Arena di Verona: 100 Stagioni Liriche

Alla fine di luglio all’Arena di Verona sono andati in scena Aida e Nabucco di Giuseppe Verdi e Tosca di Giacomo Puccini. Tre allestimenti operistici che insieme con altri cinque, con quattro concerti e con due serate dedicate alla danza, costituiscono il cartellone dell’attuale stagione “areniana” intitolata: «Cento volte la prima volta», proposto per festeggiare le cento stagioni che si sono succedute sul palcoscenico dell’anfiteatro “scaligero” dal 1913 (anno di inizio della manifestazione) a oggi, a esclusione degli anni delle due guerre mondiali e della pandemia di Covid-19. La stagione dell’Arena di Verona cominciata il 16 giugno scorso, terminerà il prossimo 9 settembre.

Il primo spettacolo a essere visto, il 28 luglio 2023, è stato Nabucco di Giuseppe Verdi. Protagonisti il baritono Amartuvshin Enkhbat, che era alla sua seconda e ultima recita come re babilonese, e il soprano Anna Pirozzi nella sua unica performance come Abigaille, interpreterà ancora all’Arena Aida (18 e 23/8) e Tosca (1/9). I due artisti hanno cantato benissimo e con una sicurezza tale da sembrare quasi ostentata. Suono rotondo e pulito, emissione e legato di alta scuola, centro morbido e ben sostenuto, zona grave corposa ma senza suonare faticosa né “aperta” e acuti luminosi e squillanti. Il canto poi era ricco di colori e di sfumature, così che ad avvalersene è stata l’interpretazione varia ed eloquente. Impressionanti per la bellezza del canto e incisività dell’accento sono state le “sortite” di Nabucco e della figlia “adottiva” Abigaille, intense e toccanti sono parse le grandi arie del soprano (“Anch’io dischiuso un giorno”) e del baritono (“Dio di Giuda!”) come pure ha conquistato la platea il loro teso e drammatico duetto al terzo atto.

Anna Pirozzi
Amartuvshin Enkhbat

Anche il mezzosoprano Josè Maria Lo Monaco (al suo debutto in Arena) ha cantato con correttezza e proprietà l’aria di Fenena “Oh, dischiuso è il firmamento!”, l’unico assolo della figlia minore di Nabucco, che è di un piccolo ruolo non da protagonista ma funzionale allo svolgimento del dramma. Come lo è la parte di Ismaele, amante della principessa babilonese, che è stata sostenuta dal tenore Matteo Mazzaro, che ha palesato però una voce piuttosto leggera per il ruolo e una certa difficoltà nel settore acuto. Ha esibito invece un buona linea di canto (anche se con qualche suono un po’ strascicato o intubato) e abbastanza incisiva il basso Alexander Vinogradov nel ruolo del Gran Sacerdote Zaccaria, l’antagonista di Nabucco.
La direzione era di Alvise Casellati. È risultata alquanto piatta e con poco nerbo, statica nelle dinamiche e nelle agogiche e con suono dell’orchestra piuttosto esangue che faceva fatica a uscire dalla buca. Si è rilevato anche qualche scollamento tra quest’ultima e il palcoscenico. Una cosa che ci spiace notare è l’aver mantenuto i tagli di “tradizione” (mancavano le riprese delle cabalette ad esempio) che rendono zoppicanti e incomplete le quadrature musicali e formali dell’opera. Nonostante sia stato bissato a furor di popolo (è una consuetudine ormai più che acclarata all’Arena di Verona) l’esecuzione del celebre “Va, pensiero” è scivolata via senza emozioni. Le sonorità sbiadite e i tempi slentati e una certa inerzia nel fraseggio hanno fatto sì che non si percepisse la tristezza dell’esilio né il dolore dell’abbandono che la pagina dovrebbe suggerire, finendo con il diventare un coro verdiano qualsiasi, che può andar bene per Nabucco quanto per i Lombardi alla prima crociata, per Ernani o per Macbeth, tanto per rimanere ai primi anni di carriera del cigno di Busseto.

Arena di Verona – Nabucco di Giuseppe Verdi
(Ennevi Foto)

Il 29 luglio 2023 c’è stata la prima di Tosca di Giacomo Puccini. La cantante Floria Tosca e il pittore Mario Cavaradossi, i due ben noti amanti protagonisti dell’opera, sono stati interpretati dalla coppia (tale anche nella vita privata) formata da Aleksandra Kurzak e Roberto Alagna. Il soprano polacco ha ben cantato “Vissi d’arte” con morbidezza e abbandono, riuscendo a essere ben partecipe e convincente. Per il resto la parte si è mostrata troppo ardua per la sua voce di soprano lirico, capace in altre occasioni anche di una buona coloratura. In questa Tosca Aleksandra Kurzak ha esibito quasi sempre centri gonfiati, gravi artefatti e acuti piccoli e asprigni. L’interpretazione, a parte il “Vissi d’arte”, è risultata manierata e d’antan, oscillante tra un fraseggio spesso querulo e flebile nel momenti patetici e un canto che sconfinava nel grido, nel parlato e anche negli accenti di matrice verista nei momenti più drammatici e concitati (come sovente accadeva negli anni ’50 del secolo scorso). Il ruolo di Tosca (debuttato al Metropolitan di New York nel febbraio 2022) Aleksandra Kurzak lo ha proposto a Verona soltanto per una recita (di cui stiamo riferendo) e a ridosso di un altro ruolo “pucciniano”: Cio-Cio-San della Madama Butterfly, da cantare il 12 agosto prossimo, ancora per una sera soltanto e sempre insieme con Roberto Alagna. Sono ruoli affascinanti ma assai impegnativi da cantare per sé soli, figuriamoci con così poco tempo a disposizione per preparali, ma Aleksandra Kurzak ha deciso di affrontarli lo stesso, con molta probabilità per non mancare la grande festa delle “100 Stagioni Liriche all’Arena di Verona” e per non deludere i fans di una diva in una carriera slanciatissima che sono accorsi numerosi. Siamo tuttavia propensi a credere che il repertorio più appropriato per Aleksandra Kurzak sia in altro ambito, come ha ben mostrato la prova offerta con Adina nel donizettiano Elisir d’amore, sotto la guida di Francesco Lanzillotta al Teatro dell’Opera di Roma nel gennaio scorso, dove tutto dal canto all’interpretazione era misurato, spigliato e stilisticamente appropriato.

Aleksandra Kurzak
Roberto Alagna

Mario Cavaradossi è stato interpretato da Roberto Alagna. Ha alle spalle trentacinque anni di carriera (debuttò nel 1988 con La traviata) e la voce purtroppo non è più quella d’un tempo: appare impoverita degli armonici e privata del bel colore luminoso e della morbida pastosità timbrica. Gli acuti sono più voluminosi che squillanti e il centro-grave mostra qualche crepa e in più punti sembra quasi svuotato. Anche se le smorzature in zona centrale sono sempre fascinose, il fraseggio non appare più tanto vario e sfumato, e si nota un certo sforzo a sostenere il suono, tuttavia fanno il resto la generosità del canto e l’esperienza di tanti anni in palcoscenico, così che Roberto Alagna regalava al pubblico accorso numeroso un Mario Cavaradossi amante ardente e appassionato patriota, guadagnando il dovuto consenso nei momenti topici: in “Recondita armonia”, in “Vittoria! Vittoria!” e in “E lucevan le stelle” sebbene quest’ultimo, a causa di una quasi inevitabile stanchezza vocale finale, è stato cantato in preponderanza sul mezzoforte

Arena di Verona – Tosca di Giacomo Puccini
(Ennevi Foto)

Luca Salsi era Scarpia. Nei momenti più “intimi” e galanti, quando ad esempio il “nobile” barone insidia Tosca con l’esca del ventaglio o quando tenta di sedurla con fare cerimonioso, il canto di Salsi si faceva morbido ed era quasi sempre variegato, ma quando vestiva gli abiti del bigotto e perverso capo della polizia, ecco che il baritono parmigiano cambiava registro: l’accento diventava più scandito e il fraseggio più infuocato, anche a rischio di forzare l’emissione e di cercare un suono più voluminoso, che appariva però duro e stentoreo e che finiva con il contrastare il canto “affettuoso” e modulato degli altri momenti. Ottime le prove del basso Giorgi Manoshvili e del tenore Carlo Bosi, nei rispettivi ruoli di Cesare Angelotti e di Spoletta. Bene Giulio Mastrototaro che faceva un sagrestano “pulito”, senza i cachinni e gli effettacci di una tradizione “interpretativa” ormai vecchia e inutile. Gradita sorpresa è stato ascoltare cantare il pastorello da una voce bianca (come richiesto da Puccini) che era quella della intonatissima e musicalissima Erika Zaha.
Il direttore Francesco Ivan Ciampa ha diretto con vigore ed energia e assecondando il canto, per il quale si è anche abbandonato a sonorità più morbide e calibrate, come richiesto in partitura, nei momenti patetici: ad esempio nel citato “Vissi d’arte” o nei passi del monologo di Scarpia che apre il secondo atto (“Tosca è un buon falco!…”) in cui la melodia si fa più larga e distesa. Il Maestro Ciampa è stato assai applaudito ai ringraziamenti finali, insieme con il resto della compagnia.

Arena di Verona – Aida di Giuseppe Verdi
(Ennevi Foto)

La tre giorni operistica all’Arena si concludeva il 30 luglio 2023 con Aida di Giuseppe Verdi, il titolo che inaugurava la lunga stagione estiva veronese delle “cento prime volte”. Protagonista assoluta è stata Anna Netrebko che interpretava il ruolo del titolo e che si confermava cantante di razza. La voce di bellissimo colore lucente è omogenea su tutta la gamma, gli acuti sono raggianti, i centri morbidissimi e risonanti e ben contenuti i gravi, a proposito dei quali si è notata la quasi totale assenza della tendenza (riscontrata in precedenti occasioni: Macbeth alla Scala ad esempio) a gonfiarli, a scurirli e anche un po’ a “intubarli” artificiosamente, per simulare un canto drammatico che di fatto non è nelle corde di Anna Nebrekto, un “difetto” che il soprano russo (naturalizzato austriaco) sta cercando di eliminare, come questa Aida ben dimostra. Ma ciò che stupisce e colpisce oltre misura, e che fa di Anna Netrebko una cantante eccellente, è la sicurezza e l’ottimo controllo dell’emissione, che le consentono di salire e scendere con facilità, di avere fiati interminabili e di manovrarli con perizia, di rinforzare e assottigliare il suono a tutte le altezze, ma soprattutto di prodursi in un canto dai pressoché infiniti colori, accenti, inflessioni e chiaroscuri, così da essere un’interprete sensibile ed espressiva. Esemplare in tal senso la grande scena di Aida del primo atto, nella quale Anna Netrebko faceva ben percepire la differenza tra recitavo e romanza vera e prima e ben presentava i mutevoli stati d’animo di Aida, combattuta tra l’affetto filiale dovuto al padre e quello di amante “segreta” di Radames. 

Arena di Verona – Aida di Giuseppe Verdi
Anna Netrebko
(Ennevi Foto)

Il condottiero Radames era interpretato da Yusif Eyvazov, che come Roberto Alagna è il marito della “diva” con la quale condivide la scena. Il tenore azero non ha una voce propriamente bella: il timbro non è fascinoso ma alquanto secco e legnoso e gli acuti hanno un qualcosa di vetroso nel fondo. Però Yusif Eyvazov canta bene: il suono è ben proiettato e ha volume e il fraseggio risulta curato e rispettoso delle indicazioni dinamiche. Se il “Celeste Aida” non è stato molto cesellato e il si bemolle conclusivo non è stato smorzato come voleva Verdi, in compenso la linea di canto del duetto del Nilo e di quello finale aveva gli accenti giusti. Nobile era l’Amonasro di Amartuvshin Enkhbat e imperioso il Ramfis di Christian Van Horn, che a voci pastose e sonore aggiungono entrambi un canto nitido e risonante di antica scuola. Deludeva invece l’Amneris di Olesya Petrova: ce la metteva tutta nel disegnare una principessa egizia altera e aggressiva, ma non le rispondeva una voce dai suoni striduli in alto e aperti e sfocati in basso. Completavano il cast Simon Lim (il Re) Daria Rybak (una sacerdotessa) e ancora Carlo Bosi (un messaggero). Marco Armiliato ben coordinava i solisti, il coro e l’orchestra della Fondazione Arena di Verona, che cantano e suonano in tutte le produzioni del Festival e ben rispondono alle richieste dei direttori chiamati a condurli. Marco Armiliato ben teneva le fila della narrazione, pur nell’alveo di una lettura non particolarmente nuova o illuminate ma di certo efficace e nel solco della più sicura e solida tradizione dell’Arena, per la quale il Maestro genovese è presenza costante dal 2010. 

Arena di Verona – Aida di Giuseppe Verdi
Olesya Petrova e Yusif Eyvazov
(Ennevi Foto)

E ora veniamo alla parte visiva. Breve premessa. Il palcoscenico dell’Arena di Verona è diventato nel corso della sua storia gloriosa il luogo principe per l’esibizione delle voci più belle e note della lirica. Qui si sono ascoltati, si ascoltano e si ascolteranno ancora eccellenti cantanti, della levatura di Maria Callas di Renata Tebaldi e di Anna Netrebko, di Fiorenza Cossotto e di Vasilisa Berzhanskaya, di Franco Corelli di Luciano Pavarotti e di Jonas Kaufmann e di Piero Cappuccilli e di Ludovic Tézier. Ciò non ostante all’Arena di Verona si allestiscono grandi spettacoli, imponenti e sontuosi. Per rispondere in un certo qual modo alle esigenze dell’arte dello stupore, che è fondamento dell’opera lirica. E anche quest’anno è stato così. Il Nabucco riproposto ora – qui debuttò nel 1991 – con la regia di Gianfranco De Bosio e le scene di Rinaldo Olivieri prevedeva la costruzione di una grandiosa “torre di Babele” ispirata ai dipinti di Bruegel il Vecchio. E nella Tosca il regista, scenografo e costumista Hugo de Ana immaginava già dal 2006 (l’anno della prima messa in scena) la testa e la spada sguaiata dell’Arcangelo Michele di Castel Sant’Angelo che invadevano dominandolo l’enorme palcoscenico dell’Arena. Spettacolari e impressionanti allestimenti con regie che oggi – e a una distanza di tempo così ampia – appaiono ahimè non poco invecchiate. I cantanti (in Nabucco in particolare) non sembravano muoversi con disinvoltura e si abbandonavano a una recitazione vecchia maniera. E in generale la linea interpretativa o non era chiara o era arruffata (in Nabucco) o non era centratissima: allorché in Tosca de Ana decideva nel “Te Deum” di presentare un potere ecclesiastico opprimente e mortifero, quando il senso di quella pagina più propriamente rasenterebbe la blasfemia, con Puccini che alla preghiera di ringraziamento di una Chiesa Romana festante sovrappone il delirio mistico-sessuale del barone Scarpia. 

Arena di Verona – Aida di Giuseppe Verdi
Olesya Petrova e Yusif Eyvazov
(Ennevi Foto)

Grandiosa e spettacolare (al punto che si credeva di rivedere l’esagerato futuristico allestimento della Fura dels Baus che tanto clamore – e a chi scrive grande fascino – suscitò al suo apparire nel 2013) è stata anche la “nuova” Aida, affidata per tutto: per la regia, per le scene, per i costumi, per le luci e per le coreografie al debuttante in Arena Stefano Poda. Su un palcoscenico inclinato lucido e specchiante dominava una gigantesca mano semovente che alludeva al potere, religioso e politico congiunti, che schiaccia e sopprime le esistenze di Aida e Radames. Poi un’infinità di stendardi a forma di mano, innalzati e portati in processione dal coro e da un incredibile numero di mimi nel corso delle scene di massa. In mezzo a una grande profusione di abiti luccicanti, di raggi laser e di luci abbaglianti (alla maniera della Fura dels Baus appunto). C’erano anche due stilizzate piramidi di vetro (come del Louvre?) le bianche vesti dei sacerdoti e una decina di mummie all’avvio del secondo atto a ricordare l’Antico Egitto, o meglio la religione «all’epoca della potenza dei faraoni» (come recita il libretto di Ghislanzoni). Le coreografie erano elementari e stilizzatissime, evocanti la frontale icasticità dei bassorilievi egizi. E nonostante tutto, nonostante tanta fredda apparente semplicità e linearità, tutto era solenne e ieratico. Pensiamo che l’idea che sottendeva alla regia di Stefano Poda era di procedere con una narrazione di Aida fedele al libretto, da una parte curando nel minimo dettaglio la recitazione dei solisti e dall’altra sottolineandone il significato con i movimenti calibratissimi dei mimi. Per chiarire. Durante il terzetto del primo atto Aida, Radames e Amneris manifestano i loro sentimenti di amore e di gelosia, e i mimi li avvolgevano e li sospingevano in tutte le direzioni come a simulare lo scompiglio e il turbinio che agitano i tre protagonisti. Nel mentre poi che entrava il Re con Ramfis, i sacerdoti e i nobili, i mimi cadevano a terra come tramortiti. È tempo di guerra e non è più concesso ad Aida, a Radames e ad Amneris di occuparsi del privato, i comportamenti da assumere sono altri: l’amore deve cede il passo alla politica. Pensiamo in definitiva che in questa Aida ciò che contava per Stefano Poda era la fusione inestricabile di scena e di musica, per evocare alla fine forti emozioni e suggestioni. Non sempre il regista trentino ci riusciva, ma senza dubbio ci provava: a proporre uno spettacolo “globale” e “totale” che a Verona non si era mai visto finora e che, pur tra luci e ombra e tra esaltazioni e critiche, potrebbe aprire la strada a un nuovo modo di intendere Aida di Giuseppe Verdi all’Arena. E non essa soltanto.

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