Al Teatro Lirico di Cagliari è andata in scena Cecilia, azione sacra in tre episodi di Licinio Refice, su libretto di Emidio Mucci. Sette rappresentazioni dal 28 gennaio al 5 febbraio 2022, per la direzione di Giuseppe Grazioli e la regia di Leo Muscato, con Martina Serafin e Marta Mari nel ruolo della protagonista.

Giuseppe Grazioli ha centrato lo spirito di un’opera che deve apprezzare molto, e si sente: ha diretto con fervore e calore; ha dato il giusto risalto alle bellezze musicali disseminate nella partitura, riservando le dovute attenzioni alle dinamiche e alle agoniche; ha fatto suonare bene e con precisione l’orchestra e ha riservato un’attenta cura al canto e al fraseggio. La regia di Leo Muscato ha rispettato il libretto (virtù rara per i tempi attuali) ed è apparsa efficace, sobria ed elegante (scadere nell’agiografia retorica e didascalica era un rischio in agguato). Martina Serafin ha vestito i panni della protagonista, interpretando Cecilia con partecipazione, ma la voce soprattutto nel settore acuto ha purtroppo mostrato segni di stanchezza. Antonello Palombi che ha vestito i panni di Valeriano, lo sposo di Cecilia, è stato sicuro e svettante e Roberto Frontali, in carriera da oltre trent’anni, ha sostenuto il doppio ruolo di Tiburzio (il fratello di Valeriano) e di Amachio (il prefetto romano che decreterà la morte di Cecilia e di Valeriano). Molto bene la parti di fianco sostenute da Alessandro Spina (il Vescovo Urbano, che guida la comunità cristiana cui appartengono Cecilia e Valeriano) ed Elena Schirru (l’Angelo di Dio, i cui interventi aprono e chiudono l’opera). Del secondo cast facevano parte: il giovane soprano bresciano Marta Mari (Cecilia) che ha esibito una voce corposa e omogenea e di bel timbro brunito, un canto sicuro e tecnicamente corretto e una buona presenza scenica; Leon Kim che interpretava sia Tibuzio sia Amachio si è rivelato un baritono dalla voce fresca e ben impostata, mentre Mickael Spadaccini che era Valeriano, molto bravo scenicamente, è parso preoccupato dell’acuta tessitura del ruolo, che va riconosciuto è piuttosto impervio da cantare. Alla fine il successo sincero c’è stato per tutti, anche per l’Orchestra e il Coro del Teatro Lirico di Cagliari apparsi in ottima forma, applauditi calorosamente da un pubblico attento e partecipe seppur poco numeroso.


Licinio Refice nasce a Patrica, in provincia di Frosinone, il 12 febbraio 1883 e muore a Rio de Janeiro l’11 settembre 1954 mentre nel Theatro Municipal prova Cecilia. Fu composta in due anni: dal 1922 al 1924. Voleva metterla in scena per l’Anno Santo del 1925, ma per motivi politici e per le resistenze della gerarchia ecclesiastica la première fu rimandata. Cecilia vide la luce soltanto il 15 febbraio 1934 al Teatro Reale dell’Opera di Roma, protagonista la “Divina” Claudia Muzio. Perché? Perché Licinio Refice era un sacerdote e all’epoca non era pensabile che un prelato si dedicasse anche alla musica profana. Eppure l’intento di Licinio Refice era di conciliare il sacro con il profano. Refice voleva cantare le lodi a Dio degnamente, con una musica sobria, diretta e “attuale”, che tenesse in buon conto anche le esperienze dei musicisti del passato e che in egual misura cercasse il coinvolgimento dei fedeli, ne stimolasse l’interesse e ne nutrisse la spiritualità, per orientarli così a Dio. E questo intento Refice lo realizzò con la sue composizioni sacre, ma anche con il teatro musicale, cui era naturalmente e artisticamente orientato e al quale approdò dopo molti contrasti, dopo molte difficoltà e molti “combattimenti” con il potere religioso e politico. Vi approdò appunto con Cecilia, la sua prima opera lirica (ne seguirà soltanto una seconda: Margherita da Cortona del 1937 di ispirazione ugualmente religiosa). Cecilia racconta di una nobildonna romana vissuta nel terzo secolo: divenuta segretamente cristiana favorì la conversione del marito Valeriano e anche del cognato Tiburzio, finiti come lei martiri. Fu onorata e venerata come patrona dei musicisti.
Con Cecilia Licinio Refice realizza il tanto cercato connubio tra la musica popolare e il melodramma italiano e la musica sacra e ispirata. E lo fa avvalendosi del libretto di Emidio Mucci che, sebbene ridondante ed enfatico, risponde alle esigenze teatro-religiose di Refice. Racconta il martirio di Santa Cecilia con efficacia e nel rispetto delle antiche narrazioni. Ma fa anche catechesi: con il racconto fedele dell’esperienza religiosa dei primi cristiani romani, che sotto la guida del Vescovo Urbano di notte si riuniscono per la frazione del pane e la preghiera comunitaria, e che celebrano anche il battesimo di un neofita come Valeriano. Dunque un’autentica celebrazione della fede cristiana con la “sacra” teatralità di Cecilia, che mira anche a un effettivo coinvolgimento emotivo e spirituale di chi guarda. E Refice lo fa anche e forse principalmente con la sua musica, che come prima cosa tiene conto dell’esperienza “religiosa” del canto gregoriano (quasi sfacciato il riferimento al “Christus vincit”). Una musica che si arricchisce del lirismo di Puccini, citato con le reminiscenze nostalgiche e le atmosfere di Suor Angelica e della Fanciulla del west. Una musica che fa riferimento al misticismo wagneriano del Parsifal soprattutto nelle parti corali, pure alla ricchezza orchestrale di Respighi e sembra anticipare le scintillanti ed epiche colonne sonore di “kolossali” film storici come Ben-Hur. Una musica che suona ugualmente originale e sorprendente che, sebbene di struttura piuttosto semplice, è ricca nella strumentazione e di ampie arcate melodiche pure nel canto; una musica che si sente immediata e ispirata, avvincente ed emozionante.

Sposalizio di Cecilia (foto Priamo Tolu)

Morte di Cecilia (foto Priamo Tolu)

Finale dell’opera (foto Priamo Tolu)



Il successo della prima rappresentazione di Cecilia fu enorme; nel giro di pochi anni si raggiunse il centinaio di rappresentazioni. Merito anche delle interpreti. Licinio Refice scrisse Cecilia pensando a Maria Viscardi, che aveva cantato nelle sue prime composizioni. Poi alla première romana del 1934 (diretta da Edoardo Vitale) come sappiamo subentrò la “Divina” Claudia Muzio, che offrì una delle interpretazioni della sua carriera giudicate fondamentali. Quando Claudia Muzio si ammalò, e non potè più cantare nella Cecilia, fu sostituta da Maria Pedrini. Seguirono altre “primedonne”: Lina Bruna Rasa, Augusta Oltrabella, Clara Petrella. Nel 1954, l’anno della sua morte, Refice stava attendendo alla composizione della sua terza opera Il Mago (che così rimase incompiuta) e alle prove di Cecilia a Rio de Janeiro; protagonista doveva essere Renata Tebaldi, scelta espressamente da Refice che la giudicava cantante di grande valore. Nel 1976 a New York Renata Scotto cantò Cecilia in concerto e in occasione di un Convegno Internazionale di studi a Roma, a chi manifestava qualche riserva sulla “autenticità” della musica di Licinio Refice replicò: «I veri giudici della sincerità della musica siamo noi interpreti e non i critici. Io vi dico che la musica del maestro Refice è travolgente, prende profondamente». Una frase che conferma senza paura di smentita, ciò che Arturo Toscanini disse di Licinio Refice: «sarebbe il più grande operista del nostro tempo, se non fosse per quella tonaca!», frase che nella seconda parte al giorno d’oggi non costituisce più un problema. Anzi, dà credito alla fede e la spiritualità di Licinio Refice e all’onestà della sua musica.









































