L’autunno “operistico” 2023 è cominciato a Parma con I lombardi alla prima crociata di Giuseppe Verdi, è proseguito a Piacenza con Fedora di Umberto Giordano e s’è concluso con Amleto di Franco Faccio a Verona.

Regia, scene, costumi e video Pier Luigi Pizzi
(Fotografia: Roberto Ricci)
Le cronache iniziano con il titolo che ha inaugurato il Festival Verdi 2023, giunto alla sua XXIII Edizione: I Lombardi alla prima crociata, riferendo della recita del 7 ottobre 2023. Protagonisti principali sono stati il basso Michele Pertusi, il soprano Lidia Fridman e il tenore Antonio Poli, il direttore era Francesco Lanzillotta e per la regia c’era Pier Luigi Pizzi, che ha realizzato anche le scene i costumi e le proiezioni video. Una produzione dei Lombardi alla prima crociata che poteva avere questo sottotitolo: “o degli infortuni”. Perché Francesco Lanzillotta, che ha diretto da seduto su una sedia a rotelle, non s’era ancora ripreso dall’incidente automobilistico di Ferragosto, che lo aveva già costretto ad abbandonare la produzione di Eduardo e Cristina al “Rossini Opera Festival” dopo la prima recita. E perché anche Michele Pertusi, che s’era infortunato al piede alla fine del primo atto, ha cantato da seduto i restanti tre. Inconvenienti che non hanno tuttavia pregiudicato la prestazione dei due artisti e la recita nel suo complesso.

(Fotografia Fabrizio Sansoni)

(Fotografia Roberto Ricci)
A cominciare da Francesco Lanzillotta che ha diretto con piglio ed energia, dando pure la giusta attenzione all’abbandono lirico nelle parti meno “garibaldine” dell’opera. Il direttore romano non ha trascurato nemmeno lo strumentale, così da mostrarne la particolareggiata ricchezza e brillantezza, come non ha trascurato il gioco dei contrasti ben presente in partitura, e qui ben risolto nella calibrata alternanza degli involi ai rallentando, dei piano ai forte, e dei colori tenui a quelli più accesi e vibranti. Una lettura dinamica e varia di una partitura che Lanzillotta considera: «ora grandiosa, ora intima, ora dinamica, ora raffinata». Una lettura nella quale ha avuto rilevanza la concertazione, mostrata fin da subito, fin dalla stretta “All’empio che infrange“ che chiude la seconda scena del primo atto, con quel ritmo rapido e cadenzato impresso alla pagina, e con quell’individuare nelle voci dei cantanti e del coro i sentimenti e il pathos in gioco, chiari e distinti, pur strettamente connessi al rigoroso insieme armonico e all’espandersi della melodia.

Michele Pertusi (Pagano) – Antonio Corianò (Arvino) – Lidia Fridman (Giselda)
(Fotografia: Roberto Ricci)
Michele Pertusi che interpretava Pagano non iniziava benissimo: l’emissione era alquanto dura, gli acuti più voluminosi che squillanti, i gravi apparivano un po’ sgranati e il legato non era perfetto. E questo accadeva ben prima dell’incidente. Ma poi scaldata la voce, arrivava l’artista che Michele Pertusi da sempre è. Diventavano morbida la linea di canto e l’accento toccante e pure vigoroso, insieme con il fraseggio che si accendeva di colori, gli acuti suonavano timbrati, i gravi ben sostenuti e i centri risonanti. A tutto vantaggio di una intensa e partecipe interpretazione di Pagano; non a caso Michele Pertusi ha ottenuto gli applausi finali più fragorosi, e non soltanto per essere nato a Parma e per aver cantato nonostante l’incidente di percorso. La sua interpretazione ha ben raccontato il percorso di un fratricida nelle intenzioni ma parricida nei fatti, che per espiare la colpa diventa eremita e muore in odor si santità davanti alle mura di Gerusalemme riconquistata.

Lidia Fridman (Giselda) – Antonio Poli (Oronte)
(Fotografia: Roberto Ricci)
Anche il tenore Antonio Poli che era il mussulmano Oronte, che per amore di Giselda muore dopo aver ricevuto il battesimo cristiano da un ispiratissimo Pagano, all’inizio non mostrava un canto fluidissimo: sembrava che la voce dovesse spezzarsi da un momento all’altro, ma non per cattiva tecnica piuttosto per tensione ed emozione da controllare. Rinfrancato Antonio Poli ha esibito con sicurezza ardenti slanci a voce piena e dolci e affettuosi ripiegamenti in mezzoforte e in piano e non s’è sottratto nemmeno ad acuti squillanti e a intonazioni ardenti da vero “eroe” appassionatamente innamorato, quale è Oronte.

Antonio Corianò (Arvino) – Lidia Fridman (Giselda)
(Fotografia: Roberto Ricci)
Lidia Fridman che vestiva i panni di Giselda, la giovane cristiana combattuta tra l’amore dovuto al padre Arvino, fratello di Pagano, e quello provato per il “nemico” Oronte, è un soprano russo di elegante e slanciata figura e di bella presenza scenica, ha temperamento e canta con impeto e ardimento e mostra sicurezza nel canto largo e disteso quanto in quello più mosso e vocalizzato. La voce è corposa e sonora; al centro a volte il suono appare un po’ troppo scurito e coperto da sembrare ingolato, i primi acuti però sono lucenti e squillanti, mentre quegli estremi a volte suonano più tesi e aspri. Difetti che saranno risolti con molta probabilità con il tempo e con lo studio, riservati a una giovane cantante in carriera da nemmeno una decina di anni. Difetti da mettere in secondo piano guardando alla prestazione nel suo complesso: Lidia Fridman in questi Lombardi alla prima crociata ha ben compreso e adeguatamente espresso il senso del fraseggio verdiano, giocando sagacemente con i segni d’espressione riportati in partitura.

Regia, scene, costumi e video Pier Luigi Pizzi
(Fotografia: Roberto Ricci)
Hanno offerto belle prove professionali anche i cantanti impiegati nelle parti di fianco: Antonio Corianò (Arvino), Giulia Mazzola (Viclinda, sua moglie), William Corrò (Acciano, padre di Oronte), Galina Ovchinnikova (Sofia, sua moglie) e Luca Dall’Amico (Pirro, scudiero di Arvino). Ottima è stata la prestazione della Filarmonica Arturo Toscanini, con elementi aggiunti dell’Orchestra Giovanile della Via Emilia e anche del Coro del Teatro Regio di Parma, che guidato dall’esperto Martino Faggiani ha cantato splendidamente.

Regia, scene, costumi e video Pier Luigi Pizzi
(Fotografia: Roberto Ricci)
E veniamo alla regia di Pier Luigi Pizzi. Ma prima una premessa. I Lombardi alla prima crociata furono dati la prima volta alla Scala di Milano l’11 febbraio 1843. Fu un trionfo. Di pubblico, perché il giudizio della critica fu meno esaltante. Il biografo di Verdi, Gino Monaldi, scrisse: «la musica dei Lombardi si potrebbe con un’ardita immagine paragonare ad una poderosa cascata d’acqua, frammezzo a rocce ed ostacoli di ogni sorta, per modo che l’onda si veda a momenti irrompere, a momenti nascondersi, non mai scorrere fluente e chiara». Un giudizio da condividere, ma in parte. I Lombardi alla prima crociata dal punto di vista drammaturgico e narrativo sono frammentari, il racconto procede a singole scene che si susseguono con salti temporali e per alcune anche i nessi non sempre sono chiari e logici. Ma c’è la musica. Vitale ed energica innanzitutto, che in più pagine conquista per la bellezza e l’ispirazione della melodia (ne sono un esempio le arie “Salve Maria” del soprano e “La mia letizia infondere” del tenore), che prevede un’orchestrazione ricca e spesso ricercata, e che mostra sorprendenti “originalità”. Una su tutte: il melodioso seducente cantabile affidato al violino solista a metà del terzo atto – e qui suonato da una brava Mihaela Costea – che però sembra una pagina più concertistica che operistica.

Lidia Fridman (Giselda)
(Fotografia: Roberto Ricci)
Ma la vera grande novità è l’indagine psicologia che Verdi comincia ad attuare nei confronti dei personaggi. In Pagano senza dubbio, che passa da stati di violenta esaltazione ad altri di più intimo controllo, e ancor più in Giselda, che appare studiata con illuminanti sottigliezza e profondità: come dimostra la grande scena che chiude il secondo atto, allorquando Arvino e i crociati irrompono nell’harem del padre di Oronte per liberare Giselda ma compiono una strage e lei – così dice il libretto: «sorgendo impetuosamente colpita da demenza» – si ribella sentenziando che Dio non avrebbe mai voluto e permesso tanta violenza e tanto odio su nemici che dovrebbero essere solo uomini da amare. E in questo si risolveva la regia di Pier Luigi Pizzi: nel concentrarsi sulle singole scene, illustrarle come si conviene e nel senso meramente letterale, adeguatamente “dipinte” tra l’altro dai giochi di luci di Massimo Gasparon. Tableau vivant provvisti di pochi arredi ma realizzati con proiezioni video che in un abbagliante e contrastato bianco e nero ricreavano le architetture e i vari ambienti della storia; scenografie suggestive in equilibrio nella definizione degli spazi e nella collocazione dei cantanti dei coristi e anche degli orchestrali, vestiti di bei costumi. “Scene viventi” che si susseguivano nel rispetto delle didascalie del libretto di Temistocle Solera, seppur dimentiche di un’autentica narrazione o di un vero approfondimento testuale. “Quadri viventi” molto belli, da godere interamente con lo sguardo, realizzati con la consueta eleganza e l’essenziale stilizzazione che da sempre contraddistinguono lo scenografo Pizzi; bei “quadri viventi” funzionali ai cantanti che vi si muovevano con naturalezza e affiatati, cantando con altrettanto agio, sollecitati a credere nei ruoli interpretati e a dare il meglio da un direttore quanto mai sensibile e atto nel dirigerli e concertarli. Successo pieno.

Ringraziamenti finali
(Fotografia: Roberto Ricci)
Dal Regio di Parma ci spostiamo al Teatro Municipale di Piacenza, dove va in scena l’8 ottobre 2023 Fedora di Umberto Giordano allestita ancora da Pier Luigi Pizzi, con Massimo Gasparon curatore delle luci e assistente regista; sul podio c’è Aldo Sisillo e protagonisti sono Teresa Romano e Luciano Ganci, con Yuliya Tkachenko e Simone Piazzola che li affiancano nelle seconde parti.
Come per I Lombardi alla prima crociata, pure per questa produzione di Fedora potremmo apporre un sottotitolo: “o delle belle sorprese”. Che vengono in primo luogo dai cantanti e poi dalla direzione d’orchestra, senza dimenticare che qualche brivido anche la regia lo dà.

Regia, scene, costumi e video di Pier Luigi Pizzi
(Fotografia Gianni Cravedi)
La prima di cui parlare è Teresa Romano. L’ascoltammo per la prima volta nella Clemenza di Tito di Mozart al San Carlo di Napoli nel 2010, cantava Vitellia: un ruolo da soprano. Ci colpì la bellezza e la solidità della voce, ma con il punto debole degli acuti che non sempre “giravano” come di dovere. Oggi ritroviamo Teresa Romano che canta da mezzosoprano. Ed è la felice scoperta del sottotitolo. Perché mostra di essere a proprio agio in ruoli come questo di Fedora appunto, che gravitano in prevalenza sul centro-grave ma che richiedono anche acuti penetranti. E Teresa Romano lo è con una voce di bel colore brunito e omogenea su tutta la gamma, che è sontuosa e morbida al centro, con gli acuti ben emessi e raggianti e i gravi che suonano torniti. Ma ciò che colpisce in Teresa Romano è il modo di cantare: fraseggia con grande perizia, evitando gli affondi aperti e sguaiati, il ricorso al parlato nei momenti più concitati e gli acuti gridati e tesi fino allo spasimo. Tipici del verismo più retrivo e scomposto. Saggiamente abbandonati a favore di una linea di canto studiata e sorvegliata, morbida e duttile, che abbonda di sfumature e di colori, che sa smorzarsi in piani e pianissimi carezzevoli, ma che sa anche accendersi con suoni più vibranti e doviziosi. Così che l’interpretazione che di Fedora riesce a dare Teresa Romano risulta estremamente convincente e coinvolgente: nel passare dai fraseggi veementi e incisivi a quelli più sommessi, da quelli appassionati a quelli più struggenti, come accade inevitabilmente nella grande scena conclusiva che porta Fedora a morire tra le braccia di Loris. Un bel ruolo anche quest’ultimo che ha trovato il cantante e l’interprete ideali in Luciano Ganci, perfettamente intonato con la Fedora di Teresa Romano.

Luciano Ganci (Loris) – Teresa Romano (Fedora)
(Fotografia Gianni Carvedi)
Anche Luciano Ganci rientra nel novero delle felici sorprese di questa Fedora a Piacenza. Più volte lo abbiamo ascoltato prima di adesso: in Stiffelio a Parma, in Aida a Macerata e a Roma e qui ancora in Pagliacci e in Madama Butterfly. Ogni volta abbiamo apprezzato, oltre alla bellezza del timbro, lo squillo degli acuti, la morbidezza dell’emissione e la ricchezza degli armonici, doti che derivano anche da una tecnica di canto rifinita, che consente a Luciano Ganci di fraseggiare con varietà e duttilità. Assai importanti per il Loris della Fedora di Umberto Giordano, che ebbe come primo interprete Enrico Caruso, il quale non aveva soltanto acuti da esibire. Sono i momenti in cui si devono cantare le melodie larghe e sensuali (la celebre “Amor ti vieta” ne è l’esempio più precipuo) con passione e abbandono e i passaggi di declamato con impeto e con la voce deve pure scattare repentinamente verso l’alto. E Luciano Ganci li sostiene bene entrambi lavorando sull’accento e sul testo perfettamente scandito, anche quando devono essere resi incalzanti e incandescenti, facendolo senza scadere mai nella plateale vociferazione o nel grido sguaiato. Una misura e un’intensità espressive che il tenore romano raggiunge, come Teresa Romano, nel finale: con Loris che implora la salvezza per Fedora e la sostiene morente con la dolcezza e l’ansia di un amore cocente e disperato.

Simone Piazzola (De Siriex) – Yuliya Tkachenko (Olga)
(Fotografia Gianni Carvedi)
A una coppia simile corrisponde quella costitutiva da Olga e da De Siriex, cui Giordano affida note di colore e di carattere lievi e ironiche, per controbilanciare la passione e la tensione che innerva la relazione tra Fedora e Loris. Ed è così che il soprano leggero Yuliya Tkachenko canta con le dovute grazia e leggerezza “Il parigino è come il vino”; la canzonetta francese che qui a Piacenza è stata eseguita, ma che Giordano in partitura indica come facoltativa. E anche il baritono Simone Piazzola canta bene e con spavalda sicurezza la sferzante “La donna russa è femmina due volte”, sebbene all’inizio della rappresentazione avesse fatto annunciare di non essersi ancora ripreso dal disturbo che lo aveva colpito nei giorni precedenti.
Bene i cantati impegnati nelle numerose parti di fianco: ben dodici su sedici! E bene l’Orchestra Filarmonica Italiana. Dirigeva e concertava il maestro Aldo Sisillo, che ha tenuto sotto un unico arco narrativo vario ed eloquente l’opera (Fedora è da sempre considerata un singolare “giallo operistico” dall’andamento avvincente e rapido) ben evidenziando i tanti colori dell’orchestra, ben calibrando le agogiche e le dinamiche, ma in particolar modo ben conducendo le voci, lasciandole libere di cantare, di esprimere quindi – bandendo lo ripetiamo il grido e il vociferare – il vero senso musicale ed emozionale della sincera e schietta musica “verista” di Umberto Giordano.

Luciano Ganci (Loris) – Teresa Romano (Fedora)
(Fotografia Gianni Carvedi)
Come per I Lombardi alla prima crociata al Regio di Parma, Pier Luigi Pizzi realizza per Fedora a Piacenza belle scene di ambientazione primo-novecento, con proiezioni video sul fondo che definiscono i luoghi della vicenda: Pietroburgo al primo atto, Parigi al secondo e un paesaggio montano svizzero al terzo. In bella mostra al primo atto c’è addirittura un quadro di Kandinskij che Pizzi fa notare e citare a Fedora entrando in scena, modificando così il testo di Antonio Colautti che parla invece e soltanto di «ninnoli deliziosi!». Senza suscitare peraltro le ire dei vari Beckmesser che oggigiorno affollato molti teatri di tradizione, qui evidentemente distratti. Molto belli anche i costumi. Per il resto una regia che, nel solco di quella dei Lombardi alla prima crociata – e dell’ultimo Pizzi in generale – continua a non indagare il libretto, né a scovarne reconditi sottotesti, ma semplicemente illustra la vicenda, riuscendo tuttavia a interessare al travolgente quanto tragico amore tra la Principessa Fedora Romazov e il Conte Loris Ipanov. Arrivando a commuovere nel finale grazie alla recitazione accurata e ben realizzata da Teresa Romano e da Luciano Ganci. Applauditissimi all’uscita in proscenio, insieme con tutti gli artefici di questa Fedora di Umberto Giordano al Teatro Municipale di Piacenza. Penultimo spettacolo della Stagione 2022/23.

Teresa Romano (Fedora) – Luciano Ganci (Loris)
(Fotografia Gianni Carvedi)
Umberto Giordano mette in musica Fedora di Victorien Sardou, dopo averla vista a teatro nell’interpretazione di Sarah Bernhardt; esattamente come accade a Puccini con Tosca. Fedora va in scena al Lirico di Milano il 17 novembre 1898 ed è un trionfo. Dirige Giordano e cantano nei panni dei protagonisti Gemma Bellincioni ed Enrico Caruso, che è costretto a “bissare” per quattro volte il citato Andante Cantabile “Amor ti vieta”. Il pubblico è conquistato dalla calda ispirazione della melodia, citata nell’intermezzo del secondo atto di grande espansione lirica anch’esso. Come da tante altre pagine: ad esempio dal duetto Fedora-Loris al secondo atto e dalla morte della protagonista: affidata al Lento “Tutto tramonta” da cantare con molto sentimento (così è scritto nello spartito) cui fa eco dalle quinte la voce di un ragazzo: «La montanina mia non torna più!». Un mesto Andantino su melodia di sapore alpestre. Una nota di ambientazione; una simile Giordano la ricerca pure nella canzonetta russa di De Siriex citando un’aria di Alexander Alabiev: “Le rossignol” .
Umberto Giordano compone una dozzina di opera liriche e finanche un’operetta, ormai quasi tutte scomparse dal repertorio, ad eccezione di Fedora e di quello che è considerato il capolavoro del compositore foggiano: Andrea Chénier. Fedora nel passato ha avuto grandi interpreti: Magda Olivero soprattutto, per il temperamento e per lo “stile liberty” che ne contraddistingueva il canto, ma anche Renata Tebaldi e Virginia Zeani. Alla fine del secolo scorso due grandi cantanti hanno messo in repertorio il ruolo: Mirella Freni e Daniela Dessì, alle quali si deve anche l’interessante riproposta di due altri titoli “dimenticati” di Umberto Giordano: La cena delle beffe (Dessì) e Madame Sans-Géne (Freni).

Simone Piazzola (De Siriex) – Teresa Romano (Fedora)
(Fotografia Gianni Carvedi)
Terzo appuntamento d’autunno: Amleto di Franco Faccio al Teatro Filarmonico di Verona il 29 ottobre 2023. Questi gli artisti principali impegnati: i cantanti Angelo Villari (Amleto), Eleonora Bellocci (Ofelia), Marta Torbidoni (Gertrude), Damiano Salerno (Claudio), Saverio Fiore (Laerte), Francesco Leone (Polonio), Alessandro Abis (Orazio), Abramo Roselan (Lo Spettro), il direttore d’orchestra Giuseppe Grazioli e il regista Paolo Valerio. Amleto di Franco Faccio s’è rivelata un’opera di storia e di musica alquanto singolare, da cui il terzo titolo, completo di sottotitolo, di questa recensione autunnale: Amleto “o della riscoperta”.

Marta Torbidoni (Gertrude) – Damiano Salerno (Claudio) – Angelo Villari (Amleto)
(Ennevi Foto)
Amleto, Tragedia Lirica in quattro atti con musica di Franco Faccio e libretto di Arrigo Boito, grande amico del compositore e anch’egli musicista, va in scena al Carlo Felice di Genova il 30 maggio 1865. È il lavoro di due artisti “scapigliati” poco più che ventenni e all’inizio delle rispettive carriere, che pensano a un’opera nuova, moderna e sperimentale, che abbia una forma drammatugico-musicale “aperta”, libera dai tradizionali numeri chiusi (arie, duetti, terzetti, concertati, etc…) e con un linguaggio dal più ampio sviluppo tonale e ritmico. Il successo è a metà, tra i sostenitori che lodano la “nuova” musica e chi invece la critica. Sei anni più tardi, il 9 febbraio 1871, Amleto approda alla Scala di Milano rivisto e corretto. Sono riscritti diversi versi, per attenuare le ricercatezze linguistiche così tipiche del Boito librettista, il declamato è reso più melodico, ed è rifatto il finale (con il protagonista che non muore!) e sono aggiunti dei “numeri chiusi” che guardano alla vecchia tradizione operistica. Ma Amleto nella sua seconda versione fa fiasco. La Storia dice che è per colpa del tenore Mario Tiberini che impersona il protagonista (ruolo di assoluto rilievo!) che non è in buone condizioni vocali. La critica ipotizza invece un’altra causa. Il 5 marzo 1868 sempre alla Scala, Arrigo Boito nelle vesti di librettista, compositore e direttore d’orchestra, propone il suo “nuovo” Mefistofele tratto dal Faust di Goethe. È una bocciatura colossale. Come è troppo, tre anni dopo, accettare una seconda opera “moderna” come Amleto, nonostante gli “ammorbidimenti” apportati. Ed è così che Franco Faccio, contrariato e amareggiato, ritira l’opera, né più la farà rappresentare, nonostante Boito continui a lavorare sul libretto e a sollecitare l’amico a riprendere in mano la partitura.

Saverio Fiore (Laerte) – Damiano Salerno (Claudio) – Angelo Villari (Amleto) – Marta Torbidoni (Gertrude)
(Ennevi Foto)
Bisognerà attendere il compositore Anthony Barrese che cura l’edizione critica dell’Amleto di Franco Faccio per poi proporla all’Opera Theatre di Albuquerque nel New Mexico nel 2014 e alla Grand Opera House di Wilmington nel Delaware nel 2016. Nell’estate dello stesso anno Amleto compare al Festival di Bregenz, e a un secolo e mezzo di distanza dalla prima genovese giunge finalmente in Italia a Verona, città natale di Franco Faccio. Ed è qui, al Teatro Filarmonico, che l’ascoltiamo il 29 ottobre 2023 e ne riferiamo. È data in una “forma” che possiamo dire ibrida: i primi tre atti provengono dalla versione del 1871, mentre il quarto è tratto dall’edizione originaria del 1865, essendo andato perduto quello della revisione scaligera.

Marta Torbidoni (Gertrude)
(Ennevi Foto)
All’ascolto diretto la prima cosa che balza in evidenza è il libretto, che ripropone condensato ma abbastanza fedele il testo di Shakespeare, anche se il finale risulta alquanto confuso e affrettato, come appare incongruo – se di non una sorta di autocompiacimento – il sostituire i commedianti che inscenano il dramma rivelatore del fratricidio di Claudio con dei cantanti d’opera. Il linguaggio è tipico dell’Arrigo Boito “scapigliato”: ricercato, ricco, elaborato, ridondante e provocatorio – il “va’ in un convento” di Shakespeare diventa “fatti monachella” – costruito con lunghi periodi e versi in endecasillabi, adatto al dramma musicale come lo concepisce il “novello” poeta ma di fatto assai difficile da mettere in musica. E Franco Faccio cerca di dirimere la questione con un declamato che si fa sì melodico ma che a lungo andare risulta poco accattivante, incespicante, faticoso da seguire e in più punti noioso da ascoltare. Le cose vanno meglio con i “numeri chiusi” reintrodotti, momenti dalla melodia sincera e ispirata; tra questi vale la pena ricordare il concitato duetto tra Gertrude e Amleto e il dolente – anche se un po’ convenzionale – assolo del soprano, e anche la chiusa della pazzia di Ofelia è da citare, che affina e rende toccante una scena che inizia con un po’ troppa noncuranza. L’ansia e la colpa che attanagliano invece l’animo di Claudio, sono ben espresse all’inizio del terzo atto con un monologo scritto come un recitativo che sconfina nell’arioso. Da notare infine l’orchestrazione che è quasi sempre di buona fattura, ricca e fantasiosa, che adeguatamente caratterizza i diversi momenti scenici e che molto risplende ad esempio nella marcia funebre che accompagna il corpo di Ofelia alla sepoltura. L’opera della durata di due ore e mezzo risulta alla fine, pur con i limiti di cui s’è detto, teatralmente convincente e corre via veloce.

Funerale di Ofelia (Eleonora Bellocci)
(Ennevi Foto)
A ciò hanno contribuito i cantanti, il direttore e anche il regista. Nel programma di sala era annunciato come Amleto Ivan Magrì, lo ha interpretato invece Angelo Villari con voce sonora e buona dizione, anche se si sono avvertiti qualche forzatura di troppo nel fraseggio e qualche slittamento d’intonazione, ma la parte è davvero difficile e faticosa da cantare e da sostenere. Eleonora Bellocci è stata Ofelia, una trepidante e commovente fidanzata di Amleto dalla voce limpida e dal canto aggraziato, che alla fine della scena della pazzia, cantata e interpretata con trasporto, è stata salutata con un lungo e caldo applauso. Claudio e Gertrude, la coppia reale dello zio e della madre di Amleto, ha trovato interpreti validi e applauditi nelle voci calde e pastose e nelle accurate linee di canto di Damiano Salerno e di Marta Torbidoni. Belle prove le hanno offerte Francesco Leone e Saverio Fiore rispettivamente nelle parti di Polonio e di Laerte, padre e fratello di Ofelia. Come pure si sono fatti apprezzare Alessandro Abis (Orazio) e Abramo Roselan (Lo Spettro) e gli altri cantanti nelle parti di fianco – che sarebbe troppo lungo elencare ma che lodiamo in blocco – insieme con il Coro e l’Orchestra della Fondazione Arena di Verona.

Giuseppe Grazioli (Direttore d’orchestra)
(Ennevi Foto)
Sul podio c’era Giuseppe Grazioli, sopraggiunto al collega Alessandro Bonato a poco più d’un mese dall’andata in scena. Ha mostrato capacità e professionalità dando respiro e coesione all’Amleto di Faccio-Boito con una direzione dinamica e sciolta – anche se qualche variazione in più dei colori e dei tempi non avrebbero guastato – e con un’attenta concertazione. Funzionale e studiata è stata la regia di Paolo Valerio, rispettosa del libretto, dalla buona recitazione e dalla fluida narrazione, che alludeva con pertinenza ed eleganza all’evento cui si stava assistendo: alla prima italiana in epoca contemporanea di un’opera dimenticata; vi alludeva proiettando sul velario, a mo’ di introduzione, la riproduzione della prima pagina di ogni atto della partitura scritta di pugno dall’autore. Ci piace segnalare infine la suggestione che Paolo Valerio ha provocato inscenando il funerale di Ofelia, vertice pure della direzione di Giuseppe Grazioli. E di certo dell’Amleto di Franco Faccio.
P.S.
Franco Faccio dopo l’insuccesso dell’Amleto passa definitivamente alla direzione d’orchestra. Giuseppe Verdi lo chiama a dirigere la prima di Aida al Cairo nel 1871, ad appena dieci mesi di distanza dall’insuccesso dell’Amleto. Sedici anni più tardi Arrigo Boito trae dall’Otello di Shakespeare un dramma lirico per Giuseppe Verdi, che va in scena alla Scala di Milano il 5 febbraio 1887. Il successo è incondizionato. Sul podio c’è Franco Faccio, e in orchestra a suonare il violoncello anche Arturo Toscanini. Felici e trionfanti, uniti nel nome di William Shakespeare, si abbracciano i “vecchi” amici d’un tempo: Franco Faccio e Arrigo Boito. Insieme con loro c’è Giuseppe Verdi, il grande “vecchio” dell’opera lirica, con il quale infine s’è fatta la pace, dopo le ormai superate polemiche “scapigliate” tra la musica giudicata “vecchia” e quella considerata “moderna”.

Angelo Villari (Amleto) – Abramo Roselan (Lo Spettro)
(Ennevi Foto)


































































































































