Il 9 gennaio 2022 è morta a Detroit (sua città natale) Maria Ewing, soprano statunitense nato il 27 marzo 1950. L’ascoltai una sola volta dal vivo, anche perché piuttosto rare furono le sue apparizioni italiane. Accadde alla Scala di Milano il 2 luglio 1983, quando cantò il ruolo di Marguerite nella Damnation de Faust di Hector Berlioz, sostituendo all’ultimo momento Frederica von Stade indisposta. Fu una rappresentazione in forma di concerto, in cui Maria Ewing ebbe come partner Stuart Burrows (Faust) e Samuel Ramey (Méphistophélès strepitoso) e fu diretta da Seiji Ozawa (concertatore fantastico) alla guida dell’Orchestra e del Coro del Teatro alla Scala. Non appena Maria Ewing intonò Que l’air est étouffant! e dopo la ballata gotica Autrefois un roi de Thulé, subito ci accorgemmo di essere davanti a una cantante fuori dal comune. La sua voce era piuttosto esile e di poco corpo al centro, ma abbastanza estesa tale da permetterle di sostenere anche parti da mezzosoprano. Il timbro poi, anche se non particolarmente prezioso, era chiaro e si riconosceva subito. Perché la voce di Maria Ewing era fortemente duttile ed espressiva, capace di piegarsi ad un fraseggio analitico e sfumato, assai variegato nell’accento e nei colori. Per come cantò la grande scena di Marguerite successiva alla sortita (la sublime ed emozionante romanza D’amour l’ardente flamme) fece provare brividi di piacere a tutta la platea e commosse profondamente noi e lei stessa. Poi vidi il film-opera Le nozze di Figaro di Mozart per la regia di Jean-Pierre Ponnelle e le due produzioni di Carmen di Bizet dai teatri di Glyndebourne e del Covent Garden, riprese in video: l’una con la regia di Peter Hall (che fu suo marito) e l’altra firmata da Nuria Espert. In entrambe si confermò cantante e interprete intelligente e personalissima, ma soprattutto mostrò di essere una grande attrice, dalla recitazione raffinata e partecipe, capace di catturare l’attenzione anche senza muoversi: soltanto con la forza delle espressioni del volto.



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