrispondere alle volontà di Michele Mariotti, ma il legato appare strascicato, e quando tenta di modulare il suono o di alleggerirlo, la voce va indietro e si opacizza. All’ultima recita, quella che i melomani dicono “delle valigie”, Joshua Guerrero evidentemente rilassato e tranquillo, ha cantato meglio e i difetti sono parsi meno evidenti.
Al suo ingresso nel Prologo in cielo, John Relyea impressiona per il volume e la robustezza della sua voce di basso, ma poco dopo ci si accorge che l’emissione è compresa tra naso e gola e che non risuona come dovrebbe. Il fraseggio, sebbene abbastanza studiato, non ha poi così tanti colori e tante sfumature per rendere un Mefistofele maligno e beffardo, come poteva essere nelle intenzioni di Arrigo Boito felicemente ricercate poi da Michele Mariotti. Una linea interpretativa che John Relyea, come Joshua Guerrero, ha reso con più compiuta rifinitezza nell’ultima recita, chiaramente sollevato dalle tensioni della prima. 

A. Boito: Mefistofele – Saluti finali alla recita del 5/12/2023.
Maria Agresta – John Relyea – Joshua Guerrero
Teatro dell’Opera di Roma – Stagione 2023/24
A. Boito: Mefistofele – Saluti finali alla recita del 5/12/2023.
Michele Mariotti
Teatro dell’Opera di Roma – Stagione 2023/24

Un’inaugurazione, quella dell’Opera di Roma del 27 novembre 2023, che alla fine ha registrato un successo clamoroso. Interminabili ovazioni al calore bianco ci sono state per tutti i cantanti, Cori compresi, come per l’Orchestra del Teatro davvero in forma magnifica, con punte di entusiasmo incontenibile per l’artefice musicale della serata: Michele Mariotti. Contestazioni invece, anche se presto coperte dagli applausi, per il regista Simon Stone e per i suoi collaboratori: Mel Page (per le scene e i costumi) e James Farncombe (alle luci). Un successo che è ripetuto all’ultima recita del 5 dicembre 2023, ma non per Simon Stone, già partito alla volta di Parigi per allestire nuovamente La traviata di Verdi, già proposta nel 2019 all’Opéra Garnier con la direzione d’orchestra di Michele Mariotti.

Il Rossini Opera Festival di Pesaro

La XLIII edizione del Rossini Opera Festival s’è svolta a Pesaro dal 9 al 21 agosto 2022. Cinque gli spettacoli di cui riferirò: quattro opere e un concerto.

Le Comte Ory (Parigi, Théâtre de l’Académie Royale de Musique 20 agosto 1828) era il titolo inaugurale. La regia era di Hugo de Ana con le scene (erano sue insieme con i costumi) che richiamavano i quadri di Hieronymus Bosch. Una regia paradossale, ambigua e sopra le righe, che presentava insieme le facce di una stessa medaglia: accanto all’inquietudine c’era la serafica distensione, ai vizi le virtù, al serio il faceto. Come nei quadri di Bosch e nell’ultima opera “buffa” di Rossini, dove i personaggi fanno il contrario di ciò che pensano. 

Le Comte Ory – ROF 2022
(fotografia di Amati Bacciardi)

La direzione spettava a Diego Matheuz (spigliata e vivace, ma poco approfondita). Cantavano nelle parti principali, affidandosi spesso e volentieri a intuizioni proprie più che a quelle del concertatore, Juan Diego Flórez (un Conte Ory svettante, dalle agilità precise e fluide e dal fraseggio spesso arguto) Julie Fuchs (una Contessa Adéle ironica e raffinata, dal canto fresco e disinvolto e senza troppi sovracuti) e Maria Kataeva (un paggio Isolier più che credibile per la varietà degli accenti, per le agilità corrette e per gli acuti facili e penetranti). Bene il resto del cast, capitano da una esperta di belcanto come Monica Bacelli (Ragonde, la custode del castello) con al seguito Andrzej Filonczyk (Raimbaud, amico del Conte Ory), Nahuel Di Pierro (il precettore del Conte Ory) e Anna-Doris Capitelli (Alice, una giovane contadina).

Julie Fuchs, Juan Diego Flórez e Maria Kataeva
Le Comte Ory – ROF 2022
(fotografia di Amati Bacciardi)

Otello (Napoli, Teatro del Fondo 4 dicembre 1816) era l’unica opera seria nel cartellone del ROF 2022. L’energica, contrastata e variegata direzione di Yves Abel, con il contributo dell’eccellente Orchestra Sinfonia Nazionale della RAI, ricercava le giuste sonorità per individuare e caratterizzare al meglio atmosfere e ruoli. Molto bravi i cantanti nel far vivere e rendere credibili i singoli personaggi al di là della bontà o meno della prestazione vocale in sé, che tuttavia nel complesso era soddisfacente per tutti. 

Evgeny Stavinsky, Eleonora Buratto, Dmitry Korchak ed Enea Scala
Otello – ROF 2022
(fotografia di Amati Bacciardi)

Enea Scala era un protagonista nervoso e inquieto, sinceramente innamorato di Desdemona ma indotto alla gelosia suo malgrado da uomini meschini e invidiosi. Eleonora Buratto creava una moglie di Otello forte e coraggiosa, ma distrutta da quell’immane “dramma della gelosia” che su di lei si abbatteva. Dimitry Korchak (Rodrigo) interpretava il pretendete alla mano di Desdemona con tutta la rabbia e il furore che spettavano a un amante respinto. I panni del perfido e subdolo Jago erano indossati con molta correttezza da Antonino Siragusa, così come li vestiva ugualmente bene Evgeny Stavinsky: un Elmiro padre di Desdemona protervo e inflessibile. La regista Rosetta Cucchi trasferiva l’antica tragedia in epoca moderna e in ambienti cupi e claustrofobici e la raccontava come la storia di una violenza sottile e continua perpetuata ai danni di Desdemona dall’odio di Rodrigo ed Elmiro per Otello: un «indegno, dell’Africa rifiuto» e vittima designata di un società malsana, discriminatoria e alienante.

Carlo Lepore protagonista de La gazzetta – ROF 2022
(fotografia di Amati Bacciardi)

La gazzetta è l’unica opera comica scritta a Napoli per il Teatro de’ Fiorentini (26 settembre 1816) che precede di appena due mesi l’andata in scena di Otello. Ritorna al ROF nel vivace e fresco allestimento di Marco Carniti già visto nel 2015, completa di un quintetto creduto perduto e fondamentale per la compressione della vicenda. Brillante, attenta e variegata era la direzione di Carlo Rizzi, che anche ben concertava un sestetto di cantanti che, anche se non proprio in forma vocale perfetta, risultavano tutti bravi interpreti. Eccoli elencati, secondo l’ordine di ruolo riportato nel libretto della Gazzetta, scritto da Giuseppe Palomba: Carlo Lepore (Don Pomponio Storione) Maria Grazia Schiavo (sua figlia Lisetta) Giorgio Caoduro (Filippo, amante di Lisetta), Martiniana Antonie (la viaggiatrice Doralice),  Alejandro Baliñas (suo padre Anselmo) Pietro Adaíni (giovane viaggiatore in cerca di moglie) e Andrea Niño (viaggiatrice anch’essa).

Queste le brevi sinossi delle cronache di Le Comte Ory, Otello e La gazzetta di cui ho riferito nella rubrica “L’Ape Musicale”, trasmessa da Radio Vaticana domenica 28 agosto 2022 alle ore 22:00 come pezzo di apertura del programma “Lo Scrigno Musicale” e che é possibile recuperare in podcast al seguente indirizzo:
https://www.vaticannews.va/it/podcast/radio-vaticana-musica/lo-scrigno-musicale.html

Le recensioni che seguono sono degli altri due spettacoli che ho visto al Rossini Opera Festival 2022, ma di cui – per non sforare il tempo a disposizione – non ho potuto riferire nella cronaca per Radio Vaticana.

Per la sezione Festival Giovane del ROF, sabato 13 agosto 2022 c’è stata la prima delle due recite de Il viaggio a Reims per la direzione di Daniel Carter e la regia di Emilio Sagi, ripresa da Matteo Anselmi. Cantavano gli allievi dell’Accademia Rossiniana “Alberto Zedda” preparati a queste due recite da un seminario di studio sull’interpretazione rossiniana, durato due settimane dal 4 al 18 luglio e guidato da Ernesto Palacio, il Sovrintendente del Festival, con l’aiuto del “coordinatore musicale” Rubén Sánchez-Vieco e del “vocal coach” Luca Canonici. I più applauditi in questa prima recita del Viaggio a Reims (la seconda e ultima sarebbe stata eseguita il 15 agosto con il cast cambiato) sono stati Matteo Guerzé (Don Profondo) e Janusz Nosek (Barone di Trombonok): due bassi di voci ben controllate e disinvolti sulla scena. Sebbene in locandina fosse indicata la voce di basso per Lord Sidney, quella di Lluís Calvet I Pey sembrava piuttosto di un tenore tanto era chiara in alto e poco consistente in basso. Le altre voci maschili principali erano quelle di Tianxuefei Sun (Cavalier Belfiore) e Stefan Astakhov (Don Alvaro): mostravano qualche problema tecnico, che con lo studio sarà di certo risolto. Qualche neo (anche per loro perfettibile) si è riscontrato pure nelle voci femminili. Maria Kokareva (Madama Cortese) cantava con naturalezza ma si mostrava impacciata con le agilità; l’aggraziata voce di Aitana Sanz era in verità un po’ piccola per la Contessa di Folleville; da Mariia Smirnova per la cantatrice Corinna (che fu interpretata dalla mitica Pasta) ci si aspettava una qualche sfumatura in più, mentre Paola Leguizamón (Marchesa Melibea) esibiva un voce di bel timbro brunito per la quale però devono ancora essere perfezionati acuti e gravi. 

Il viaggio a Reims – ROF 2022
(fotografia di Amati Bacciardi)

Insomma un Viaggio a Reims “dei giovani” eseguito più o meno con correttezza ma che non ha riservato novità o illuminanti verità. Tutto abbastanza prevedibile, tale da supporre che si era di fronte a una copia (pure alquanto ingiallita) dello storico Viaggio a Reims del 1984, quando fu riscoperto e proposto per la prima volta in epoca moderna. Si sono ascoltate sonorità, accenti e intuizioni interpretative affini a quelle di Claudio Abbado e dei “rossiniani” doc che con lui allora cantarono: ad esempio il pur bravo MATTEO GUERZÉ interpretava il 13 agosto 2022 l’aria “Medaglie incompatibili” con quelle inflessioni e pronunce da inglese, francese e da tedesco che furono di Ruggero Raimondi nel 1984.

Siamo consapevoli che Il viaggio a Reims pesarese (che viene riproposto ogni anno dal 2001 e che già allora strizzava l’occhio alla storica regia di Luca Ronconi) è l’occasione per i giovani allievi dell’Accademia “Alberto Zedda” di confrontarsi con «le tematiche vocali e drammaturgiche connesse alla restituzione rossiniana». Ma proprio perché sono le giuste premesse alla presentazione all’attenzione e al giudizio del pubblico e della critica di un capolavoro della maturità rossiniana come Il viaggio a Reims, che è forse giunto il momento di cambiare e di allestire questa “opera-sim­bolo” del ROF in un’ottica rinnovata, che tenga conto ad esempio del lavoro scientifico e di ricerca che la Fondazione Rossini svolge in generale sull’arte del cigno di Pesaro da sempre, studiandola e approfondendola per portare alla luce tutta quella ricchezza e quella genialità musicali che in essa sono celate e che sono ancora tutte (e molte) da rivelare.

Il 14 agosto 2022 al Teatro Rossini c’è stato un concerto lirico tenuto dal soprano Giuliana Gialfaldoni e dal contralto Vasilina Berzhanskaya, con il Coro del Teatro della Fortuna e l’Orchestra Sinfonica “Gioachino Rossini” guidati da Vitali Alekseenok. Il programma, che comprendeva anche le sinfonie da Le siége de Corinthe e da Ermione, avrebbe fatto tremare i polsi anche alle cantatrici rossiniane più provette tanto era impegnativo. Giuliana Gialfandoni cantava la preghiera “Juste ciel, ah! ta clémence” da Le siége de Corinthe, il finale “Riedi al soglio: irata stella” da Zelmira e l’aria di Amenaide “Giusto Dio che umile adoro” da Tancredi , mentre Vasilina Berzhanskaya si presentava con l’aria “Ciel pietoso, ciel clemente” da Zelmira, il finale “Essa corre al trionfo!..” da Ermione e la cavatina del protagonista “Ah! che scordar non so” da Tancredi. Poi insieme chiudevano il concerto con il duetto “Lasciami: non t’ascolto” da Tancredi.

Giuliana Gianfaldoni esibiva una voce di soprano lirico di bel timbro chiaro e luminoso e ben emessa; i gravi anche se un po’ leggeri non erano buttati nel petto, mentre gli acuti quasi sempre brillanti a volte risultavano un poco forzati e aspri. La linea di canto era morbida e aggraziata e il fraseggio sfumato, anche se si sarebbe voluta una maggior convinzione nel gioco di piani e pianissimi, che in zona acuta e acutissima tendono a essere poco sostenuti e a perdere di corpo e di volume. Una maggior energia e mordente si sarebbe voluta anche nella vocalizzazione, in particolare in quella di forza, sebbene in generale le agilità scorrevano nette e fluide. 
La voce di Vasilina Berzhanskaya potrebbe evocare con grande approssimazione al vero la vocalità ibrida di Isabella Colbran, perché è in grado – e lo ha dimostrato in altre occasioni – di passare con disinvoltura tecnica e omogeneità di suono dalle note gravi corpose e sonore (da contralto) a quelle più acute luminose e squillanti (da soprano). Ma ancor più la cantatrice russa potrebbe esprimere compiutamente il “belcantismo” rossiniano: puro ed estatico nelle melodie distese e rutilante ed eccitante nei momenti virtuosistici. E non è un caso che ha scelto di cantare la cavatina di Tancredi e la grande scena finale di Ermione. Purtroppo in questo concerto della vigilia di Ferragosto la voce di Vasilina Berzhanskaya appariva stanca, gli acuti suonavano faticosi e non sempre intonati, le agilità un poco stentate e i gravi non controllati a dovere. Ma sopratutto era il canto in sé che sembrava affrettato e il fraseggio non troppo chiaroscurato. Come per Giuliana Gianfaldoni. 

Vasilina Berzhanskaya Giuliana Gianfaldoni
Rossini Opera Festival 2022

Avanziamo una possibile spiegazione alla delusione provata per un concerto che si annunciava da non perdere, applaudito però senza troppo entusiasmo e chiuso senza nemmeno un bis. Poche prove? Forse. Fatto sta che era evidente una diffusa cautela nel cantare come nel dirigere e in più punti uno scollamento tra orchestra e solisti. Come pure per mancanza di prove si poteva spiegare l’assenza dei pertichini nell’aria conclusiva in Zelmira e il taglio dei passi di raccordo nella grande scena finale di Ermione, nonostante fosse stata fatta capire integrale con l’annunciata – ma di fatto disattesa – partecipazione del tenore Matteo Roma. Una mancanza che in un Festival che vanta e persegue la fedeltà assoluta a Gioachino Rossini, suonava come un delitto di lesa maestà. Ma la causa più probabile delle défaillance era imputabile all’ora d’inizio del concerto: le 15:30 di un caldissimo pomeriggio di Ferragosto. Un orario sciaguratissimo, impossibile per dare tranquillità e distensione a chi faceva musica tanto quanto a chi l’ascoltava.

Viaggio d’autunno nel nome di Verdi, Giordano e Faccio.

L’autunno “operistico” 2023 è cominciato a Parma con I lombardi alla prima crociata di Giuseppe Verdi, è proseguito a Piacenza con Fedora di Umberto Giordano e s’è concluso con Amleto di Franco Faccio a Verona.

Teatro Regio di Parma – G. Verdi: I Lombardi alla prima crociata
Regia, scene, costumi e video Pier Luigi Pizzi
(Fotografia: Roberto Ricci)

Le cronache iniziano con il titolo che ha inaugurato il Festival Verdi 2023, giunto alla sua XXIII Edizione: I Lombardi alla prima crociata, riferendo della recita del 7 ottobre 2023. Protagonisti principali sono stati il basso Michele Pertusi, il soprano Lidia Fridman e il tenore Antonio Poli, il direttore era Francesco Lanzillotta e per la regia c’era Pier Luigi Pizzi, che ha realizzato anche le scene i costumi e le proiezioni video. Una produzione dei Lombardi alla prima crociata che poteva avere questo sottotitolo: “o degli infortuni”. Perché Francesco Lanzillotta, che ha diretto da seduto su una sedia a rotelle, non s’era ancora ripreso dall’incidente automobilistico di Ferragosto, che lo aveva già costretto ad abbandonare la produzione di Eduardo e Cristina al “Rossini Opera Festival” dopo la prima recita. E perché anche Michele Pertusi, che s’era infortunato al piede alla fine del primo atto, ha cantato da seduto i restanti tre. Inconvenienti che non hanno tuttavia pregiudicato la prestazione dei due artisti e la recita nel suo complesso.

Francesco Lanziullotta
(Fotografia Fabrizio Sansoni)
Michele Pertusi
(Fotografia Roberto Ricci)

A cominciare da Francesco Lanzillotta che ha diretto con piglio ed energia, dando pure la giusta attenzione all’abbandono lirico nelle parti meno “garibaldine” dell’opera. Il direttore romano non ha trascurato nemmeno lo strumentale, così da mostrarne la particolareggiata ricchezza e brillantezza, come non ha trascurato il gioco dei contrasti ben presente in partitura, e qui ben risolto nella calibrata alternanza degli involi ai rallentando, dei piano ai forte, e dei colori tenui a quelli più accesi e vibranti. Una lettura dinamica e varia di una partitura che Lanzillotta considera: «ora grandiosa, ora intima, ora dinamica, ora raffinata». Una lettura nella quale ha avuto rilevanza la concertazione, mostrata fin da subito, fin dalla stretta “All’empio che infrange“ che chiude la seconda scena del primo atto, con quel ritmo rapido e cadenzato impresso alla pagina, e con quell’individuare nelle voci dei cantanti e del coro i sentimenti e il pathos in gioco, chiari e distinti, pur strettamente connessi al rigoroso insieme armonico e all’espandersi della melodia.

Teatro Regio di Parma – G. Verdi: I Lombardi alla prima crociata
Michele Pertusi (Pagano) – Antonio Corianò (Arvino) – Lidia Fridman (Giselda)
(Fotografia: Roberto Ricci)

Michele Pertusi che interpretava Pagano non iniziava benissimo: l’emissione era alquanto dura, gli acuti più voluminosi che squillanti, i gravi apparivano un po’ sgranati e il legato non era perfetto. E questo accadeva ben prima dell’incidente. Ma poi scaldata la voce, arrivava l’artista che Michele Pertusi da sempre è. Diventavano morbida la linea di canto e l’accento toccante e pure vigoroso, insieme con il fraseggio che si accendeva di colori, gli acuti suonavano timbrati, i gravi ben sostenuti e i centri risonanti. A tutto vantaggio di una intensa e partecipe interpretazione di Pagano; non a caso Michele Pertusi ha ottenuto gli applausi finali più fragorosi, e non soltanto per essere nato a Parma e per aver cantato nonostante l’incidente di percorso. La sua interpretazione ha ben raccontato il percorso di un fratricida nelle intenzioni ma parricida nei fatti, che per espiare la colpa diventa eremita e muore in odor si santità davanti alle mura di Gerusalemme riconquistata.

Teatro Regio di Parma – G. Verdi: I Lombardi alla prima crociata
Lidia Fridman (Giselda) – Antonio Poli (Oronte)
(Fotografia: Roberto Ricci)

Anche il tenore Antonio Poli che era il mussulmano Oronte, che per amore di Giselda muore dopo aver ricevuto il battesimo cristiano da un ispiratissimo Pagano, all’inizio non mostrava un canto fluidissimo: sembrava che la voce dovesse spezzarsi da un momento all’altro, ma non per cattiva tecnica piuttosto per tensione ed emozione da controllare. Rinfrancato Antonio Poli ha esibito con sicurezza ardenti slanci a voce piena e dolci e affettuosi ripiegamenti in mezzoforte e in piano e non s’è sottratto nemmeno ad acuti squillanti e a intonazioni ardenti da vero “eroe” appassionatamente innamorato, quale è Oronte.

Teatro Regio di Parma – G. Verdi: I Lombardi alla prima crociata
Antonio Corianò (Arvino) – Lidia Fridman (Giselda)
(Fotografia: Roberto Ricci)

Lidia Fridman che vestiva i panni di Giselda, la giovane cristiana combattuta tra l’amore dovuto al padre Arvino, fratello di Pagano, e quello provato per il “nemico” Oronte, è un soprano russo di elegante e slanciata figura e di bella presenza scenica, ha temperamento e canta con impeto e ardimento e mostra sicurezza nel canto largo e disteso quanto in quello più mosso e vocalizzato. La voce è corposa e sonora; al centro a volte il suono appare un po’ troppo scurito e coperto da sembrare ingolato, i primi acuti però sono lucenti e squillanti, mentre quegli estremi a volte suonano più tesi e aspri. Difetti che saranno risolti con molta probabilità con il tempo e con lo studio, riservati a una giovane cantante in carriera da nemmeno una decina di anni. Difetti da mettere in secondo piano guardando alla prestazione nel suo complesso: Lidia Fridman in questi Lombardi alla prima crociata ha ben compreso e adeguatamente espresso il senso del fraseggio verdiano, giocando sagacemente con i segni d’espressione riportati in partitura.

Teatro Regio di Parma – G. Verdi: I Lombardi alla prima crociata
Regia, scene, costumi e video Pier Luigi Pizzi
(Fotografia: Roberto Ricci)

Hanno offerto belle prove professionali anche i cantanti impiegati nelle parti di fianco: Antonio Corianò (Arvino), Giulia Mazzola (Viclinda, sua moglie), William Corrò (Acciano, padre di Oronte), Galina Ovchinnikova (Sofia, sua moglie) e Luca Dall’Amico (Pirro, scudiero di Arvino). Ottima è stata la prestazione della Filarmonica Arturo Toscanini, con elementi aggiunti dell’Orchestra Giovanile della Via Emilia e anche del Coro del Teatro Regio di Parma, che guidato dall’esperto Martino Faggiani ha cantato splendidamente.

Teatro Regio di Parma – G. Verdi: I Lombardi alla prima crociata
Regia, scene, costumi e video Pier Luigi Pizzi
(Fotografia: Roberto Ricci)

E veniamo alla regia di Pier Luigi Pizzi. Ma prima una premessa. I Lombardi alla prima crociata furono dati la prima volta alla Scala di Milano l’11 febbraio 1843. Fu un trionfo. Di pubblico, perché il giudizio della critica fu meno esaltante. Il biografo di Verdi, Gino Monaldi, scrisse: «la musica dei Lombardi si potrebbe con un’ardita immagine paragonare ad una poderosa cascata d’acqua, frammezzo a rocce ed ostacoli di ogni sorta, per modo che l’onda si veda a momenti irrompere, a momenti nascondersi, non mai scorrere fluente e chiara». Un giudizio da condividere, ma in parte. I Lombardi alla prima crociata dal punto di vista drammaturgico e narrativo sono frammentari, il racconto procede a singole scene che si susseguono con salti temporali e per alcune anche i nessi non sempre sono chiari e logici. Ma c’è la musica. Vitale ed energica innanzitutto, che in più pagine conquista per la bellezza e l’ispirazione della melodia (ne sono un esempio le arie “Salve Maria” del soprano e “La mia letizia infondere” del tenore), che prevede un’orchestrazione ricca e spesso ricercata, e che mostra sorprendenti “originalità”. Una su tutte: il melodioso seducente cantabile affidato al violino solista a metà del terzo atto – e qui suonato da una brava Mihaela Costea – che però sembra una pagina più concertistica che operistica.

Teatro Regio di Parma – G. Verdi: I Lombardi alla prima crociata
Lidia Fridman (Giselda)
(Fotografia: Roberto Ricci)

Ma la vera grande novità è l’indagine psicologia che Verdi comincia ad attuare nei confronti dei personaggi. In Pagano senza dubbio, che passa da stati di violenta esaltazione ad altri di più intimo controllo, e ancor più in Giselda, che appare studiata con illuminanti sottigliezza e profondità: come dimostra la grande scena che chiude il secondo atto, allorquando Arvino e i crociati irrompono nell’harem del padre di Oronte per liberare Giselda ma compiono una strage e lei – così dice il libretto: «sorgendo impetuosamente colpita da demenza» – si ribella sentenziando che Dio non avrebbe mai voluto e permesso tanta violenza e tanto odio su nemici che dovrebbero essere solo uomini da amare. E in questo si risolveva la regia di Pier Luigi Pizzi: nel concentrarsi sulle singole scene, illustrarle come si conviene e nel senso meramente letterale, adeguatamente “dipinte” tra l’altro dai giochi di luci di Massimo Gasparon. Tableau vivant provvisti di pochi arredi ma realizzati con proiezioni video che in un abbagliante e contrastato bianco e nero ricreavano le architetture e i vari ambienti della storia; scenografie suggestive in equilibrio nella definizione degli spazi e nella collocazione dei cantanti dei coristi e anche degli orchestrali, vestiti di bei costumi. “Scene viventi” che si susseguivano nel rispetto delle didascalie del libretto di Temistocle Solera, seppur dimentiche di un’autentica narrazione o di un vero approfondimento testuale. “Quadri viventi” molto belli, da godere interamente con lo sguardo, realizzati con la consueta eleganza e l’essenziale stilizzazione che da sempre contraddistinguono lo scenografo Pizzi; bei “quadri viventi” funzionali ai cantanti che vi si muovevano con naturalezza e affiatati, cantando con altrettanto agio, sollecitati a credere nei ruoli interpretati e a dare il meglio da un direttore quanto mai sensibile e atto nel dirigerli e concertarli. Successo pieno.

Teatro Regio di Parma – G. Verdi: I Lombardi alla prima crociata
Ringraziamenti finali
(Fotografia: Roberto Ricci)

Dal Regio di Parma ci spostiamo al Teatro Municipale di Piacenza, dove va in scena l’8 ottobre 2023 Fedora di Umberto Giordano allestita ancora da Pier Luigi Pizzi, con Massimo Gasparon curatore delle luci e assistente regista; sul podio c’è Aldo Sisillo e protagonisti sono Teresa Romano e Luciano Ganci, con Yuliya Tkachenko e Simone Piazzola che li affiancano nelle seconde parti.
Come per I Lombardi alla prima crociata, pure per questa produzione di Fedora potremmo apporre un sottotitolo: “o delle belle sorprese”. Che vengono in primo luogo dai cantanti e poi dalla direzione d’orchestra, senza dimenticare che qualche brivido anche la regia lo dà.

Teatro Municipale di Piacenza – U. Giordano: Fedora
Regia, scene, costumi e video di Pier Luigi Pizzi
(Fotografia Gianni Cravedi)

La prima di cui parlare è Teresa Romano. L’ascoltammo per la prima volta nella Clemenza di Tito di Mozart al San Carlo di Napoli nel 2010, cantava Vitellia: un ruolo da soprano. Ci colpì la bellezza e la solidità della voce, ma con il punto debole degli acuti che non sempre “giravano” come di dovere. Oggi ritroviamo Teresa Romano che canta da mezzosoprano. Ed è la felice scoperta del sottotitolo. Perché mostra di essere a proprio agio in ruoli come questo di Fedora appunto, che gravitano in prevalenza sul centro-grave ma che richiedono anche acuti penetranti. E Teresa Romano lo è con una voce di bel colore brunito e omogenea su tutta la gamma, che è sontuosa e morbida al centro, con gli acuti ben emessi e raggianti e i gravi che suonano torniti. Ma ciò che colpisce in Teresa Romano è il modo di cantare: fraseggia con grande perizia, evitando gli affondi aperti e sguaiati, il ricorso al parlato nei momenti più concitati e gli acuti gridati e tesi fino allo spasimo. Tipici del verismo più retrivo e scomposto. Saggiamente abbandonati a favore di una linea di canto studiata e sorvegliata, morbida e duttile, che abbonda di sfumature e di colori, che sa smorzarsi in piani e pianissimi carezzevoli, ma che sa anche accendersi con suoni più vibranti e doviziosi. Così che l’interpretazione che di Fedora riesce a dare Teresa Romano risulta estremamente convincente e coinvolgente: nel passare dai fraseggi veementi e incisivi a quelli più sommessi, da quelli appassionati a quelli più struggenti, come accade inevitabilmente nella grande scena conclusiva che porta Fedora a morire tra le braccia di Loris. Un bel ruolo anche quest’ultimo che ha trovato il cantante e l’interprete ideali in Luciano Ganci, perfettamente intonato con la Fedora di Teresa Romano. 

Teatro Municipale di Piacenza – U. Giordano: Fedora
Luciano Ganci (Loris) – Teresa Romano (Fedora)
(Fotografia Gianni Carvedi)

Anche Luciano Ganci rientra nel novero delle felici sorprese di questa Fedora a Piacenza. Più volte lo abbiamo ascoltato prima di adesso: in Stiffelio a Parma, in Aida a Macerata e a Roma e qui ancora in Pagliacci e in Madama Butterfly. Ogni volta abbiamo apprezzato, oltre alla bellezza del timbro, lo squillo degli acuti, la morbidezza dell’emissione e la ricchezza degli armonici, doti che derivano anche da una tecnica di canto rifinita, che consente a Luciano Ganci di fraseggiare con varietà e duttilità. Assai importanti per il Loris della Fedora di Umberto Giordano, che ebbe come primo interprete Enrico Caruso, il quale non aveva soltanto acuti da esibire. Sono i momenti in cui si devono cantare le melodie larghe e sensuali (la celebre “Amor ti vieta” ne è l’esempio più precipuo) con passione e abbandono e i passaggi di declamato con impeto e con la voce deve pure scattare repentinamente verso l’alto. E Luciano Ganci li sostiene bene entrambi lavorando sull’accento e sul testo perfettamente scandito, anche quando devono essere resi incalzanti e incandescenti, facendolo senza scadere mai nella plateale vociferazione o nel grido sguaiato. Una misura e un’intensità espressive che il tenore romano raggiunge, come Teresa Romano, nel finale: con Loris che implora la salvezza per Fedora e la sostiene morente con la dolcezza e l’ansia di un amore cocente e disperato.

Teatro Municipale di Piacenza – U. Giordano: Fedora

Simone Piazzola (De Siriex) – Yuliya Tkachenko (Olga)
(Fotografia Gianni Carvedi)

A una coppia simile corrisponde quella costitutiva da Olga e da De Siriex, cui Giordano affida note di colore e di carattere lievi e ironiche, per controbilanciare la passione e la tensione che innerva la relazione tra Fedora e Loris. Ed è così che il soprano leggero Yuliya Tkachenko canta con le dovute grazia e leggerezza “Il parigino è come il vino”; la canzonetta francese che qui a Piacenza è stata eseguita, ma che Giordano in partitura indica come facoltativa. E anche il baritono Simone Piazzola canta bene e con spavalda sicurezza la sferzante “La donna russa è femmina due volte”, sebbene all’inizio della rappresentazione avesse fatto annunciare di non essersi ancora ripreso dal disturbo che lo aveva colpito nei giorni precedenti.
Bene i cantati impegnati nelle numerose parti di fianco: ben dodici su sedici!  E bene l’Orchestra Filarmonica Italiana. Dirigeva e concertava il maestro Aldo Sisillo, che ha tenuto sotto un unico arco narrativo vario ed eloquente l’opera (Fedora è da sempre considerata un singolare “giallo operistico” dall’andamento avvincente e rapido) ben evidenziando i tanti colori dell’orchestra, ben calibrando le agogiche e le dinamiche, ma in particolar modo ben conducendo le voci, lasciandole libere di cantare, di esprimere quindi – bandendo lo ripetiamo il grido e il vociferare – il vero senso musicale ed emozionale della sincera e schietta musica “verista” di Umberto Giordano. 

Teatro Municipale di Piacenza – U. Giordano: Fedora
Luciano Ganci (Loris) – Teresa Romano (Fedora)
(Fotografia Gianni Carvedi)

Come per I Lombardi alla prima crociata al Regio di Parma, Pier Luigi Pizzi realizza per Fedora a Piacenza belle scene di ambientazione primo-novecento, con proiezioni video sul fondo che definiscono i luoghi della vicenda: Pietroburgo al primo atto, Parigi al secondo e un paesaggio montano svizzero al terzo. In bella mostra al primo atto c’è addirittura un quadro di Kandinskij che Pizzi fa notare e citare a Fedora entrando in scena, modificando così il testo di Antonio Colautti che parla invece e soltanto di «ninnoli deliziosi!». Senza suscitare peraltro le ire dei vari Beckmesser che oggigiorno affollato molti teatri di tradizione, qui evidentemente distratti. Molto belli anche i costumi. Per il resto una regia che, nel solco di quella dei Lombardi alla prima crociata – e dell’ultimo Pizzi in generale – continua a non indagare il libretto, né a scovarne reconditi sottotesti, ma semplicemente illustra la vicenda, riuscendo tuttavia a interessare al travolgente quanto tragico amore tra la Principessa Fedora Romazov e il Conte Loris Ipanov. Arrivando a commuovere nel finale grazie alla recitazione accurata e ben realizzata da Teresa Romano e da Luciano Ganci. Applauditissimi all’uscita in proscenio, insieme con tutti gli artefici di questa Fedora di Umberto Giordano al Teatro Municipale di Piacenza. Penultimo spettacolo della Stagione 2022/23.

Teatro Municipale di Piacenza – U. Giordano: Fedora
Teresa Romano (Fedora) – Luciano Ganci (Loris)
(Fotografia Gianni Carvedi)

Umberto Giordano mette in musica Fedora di Victorien Sardou, dopo averla vista a teatro nell’interpretazione di Sarah Bernhardt; esattamente come accade a Puccini con Tosca. Fedora va in scena al Lirico di Milano il 17 novembre 1898 ed è un trionfo. Dirige Giordano e cantano nei panni dei protagonisti Gemma Bellincioni ed Enrico Caruso, che è costretto a “bissare” per quattro volte il citato Andante Cantabile “Amor ti vieta”. Il pubblico è conquistato dalla calda ispirazione della melodia, citata nell’intermezzo del secondo atto di grande espansione lirica anch’esso. Come da tante altre pagine: ad esempio dal duetto Fedora-Loris al secondo atto e dalla morte della protagonista: affidata al Lento “Tutto tramonta” da cantare con molto sentimento (così è scritto nello spartito) cui fa eco dalle quinte la voce di un ragazzo: «La montanina mia non torna più!». Un mesto Andantino su melodia di sapore alpestre. Una nota di ambientazione; una simile Giordano la ricerca pure nella canzonetta russa di De Siriex citando un’aria di Alexander Alabiev: “Le rossignol” .
Umberto Giordano compone una dozzina di opera liriche e finanche un’operetta, ormai quasi tutte scomparse dal repertorio, ad eccezione di Fedora e di quello che è considerato il capolavoro del compositore foggiano: Andrea Chénier. Fedora nel passato ha avuto grandi interpreti: Magda Olivero soprattutto, per il temperamento e per lo “stile liberty” che ne contraddistingueva il canto, ma anche Renata Tebaldi e Virginia Zeani. Alla fine del secolo scorso due grandi cantanti hanno messo in repertorio il ruolo: Mirella Freni e Daniela Dessì, alle quali si deve anche l’interessante riproposta di due altri titoli “dimenticati” di Umberto Giordano: La cena delle beffe (Dessì) e Madame Sans-Géne (Freni).

Teatro Municipale di Piacenza – U. Giordano: Fedora
Simone Piazzola (De Siriex) – Teresa Romano (Fedora)
(Fotografia Gianni Carvedi)

Terzo appuntamento d’autunno: Amleto di Franco Faccio al Teatro Filarmonico di Verona il 29 ottobre 2023. Questi gli artisti principali impegnati: i cantanti Angelo Villari (Amleto), Eleonora Bellocci (Ofelia), Marta Torbidoni (Gertrude), Damiano Salerno (Claudio), Saverio Fiore (Laerte), Francesco Leone (Polonio), Alessandro Abis (Orazio), Abramo Roselan (Lo Spettro), il direttore d’orchestra Giuseppe Grazioli e il regista Paolo Valerio. Amleto di Franco Faccio s’è rivelata un’opera di storia e di musica alquanto singolare, da cui il terzo titolo, completo di sottotitolo, di questa recensione autunnale: Amleto “o della riscoperta”. 

Teatro Filarmonico di Verona – F. Faccio: Amleto
Marta Torbidoni (Gertrude) – Damiano Salerno (Claudio) – Angelo Villari (Amleto)
(Ennevi Foto)

Amleto, Tragedia Lirica in quattro atti con musica di Franco Faccio e libretto di Arrigo Boito, grande amico del compositore e anch’egli musicista, va in scena al Carlo Felice di Genova il 30 maggio 1865. È il lavoro di due artisti “scapigliati” poco più che ventenni e all’inizio delle rispettive carriere, che pensano a un’opera nuova, moderna e sperimentale, che abbia una forma drammatugico-musicale “aperta”, libera dai tradizionali numeri chiusi (arie, duetti, terzetti, concertati, etc…) e con un linguaggio dal più ampio sviluppo tonale e ritmico. Il successo è a metà, tra i sostenitori che lodano la “nuova” musica e chi invece la critica. Sei anni più tardi, il 9 febbraio 1871, Amleto approda alla Scala di Milano rivisto e corretto. Sono riscritti diversi versi, per attenuare le ricercatezze linguistiche così tipiche del Boito librettista, il declamato è reso più melodico, ed è rifatto il finale (con il protagonista che non muore!) e sono aggiunti dei “numeri chiusi” che guardano alla vecchia tradizione operistica. Ma Amleto nella sua seconda versione fa fiasco. La Storia dice che è per colpa del tenore Mario Tiberini che impersona il protagonista (ruolo di assoluto rilievo!) che non è in buone condizioni vocali. La critica ipotizza invece un’altra causa. Il 5 marzo 1868 sempre alla Scala, Arrigo Boito nelle vesti di librettista, compositore e direttore d’orchestra, propone il suo “nuovo” Mefistofele tratto dal Faust di Goethe. È una bocciatura colossale. Come è troppo, tre anni dopo, accettare una seconda opera “moderna” come Amleto, nonostante gli “ammorbidimenti” apportati. Ed è così che Franco Faccio, contrariato e amareggiato, ritira l’opera, né più la farà rappresentare, nonostante Boito continui a lavorare sul libretto e a sollecitare l’amico a riprendere in mano la partitura.

Teatro Filarmonico di Verona – F. Faccio: Amleto
Saverio Fiore (Laerte) – Damiano Salerno (Claudio) – Angelo Villari (Amleto) – Marta Torbidoni (Gertrude)
(Ennevi Foto)

Bisognerà attendere il compositore Anthony Barrese che cura l’edizione critica dell’Amleto di Franco Faccio per poi proporla all’Opera Theatre di Albuquerque nel New Mexico nel 2014 e alla Grand Opera House di Wilmington nel Delaware nel 2016. Nell’estate dello stesso anno Amleto compare al Festival di Bregenz, e a un secolo e mezzo di distanza dalla prima genovese giunge finalmente in Italia a Verona, città natale di Franco Faccio. Ed è qui, al Teatro Filarmonico, che l’ascoltiamo il 29 ottobre 2023 e ne riferiamo. È data in una “forma” che possiamo dire ibrida: i primi tre atti provengono dalla versione del 1871, mentre il quarto è tratto dall’edizione originaria del 1865, essendo andato perduto quello della revisione scaligera.

Teatro Filarmonico di Verona – F. Faccio: Amleto
Marta Torbidoni (Gertrude)
(Ennevi Foto)

All’ascolto diretto la prima cosa che balza in evidenza è il libretto, che ripropone condensato ma abbastanza fedele il testo di Shakespeare, anche se il finale risulta alquanto confuso e affrettato, come appare incongruo – se di non una sorta di autocompiacimento – il sostituire i commedianti che inscenano il dramma rivelatore del fratricidio di Claudio con dei cantanti d’opera. Il linguaggio è tipico dell’Arrigo Boito “scapigliato”: ricercato, ricco, elaborato, ridondante e provocatorio – il “va’ in un convento” di Shakespeare diventa “fatti monachella” – costruito con lunghi periodi e versi in endecasillabi, adatto al dramma musicale come lo concepisce il “novello” poeta ma di fatto assai difficile da mettere in musica. E Franco Faccio cerca di dirimere la questione con un declamato che si fa sì melodico ma che a lungo andare risulta poco accattivante, incespicante, faticoso da seguire e in più punti noioso da ascoltare. Le cose vanno meglio con i “numeri chiusi” reintrodotti, momenti dalla melodia sincera e ispirata; tra questi vale la pena ricordare il concitato duetto tra Gertrude e Amleto e il dolente – anche se un po’ convenzionale – assolo del soprano, e anche la chiusa della pazzia di Ofelia è da citare, che affina e rende toccante una scena che inizia con un po’ troppa noncuranza. L’ansia e la colpa che attanagliano invece l’animo di Claudio, sono ben espresse all’inizio del terzo atto con un monologo scritto come un recitativo che sconfina nell’arioso. Da notare infine l’orchestrazione che è quasi sempre di buona fattura, ricca e fantasiosa, che adeguatamente caratterizza i diversi momenti scenici e che molto risplende ad esempio nella marcia funebre che accompagna il corpo di Ofelia alla sepoltura. L’opera della durata di due ore e mezzo risulta alla fine, pur con i limiti di cui s’è detto, teatralmente convincente e corre via veloce.

Teatro Filarmonico di Verona – F. Faccio: Amleto
Funerale di Ofelia (Eleonora Bellocci)
(Ennevi Foto)

A ciò hanno contribuito i cantanti, il direttore e anche il regista. Nel programma di sala era annunciato come Amleto Ivan Magrì, lo ha interpretato invece Angelo Villari con voce sonora e buona dizione, anche se si sono avvertiti qualche forzatura di troppo nel fraseggio e qualche slittamento d’intonazione, ma la parte è davvero difficile e faticosa da cantare e da sostenere. Eleonora Bellocci è stata Ofelia, una trepidante e commovente fidanzata di Amleto dalla voce limpida e dal canto aggraziato, che alla fine della scena della pazzia, cantata e interpretata con trasporto, è stata salutata con un lungo e caldo applauso. Claudio e Gertrude, la coppia reale dello zio e della madre di Amleto, ha trovato interpreti validi e applauditi nelle voci calde e pastose e nelle accurate linee di canto di Damiano Salerno e di Marta Torbidoni. Belle prove le hanno offerte Francesco Leone e Saverio Fiore rispettivamente nelle parti di Polonio e di Laerte, padre e fratello di Ofelia. Come pure si sono fatti apprezzare Alessandro Abis (Orazio) e Abramo Roselan (Lo Spettro) e gli altri cantanti nelle parti di fianco – che sarebbe troppo lungo elencare ma che lodiamo in blocco – insieme con il Coro e l’Orchestra della Fondazione Arena di Verona.

Teatro Filarmonico di Verona – F. Faccio: Amleto
Giuseppe Grazioli (Direttore d’orchestra)
(Ennevi Foto)

Sul podio c’era Giuseppe Grazioli, sopraggiunto al collega Alessandro Bonato a poco più d’un mese dall’andata in scena. Ha mostrato capacità e professionalità dando respiro e coesione all’Amleto di Faccio-Boito con una direzione dinamica e sciolta – anche se qualche variazione in più dei colori e dei tempi non avrebbero guastato – e con un’attenta concertazione. Funzionale e studiata è stata la regia di Paolo Valerio, rispettosa del libretto, dalla buona recitazione e dalla fluida narrazione, che alludeva con pertinenza ed eleganza all’evento cui si stava assistendo: alla prima italiana in epoca contemporanea di un’opera dimenticata; vi alludeva proiettando sul velario, a mo’ di introduzione, la riproduzione della prima pagina di ogni atto della partitura scritta di pugno dall’autore. Ci piace segnalare infine la suggestione che Paolo Valerio ha provocato inscenando il funerale di Ofelia, vertice pure della direzione di Giuseppe Grazioli. E di certo dell’Amleto di Franco Faccio.

P.S. 
Franco Faccio dopo l’insuccesso dell’Amleto passa definitivamente alla direzione d’orchestra. Giuseppe Verdi lo chiama a dirigere la prima di Aida al Cairo nel 1871, ad appena dieci mesi di distanza dall’insuccesso dell’Amleto. Sedici anni più tardi Arrigo Boito trae dall’Otello di Shakespeare un dramma lirico per Giuseppe Verdi, che va in scena alla Scala di Milano il 5 febbraio 1887. Il successo è incondizionato. Sul podio c’è Franco Faccio, e in orchestra a suonare il violoncello anche Arturo Toscanini. Felici e trionfanti, uniti nel nome di William Shakespeare, si abbracciano i “vecchi” amici d’un tempo: Franco Faccio e Arrigo Boito. Insieme con loro c’è Giuseppe Verdi, il grande “vecchio” dell’opera lirica, con il quale infine s’è fatta la pace, dopo le ormai superate polemiche “scapigliate” tra la musica giudicata “vecchia” e quella considerata “moderna”.

Teatro Filarmonico di Verona – F. Faccio: Amleto
Angelo Villari (Amleto) – Abramo Roselan (Lo Spettro)
(Ennevi Foto)

L’Opera di Roma apre con “Mefistofele”

Il 27 novembre 2023 alle ore18:00 s’inaugura la Stagione Lirica 2023/24 del Teatro dell’Opera di Roma con Mefistofele di Arrigo Boito.

Conferenza stampa per Mefistofele di Arrigo Boito al Teatro dell’Opera di Roma

Protagonisti John Relyea nel ruolo del titolo che si alterna con Jerzy Butryn (29/11 e 3/12), Joshua Guerrero e Anthony Ciaramitaro (29/11 e 3/12) come Faust e Maria Agresta che con Valeria Sepe (29/11 e 3/12) sostengono il doppio ruolo di Margherita e di Elena. Nel ruolo di Marta e Pantalis è impegnata Sofia Koberidze, mentre Marco Miglietta interpreta Wagner. Nereo è Leonardo Trinciarelli (27, 30/11 e 3/12) e Yoosang Yoon (29/11 e 2 e 5/12).
Dirige Michele Mariotti che guida anche l’Orchestra e il Coro del Teatro dell’Opera di Roma, preparato dal maestro Ciro Visco. La regia è di Simon Stone, che si avvale delle scene e dei costumi di Mel Page e delle luci curate da James Farncombe.
In cartellone quattro repliche: il 29 e 30/11 e il 2, 3 e 5/12. Per la serata inaugurale del 27 novembre sono previsti due collegamenti RAI: radiofonico in diretta su Radio3 alle 18:00 e televisivo in differita su RAI5 alle 21:15.

Michele Mariotti
(fotografia Fabrizio Sansoni)

«Abbiamo scelto Mefistofele – dice il direttore musicale Michele Mariotti – perché rispecchia perfettamente la nostra idea di teatro: un luogo che parla sia dell’uomo di oggi, fornendo gli strumenti per conoscere più a fondo la nostra realtà e per interpretarla, sia dell’uomo come archetipo, con i suoi valori psicologici atemporali e le sue pulsioni eterne. Boito esalta proprio questo: l’universalità dell’uomo che è in Faust e la sua implacabile tensione a superare i suoi limiti. Per il teatro inoltre – conclude Michele Mariotti – è una sfida ma anche una grande opportunità mettere in scena un capolavoro così imponente, che coinvolge tutte le forze interne e le masse artistiche. Sono poi particolarmente felice di lavorare nuovamente con Simon Stone dopo “La traviata” che abbiamo realizzato insieme a Parigi nel 2019».
Premio Abbiati 2017 come Miglior Direttore d’orchestra, Michele Mariotti è recentemente rientrato dalla tournée capitolina in Giappone, dove ha ottenuto un successo personale dirigendo “La traviata” nella messa in scena di Sofia Coppola e “Tosca” con la regia di Zeffirelli. Un titolo quest’ultimo che Michele Mariotti riproporrà all’Opera nel corso della corrente stagione, seguito dal dittico “Gianni Schicchi-L’Heure espagnole”, da “Peter Grimes” e da due concerti sinfonici.

Simon Stone
(fotografia Fabrizio Sansoni)

Nella sua carriera da regista d’opera Simon Stone ha trasformato Violetta Valéry in una influencer, ha ambientato la vicenda di “Lucia di Lammermoor” nel “Rust Belt” americano e ha raccontato l’amore di Tristano e Isotta tra i grattacieli di New York. Al suo debutto a Roma Simon Stone – pluripremiato drammaturgo, regista e sceneggiatore australiano – è chiamato a interpretare, con il suo stile unico, iperrealista e tagliente, il mito di Faust che Johann Wolfgang von Goethe lasciò in versi tra il 1772 e il 1832, e che Arrigo Boito trasformò in un dramma monumentale messo in scena per la prima volta nel 1868.
Da giovane descritto come l’enfant terrible del teatro australiano, Simon Stone è oggi tra i registi più richiesti della scena internazionale e le sue produzioni operistiche sono arrivate sui palchi più prestigiosi, dalla Metropolitan Opera House al Festival d’Aix-en-Provence, fino a Salisburgo. Vorace lettore di classici fin dall’adolescenza, Simon Stone ama riscrivere il tragico per il pubblico contemporaneo, prendere il mito e adattarne gli archetipi al nostro presente.

John Relyea
(fotografia Fabrizio Sansoni)

Protagonista sul palco nel ruolo di Mefistofele il basso John Relyea, che ha già interpretato il diavolo nell’opera di Boito nella messa in scena di Alex Ollé del 2018. Apprezzato interprete di ruoli verdiani e wagneriani, John Relyea possiede una certa dimestichezza con le figure demoniache: ha cantato Mefistofele nelle opere di Gounod e Berlioz e interpretato Nick Shadow del “Rake’s Progress di Stravinskij. Nel 2022 è tornato sul palco della Metropolitan Opera House nei ruoli dell’Inquisitore in “Don Carlos”, di Boris Timofeyevich in “Una Lady Macbeth del distretto di Mtsensk” di Šostakovič e di Sparafucile in “Rigoletto”.

Joshua Guerrero
(fotografia Fabrizio Sansoni)

Faust è invece interpretato da Joshua Guerrero, anche lui al debutto con la Fondazione capitolina: secondo premio al Concorso Operalia nel 2014, ha recentemente cantato su importanti palcoscenici europei (Wiener Staatsoper, Bayerische Staatsoper di Monaco) e internazionali (Lyric Opera Chicago, Santa Fe Opera).

Maria Agresta e Simon Stone
(fotografia Fabrizio Sansoni)

Nel doppio ruolo di Margherita ed Elena canta il soprano Maria Agresta: vincitrice del Premio Abbiati 2014, nella scorsa stagione dell’Opera di Roma ha interpretato Giorgetta nel “Tabarro” di Puccini e prima ancora nel 2012 è stata l’interprete femminile principale nel “Simon Boccanegra” diretto da Riccardo Muti e nel 2019 è stata la protagonista di “Anna Bolena” diretta da Riccardo Frizza.

Nelle repliche del 29 novembre e del 3 dicembre, Mefistofele è interpretato da Jerzy Butryn, che canta per la prima volta al Teatro dell’Opera di Roma; Faust da Anthony Ciaramitaro, Premio CulturArte al Concorso Operalia 2022; Margherita ed Elena da Valeria Sepe, premio New Generation Soprano agli International Opera Awards 2016, e che nella Stagione 2022/2023 dell’Opera di Roma ha cantato nel ruolo di Nedda in “Pagliacci”, riproposta con la messa in scena di Zeffirelli.

Prove di scena per Mefistofele di Boito al Teatro dell’Opera di Roma

Mefistofele è un’opera in un prologo, quattro atti e un epilogo composta da Arrigo Boito, che ne elaborò il libretto partendo dal Faust di Goethe. Con questo lavoro, il ventiseienne scapigliato si proponeva di rinnovare la formula del melodramma, ma la sua prima versione, andata in scena al Teatro alla Scala nel 1868, si risolse in un fiasco clamoroso. L’opera fu quindi rielaborata e ridotta ulteriormente, e ripresentata al Teatro Comunale di Bologna nel 1875. A Roma, la prima rappresentazione avvenne al Teatro Costanzi il 29 ottobre 1887, mentre l’ultimo allestimento a cura della Fondazione Capitolina risale al marzo 2010, con la regia di Filippo Crivelli e la direzione di Renato Palumbo.

Archivio Storico del Teatro dell’Opera di Roma: Bozzetti per il Mefistofele di Arrigo Boito realizzati negli anni ’50 del secolo scorso da Camillo Parravicini (1902-1978).

Comunicato stampa del Teatro dell’Opera di Roma del 21 novembre 2023.

“Winterreise”: una guida all’ascolto.

Per la LXXIX Stagione dell’Istituzione Universitaria dei Concerti, sabato 28 ottobre 2023 alle ore 17:30 nell’Aula Magna dell’Università “La Sapienza” di Roma, il tenore Ian Bostridge e Julius Drake al pianoforte presenteranno Winterreise di Franz Schubert.

Ian Bostridge e Julius Drake

Nel febbraio 2005 in una puntata nel mio programma “La voce umana” – trasmesso da Radio Vaticana ogni settimana dal 2003 al 2017 – feci ascoltare un’incisione discografica “live” del 1953 della Winterreise nell’interpretazione del celebre baritono tedesco Dietrich Fischer-Dieskau, accompagnato al pianoforte da Hertha Klust.
Oggi ripropongo su queste pagine una sintesi delle annotazioni di allora come guida all’ascolto, di possibile utilità per chi andrà al concerto di Bostridge e Drake o per chi invece vorrà ricorrere a un’incisione discografica della propria collezione o a una delle tante in commercio. Non mi è stato possibile infatti incorporare in questo post i file audio dell’incisione discografica con Fischer-Dieskau né, ahimè, di nessun’altra in mio possesso.
Ecco dunque soltanto la mia personale “riflessione” sulla Winterreise di Schubert. Una delle tante possibili, vista la complessità e la profondità di temi e di suggestioni che innervano questo capolavoro “assoluto”, non soltanto di Franz Schubert ma della musica liederistica di tutti i tempi.

Winterreise di Franz Schubert su testo di Wilhelm Müller (senza l’articolo determinativo “die” presente invece nel titolo del ciclo letterario) è una raccolta di 24 lieder che parlano di un “viaggio d’inverno” – così in italiano diventa il titolo originale – che va di pari passo con un altro viaggio: quello condotto nei più nascosti meandri dell’anima e concepito come un cammino senza speranza verso la dissoluzione e la morte. La voce della Winterreise è di un viandante che non ha nome, che attraverso l’incedere tra i paesaggi invernali e i relativi stati d’animo, arriva alla conclusione che la vita è dominata da una forza oscura e distruttrice, di fronte alla quale ogni agire umano diventa inutile.
Winterreise è concepita e strutturata come un lungo sinuoso snodarsi di ”pezzi” per voce e pianoforte, scritti in prevalenza in tonalità minore e con tempi lenti e indugianti, punteggiato da altri in maggiore. Se il tono minore è riservato al devastato presente, agli episodi capaci di produrre soltanto tristezza e angoscia, la tonalità maggiore invece è il più delle volte per i momenti che parlano di un tempo passato ma sentito ancora felice, di un ricordo che ha il sapore della mestizia e della nostalgia. Nella Winterreise la voce intona non un canto melodico da intendersi in senso stretto, piuttosto una sorta di declamato “cantante” legato alle parole musicalmente, delle quali esprime il valore semantico oltre, ma forse soprattutto, quello tematico. Esattamente come fa il pianoforte che non è confinato al ruolo di mero accompagnatore ma diventa un autentico coprotagonista. Con le sue lunghe introduzioni, passaggi di raccordo e altrettanto estese code, evoca parimenti echi e corrispondenze emotive e crea il sottofondo psicologico pertinente a ogni “scena” che la voce va illustrando. Come ad esempio nei lieder che aprono e chiudono la Winterreise, inquadrati anche in una rigorosa e significativa architettura armonica, dimostrano le flessibili figurazioni pianistiche che amplificano il clima ossessivo e quasi rabbioso del sofferto Gute Nacht, il primo lied in re minore, e l’atmosfera allucinata, lancinante e quasi snervata dell’inquietante Der Leiermann, l’ultimo in la minore.

Caspar David Friedrich: Il viandante sul mare di nebbia (1818)

Winterreise si apre con Gute Nacht (re minore) – Buona notte. È l’inizio del viaggio. Il viandante si è separato dalla sua donna, e per questo e per il forte dolore che prova lascia la città natale. Parte da solo, gli fanno compagnia soltanto le orme sulla neve e i latrati dei cani. Lascia l’amore di un tempo, sapendo che non ne troverà mai un altro (forse non l’ha mai trovato) perché l’amore per sua natura è cercato in eterno e invano. Con questi pensieri il viandante lascia la sua casa, ma prima compie un gesto di pietà: si avvicina all’abitazione della donna e sulla soglia lascia una scritta: “Buona Notte”, come prova del suo costante pensiero per lei. Come pure un sigillo che sigla il definitivo congedo da questo amore e che risuona come monito, triste e luttuoso, per il viaggio che da questo addio consegue.

Secondo lied: Die Wetterfahne (la minore) – La banderuola. Nell’allontanarsi dalla casa della donna il viandante alza lo sguardo e sul tetto vede la banderuola agitata dal vento. Nel suo delirio immagina che quel vento gli parli: “Sei un illuso a credere che in questa casa avresti trovato l’amore – gli sussurra il vento – l’amore è incostante, va e viene. Io e l’amore siamo uguali. Oggi siamo qui a giocare: io con la banderuola e lui col tuo cuore, mentre domani saremo altrove”. L’incostanza dell’amore è il tema di questo lied, e Schubert lo affida, con dolorosa ironia, alle terzine del pianoforte che salgono e scendono come fossero il vento. 

Terzo lied: Gefrorne Tränen (fa minore) – Lacrime di ghiaccio. Il viandante piange. Le sue lacrime sono così ardenti che vorrebbero sciogliere tutto il gelo dell’inverno, ma il freddo è così intenso che le raggela appena iniziano a scorrere sulle gote. È la constatazione che esternare il dolore, come il piangere e il gridare, a volte sono sfoghi inutili, perché la sofferenza è così forte che niente può lenirla. 

Quarto lied: Erstarrung (do minore) – Congelamento. Il viandante invano va alla ricerca dei prati e dei ruscelli dove passeggiava con l’amata. Non li trova più: i fiori sono morti e la terra è dura e ricoperta da una coltre di gelo. Anche il viandante è come morto: il suo cuore è un pezzo di ghiaccio che tiene rappresa l’immagine di colei che ha lasciato. Ma se tornasse la primavera, il ghiaccio si scioglierebbe e così il cuore del viandante, ma anche l’effige amata si scioglierebbe e sarebbe perduta per sempre. Meglio allora che l’inverno duri per sempre. 

Quinto lied: Der Lindenbaum (mi maggiore) – Il tiglio. È una pausa onirica. Il viandante si vede passare accanto a un tiglio che è ricoperto di foglie, come in primavera. Rivede sé stesso felice che sulla corteccia incide “tante dolci parole”. La visione scompare, al suo posto ora c’è un albero sferzato dal vento, spoglio, che mormora: “Vieni da me, amico: qui troverai pace!”. E subito il viandante pensa che quando sarà molto distante da quel luogo, sempre ricorderà quel tiglio e quell’invito alla pace, che è sinonimo di morte. Il tiglio è una pausa lirica, punteggiata dai rassicuranti arpeggi del pianoforte e cantata come una filastrocca, che rimanda a una adolescenza serena, velata però di nostalgia: quella adolescenza si presenta come il riflesso di una sicurezza in un domani che non c’è più.

Sesto lied: Wasserflut (I variante fa diesis minore – II variante mi minore) – Flutti d’acqua. Tornano le lacrime e son ancora quelle del viaggiatore. Cadono sulla neve che subito le assorbe. Quando le nevi si scioglieranno, le lacrime si uniranno all’acqua del fiume e placide e tranquille raggiungeranno la città. Allora arriveranno nei pressi della casa della donna amata: avranno un guizzo e si accenderanno di nuovo per il dolore dell’antico abbandono. Flutti d’acqua è un lied molto suggestivo, ma di fatto costruito quasi sul nulla: bastano i semplici arabeschi del pianoforte e il canto sommesso del baritono a scatenare tutto un mondo di affetti e di tumultuosi ricordi.

Settimo lied: Auf dem Flusse (mi minore) – Sul fiume. È l’ideale continuazione di Flutti d’acqua. Il viaggiatore è davanti al fiume. Lo vede coperto da una lastra di ghiaccio. Gli appare come una pietra tombale, che riduce al silenzio l’acqua che sotto invece continua a essere tumultuosa. Un’immagine che diventa espressione dell’animo del viaggiatore, costretto a tacere quando invece vorrebbe gridare il proprio dolore e la propria disperazione.

Ottavo lied: Rückblick (sol minore) – Uno sguardo indietro. Il fiume è l’ultima immagine a essere contemplata, poi il viandante si volta e lascia la città. Il viaggio che intraprenderà si annuncia duro: la strada è coperta di neve e piena di sassi. Per l’ultima volta, il viaggiatore si gira e guarda quei luoghi che un tempo lo accolsero con amore. Il passato torna alla mente e così le immagini festose degli uccelli alle finestre e dei tigli frondosi; torna alla mente anche il ricordo dell’amata e il desiderio di “tornare indietro piano piano e di fermarsi davanti alla sua casa”. Un sogno ormai impossibile da realizzare. 

Nono lied: Irrlicht (si minore) – Fuoco fatuo. Lasciata ormai la città, il viandante si avventura tra i luoghi più desolati e selvaggi della natura, che diventano lo specchio della sua anima. L’unica strada da percorrere è la via dei canaloni d’acqua ormai asciutti. Un percorso che porterà il viandante alla fine del viaggio, al termine di ogni tormento ma anche alla morte, esattamente come accade all’acqua dei canaloni, che dopo tanto correre e tanto tumultuare si placa e finisce la sua corsa nell’immensità e nell’anonimato del mare.

Decimo lied: Rast (I variante do minore – II variante re minore) – Sosta. Il viaggiatore sostenuto dalla forza della disperazione, percorre la sua strada nonostante la stanchezza e le avversità. Arriva tuttavia il momento in cui il riposo s’impone, ma ogni sollievo è negato. Sebbene la tensione del viaggio si allenti e il corpo si rilassi, il pensiero torna all’amore perduto, che come un tarlo tormenta l’anima del povero viandante.

Undicesimo lied: Frühlingstraum (la maggiore) – Sogno di Primavera. Il viaggiatore cerca riposo nella capanna del carbonaio, qui si addormenta e sogna prati fioriti e uccelli che cantano. La melodia del lied è dolce ed è in tonalità maggiore. Poi il viandante si sveglia e scopre l’amara realtà di sempre. Canta il gallo, fa freddo e ogni lirismo si spegne in un serie di secchi accordi. Questa alternanza di sonno e di veglia si ripete per due volte. Alla terza il viandante cerca ancora di addormentarsi, ma la melodia perde la dolcezza iniziale per concludersi in tonalità minore che tutto nega e cancella.

Dodicesimo lied: Einsamkeit (I variante si minore – II variante re minore) – Solitudine. Il viandante lascia la capanna del carbonaio e riprende il viaggio che si annuncia sereno: il tempo è migliorato e al posto della bufera soffia un leggera brezza. Ma il viaggiatore si sente estraneo in tanta quiete e rimpiange le tempeste che almeno lo tenevano occupato nella lotta per la sopravvivenza e lo distoglievano dal pensare alla propria infelicità.

La seconda parte della Winterreise di Franz Schubert, su poesie di Wilhelm Müller, inizia con il tredicesimo lied: Die Post (mi bemolle maggiore) – La posta. Il viandante è giunto in una città lontanissima, quella forse dove voleva fuggire. Il viaggio sembra essere prossimo alla conclusione, ma non sembra essere finito il tormento. Il viaggio dell’anima continua, sollecitato da immagini e situazioni che si presentano e che riaprono le ferite d’un tempo. E sono situazioni come questa: suona il corno della posta, il viandante sobbalza, si precipita fuori della casa, raggiunge il postino; chiede novità col cuore in gola, spera in una lettera… ma per lui, dal suo paese lontano, non è arrivato nessuno scritto.

Quattordicesimo lied: Der greise Kopf (do minore) – La testa canuta. Il viandante rientra in casa, senza alcuna lettera. Davanti a uno specchio si guarda: la sua testa è ricoperta di neve. Si vede vecchio, canuto e si rallegra: significa che presto morirà, che presto avranno fine i suoi tormenti. Ma è un’illusione: il tepore della casa scioglie la neve, i capelli tornano neri e torna la tristezza, perché il viandante è ancora giovane, vivrà ancora a lungo e ancora a lungo avrà come compagno questo dolore, che non accenna a diminuire.

Quindicesimo lied: Die Krähe (do minore) – La cornacchia. Solo davanti alla finestra il viandante guarda fuori. In alto sopra la casa, nel cielo grigio, vola una cornacchia: ha seguito il viandante da quando ha lasciato la sua città natale. È un’immagine che dovrebbe rallegrarlo: è un’immagine che parla di fedeltà. Ma il viandante è sempre più preda di tristi e deliranti pensieri: vede la cornacchia come un uccello predatore che si ciba del suo cadavere e perché questo si realizzi il più presto possibile invoca la morte. 

Sedicesimo lied: Letzte Hoffnung (mi bemolle maggiore) – Ultima speranza. Il viaggiatore sta ancora alla finestra: prima ha visto la cornacchia, adesso fissa l’attenzione sugli alberi del giardino. Vede i rami spogli, su qualcuno c’è ancora qualche foglia che ondeggia al vento. Il viaggiatore ne fissa una, come se da quella pendesse la speranza di tornare dalla donna amata, di essere ancora felice, di superare il dolore. Ad un tratto un soffio di vento, più forte degli altri, stacca la foglia dal ramo. Cade a terra. Anche il viandante cade a terra, in ginocchio, e scoppia in singhiozzi con la testa tra le mani: con quella foglia è svanita ogni speranza di felicità. L’accompagnamento saltellante e dissonante del pianoforte suona come ghiacciato e allude al cadere delle foglie, raggrinzite e indurite dal gelo.

Diciassettesimo lied: Im Dorfe (re maggiore) – In paese. L’atmosfera è sempre la stessa: cupa e priva di speranza, enfatizzata dalla contrapposizione di un tema inquieto e un altro calmo, che si rimandano e si amplificano a vicenda. È notte, il viandante non dorme: guarda ciò che lo circonda. I cani stanno alla catena e abbaiano, mentre i padroni stanno a letto, al caldo, e sognano. Il freddo e il silenzio della notte sono descritti dai trilli gravi del pianoforte. A questo segue una melodia incantata, carezzevole, come una nenia per bambini, che descrive i sogni degli uomini, sogni che portano questo messaggio: la vita è dura, ci priva di molte cose, ma forse domani sarà migliore, ci regalerà ciò di cui oggi siamo stati privati. A questo punto il viandante ha un gesto di stizza e ingiunge ai cani di continuare ad abbaiare, di farlo rimanere sveglio, perché con coloro che dormono felici e beati e hanno ancora la forza di sperare non ha niente da spartire. E torna la melodia iniziale, con quei lugubri trilli del pianoforte seguiti da brevi pause, che suonano come la descrizione di un’ansia perenne. 

Diciottesimo lied: Der stürmische Morgen (re minore) – Mattina tempestosa. Imprime a Die Winterreise un brusco cambiamento. Il viandante sembra ritrovare uno slancio dimenticato da tempo, uno slancio che gli viene dalla visione della natura: il vento squarcia le nuvole e appare il sole.

Diciannovesimo lied: Täuschung (la maggiore) – Illusione. Sulle note di una melodia dolce e suadente, come un valzer lento, il viandante si lascia sedurre da una luce misteriosa. Forse è la fiamma del camino della casa dove ha cercato rifugio. Una fiamma che danza, quasi ipnotica, che evoca l’immagine di una moglie fedele e di una vita felice. Ma è un miraggio, esattamente come il mattino tempestoso (del lied precedente) che per quanto lasci trasparire il sole, per quanto possa far sperare in una bella giornata, alla fine appartiene sempre al freddo e selvaggio inverno. 

Ventesimo lied: Der Wegweiser (sol minore) – Il segnale stradale. Il viandante lascia la città e riprende il viaggio; non segue strade conosciute e battute da altri, va invece senza meta e senza pace e segue una sola indicazione: quella che lo conduce a una strada da cui non si torna indietro. 

Ventunesimo lied: Das Wirtshaus (fa maggiore) – L’osteria. È intriso di humour nero, ben descritto dall’incedere cadenzato della voce sopra il corale del pianoforte. Il viandante è giunto al cimitero. Il camminare senza sosta e senza uno scopo è faticoso e necessita di una sosta. Nel suo vaneggiamento sempre più cupo e forsennato, il viandante arriva a confondere il riposo del viaggio con il riposo della morte. E immagina che il cimitero, dove è giunto, sia una calda e accogliente locanda, dove le ghirlande mortuarie sono le insegne che invitano alla sosta. In questo strano albergo, però, non c’è posto, le camere sono tutte occupate, e il viandante, a capo chino, appoggiato al suo bordone, riprende il viaggio sotto il vento impetuoso, carico di neve.

Ventiduesimo lied: Mut (I variante la minore – II variante sol minore) – Coraggio. Lasciatosi alle spalle il cimitero, il viaggiatore riprende il cammino. Ma occorre coraggio per camminare sotto le gelide sferzate della neve e del vento. Il viandante non può tacerlo e lo grida in faccia all’inverno con un canto tagliente e aggressivo, che ha il sapore della ribellione più violenta ma anche della rivolta più cocente e sofferta. 

Ventitreesimo lied: Die Nebensonnen (I variante la maggiore – II variante sol maggiore) – Altri soli. È l’ultimo vaneggiamento del viandante. Nel cielo vede tre soli, ma si accorge che non sono per sé: il loro calore e la loro luce sono per altri. Che scompaiano del tutto allora e lo lascino nell’unica possibilità che gli è concessa e che vuole: stare al buio più completo, nel silenzio e nella morte totali.

Ventiquattresimo lied: Der Leiermann (I variante la minore – II variante si minore) – L’uomo dell’organetto. Alla periferia del villaggio dove il viandante ha fatto ritorno, c’è un suonatore d’organetto. È vecchio, scalzo, traballante, nessuno gli fa l’elemosina, nessuno lo degna di attenzione: solo i cani gli abbaiano contro. Il viandante lo vede e lo immagina come il suo nuovo compagno di viaggio. Il significato dell’intera Winterreise è racchiuso in questo ultimo lied. È racchiuso in questa mesta melodia suonata dal pianoforte, ripresa dalla voce e ripetuta con ossessione. È una melodia che descrive il senso ultimo della vita: condannata a ripetersi con eterno dolore (come il meccanismo dell’organetto che continua sempre) e condannata a inseguire qualcosa che non raggiungerà mai (come la canzone dell’organetto che non tace mai, ma che nessuno ascolta).

Winterreise si conclude in un modo che non poteva essere più bello e più crudele.

Arrivati al termine di questo “viaggio d’inverno” (senza l’articolo determinativo “il” che lo rende più indefinito, aperto a varie interpretazioni e identificazioni) potremmo anche chiederci: perché Schubert ha scelto un argomento simile e ha scritto una musica come questa? Una possibile risposta è che Schubert si confessa e racconta una dolorosa esperienza personale. Come il viandante della Winterreise, Franz Schubert è stato abbandonato dalla donna amata, alla vigilia delle nozze. È stato lasciato perché non era un buon partito, perché era povero e non avrebbe potuto garantire un’agiata vita borghese alla sposa. Ma ancor più possiamo individuare un’altra motivazione per la genesi della Winterreise: la malinconia e la depressione. Un abbattimento che nasce e si sviluppa a causa della vita che Schubert condusse, che non fu certo delle più rosee. Schubert era un genio musicale, ma fu riconosciuto dopo la sua morte; in vita nessuno gli diede credito, se non un ristretto numero di amici e qualche ricco borghese che gli comprava le musiche. Aveva problemi economici, che superava con difficoltà insegnando musica, di tanto in tanto, o vivendo della generosità dei familiari. Pochi dei suoi lavori (che sono stati moltissimi e dei più vari) furono pubblicati quando era in vita. I lieder ne costituirono la maggior parte. Senza dimenticare la sifilide che non soltanto minò la sua salute, ma rese altalenanti, per il continuo succedersi di miglioramenti e ricadute, gli stati d’animo e pure la produzione artistica. Questo scrisse Schubert in quegli anni al fratello Ferdinand: «Devo ammettere che è finito il tempo felice in cui tutto quello che abbiamo intorno è circonfuso del luminoso splendore della giovinezza; mi trovo ora a dover riconoscere fatalmente la prosa di una miserevole realtà che io con la mia immaginazione (grazie a Dio) faccio ogni sforzo per rendere più bella e meno spiacevole». Gli ingredienti per essere depresso dunque c’erano tutti e non è un caso, poi, che Schubert compose Winterreise nell’ultimo anno di vita, nel 1827, dopo ancora l’ennesima delusione d’amore, dopo il rifiuto di rappresentare un’opera e dopo essere stato respinto come Kappellmeister di corte. In queste condizioni, comunque, nasce un capolavoro: un percorso nei meandri dell’anima, un viaggio senza speranza, cupo e ossessivo, ma affidato a una musica bellissima, fortemente voluta e altrettanto ispirata, e ancor più innovativa, perché non c’è una voce che canta e un pianoforte che accompagna, ma due elementi che viaggiano insieme e non possono esistere separati. Come il “viaggio d’inverno” del viandante con e da quello della sua anima.

Caspar David Friedrich: Il mare di ghiaccio o Il naufragio della speranza (1823-1824)

I testi di Wilhelm Müller di Die Winterreise musicati da Franz Schubert sono tratti da un programma di sala di un concerto del 1997 dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia. La traduzione in italiano è di Pietro Soresina.

La Juive di Halévy a Torino: 138 anni dopo.


La Juive di Fromental Halévy per la regia di Stefano Poda e la direzione di Daniel Oren al Teatro Regio di Torino.

Il 21 settembre 2023 La Juive di Jacques Fromental Halévy ha inaugurato la Stagione Lirica del Teatro Regio di Torino. Opera di rarissima esecuzione per il capoluogo piemontese: l’ultima messa in scena risale al 1885, e di altrettanto rara rappresentazione per l’Italia, se si considera che l’ultima volta nel XX secolo fu al Teatro Costanzi di Roma nel 1906 e che bisognò attendere il 2005 per vedere alla Fenice di Venezia la prima Juive in lingua francese e in edizione quasi integrale. Una rappresentazione, quella torinese, dunque di elevato interesse storico-musicale e realizzata in grande stile, stando agli artisti impegnati: i soprani Mariangela Sicilia e Martina Russomanno, i tenori Gregory Kunde e Ioan Hotea, il basso Riccardo Zanellato, il direttore d’orchestra Daniel Oren e il regista Stefano Poda.

La Juive di Fromental Halévy per la regia di Stefano Poda e la direzione di Daniel Oren al Teatro Regio di Torino.

Una Juive in grande stile innanzitutto per la scrittura di Gregory Kunde come protagonista maschile, che quasi settantenne esibisce ancora una forma vocale invidiabile. Poco importa se il timbro ha perso lo smalto d’un tempo, se qualche acuto oscilla un po’ di più (i restanti sono comunque timbrati e squillanti) e se c’è qualche momento di affanno e qualche ripresa di fiato di troppo (come nella cabaletta che segue la celebre “Rachel, quand du Seigneur”, eseguita invece impeccabilmente) la tecnica è tale da consentire a Gregory Kunde un’emissione e un legato comme il faut, di ben dosare il fiato e di cantare sia piano sia forte a tutte le altezze, di fraseggiare e accentare accuratamente e di alternare a momenti di slancio e di esaltazione altri più intimistici e dolenti, così da prodursi in un’interpretazione assai convincente, fortemente espressiva e stilisticamente impeccabile, dell’orefice ebreo Éléazar, combattuto tra l’odio per una comunità cristiana che lo esclude e lo priva di due figli e l’essere di contro un padre affettuoso e sincero per Rachel, che adotta sebbene non sia sua figlia ma del cardinale de Brogni, che la ebbe prima di diventare ministro di Cristo e che credeva morta insieme alla moglie, durante l’assedio di Roma del re di Napoli Ladislao. Un’interpretazione questa dell’orafo Éléazar che per Gregory Kunde si configura come culmine di una lunga e felice carriera (inizia alla fine degli anni ’70) e come punto di riferimento per letture future.

La Juive di Fromental Halévy per la regia di Stefano Poda e la direzione di Daniel Oren al Teatro Regio di Torino.

Una Juive in grande stile anche per l’aver offerto il ruolo di Rachel, l’ebrea del titolo, a Mariangela Sicilia. In carriera da nemmeno dieci anni – ha debuttato nel 2014 all’Opéra di Parigi interpretando Musetta nella Bohème – ha ben mostrato di possedere una notevole maturità tecnico-musicale. Canta splendidamente: gli acuti sono raggianti e i piano e i pianissimo suggestivi, i centri appaiono luminosi e morbidi e i gravi suonano sonori seppur leggeri. La voce nel suo insieme sembra essere di un tipico soprano lirico, dal timbro chiaro e delicato. Il buono di una voce siffatta, grazie all’ottima tecnica che la sottende, è che non suona mai forzata, non presenta centri ingrossati artificiosamente, né note gravi “pompate” o peggio sguaiate, né tanto meno acuti spinti al limite del grido per simulare veemenza e ardente personalità, per avvicinarsi il più possibile alla vocalità della prima interprete di Rachel, che fu Marie-Cornélie Falcon: un soprano “drammatico” di acceso temperamento, che cantava con forza e intensità d’accento, che aveva una voce di colore scuro e voluminosa, nutrita nelle note centrali e gravi, estesa e squillantissima in alto. Mariangela Sicilia è riuscita con l’intelligenza e la perizia tecnica a non cadere nel tranello dell’inutile e pericolosa “imitazione”, ma è risultata un’interprete più che credibile, calda e appassionata e anche affettuosa e trepidante, cantando con la sua voce, che in teatro corre – come si dice in gergo – si sente ovunque e non è costruita artificiosamente per mostrarsi ciò che non è; una voce guidata costantemente a un’emissione leggera e morbida e a un fraseggio fatto di tante e insospettate tonalità e nuances.

Il tenore Gregory Kunde (Éléazar)
Il soprano Mariangela Sicilia (Rachel)

Di livello anche le scelte operate per le “seconde” parti. Il ruolo piuttosto antipatico di Léopold – un principe dell’Impero che, sebbene fidanzato con la principessa Eudoxie, s’invaghisce e seduce Rachel fingendosi ebreo, per poi abbandonarla al suo tragico destino – è per una voce maschile acuta in grado di cantare con dolcezza, che sappia eseguire arditi passi vocalizzati con disinvoltura ed eleganza e che sappia pure arrivare a considerevoli altezze: al re sopracuto per esempio. Una parte che a Torino il tenore Ioan Hotea, di voce chiara limpida e vibrante, ha cantato e interpretato ottimamente.

La Juive di Fromental Halévy per la regia di Stefano Poda e la direzione di Daniel Oren al Teatro Regio di Torino.

Il soprano Martina Russomanno all’inizio è sembrato piuttosto intimorito e preoccupato – comprensibile, data l’eccezionalità dell’opera e della serata – cosicché sono risultate non troppo morbide l’emissione e la linea di canto e poco sciolta la vocalizzazione insieme con gli estremi acuti un po’ “tirati” e asprigni, difetti che però nella seconda parte si sono molto attenuati, consentendo a Martina Russomanno più facilità e disinvoltura nel cantare e nel realizzare così – complice anche una bella presenza scenica e una pertinente recitazione – una convincente caratterizzazione di Eudoxie, da esprimere con un canto tutto acrobazie vocali e leggerezza, ma anche con un canto più sillabico e orizzontale, necessario per dire i sentimenti e le emozioni, non sempre felici, che agitano l’animo della nipote dell’Imperatore, promessa sposa di Léopold ma rivale in amore di Rachel.

La Juive di Fromental Halévy per la regia di Stefano Poda e la direzione di Daniel Oren al Teatro Regio di Torino.

Il cardinale de Brogni è l’autorevole e autoritario custode della fede cristiana e l’acerrimo nemico di Éléazar, ma è anche l’uomo lacerato dai dubbi e dai rimorsi, che soffre per la figlia morta, che soltanto alla fine – come vendetta dell’inesorabile orafo – scopre essere Rachel: quell’ebrea salvata e allevata da Éléazar e ora condannata a morte come eretica, per essersi unita al cristiano Léopold. Il cardinale de Brogni è un personaggio complesso, cui è richiesto un canto largo, fatto di sonorità calde e piene ma anche impetuose e veementi, che presenta vertiginosi affondi nel grave. Riccardo Zanellato affronta con cautela questa impervia vocalità: non prende di petto le note più profonde ma le canta immascherando il suono, rendendolo più “leggero” ma sempre udibile e mai scomposto, e come ha fatto Mariangela Sicilia con Rachel, Riccardo Zanellato tratteggia i tratti psicologici di de Brogni più inflessibili e perentori e quelli che incutono timore e riguardo, agendo più che sulla forza e sull’incisività del canto, sulla nettezza ed esattezza della linea di canto e sulla musicalità di un fraseggio insinuante e calibrato, senza cercare una vocalità innaturale e anche pericolosa che non gli sarebbe propria.

Il tenore Ioan Hotea (Lèopold)
Il soprano Martina Russomann (Eudoxie)
Il basso Riccardo Zanellato (de Brogni)

Sul podio c’è Daniel Oren, che prima di ora ha diretto La Juive due volte: alla Royal Opera House di Londra nel 2006 e all’Opéra di Parigi nel 2011. È indicativo di un grande amore, che Daniel Oren ben dimostra da come dirige e concerta. Passa da un tempo a un altro, da un colore chiaro a uno scuro, da un fortissimo a un pianissimo con rapidità e continuità, così che tutto in orchestra non solo sia vario ed eloquente ma in grado di imprimere alla musica una decisa valenza narrativa. Tutte le ricchezze e le preziosità strumentali appaiono studiate al dettaglio, così che abbiano evidenza le atmosfere: ora dense e drammatiche, ora rarefatte e festose. E anche l’attenzione per il canto e la sua cura sono da notare: il sostegno che Daniel Oren dà all’orchestra, la scelta dei tempi e l’accorto uso dei rubati e dei portamenti, sono tali che i cantanti non paiono mai in affanno, ma liberi di modulare la voce, di giocare con il fraseggio e di accentare con dovizia di particolari, per dipinge al meglio la complessa psicologia dei personaggi. Tutto possibile anche per il contributo dell’eccellente Orchestra del Teatro Regio e del relativo Coro, ben istruito e guidato da Ulisse Trabacchin.

La Juive di Fromental Halévy per la regia di Stefano Poda e la direzione di Daniel Oren al Teatro Regio di Torino.

Come in Aida all’Arena di Verona e in Eduardo e Cristina al Rossini Opera Festival – di cui abbiamo già riferito nelle cronache estiva in questo sito – anche nella Juive al Regio di Torino, Stefano Poda ha curato la regia insieme con le scene, i costumi, le coreografie e le luci. Con una concezione e un’impostazione dello spettacolo medesima per i tre allestimenti. Un impianto a scena fissa animato da caleidoscopici giochi di luci, elementi scenici essenziali, mimi e danzatori in perenne movimento e cantanti che indossano costumi sgargianti ed eleganti e agiscono affidandosi a una recitazione curata, dettagliata e perlopiù ieratica ed essenziale. Per Stefano Poda tutto è vòlto a creare tableau vivant che con immagini elaboratissime, cariche di simboli ed esteticamente perfette, accompagnano e potenziano le suggestioni, le emozioni e anche le riflessioni che la musica propone. Una drammaturgia e una teatralità fatta di un’inestricabile connessione di musica, luci, figure e movimenti. Nel caso specifico della Juive torinese, con una scena che sullo sfondo schiera un’infinità di crocifissi e in cima riporta la scritta di Lucrezio «Tantum religio potuit suadere malorum» (che allude alla storia “sacrificale” di Ifigenia), che su un praticabile vede i danzatori mimare la vita di Gesù Cristo mentre in proscenio tutti “cantano” la vicenda di Raquel, è ben chiaro che Stefano Poda racconta una via Crucis “sovrapposta”, condotta in parallelo, tra un figlio “divino” e una figlia “umana” e come sulla vita di quest’ultima si giochi la lotta all’ultimo sangue tra Éléazar e de Brogni. Allo stesso tempo Stefano Poda allude e, con l’eleganza e la sensibilità artistiche che sono a lui proprie, induce alla riflessione su quanto l’intolleranza e il disprezzo per le altre fedi, ma anche il rifiuto e la negazione dell’altro come la chiusura a cosa o a chi è di derivazione sociale e culturale differente, possano condurre alla morte e alla distruzione. Nel XV come nel XXI secolo.

La Juive di Fromental Halévy per la regia di Stefano Poda e la direzione di Daniel Oren al Teatro Regio di Torino.

La Juive di Fromental Halévy andò in scena all’Opéra di Parigi il 23 febbraio 1835. I cantanti impegnati furono Marie-Cornélie Falcon (Rachel), Adolphe Nourrit (Éléazar), Julie Dorus-Gras (Eudoxie), Marcelin Lafont (Léopold) e Nicolas-Prosper Lèvasseur (de Brogni); diresse François-Antoine Habeneck e la messa in scena fu firmata da Adolphe Nourrit.
La Juive è un grand-opéra, con molta probabilità dal successo più eclatante, che seguiva di pochi anni (quattro per l’esattezza) Robert le diable di Giacomo Meyerbeer, il primo grand-opéra di chi è ritenuto l’autore più rappresentativo per questo genere operistico. La Juive rispettava in pieno le regole dell’opera francese ottocentesca: ambientazione storica precisa, architetture grandiose con sorprendenti effetti teatrali, costumi sfarzosi e finanche balletti, da eseguirsi di rigore al terzo atto dei cinque obbligatoriamente previsti.
Un’altra regola da rispettare era contrapporre alla dimensione “pubblica” quella “privata”, alle grandi scene di massa altre più intime e introspettive. Che nella Juive di Halévy si manifesta nella “ufficialità” dello scontro religioso tra ebrei e cattolici nell’Europa del grande Scisma d’Occidente – la storia si racconta a Costanza nel 1414 durante il Concilio, indetto per riportare la sede papale da Avignone a Roma – e nella “intimità” del duello all’ultimo sangue che combattono Éléazar e de Brogni, coinvolgendo tragicamente anche Rachel.

La Juive di Fromental Halévy per la regia di Stefano Poda e la direzione di Daniel Oren al Teatro Regio di Torino.

Anche dal punto di vista musicale La Juive riserva non poche particolarità. È articolata sui classici “numeri chiusi” dell’opera italiana: arie, duetti e pezzi concertati, perfettamente inseriti in una compagine orchestrale completa nello strumentale che non eccede le usuali dimensioni dell’epoca, ma che nonostante appare ricchissima di colori e preziosismi. La musica procede a getto continuo senza soluzione di continuità, dove l’armonia sorprende l’ascoltatore con “invenzioni” originali e ardite e la melodia lo affascina, come ad esempio si scopre all’ascolto della sinfonia, della citata aria di Éléazar “Rachel, quand du Seigneur” il cui tema portante Halévy lo fa ascoltare fin dall’inizio dell’opera nella stessa sinfonia, oppure della romanza di Rachel “Il va venir” con il suggestivo accompagnamento della tromba obbligata. È proprio questa stretta connessione tra orchestra e canto che permette una esatta e fine definizione musicale dei personaggi, che il compositore francese modella sulle caratteristiche vocali e sulle capacità tecniche dei cantanti a disposizione, certamente tra i più illustri del momento. A partire da Marie-Cornélie Falcon che era Rachel: il già ricordato soprano (in realtà mezzosoprano acuto) dalla voce ampia, dai centri scuri e corposi e dagli acuti luminosi e penetranti, dotato di un forte temperamento e di spiccate doti drammatiche. Adolphe Nourrit era un tenore acuto che interpretando Éléazar si trovò alle prese con un ruolo sostanzialmente centrale che lo spinse a un canto non troppo svettante ma affidato in prevalenza a fraseggi ampi e ad accenti vibranti, per caratterizzare un personaggio patetico, un padre affettuoso, ma anche un crudele vendicatore, fortemente radicato nella propria fede. I primi cantanti a vestire i panni di Eudoxie e Léopold furono Julie Dorus-Gras e Marcelin Lafont; entrambi avvezzi al canto “di grazia” e virtuosistico di scuola italiana – lei cantava di regola Le Comte Ory e i ruoli rossiniani francesi e lui La sonnambula di Bellini – furono perfetti nell’esprimere l’elegante e galante affettuosità dei ruoli, ma anche i turbamenti e le meschinità dell’amore tradito e offeso. L’autorevole e ieratico cardinale de Brogni lo interpretava il grande Nicolas-Prosper Lèvasseur, che nasceva come cantante rossiniano – partecipò alle prime francesi di Il viaggio a Reims, Moïse, Le Comte Ory e Guillaume Tell – ma si affermò come cantante di riferimento proprio nel grand-opéra (Robert le diable, Les Huguenots, Le Prophète). Nell’arco della sua lunga carriera ebbe modo di affermarsi per la bellezza e la grandiosità di una voce da autentico basso profondo, per il canto nobile e aristocratico e per la veemenza e la forza incisiva che riuscita a immettere nel fraseggio, sempre vario e colorito.

La Juive di Fromental Halévy per la regia di Stefano Poda e la direzione di Daniel Oren al Teatro Regio di Torino.

Nonostante fosse considerata da Richard Wagner un modello inimitabile e da Gustav Mahler una delle più grandi creazioni dell’umanità e nonostante lo strepitoso successo che le aprisse alla première del 1835, protratto poi per tutto l’Ottocento e per tutta l’Europa, La Juive scompare in pratica dai palcoscenici nel Novecento. Probabilmente perché espressione del genere grand-opéra giudicato esteriore e superficiale, di solo intrattenimento, dalla “critica” musicale che contava. Ieri, ma con qualche eccezione ancora oggi. E anche perché è necessario affidare i ruoli principali a un quintetto di fuoriclasse, di cantanti a dir poco eccezionali. Una “opzione” non sempre possibile. Una scomparsa dovuta – con un certo margine di rischio – pure all’alone di inquieto mistero che pesa su La Juive di Fromental Halévy. Enrico Caruso la cantò nel 1920 e poco dopo morì e nel 1987 José Carreras ne dovette interrompere la registrazione discografica perché colpito da una grave forma di leucemia, dalla quale fortunatamente poi guarì. Una diceria che appare oggigiorno sconfessata da Neil Shicoff che con grande sicurezza e perseveranza debutta il ruolo di Éléazar alla Staatsoper di Vienna nella stagione 1999-2000, per poi riprenderlo alla Fenice di Venezia nel 2005 – ed è lì che chi scrive ha avuto il piacere di vederlo e ascoltarlo – e ora sconfessata da Gregory Kunde che al Regio di Torino veste «alla grande questo ruolo molto difficile, dalla vocalità e dalla “psicologia” molto speciali, su cui bisogna essere preparati anche intellettualmente oltre che essere dei veri artisti». Stando a quanto ha dichiarato nel programma di sala Daniel Oren. E all’ovazione interminabile che ha salutato la sera della prima l’esecuzione di “Rachel, quand du Seigneur”, interrompendo per diversi minuti la rappresentazione tra grida di plauso e di esultanza.

Cronache di Festival: XLIV ROF

Questo articolo è la cronaca conclusiva sulle stagioni operistiche più importanti svoltesi in Italia durante l’estate. Dopo i Festival di Verona e di Macerata – dei quali ho già riferito su queste pagine – sarebbe stata la volta del Festival di Pesaro. Purtroppo un intervento all’occhio destro mi ha costretto all’inattività, così che soltanto adesso, in questo “inoltrato” inizio d’autunno, riesco a pubblicare le cronache e varie riflessioni, diciamo a luci spente, sulla XLIV edizione del ROSSINI OPERA FESTIVAL, che si é svolto a Pesaro dall’11 al 23 agosto 2023.
Si è aperto con Eduardo e Cristina. Una novità assoluta, finora mai rappresentata al ROF, che ha visto protagonisti il mezzosoprano Daniela Barcellona e il soprano Anastasia Bartoli, insieme con i tenori Enea Scala e Matteo Roma e il basso Grigory Shkarupa, con il direttore Jader Bignamini e il regista Stefano Poda.

Eduardo e Cristina di Gioachino Rossini al XLIV ROF
Enea Scala

Eduardo e Cristina, il ventottesimo titolo della produzione rossiniana, è stato a lungo considerato un “centone”, un “pastiche” fatto con poca cura e in fretta, riciclando musiche preesistenti. Ricerche storiografiche e studi filologici riferiscono invece di un percorso compositivo piuttosto articolato. Tra l’autunno 1818 e la primavera 1819 l’attività operistica di Gioachino Rossini è in gran fermento: vedono la luce al San Carlo di Napoli Ricciardo e Zoraide (3 dicembre 1818), Mosé in Egitto revisionato nel terzo atto (7 marzo 1819) ed Ermione (27 marzo 1819) più un paio di cantate celebrative: per la guarigione del re di Napoli e per l’arrivo a Napoli dell’imperatore d’Austria. Nel frattempo Rossini firma con l’impresario Giuseppe Cortesi un contratto per un’opera “nuova” da darsi a Venezia nel Teatro San Benedetto, per la stagione di primavera 1819. Viene deciso di comune accordo di rielaborare, per mano di Andrea Leone Tottola e di Gherardo Bevilacqua Aldobrandini, il libretto Odoardo e Cristina di Giovanni Schmidt messo in musica nel 1810 da Stefano Pavesi. Per paura di non terminare l’opera nei tempi stabiliti, Rossini inizia la composizione già stando a Napoli e utilizzando anche musiche scritte in precedenza, così che in Eduardo e Cristina finiscono intere sezioni di Ricciardo e Zoraide, Mosé in Egitto ed Ermione (l’opera ritenuta da Rossini la sua migliore, ma bocciata dal pubblico napoletano ché la giudicava troppo “moderna”) ma pure di Adealide di Borgogna, scritta per il «Nobil Teatro a Torre Argentina» di Roma, dove andò in scena il 27 dicembre 1817. Allo stesso modo, secondo una prassi accettata e risaputa, Rossini utilizza un paio di arie di altri autori (attualmente non meglio identificati) e si avvale dell’aiuto di altri musicisti collaboratori per la stesura dei recitativi e di alcune pagine corali.

Eduardo e Cristina di Gioachino Rossini al XLIV ROF
Enea Scala e Anastasia Bartoli

Ovviamente molta musica è scritta ex-novo anche se vi compaiono autoimprestiti, come nel caso della Sinfonia nella quale il “moderato” iniziale deriva da Ricciardo e Zoraide e il crescendo finale da Ermione. Tuttavia la genialità e il senso della misura e dell’armonia di Rossini sono tali da far apparire il tutto perfettamente congruo ed equilibrato e totalmente differente dall’originale da sembrare definitivamente “nuovo”. Come del resto risulta per l’intera opera, nella sua complessiva e complessa architettura drammaturgico-musicale. Eduardo e Cristina, dramma in due atti di T(ottola).S(chmidt).B(evilacqua). per musica di Gioachino Rossini, ha la sua prima rappresentazione nel Teatro San Benedetto di Venezia il 24 aprile 1819, diretta dall’autore e con i cantanti Carolina Cortesi e Rosa Morandi, Eliodoro Bianchi e Vincenzo Fracalini e Luciano Bianchi. Ottiene un notevole successo che si ripete in tante altre rappresentazioni successive – ci piace notare la ripresa al Regio di Torino nel 1822 con il ruolo di Eduardo sostenuto da Giuditta Pasta – fino all’ultima data a Udine nel 1840 di cui si ha notizia certa. Poi l’oblio. Finalmente “sepolto” con questa prima ripresa italiana in tempi moderni di Eduardo e Cristina al ROSSINI OPERA FESTIVAL, sulla base dell’edizione critica curata da Andrea Malnati e Alice Tavilladi e di prossima pubblicazione, che ha ottenuto un successo ugualmente pieno, come confermano le acclamazioni e le ovazioni interminabili che hanno salutato la recita del 20 agosto 2023 – l’ultima in cartellone – della quale quanto segue è la cronaca.

Jader Bignamini durante le prove di Eduardo e Cristina di Gioachino Rossini al XLIV ROF

Il successo di questa moderna prima ripresa italiana è da ascrivere in primo luogo alla direzione e alla concertazione di Jader Bignamini, che hanno dimostrato di quanto infondati fossero i timori della vigilia: che Eduardo e Cristina non reggesse alla prova dei fatti dando conferma alle accuse di opera discontinua e irrisolta. Sorvolando su un libretto piuttosto banale nel racconto e nel linguaggio e in più momenti anche alquanto confuso, che stancamente racconta di un padre che manda a morte la propria figlia (senza riuscirci fortunatamente!) perché segretamente sposa e madre, Jader Bignamini punta a una tenuta musicale tesa e vibrante, giocata sulle dinamiche e agogiche sempre varie. Ottiene dall’orchestra un suono pieno e cangiante, ricco di preziosismi, e dai cantanti una linea di canto ugualmente ricercata ed espressiva, impostata su un fraseggio ben dosato tra accenti veementi e altri più tenui e delicati e su una coloratura netta e precisa. Una conduzione che mai annoia e sempre tiene desta l’attenzione e la curiosità, carica di una “drammaturgia” e di una “teatralità” meramente musicali. Per una musica che è – ricordiamolo sempre – evocativa e astratta giammai realistica né concreta, di una bellezza melodica e di una sapienza armonica perfette per se stesse, che ben si adatta a stili e generi differenti e per questo intercambiabile e impiegabile con la stessa leggera naturalezza sia nell’opera seria sia in quella buffa. Come Jader Bignamini ha ben compreso e ben reso in questo Eduardo e Cristina, pastiche di Gioachino Rossini per nulla mal riuscito, ma opera poliedrica da studiare e approfondire ancora.

Eduardo e Cristina di Gioachino Rossini al XLIV ROF
Daniela Barcellona e Anastasi Bartoli

Veniamo ai cantanti. Enea Scala interpreta Carlo, il dispotico re di Svezia e “cattivo” padre di Cristina. La voce non è particolarmente bella in quanto a timbro e in basso tende a perdere rotondità e volume, ma il tenore siciliano ha acuti squillanti e agilità rutilanti a tutto vantaggio di un canto che impressiona per facilità, correttezza e soprattutto per espressività. La voce di Daniela Barcellona non ha più l’omogeneità e la ricchezza degli armonici di qualche anno fa, e un po’ di tensione si avverte nel settore acuto con un qualcosa di sfocato in quello grave, ma la buona emissione, la morbidezza del fraseggio e la correttezza del legato, insieme con lo stile e la classe di belcantista rossiniana fanno il resto, cosicché l’interpretazione di Eduardo, «duce delle armi di Svezia» e sposo segreto di Cristina, conquista e convince il pubblico che, memore dei tanti e felici anni di presenze al Festival di Daniela Barcellona (il debutto ufficiale fu con Tancredi nel 1999), la festeggia con applausi scroscianti.

Eduardo e Cristina di Gioachino Rossini al XLIV ROF
Grigory Shkarupa, Enea Scala e Anastasia Bartoli

Anastasia Bartoli invece debutta al ROSSINI OPERA FESTIVAL e veste gli abiti di Cristina, la protagonista femminile dell’opera, figlia di Carlo ritenuta “degenere” nonché moglie “segreta” di Eduardo e madre “colpevole” del piccolo Gustavo. Avevamo già ascoltato Anastasia Bartoli in Ernani di Verdi a Roma nel giugno 2022 e in Gloria di Cilea a Cagliari nel febbraio scorso, e avevamo apprezzato la bellezza e “l’importanza” della voce: il timbro scuro e il volume, la sonorità e la robustezza del corpo, ma avevamo anche notato una tendenza a “spingere” sugli acuti, che diventavano metallici, e ad aprire il suono nei gravi, che si stimbravano, congiuntamente a una dizione non sempre chiarissima. Tuttavia in questo debutto pesarese si riscontra una migliore gestione di un materiale vocale che si annuncia in ogni caso di grande attrattiva: si perfezionano l’emissione e il controllo dei fiati, il fraseggio risulta più variegato, c’è un suggestivo ricorso ai piani e ai pianissimi, gli acuti svettano, i gravi risuonano di più e la vocalizzazione figura più fluida e precisa, a tutto vantaggio di una sincera e riuscita interpretazione di Cristina, in continua alternanza tra dolcezza e accenti patetici e determinazione e sicurezza. Con molta probabilità la giusta risposta di Anastasia Bartoli alle intenzioni e sollecitazioni di Jader Bignamini, che l’ha davvero attentamente guidata e sorretta. Stando ai risultati ottenuti. Che però sono stati altri in un concerto di canto con l’accompagnamento della madre Cecilia Gasdia al pianoforte. Qui Anastasia Bartoli è sembrata impacciata e titubante alle prese con un programma alquanto impegnativo (oltre a Rossini c’erano anche Verdi e Wagner) che ha fatto “notare” di nuovo i “difetti” delle altre occasioni, quando invece con Jader Bignamini sembravano scomparsi. O quasi.

Eduardo e Cristina di Gioachino Rossini al XLIV ROF
Anastasia Bartoli ed Enea Scala

Il tenore Matteo Roma (Atlei, il capitano delle guardie reali e amico di Eduardo) e il basso Grigory Shkarupa (il principe reale di Svezia Giacomo, pretendente alla mano di Cristina) si sono fatti apprezzare nell’eseguire con una buona preparazione tecnica le due arie di dubbia attribuzione (di Rossini stesso? del collega Pavesi?) ma anche molto difficili da cantare, soprattutto quella del tenore dalla coloratura assai ardita. Bene, molto bene il Coro del Teatro Ventidio Basso e l’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai nell’assecondare al meglio la dinamica e coloristica impostazione del Maestro Bignamini. 

Eduardo e Cristina di Gioachino Rossini al XLIV ROF
Enea Scala, Grigory Shkarupa e Matteo Roma

L’allestimento. Dopo aver aperto la stagione dell’Arena di Verona con la tanto discussa Aida, Stefano Poda si ripropone come regista, scenografo, costumista, coreografo e curatore delle luci anche per Eduardo e Cristina al ROF di Pesaro. Per entrambe la stessa “poetica”. Creare dei grandi tableau vivant che impressionano chi guarda e amplificano le suggestioni e le emozioni di chi ascolta. Per questo Eduardo e Cristina Stefano Poda pensa a una parete di gesso bianco con “incastonati” reperti archeologici di ogni natura e foggia, riproposti poi in forme più grandi in palcoscenico e “ingabbiati” in strutture metalliche continuamente agitate, ruotate e spostate da mimi e danzatori. Tutti, compreso il coro e i cantanti, immersi in uno splendido quanto cangiante gioco di luci e intenti a muoversi con eleganza, ad assumere belle pose plastiche in accordo con la musica e alla fine a “saldare” insieme i frammenti “statuari” e a far assumere alle sculture la forma primigenia, ora perfettamente ricomposta e visibile. E anche la poetica di Stefano Poda finalmente giunge a completa definizione e comprensione. Eduardo e Cristina tornata a nuova vita si offre gli occhi di un pubblico che può ammirare e apprezzare, scevro da pregiudizi e condizionamenti, l’essenziale intrinseca bellezza di un’opera d’arte che va oltre le sue supposte frammentarietà e inconsistenza. Per la musica in sé,  per ciò che Gioachino Rossini le fa dire.

L’ingresso in scena di Daniela Barcellona in Eduardo e Cristina di Gioachino Rossini allestito da Stefano Poda al XLIV ROF

Dodici giorni dopo l’inaugurazione dell’11 agosto 2023 con la prima italiana assoluta di Eduardo e Cristina, la XLIV edizione del ROF si chiudeva il 23 agosto 2023 con l’ultima composizione di Gioachino Rossini: la Petite Messe Solennelle in versione orchestrale, che ha visto protagonista Michele Mariotti alla guida dei solisti Rosa Feola, Vasilisa Berzhanskaya, Dmitry Korchak e Giorgi Manoshvili, del Coro del Teatro Ventidio Basso e dell’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai. Un Rossini sacro che, al pari del Rossini operistico “riscoperto”, vanta un eloquente percorso compositivo.
Nel 1861 muore Louis Niedermeyer e il pesarese, per omaggiare il collega e amico di vecchia data, compone nel maggio 1862 un Kyrie. È il punto di partenza per la composizione della Petite Messe Solennelle, cui si aggiungono nel giugno successivo il Gloria e il Credo. Nell’estate di quel 1863 Rossini inizia la stesura del Sanctus, del Prélude religieux – tratto dai “Péchés de vieillesse” – e dell’Agnus Dei. Così completata con l’accompagnamento di due pianoforti e di un harmonium, la Petite Messe Solennelle viene eseguita in forma privata nell’hôtel particulier dei conti Pillet-Will. Cantano «Douze Cherubins» (come scrive Rossini): il soprano Carlotta Marchisio, il contralto Barbara Marchisio, il tenore Italo Gardoni, il basso Louis Agniez, e otto studenti del Conservatorio di Parigi scelti personalmente dal compositore Daniel Auber per essere il coro, e siedono ai pianoforti Georges Mathias (un allievo di Chopin) e Andrea Peruzzi e all’armonium Albert Lavignac. Negli anni successivi, dopo una seconda esecuzione ancora a palazzo Pillet-Will il 24 aprile 1865, Rossini rivede più volte lo spartito originale della Petite Messe Solennelle – aggiungendovi tra l’altro l’inno eucaristico O salutaris hostia, ripreso da un “pezzo” per contralto e pianoforte ancora tratto dai “Péchés de vieillesse” – che pure elabora e modifica in funzione di una versione per orchestra. Ne risultano due lavori autonomi, animati però da un medesimo intento, che sembra scorgersi nelle ironiche e contrastanti parole che definiscono le stesse composizioni.

Frontespizio di Gioachino Rossini nella partitura autografa del 1863 della Petite Messe Solenelle

La sacra composizione in versione cameristica, le cui dovute solennità e religiosità lo sono per la delicatezza del canto di soli «Dodici Cherubini» e per la soffice morbidezza dell’accompagnamento di due pianoforti e di un harmonium, Rossini la trasforma «sottomettendo al mio coro e alle mie arie come si usava fare una volta un quartetto d’istrumenti a corda con un paio di strumenti a fiato di moderato effetto che lasciano diritto di parola ai miei poveri cantanti» e non già a una «orchestra moderna, che ammazzerebbe con i chiassosi strumenti le mie poche voci di canto e di me stesso, car je ne suis rien qu’un pauvre mélodiste». Questo scrive Gioachino Rossini al compositore Emil Naumann nel 1867. E in questa versione la Petite Messe Solennelle viene eseguita il 28 febbraio 1869 nel Théâtre Impèrial Italien di Parigi. È un’esecuzione postuma, di appena tre mesi dopo la morte di Rossini, avvenuta nella villa di Passy, nei pressi di Parigi, il 13 novembre 1868. E questa è alfine la testimonianza del corrispondente parigino del giornale “La perseveranza”: «Ieri ho avuto la fortuna di assistere alla prova generale di questo capolavoro, e confesso che non so trovare frasi per descrivere l’impressione che mi ha lasciata. Quel teatro mezzo nell’oscurità, il silenzio religioso dell’uditorio, quella musica che in alcuni momenti sembrava abbandonare tutto ciò che vi è di terreno, tutto contribuiva all’emozione generale. L’anima di Rossini sembrava animare tutti gli esecutori, come se avessero voluto rendergli un estremo omaggio».

Ultima pagina della partitura autografa del 1863 della Petite Messe Solenelle di Gioachino Rossini

Il sapore del sentito e dovuto omaggio l’ha avuto chiaramente l’esecuzione della Petite Messe Solennelle del 23 agosto al ROF 2023 secondo Michele Mariotti, che anche la dirigeva per la prima volta. Che ha dimostrato di quanto la versione per orchestra dell’ultima composizione sacra di Rossini sia strettamente connessa alla versione “originale” da camera; di quanto si respiri in entrambe la stessa intima religiosità di un musicista ispirato soltanto da un «peu de Science» e un «peu de cœur», (come si legge nell’ultima pagina dell’autografo) che chiede in punta di piedi al «Bon Dieu» di essere con lui «Beni» e di accordargli «Le Paradis».

Petite Messe Solennelle di Gioachino Rossini al XLIV ROF
Ringraziamenti finali

Lo ha dimostrato Michele Mariotti avvalendosi di un quartetto di solisti eccellenti che, come poche altre volte è stato dato sentire, era un tutt’uno con il direttore d’orchestra. Il carattere eroico ed energico del “Domine Deus” nel Gloria, ad esempio, il tenore Dmitry Korchak lo ha stemperato con acuti presi in mezzoforte e con un canto sorvegliato. Sempre nel Gloria, anche il basso Giorgi Manoshvili ha attenuato con suoni morbidi e leggeri il clima solenne della sua aria solistica “Quoniam tu solus sanctus”, pure ritmata. Il tono sereno e pacato dell’inno eucaristico “O salutari hostia” Rosa Feola lo ha mantenuto per tutta la durata del brano con un’emissione, un controllo del fiato e un legato da manuale e cantando sempre in pianissimo, come in un sussurro. “Agnus Dei” è la pagina più alta della Petite Messe Solennelle, che Rossini affida all’amatissima voce di contralto; quella di Vasilisa Berzhanskaya scolpiva con intensità e pateticità ogni singola invocazione, cantando con accenti sempre diversi, ora cupi e accorati ora più teneri e carichi di speranza. Da vera preghiera che invoca la pace. Stupendi momenti. Come tutti gli altri. Anche per il sostegno partecipato e acceso ma mai enfatico o ridondante, sempre mantenuto sui toni di una misurata partecipazione, del Coro del Teatro Ventidio Basso e dell’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai. Sentita ispirazione avvertita anche nel Prélude religieux, introdotto e concluso solennemente dagli archi e dai fiati ma interamente affidato all’organo, suonato con levità dal bravo Nicola Lamon. Un generale clima mistico e di profonda religiosità che ha causato forti emozioni e ha acceso una sentita partecipazione nel pubblico, che più volte è restato ad ascoltare la mirabile musica della Petite Messe Solennelle trattenendo il fiato, sciogliendosi soltanto alla fine in un’ovazione interminabile. Per tutti. Ma più di tutto per Michele Mariotti, riconosciuto come il vero artefice della magica e magnifica serata, che grandemente concludeva la XLIV edizione del ROSSINI OPERA FESTIVAL.

XILV ROF: Petite Messe Solennelle
Rosa Feola e Vasilisa Berzhanskaya
XILV ROF: Petite Messe Solennelle
Michele Mariotti
XILV ROF: Petite Messe Solennelle
Dmitry Korchak e Giorgi Manoshvili

Un cenno, seppur breve, è necessario per le altre due opere presenti nel cartellone del ROF 2023: Aureliano in Palmira e Adelaide di Borgogna. La prima è stata vista il 21 agosto 2023, all’indomani dell’ultima recita di Eduardo e Cristina, la seconda il 22 agosto 2023, la sera prima dell’esecuzione della Petite Messe Solennelle
Aureliano in Palmira va in scena alla Scala di Milano il 26 dicembre 1813. È la prima opera seria che Rossini compone su testo di Felice Romani, il secondo libretto dei più di novanta scritti in vent’anni di carriera. L’opera è realizzata nel rispetto delle regole e delle aspettative per gli allestimenti scaligeri: la storia è avvincente, le scenografie sono grandiose e imponenti e la musica ha in sé già i germi del grande autore, sebbene Rossini sia poco più che ventenne. Ma Aureliano in Palmira fa fiasco, per problemi che sono da ricercare altrove. Forse nel forfait dato all’ultimo minuto da Giovanni David, tenore dalle doti eccezionali che doveva essere il protagonista, sostituto da Luigi Mari, buon virtuoso (stando alle cronache) ma non certo al livello di David, che canterà le opere di Rossini del pericolo napoletano facendo faville. E forse perché il celebre castrato Giovanni Battista Velluti, chiamato a interpretare Arsace, non si mostra ai livelli dalla fama proclamata. A Pesaro però i cantanti attuali si comportano meglio di quelli storici. A cominciare dal mezzosoprano Raffaella Lupinacci, che è Arsace, che oltre ad avere un bel timbro pastoso, centri morbidi e acuti luminosi, canta assai bene. E interpreta altrettanto bene, delineando un principe di Persia indomito di carattere e pure dolce amante. Anche scenicamente. Le risponde da pari a pari Sara Blanch un soprano lirico d’agilità (studia con Mariella Devia) che sa modulare la voce sia piano sia forte, e si abbandona a fraseggi ora languidi e distesi ora incisivi e ardimentosi, degni di una regina guerriera qual è Zenobia, che governa con polso il popolo di Palmira e comanda con tenerezza sul cuore di Arsace.

Aureliano in Palmira di Gioachino Rossini al XLIV ROF
Sara Blanch e Raffaella Lupinacci

A fare il terzo “incomodo”, a interpretare cioè Aureliano, il pretendente alla mano di Zenobia e rivale di Arsace, è chiamato il tenore russo Alexey Tatarintsev che onora con proprietà stilistiche e tecniche la parte assai impervia del conquistatore romano di Palmira, nonostante qualche acuto sia apparso un po’ sporco e le agilità non siano state sempre fluidissime. Dirige il Maestro George Petrou, che puntando più sulle dinamiche che sulle agoniche, su un suono orchestrale pulito e “asciutto” e su un canto preciso e scorrevole, arriva a una conduzione musicalmente esatta e pronta.
Lo spettacolo, già visto al ROSSINI OPERA FESTIVAL nel 2014, ha la regia di Mario Martone, attenta alla narrazione ma senza particolari intuizioni o idee originali, se si eccettua la “trovata” di condurre in palcoscenico dei capretti nella scena sulle sponde dell’Eufrate, dove i pastori e le passerella fanno festa a riparo degli avvenimenti bellici.

Aureliano in Palmira di Gioachino Rossini al XLIV ROF
in primo piano Alexey Tatarintsev

La première di Adelaide di Borgogna ha luogo a Roma al Teatro Argentina il 27 dicembre 1817 ma delude le aspettative: il libretto è giudicato «slombato e noioso» e si arriva a dire che «una grande reputazione [di Rossini]» non basta «a salvare» un’opera molto poco riuscita. Giudizi severi che oggi acuti studiosi, come Arrigo Quattrocchi o Gabriele Gravagna, tendono a mitigare. Nel periodo compreso tra il gennaio e il novembre del 1817 l’attività produttiva di Rossini è molto intensa e fruttuosa: nascono capolavori come La Cenerentola, La gazza ladra e Armida, ma il tempo da dedicare alla composizione di Adelaide di Borgogna (concordata per un allettante compenso di ben trecento scudi romani) è così esiguo, che Rossini – tanto per non smentirsi – si facilita il lavoro ricorrendo ai soliti autoimprestiti (ad esempio riusa la sinfonia della Cambiale di matrimonio) e si fa aiutare per la composizione di alcune pagine di secondo piano da altri musicisti: nel caso specifico dall’amico Michele Carafa. È ciò che si ripeterà – come ben sappiamo – due anni dopo con Eduardo e Cristina, nella quale confluirà anche una buona quantità della musica dell’Adelaide di Borgogna. Segno che questa “quantità” ha una certa “qualità”, se dobbiamo anche credere al «La Mia Opera pare che anderà bene» che lo stesso Rossini scrive alla madre a una settimana dalla première. E fosse soltanto per la apollinea scorrevolezza della melodia e per la dionisiaca brillantezza del canto virtuosistico che abbondano nell’opera, nella vocalità di stampo chiaramente belcantistico. Come si è riscontrato dall’ascolto diretto di Adelaide di Borgogna e dal confronto “comparato” con Eduardo e Cristina, ora felicemente proposti al ROSSINI OPERA FESTIVAL.

Adelaide di Borgogna di Gioachino Rossini al XLIV ROF
Enrico Lombardi

Felicità provocata senza dubbio dal direttore Enrico Lombardi, subentrato al titolare Francesco Lanzillotta, costretto a lasciare il podio per un incidente automobilistico (per fortuna senza gravi conseguenze) avvenuto subito dopo la prima recita del 13 agosto. Una direzione brillante ma anche misurata quella di Enrico Lombardi, dai tempi scanditi e dalle sonorità piene e vibranti, ben volta alle ragioni del canto, e di buona coordinazione tra buca e palcoscenico. Una conduzione ancor più da apprezzare, sapendo che il giovane direttore (assistente da anni di Lanzillotta) ha avuto soltanto quarantott’ore di tempo per leggere e studiare la partitura.

Luci e ombre invece per i cantanti. Ottimo il basso Riccardo Fassi, assai apprezzato nello Stabat Mater ieratico ed energico di due anni fa al ROF (dirigeva Jader Bignamini). Non male nel complesso le prestazioni offerte da Varduhi Abrahamyan e da René Barbera, a parte qualche suono “ingolato” e qualche agilità non sempre netta del mezzosoprano armeno e la stessa vocalizzazione a tratti poco fluida e gli acuti a volte meno squillanti d’un tempo del tenore messicano. Purtroppo il soprano protagonista Olga Peretyatko è parso in fase discendente. La voce ha perso colore e omogeneità, gli acuti sono diventati metallici, il legato meno preciso e il fraseggio non molto rifinito. Dopo la grande scena finale un sonoro (anche se isolato) “buu” è fioccato dalla platea. La regia di Arnaud Bernard ricorreva all’ormai usatissimo gioco del teatro nel teatro, raccontando il dietro le quinte: le prove di un’Adelaide di Borgogna allestita come da libretto: con scene e costumi in stile alto-medioevo come visti nell’Ottocento. Con la “complicazione” che la vicenda narrata, Ottone che batte il rivale Adelberto convolando a giuste nozze con la contesa Adelaide, si faceva specchio della realtà. Ma di una realtà “differente”. Chi interpreta en travesti il ruolo di Ottone dell’amante vittorioso è il mezzosoprano, una voce femminile, e quindi il matrimonio della finzione diventa l’unione civile a tutti gli effetti tra due donne, con tanto di lancio del bouquet allo scornato rivale. Una strizzata d’occhio al “politically correct”, che se non contempli non sei à la page, e che il pubblico è sembrato riconoscere e gradire, se pur un significato hanno i tanti applausi a tutti gli artisti schierati in proscenio alla fine dell’ultima recita di Adelaide di Borgogna al ROSSINI OPERA FESTIVAL 2023.

Adelaide di Borgogna di Gioachino Rossini al XLIV ROF
Olga Peretyatko e Varduhi Abrahamyan
Adelaide di Borgogna di Gioachino Rossini al XLIV ROF
Riccardo Fassi e René Barbera

Come ormai è consuetudine, a conclusione di stagione, si annuncia nelle sue linee essenziali il cartellone della prossima edizione del ROF: sarà la XLV e si svolgerà dal 7 al 24 agosto 2024 in una Pesaro nominata Capitale Italiana della Cultura.
Ad aprire sarà una nuova produzione di Bianca e Falliero, assente dal 2005, per la direzione di Roberto Abbado e la regia di Jean-Louis Grinda. Seguirà Ermione, che manca al ROF dal 2008: sul podio salirà Michele Mariotti e a curare la messa in scena sarà chiamato Johannes Erath. 
Gli altri due allestimenti saranno riproposte di spettacoli già visti a Pesaro: L’equivoco stravagante del 2019 firmato da Moshe Leiser e Patrice Caurier con la prevista conduzione di Michele Spotti, e Il barbiere di Siviglia di Pier Luigi Pizzi, creato per il ROF nel 2018, che avrà la direzione di Lorenzo Passerini.
Il ROSSINI OPERA FESTIVAL 2024 si chiuderà con un’esecuzione in forma di concerto de Il viaggio a Reims, diretto la Diego Matheuz e con un cast che si annuncia stellare, per ricordare i quarant’anni della prima rappresentazione in epoca moderna della prima opera scritta per Parigi da Rossini. Fu ritenuta perduta ma fortunatamente venne ritrovata nel 1977 nella biblioteca del Conservatorio di Santa Cecilia a Roma e poi presentata nell’Auditorium Pedrotti di Pesaro nell’estate del 1984, diretta da Claudio Abbado e con la regia di Luca Ronconi.

Foto di scena dello storica prima ripresa in epoca moderna del Viaggio a Reims al ROF del 1984

Lucia di Lammermoor di Donizetti chiude la stagione dello Sferisterio

Si è conclusa con Lucia di Lammermoor di Gaetano Donizetti la LIX edizione del “Macerata Opera Festival” allo Sferisterio, protagonista Ruth Iniesta e con lei i cantanti Dmitry Korchak (Edgardo) e Davide Luciano (Enrico), il direttore Jordi Bernàcer e il regista Jean-Louis Grinda. In cartellone c’erano altri due titoli operistici: Carmen di Georges Bizet e La traviata di Giuseppe Verdi, ma anche concerti (Messa da Requiem di Verdi) e spettacoli di danza (Don Juan su coreografie di Johan Inger). Proposti ancora uno spettacolo di danza liberamente tratto da “Carmen” di Prosper Merimée e un film di Cecil B. DeMille e un’altro di Charlie Chaplin, con le colonne sonore di entrambi ispirate dall’opera di Bizet.

Lucia di Lammermoor – LIX Macerata Opera Festival
(fotografia Marilena Imbrescia)

Intanto si annuncia il cartellone del “LX Macerata Opera Festival” che si svolgerà 19 luglio al 18 agosto 2024 e che sarà dedicata principalmente a Giacomo Puccini nel centenario della morte. In programma La fanciulla del West (per la prima volta allo Sferisterio) Turandot e La bohème. È annunciato anche un progetto su Il tabarro, Suor Angelica e Gianni Schicchi (il cosiddetto “Trittico”) per approfondire i possibili legami che intercorsero tra la musica di Puccini e quella europea di inizio Novecento, attraverso un percorso parallelo con i lavori di altri tre compositori coevi del cigno di Lucca.

Ruth Iniesta (Lucia) e Natalia Gavrilan (Alisa) in Lucia di Lammermoor – LIX Macerata Opera Festival
(fotografia Marilena Imbrescia)

E ora veniamo alla cronaca della penultima recita di Lucia di Lammermoor di Gaetano Donizetti vista allo Sferisterio la sera del 17 agosto 2023. Ammalatasi durante le prove e non perfettamente ristabilitasi in corso d’opera, Ruth Iniesta ha offerto una performance non perfettamente riuscita, stando alla più che bella prova data nell’Elisir d’amore all’Opera di Roma nel gennaio scorso. In questa Lucia di Lammermoor al “Macerata Opera Festival” gli estremi acuti di Ruth Iniesta squillavano poco e mostravano qualcosa di vetroso e metallico nel fondo, i gravi erano sostenuti con difficoltà così da risultare poco udibili e solo nel centro e nei primi acuti la voce mostrava una certa corposità e morbidezza. È stata poi con molta probabilità la consapevolezza di non essere in buona forma, ad aver indotto Ruth Iniesta a cantare con molta cautela e a non rifinire più di tanto il gioco di colori e di sfumature, così che il canto nel complesso appariva poco vario e l’interpretazione poco caratterizzata. Nella scena della pazzia tuttavia Ruth Iniesta si è mostrata più sicura e convinta e il pubblico l’ha salutata con un caldo applauso. 

Ruth Iniesta (Lucia) e Dmitry Korchak (Edgardo) in Lucia di Lammermoor – LIX Macerata Opera Festival
(fotografia Marilena Imbrescia)

Dmitry Korchak era un Edgardo di Ravenswood dalla voce squillante e dal caldo accento. Nel primo (e unico) duetto con Lucia il tenore russo è sembrato poco partecipe per via di un fraseggio e un legato incerti, con l’aggiunta di risultare poco credibile anche nel famoso sestetto e nella scena della maledizione, nel gran finale invece ha cantato con più calore e varietà, seppur gli ultimi acuti di “Fra poco a me ricovero” risultavano non ben messi a fuoco: un peccato certamente veniale, dovuto con probabilità a stanchezza. 
Assai ben cantato di contro è stato Enrico Ashton da parte di Davide Luciano, che ha una bella voce di baritono dal timbro lucente e dagli acuti squillantissimi. Ha impressionato fin da subito, fin dall’aria di sortita, per la linea di canto impeccabile, per il fraseggio sempre vario ed eloquente, per la forza dell’accento e per la veemenza e l’asprezza con cui ha tratteggiato il fratello “cattivo” di Lucia Ashton. 

Ruth Iniesta (Lucia) e Davide Luciano (Enrico) in Lucia di Lammermoor – LIX Macerata Opera Festival
(fotografia Marilena Imbrescia)

Bene il secondo tenore: Paolo Antognetti nel breve ma difficile ruolo assai acuto di Arturo Bucklaw, il potente Lord che Lucia è costretta a sposare (e che una volta impazzita uccide) per sottrarre alla rovina il fratello Enrico. Come corretta è stata anche Natalia Gavrilan nella piccola parte di Alisa, la damigella della protagonista. Il basso Mirco Palazzi nel ruolo di Raimondo Bidebent (l’educatore di Lucia) e il tenore Gianluca Sorrentino in quello di Normanno (il capo degli armigeri di Enrico) invece hanno offerto il fianco a queste osservazioni: il primo era in difficoltà nelle tessiture più alte, con gli acuti che suonavano “indietro” stimbrati e opachi e il secondo mostrava una voce che era disomogenea nella emissione e nel legato e peccava di intonazione.

Lucia di Lammermoor – LIX Macerata Opera Festival
(fotografia Marilena Imbrescia)

Lucia di Lammermoor è opera romantica per eccellenza, già dall’ambientazione: una Scozia tardo cinquecentesca tenebrosa e tempestosa, dilaniata dalla guerra. Un’opera romantica dove i personaggi vivono forti contrasti: l’amore accoppiato all’odio, la paura all’eroismo, la veemenza alla dolcezza. Un’opera romantica il cui linguaggio è volto a esaltare le antinomìe e a condurle in equilibrio perfetto sul filo di un rasoio. Un linguaggio musicale “realistico” da un lato, attento alla descrizione delle situazioni e al significato ultimo del testo con un canto spesso largo e spianato (come ad esempio nell’aria di Enrico e nella scena della maledizione o della morte di Edgardo) e dall’altro lato un linguaggio “astratto” e “evocativo” di sentimenti ed emozioni che ricorre quasi sempre al canto morbido e fiorito: come nel caso della protagonista che quando si riferisce all’amore con e di Edgardo si esprime con una linea di canto immacolata, agilità e virtuosismi.

Lucia di Lammermoor – LIX Macerata Opera Festival
(fotografia Marilena Imbrescia)

Alla luce di quanto detto, la concertazione di Lucia di Lammermoor secondo Jordi Bernàcer è sembrata orientata in prevalenza al secondo aspetto, a quello più lirico e patetico della partitura, dando evidenza all’amour fou di Lucia e Edgardo con una direzione dai tempi lenti e dalle sonorità morbide, ma pure inquiete e dolenti. Ma i tempi scelti da Jordi Bernàcer finivano con l’essere così dilatati e indugianti, così al limite della tenuta, e lo strumentale aveva così poco corpo e risalto che dalla buca il suono dell’orchestra usciva quasi sempre monotono e snervato. Nè spingeva una tal conduzione i cantanti a un fraseggio più variegato e approfondito, che non andasse oltre un’interpretazione convenzionale e risaputa.

Lucia di Lammermoor – LIX Macerata Opera Festival
(fotografia Marilena Imbrescia)

Il regista era Jean-Louis Grinda che si avvaleva delle scene di Rudy Sabounghi fatte di pochi arredi e di semplici quanto belle e suggestive immagini video (ideate da Étienne Guiol), proiettate sul muro di mattoni che delimita il fondo dell’ampio palcoscenico dello Sferisterio. Le immagini mostravano i luoghi della vicenda: un mare in tempesta, una fontana intravista tra la vegetazione, un palazzo diroccato corredato di corvi in volo e un cimitero. In questi ambienti agivano i personaggi vestiti con bei costumi di foggia ottocentesca (disegnati da Jorge Lara), che erano alquanto insoliti per Lucia (in pantaloni da amazzone) e per Edgardo (con il kilt scozzese). Se si eccettua la “novità” – che poi nuova non è affatto, ma assai usata se non abusata nel teatro e non soltanto d’opera – di trasferire la vicenda narrata dal tempo in cui si svolge a quello in cui fu messa in musica, con un salto temporale (come in questo caso) assai ampio, la regia di Jean-Louis Grinda sembrava essere tradizionale e rispettosa del libretto. Sembrava. Al culmine del dramma, infatti, si cominciavano a vedere azioni e interpretazioni alquanto stravaganti.

Ruth Iniesta (Lucia) in Lucia di Lammermoor – LIX Macerata Opera Festival
(fotografia Marilena Imbrescia)

Nella scena in cui Edgardo accusa di infedeltà Lucia e la maledice insieme con la sua stirpe, ad esempio, il libretto “recita” che la fanciulla intende appena ciò che succede e che cade in ginocchio presa da forte spavento; il regista Jean-Louis Grinda invece faceva compiere a Lucia ogni sorta di azione: le faceva sciogliere e scarmigliare i capelli, strappare il contratto di nozze appena firmato contro il proprio volere e poi, impugnata bellamente una lancia, la faceva correre contro il novello “sposino” per infilzarlo, finendo però prontamente bloccata dalla damigelle del corteo nuziale. Una “interpretazione” che è non soltanto strana ma incongrua e contraddittoria: la “pulzella” di Lammermoor non è una pazza virago invasata, come Grinda vuole far intendere, ma un’eroina angelicata, in puro stile romantico, che è solo idealità e avversione per le passioni basse e comuni, se dobbiamo credere al libretto e alla musica innanzitutto. E ancora. Nel finale dell’opera il corpo morto di Lucia veniva portato in scena e posto in una fossa appena scavata nel cimitero dei Ravenswood e in questa tomba si avventava Edgardo per sottrarre all’amata il nero sudario che la ricopriva, per poi anziché suicidarsi – come scritto nel testo – rimanere in vita e uscire di scena stringendo al petto il nero velo di Lucia, che – sia detto per inciso – è ben strano rivedere in palcoscenico, perché una volta concluso il suo vaneggiamento il soprano esce di scena per non farvi più ritorno, se non per i ringraziamenti finali. Altra stramberia dunque, che contraddice il fatto che Lucia di Lammermoor è un «dramma tragico di Salvatore Cammarano posto in musica da Gaetano Donizetti», per il quale un finale “lieto” di qualsiasi fatta non è ammissibile.

Dmitry Korchak (Edgardo) e Ruth Iniesta (Lucia) nel finale di Lucia di Lammermoor – LIX Macerata Opera Festival
(fotografia Marilena Imbrescia)

Un Lucia di Lammermoor secondo Jean-Louis Grinda dunque ben stramba e contraddittoria, provocatoria e a tratti incomprensibile. Che se da una parte guarda a soddisfare un pubblico che reclama rigore, scene e costumi come da libretto e assoluta fedeltà alla drammaturgia originaria, dall’altra strizza l’occhio a chi invece si attende di vedere allestimenti che attualizzano e approfondiscono il pensiero dell’autore, magari con intuizioni originali e fuori dai canoni, e ambientazioni tecnologiche con scenografie spettacolari e innovative e grandi firme della moda per i costumi. Con il risultato di realizzare uno spettacolo ben confezionato che nelle intenzioni voleva accontentare tutti, ma che alla fin fine lasciava un senso di incompletezza e di insoddisfazione in tutti.

Anche nella scelte musicali si riscontrava questo ambiguo contrasto. La Lucia di Lammermoor di Gaetano  Donizetti al “Macerata Opera Festival 2023” era in edizione pressoché integrale. Il maestro Jordi Bernàcer riapriva i tagli di tradizione, le riprese delle cabalette (anche se inspiegabilmente non ha fatto ripetere quella di Enrico al primo atto) e intere scene solitamente tagliate nelle “normali” rappresentazioni: l’aria che Raimondo Bidebent canta per convincere Lucia ad arrendersi alla volontà del fratello, la scena della torre in cui Enrico ed Edgardo si sfidano a duello, e finanche il breve dialogo tra Raimondo e Normanno, dove quest’ultimo è accusato di essere il vero responsabile della rovina della casata degli Ashton.

Davide Luciano (Enrico) – LIX Macerata Opera Festival
(fotografia Marilena Imbrescia)
Ruth Iniesta (Lucia) – LIX Macerata Opera Festival
(fotografia Marilena Imbrescia)

È da segnale come “novità” filologica anche il ripristino della glassarmonica durante la lunghissima scena di pazzia di Lucia. La glassarmonica è un particolare strumento costituito da un insieme di coppe di vetro, sulle quali si strusciano le dita per produrre un suono “insolito”, seducente dolce e smaltato, perfettamente intonato al canto etereo ed evanescente di una creatura oltre il confine dell’umano sentire, quale è Lucia nel suo dissennato vaneggiare. Donizetti scrisse con accuratezza la linea melodica della glassarmonica ma poi la stralciò dalla partitura e per la prima rappresentazione (avvenuta al San Carlo di Napoli il 26 settembre 1835) ne redasse un’altra semplificata per il flauto.

Chi doveva alla première suonare la glassarmonica e duettare con i vocalizzi di Fanny Tacchinardi Persiani (la prima Lucia) era Domenico Pezzi, che la direzione del teatro però, mentre erano in corso già le prove di scena, licenziò per irrisolte questioni economiche. Non essendoci allora sulla piazza napoletana un altro musicista valente come Domenico Pezzi, in grado di suonare altrettanto bene la glassarmonica, Donizetti riscrisse il pezzo per flauto solo, che da lì in poi rimase in partitura, entrando stabilmente nella prassi esecutiva dell’opera. Alla prima napoletana di Lucia di Lammermoor la scena della pazzia andò così, ma non qui a Macerata: dove dunque il flauto è stato sostituito dalla glassarmonica. Una scelta filologica che non è stata adottata però per la cadenza virtuosistica che chiude il fantasmagorico vaneggiamento di Lucia di Lammermoor.

Ruth Iniesta (Lucia) nella scena di pazzia nella Lucia di Lammermoor – LIX Macerata Opera Festival
(fotografia Marilena Imbrescia)

La cadenza che Ruth Iniesta ha eseguito è quella di tradizione (con l’aggiunta di alcune brevi personali variazioni nel finale) che abitualmente si ascolta nei teatri ma anche nelle incisioni discografiche. Che elabora ulteriormente la cadenza che negli anni ottanta dell’Ottocento l’insegnante di canto Mathilde Marchesi scrisse per Nellie Melba, sua celebre “allieva”, nel dovuto stile “fin de siècle”, apparendo come una cadenza fiorita e spettacolare, molto lunga e articolata, che tuttavia si discostava alquanto da quella più essenziale e misurata che Gaetano Donizetti aveva pensato, se dobbiamo credere a ciò che si desume dallo spartito originale e dai trattati di canto dell’epoca. Una cadenza che Donizetti non scrisse completamente ma lasciò soltanto indicata come traccia, lasciando alla fantasia e alla bravura degli esecutori l’effettiva esecuzione.