Per la LXXIX Stagione dell’Istituzione Universitaria dei Concerti, sabato 28 ottobre 2023 alle ore 17:30 nell’Aula Magna dell’Università “La Sapienza” di Roma, il tenore Ian Bostridge e Julius Drake al pianoforte presenteranno Winterreise di Franz Schubert.

Nel febbraio 2005 in una puntata nel mio programma “La voce umana” – trasmesso da Radio Vaticana ogni settimana dal 2003 al 2017 – feci ascoltare un’incisione discografica “live” del 1953 della Winterreise nell’interpretazione del celebre baritono tedesco Dietrich Fischer-Dieskau, accompagnato al pianoforte da Hertha Klust.
Oggi ripropongo su queste pagine una sintesi delle annotazioni di allora come guida all’ascolto, di possibile utilità per chi andrà al concerto di Bostridge e Drake o per chi invece vorrà ricorrere a un’incisione discografica della propria collezione o a una delle tante in commercio. Non mi è stato possibile infatti incorporare in questo post i file audio dell’incisione discografica con Fischer-Dieskau né, ahimè, di nessun’altra in mio possesso.
Ecco dunque soltanto la mia personale “riflessione” sulla Winterreise di Schubert. Una delle tante possibili, vista la complessità e la profondità di temi e di suggestioni che innervano questo capolavoro “assoluto”, non soltanto di Franz Schubert ma della musica liederistica di tutti i tempi.
Winterreise di Franz Schubert su testo di Wilhelm Müller (senza l’articolo determinativo “die” presente invece nel titolo del ciclo letterario) è una raccolta di 24 lieder che parlano di un “viaggio d’inverno” – così in italiano diventa il titolo originale – che va di pari passo con un altro viaggio: quello condotto nei più nascosti meandri dell’anima e concepito come un cammino senza speranza verso la dissoluzione e la morte. La voce della Winterreise è di un viandante che non ha nome, che attraverso l’incedere tra i paesaggi invernali e i relativi stati d’animo, arriva alla conclusione che la vita è dominata da una forza oscura e distruttrice, di fronte alla quale ogni agire umano diventa inutile.
Winterreise è concepita e strutturata come un lungo sinuoso snodarsi di ”pezzi” per voce e pianoforte, scritti in prevalenza in tonalità minore e con tempi lenti e indugianti, punteggiato da altri in maggiore. Se il tono minore è riservato al devastato presente, agli episodi capaci di produrre soltanto tristezza e angoscia, la tonalità maggiore invece è il più delle volte per i momenti che parlano di un tempo passato ma sentito ancora felice, di un ricordo che ha il sapore della mestizia e della nostalgia. Nella Winterreise la voce intona non un canto melodico da intendersi in senso stretto, piuttosto una sorta di declamato “cantante” legato alle parole musicalmente, delle quali esprime il valore semantico oltre, ma forse soprattutto, quello tematico. Esattamente come fa il pianoforte che non è confinato al ruolo di mero accompagnatore ma diventa un autentico coprotagonista. Con le sue lunghe introduzioni, passaggi di raccordo e altrettanto estese code, evoca parimenti echi e corrispondenze emotive e crea il sottofondo psicologico pertinente a ogni “scena” che la voce va illustrando. Come ad esempio nei lieder che aprono e chiudono la Winterreise, inquadrati anche in una rigorosa e significativa architettura armonica, dimostrano le flessibili figurazioni pianistiche che amplificano il clima ossessivo e quasi rabbioso del sofferto Gute Nacht, il primo lied in re minore, e l’atmosfera allucinata, lancinante e quasi snervata dell’inquietante Der Leiermann, l’ultimo in la minore.

Winterreise si apre con Gute Nacht (re minore) – Buona notte. È l’inizio del viaggio. Il viandante si è separato dalla sua donna, e per questo e per il forte dolore che prova lascia la città natale. Parte da solo, gli fanno compagnia soltanto le orme sulla neve e i latrati dei cani. Lascia l’amore di un tempo, sapendo che non ne troverà mai un altro (forse non l’ha mai trovato) perché l’amore per sua natura è cercato in eterno e invano. Con questi pensieri il viandante lascia la sua casa, ma prima compie un gesto di pietà: si avvicina all’abitazione della donna e sulla soglia lascia una scritta: “Buona Notte”, come prova del suo costante pensiero per lei. Come pure un sigillo che sigla il definitivo congedo da questo amore e che risuona come monito, triste e luttuoso, per il viaggio che da questo addio consegue.

Secondo lied: Die Wetterfahne (la minore) – La banderuola. Nell’allontanarsi dalla casa della donna il viandante alza lo sguardo e sul tetto vede la banderuola agitata dal vento. Nel suo delirio immagina che quel vento gli parli: “Sei un illuso a credere che in questa casa avresti trovato l’amore – gli sussurra il vento – l’amore è incostante, va e viene. Io e l’amore siamo uguali. Oggi siamo qui a giocare: io con la banderuola e lui col tuo cuore, mentre domani saremo altrove”. L’incostanza dell’amore è il tema di questo lied, e Schubert lo affida, con dolorosa ironia, alle terzine del pianoforte che salgono e scendono come fossero il vento.

Terzo lied: Gefrorne Tränen (fa minore) – Lacrime di ghiaccio. Il viandante piange. Le sue lacrime sono così ardenti che vorrebbero sciogliere tutto il gelo dell’inverno, ma il freddo è così intenso che le raggela appena iniziano a scorrere sulle gote. È la constatazione che esternare il dolore, come il piangere e il gridare, a volte sono sfoghi inutili, perché la sofferenza è così forte che niente può lenirla.

Quarto lied: Erstarrung (do minore) – Congelamento. Il viandante invano va alla ricerca dei prati e dei ruscelli dove passeggiava con l’amata. Non li trova più: i fiori sono morti e la terra è dura e ricoperta da una coltre di gelo. Anche il viandante è come morto: il suo cuore è un pezzo di ghiaccio che tiene rappresa l’immagine di colei che ha lasciato. Ma se tornasse la primavera, il ghiaccio si scioglierebbe e così il cuore del viandante, ma anche l’effige amata si scioglierebbe e sarebbe perduta per sempre. Meglio allora che l’inverno duri per sempre.

Quinto lied: Der Lindenbaum (mi maggiore) – Il tiglio. È una pausa onirica. Il viandante si vede passare accanto a un tiglio che è ricoperto di foglie, come in primavera. Rivede sé stesso felice che sulla corteccia incide “tante dolci parole”. La visione scompare, al suo posto ora c’è un albero sferzato dal vento, spoglio, che mormora: “Vieni da me, amico: qui troverai pace!”. E subito il viandante pensa che quando sarà molto distante da quel luogo, sempre ricorderà quel tiglio e quell’invito alla pace, che è sinonimo di morte. Il tiglio è una pausa lirica, punteggiata dai rassicuranti arpeggi del pianoforte e cantata come una filastrocca, che rimanda a una adolescenza serena, velata però di nostalgia: quella adolescenza si presenta come il riflesso di una sicurezza in un domani che non c’è più.

Sesto lied: Wasserflut (I variante fa diesis minore – II variante mi minore) – Flutti d’acqua. Tornano le lacrime e son ancora quelle del viaggiatore. Cadono sulla neve che subito le assorbe. Quando le nevi si scioglieranno, le lacrime si uniranno all’acqua del fiume e placide e tranquille raggiungeranno la città. Allora arriveranno nei pressi della casa della donna amata: avranno un guizzo e si accenderanno di nuovo per il dolore dell’antico abbandono. Flutti d’acqua è un lied molto suggestivo, ma di fatto costruito quasi sul nulla: bastano i semplici arabeschi del pianoforte e il canto sommesso del baritono a scatenare tutto un mondo di affetti e di tumultuosi ricordi.

Settimo lied: Auf dem Flusse (mi minore) – Sul fiume. È l’ideale continuazione di Flutti d’acqua. Il viaggiatore è davanti al fiume. Lo vede coperto da una lastra di ghiaccio. Gli appare come una pietra tombale, che riduce al silenzio l’acqua che sotto invece continua a essere tumultuosa. Un’immagine che diventa espressione dell’animo del viaggiatore, costretto a tacere quando invece vorrebbe gridare il proprio dolore e la propria disperazione.

Ottavo lied: Rückblick (sol minore) – Uno sguardo indietro. Il fiume è l’ultima immagine a essere contemplata, poi il viandante si volta e lascia la città. Il viaggio che intraprenderà si annuncia duro: la strada è coperta di neve e piena di sassi. Per l’ultima volta, il viaggiatore si gira e guarda quei luoghi che un tempo lo accolsero con amore. Il passato torna alla mente e così le immagini festose degli uccelli alle finestre e dei tigli frondosi; torna alla mente anche il ricordo dell’amata e il desiderio di “tornare indietro piano piano e di fermarsi davanti alla sua casa”. Un sogno ormai impossibile da realizzare.

Nono lied: Irrlicht (si minore) – Fuoco fatuo. Lasciata ormai la città, il viandante si avventura tra i luoghi più desolati e selvaggi della natura, che diventano lo specchio della sua anima. L’unica strada da percorrere è la via dei canaloni d’acqua ormai asciutti. Un percorso che porterà il viandante alla fine del viaggio, al termine di ogni tormento ma anche alla morte, esattamente come accade all’acqua dei canaloni, che dopo tanto correre e tanto tumultuare si placa e finisce la sua corsa nell’immensità e nell’anonimato del mare.

Decimo lied: Rast (I variante do minore – II variante re minore) – Sosta. Il viaggiatore sostenuto dalla forza della disperazione, percorre la sua strada nonostante la stanchezza e le avversità. Arriva tuttavia il momento in cui il riposo s’impone, ma ogni sollievo è negato. Sebbene la tensione del viaggio si allenti e il corpo si rilassi, il pensiero torna all’amore perduto, che come un tarlo tormenta l’anima del povero viandante.

Undicesimo lied: Frühlingstraum (la maggiore) – Sogno di Primavera. Il viaggiatore cerca riposo nella capanna del carbonaio, qui si addormenta e sogna prati fioriti e uccelli che cantano. La melodia del lied è dolce ed è in tonalità maggiore. Poi il viandante si sveglia e scopre l’amara realtà di sempre. Canta il gallo, fa freddo e ogni lirismo si spegne in un serie di secchi accordi. Questa alternanza di sonno e di veglia si ripete per due volte. Alla terza il viandante cerca ancora di addormentarsi, ma la melodia perde la dolcezza iniziale per concludersi in tonalità minore che tutto nega e cancella.

Dodicesimo lied: Einsamkeit (I variante si minore – II variante re minore) – Solitudine. Il viandante lascia la capanna del carbonaio e riprende il viaggio che si annuncia sereno: il tempo è migliorato e al posto della bufera soffia un leggera brezza. Ma il viaggiatore si sente estraneo in tanta quiete e rimpiange le tempeste che almeno lo tenevano occupato nella lotta per la sopravvivenza e lo distoglievano dal pensare alla propria infelicità.

La seconda parte della Winterreise di Franz Schubert, su poesie di Wilhelm Müller, inizia con il tredicesimo lied: Die Post (mi bemolle maggiore) – La posta. Il viandante è giunto in una città lontanissima, quella forse dove voleva fuggire. Il viaggio sembra essere prossimo alla conclusione, ma non sembra essere finito il tormento. Il viaggio dell’anima continua, sollecitato da immagini e situazioni che si presentano e che riaprono le ferite d’un tempo. E sono situazioni come questa: suona il corno della posta, il viandante sobbalza, si precipita fuori della casa, raggiunge il postino; chiede novità col cuore in gola, spera in una lettera… ma per lui, dal suo paese lontano, non è arrivato nessuno scritto.

Quattordicesimo lied: Der greise Kopf (do minore) – La testa canuta. Il viandante rientra in casa, senza alcuna lettera. Davanti a uno specchio si guarda: la sua testa è ricoperta di neve. Si vede vecchio, canuto e si rallegra: significa che presto morirà, che presto avranno fine i suoi tormenti. Ma è un’illusione: il tepore della casa scioglie la neve, i capelli tornano neri e torna la tristezza, perché il viandante è ancora giovane, vivrà ancora a lungo e ancora a lungo avrà come compagno questo dolore, che non accenna a diminuire.

Quindicesimo lied: Die Krähe (do minore) – La cornacchia. Solo davanti alla finestra il viandante guarda fuori. In alto sopra la casa, nel cielo grigio, vola una cornacchia: ha seguito il viandante da quando ha lasciato la sua città natale. È un’immagine che dovrebbe rallegrarlo: è un’immagine che parla di fedeltà. Ma il viandante è sempre più preda di tristi e deliranti pensieri: vede la cornacchia come un uccello predatore che si ciba del suo cadavere e perché questo si realizzi il più presto possibile invoca la morte.

Sedicesimo lied: Letzte Hoffnung (mi bemolle maggiore) – Ultima speranza. Il viaggiatore sta ancora alla finestra: prima ha visto la cornacchia, adesso fissa l’attenzione sugli alberi del giardino. Vede i rami spogli, su qualcuno c’è ancora qualche foglia che ondeggia al vento. Il viaggiatore ne fissa una, come se da quella pendesse la speranza di tornare dalla donna amata, di essere ancora felice, di superare il dolore. Ad un tratto un soffio di vento, più forte degli altri, stacca la foglia dal ramo. Cade a terra. Anche il viandante cade a terra, in ginocchio, e scoppia in singhiozzi con la testa tra le mani: con quella foglia è svanita ogni speranza di felicità. L’accompagnamento saltellante e dissonante del pianoforte suona come ghiacciato e allude al cadere delle foglie, raggrinzite e indurite dal gelo.

Diciassettesimo lied: Im Dorfe (re maggiore) – In paese. L’atmosfera è sempre la stessa: cupa e priva di speranza, enfatizzata dalla contrapposizione di un tema inquieto e un altro calmo, che si rimandano e si amplificano a vicenda. È notte, il viandante non dorme: guarda ciò che lo circonda. I cani stanno alla catena e abbaiano, mentre i padroni stanno a letto, al caldo, e sognano. Il freddo e il silenzio della notte sono descritti dai trilli gravi del pianoforte. A questo segue una melodia incantata, carezzevole, come una nenia per bambini, che descrive i sogni degli uomini, sogni che portano questo messaggio: la vita è dura, ci priva di molte cose, ma forse domani sarà migliore, ci regalerà ciò di cui oggi siamo stati privati. A questo punto il viandante ha un gesto di stizza e ingiunge ai cani di continuare ad abbaiare, di farlo rimanere sveglio, perché con coloro che dormono felici e beati e hanno ancora la forza di sperare non ha niente da spartire. E torna la melodia iniziale, con quei lugubri trilli del pianoforte seguiti da brevi pause, che suonano come la descrizione di un’ansia perenne.

Diciottesimo lied: Der stürmische Morgen (re minore) – Mattina tempestosa. Imprime a Die Winterreise un brusco cambiamento. Il viandante sembra ritrovare uno slancio dimenticato da tempo, uno slancio che gli viene dalla visione della natura: il vento squarcia le nuvole e appare il sole.

Diciannovesimo lied: Täuschung (la maggiore) – Illusione. Sulle note di una melodia dolce e suadente, come un valzer lento, il viandante si lascia sedurre da una luce misteriosa. Forse è la fiamma del camino della casa dove ha cercato rifugio. Una fiamma che danza, quasi ipnotica, che evoca l’immagine di una moglie fedele e di una vita felice. Ma è un miraggio, esattamente come il mattino tempestoso (del lied precedente) che per quanto lasci trasparire il sole, per quanto possa far sperare in una bella giornata, alla fine appartiene sempre al freddo e selvaggio inverno.

Ventesimo lied: Der Wegweiser (sol minore) – Il segnale stradale. Il viandante lascia la città e riprende il viaggio; non segue strade conosciute e battute da altri, va invece senza meta e senza pace e segue una sola indicazione: quella che lo conduce a una strada da cui non si torna indietro.

Ventunesimo lied: Das Wirtshaus (fa maggiore) – L’osteria. È intriso di humour nero, ben descritto dall’incedere cadenzato della voce sopra il corale del pianoforte. Il viandante è giunto al cimitero. Il camminare senza sosta e senza uno scopo è faticoso e necessita di una sosta. Nel suo vaneggiamento sempre più cupo e forsennato, il viandante arriva a confondere il riposo del viaggio con il riposo della morte. E immagina che il cimitero, dove è giunto, sia una calda e accogliente locanda, dove le ghirlande mortuarie sono le insegne che invitano alla sosta. In questo strano albergo, però, non c’è posto, le camere sono tutte occupate, e il viandante, a capo chino, appoggiato al suo bordone, riprende il viaggio sotto il vento impetuoso, carico di neve.

Ventiduesimo lied: Mut (I variante la minore – II variante sol minore) – Coraggio. Lasciatosi alle spalle il cimitero, il viaggiatore riprende il cammino. Ma occorre coraggio per camminare sotto le gelide sferzate della neve e del vento. Il viandante non può tacerlo e lo grida in faccia all’inverno con un canto tagliente e aggressivo, che ha il sapore della ribellione più violenta ma anche della rivolta più cocente e sofferta.

Ventitreesimo lied: Die Nebensonnen (I variante la maggiore – II variante sol maggiore) – Altri soli. È l’ultimo vaneggiamento del viandante. Nel cielo vede tre soli, ma si accorge che non sono per sé: il loro calore e la loro luce sono per altri. Che scompaiano del tutto allora e lo lascino nell’unica possibilità che gli è concessa e che vuole: stare al buio più completo, nel silenzio e nella morte totali.

Ventiquattresimo lied: Der Leiermann (I variante la minore – II variante si minore) – L’uomo dell’organetto. Alla periferia del villaggio dove il viandante ha fatto ritorno, c’è un suonatore d’organetto. È vecchio, scalzo, traballante, nessuno gli fa l’elemosina, nessuno lo degna di attenzione: solo i cani gli abbaiano contro. Il viandante lo vede e lo immagina come il suo nuovo compagno di viaggio. Il significato dell’intera Winterreise è racchiuso in questo ultimo lied. È racchiuso in questa mesta melodia suonata dal pianoforte, ripresa dalla voce e ripetuta con ossessione. È una melodia che descrive il senso ultimo della vita: condannata a ripetersi con eterno dolore (come il meccanismo dell’organetto che continua sempre) e condannata a inseguire qualcosa che non raggiungerà mai (come la canzone dell’organetto che non tace mai, ma che nessuno ascolta).
Winterreise si conclude in un modo che non poteva essere più bello e più crudele.

Arrivati al termine di questo “viaggio d’inverno” (senza l’articolo determinativo “il” che lo rende più indefinito, aperto a varie interpretazioni e identificazioni) potremmo anche chiederci: perché Schubert ha scelto un argomento simile e ha scritto una musica come questa? Una possibile risposta è che Schubert si confessa e racconta una dolorosa esperienza personale. Come il viandante della Winterreise, Franz Schubert è stato abbandonato dalla donna amata, alla vigilia delle nozze. È stato lasciato perché non era un buon partito, perché era povero e non avrebbe potuto garantire un’agiata vita borghese alla sposa. Ma ancor più possiamo individuare un’altra motivazione per la genesi della Winterreise: la malinconia e la depressione. Un abbattimento che nasce e si sviluppa a causa della vita che Schubert condusse, che non fu certo delle più rosee. Schubert era un genio musicale, ma fu riconosciuto dopo la sua morte; in vita nessuno gli diede credito, se non un ristretto numero di amici e qualche ricco borghese che gli comprava le musiche. Aveva problemi economici, che superava con difficoltà insegnando musica, di tanto in tanto, o vivendo della generosità dei familiari. Pochi dei suoi lavori (che sono stati moltissimi e dei più vari) furono pubblicati quando era in vita. I lieder ne costituirono la maggior parte. Senza dimenticare la sifilide che non soltanto minò la sua salute, ma rese altalenanti, per il continuo succedersi di miglioramenti e ricadute, gli stati d’animo e pure la produzione artistica. Questo scrisse Schubert in quegli anni al fratello Ferdinand: «Devo ammettere che è finito il tempo felice in cui tutto quello che abbiamo intorno è circonfuso del luminoso splendore della giovinezza; mi trovo ora a dover riconoscere fatalmente la prosa di una miserevole realtà che io con la mia immaginazione (grazie a Dio) faccio ogni sforzo per rendere più bella e meno spiacevole». Gli ingredienti per essere depresso dunque c’erano tutti e non è un caso, poi, che Schubert compose Winterreise nell’ultimo anno di vita, nel 1827, dopo ancora l’ennesima delusione d’amore, dopo il rifiuto di rappresentare un’opera e dopo essere stato respinto come Kappellmeister di corte. In queste condizioni, comunque, nasce un capolavoro: un percorso nei meandri dell’anima, un viaggio senza speranza, cupo e ossessivo, ma affidato a una musica bellissima, fortemente voluta e altrettanto ispirata, e ancor più innovativa, perché non c’è una voce che canta e un pianoforte che accompagna, ma due elementi che viaggiano insieme e non possono esistere separati. Come il “viaggio d’inverno” del viandante con e da quello della sua anima.

I testi di Wilhelm Müller di Die Winterreise musicati da Franz Schubert sono tratti da un programma di sala di un concerto del 1997 dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia. La traduzione in italiano è di Pietro Soresina.

Bellissima disamina di un enorme capolavoro. Complimenti davvero. Da stampare e da portare con sé al concerto. Grazie..