
I cento anni dalla nascita di Franco Zeffirelli (Firenze 12 febbraio 1923 – Roma, 15 giugno 2019) il Teatro alla Scala li celebra con una mostra che allestisce nel proprio Museo Teatrale. L’esposizione, che è iniziata l’8 novembre 2022 e che terminerà il 31 agosto 2023, è costruita sull’attività di Franco Zeffirelli nel teatro milanese, che dura più di cinquant’anni – dal 1953 e dal 2006 – nel cui corso si susseguono ventuno spettacoli. Visitando la mostra e ammirando le varie fotografie di scena e di “dietro le quinte”, insieme con i bozzetti e i costumi vari, ci si chiede come Franco Zeffirelli abbia potuto coniugare il suo essere regista d’opera con quello di regista di prosa e di cinema. Questo articolo è una possibile risposta.
Nel 1945 Franco (all’età di soli ventidue anni) Zeffirelli inizia a lavorare come scenografo nella compagnia fiorentina “Il Carro dell’Orsa Minore” che mette in scena La patente di Luigi Pirandello e L’uomo che corruppe Hadleyburg di Mark Twain.
Il debutto ufficiale nel mondo della lirica accade il 13 settembre 1946 al Teatro dell’Accademia dei Rozzi a Siena, con la realizzazione delle scene e dei costumi per l’intermezzo Livietta e Tracollo di Giovanni Battista Pergolesi.

Trasferitosi da Firenze a Roma nel 1947, Zeffirelli comincia a lavorare come attore. L’inizio è in un piccolo ruolo nell’adattamento teatrale di Delitto e Castigo di Fëdor Dostoevskij per la regia di Luchino Visconti; le scene e i costumi sono di Mario Chiari e il cast è dato da attori assai noti e apprezzati: Paolo Stoppa, Rina Morelli, Memo Benassi, Massimo Girotti, Mariella Lotti e Giorgio De Lullo.
Nell’anno successivo c’è il debutto di Franco Zeffirelli come attore di cinema in L’onorevole Angelina di Luigi Zampa, con Anna Magnani protagonista.
Nel 1948 passa dietro alla macchina da presa come aiuto regista di Luchino Visconti nell’episodio del mare in La terra trema. È l’inizio di un’attività che avrà fine nel 1953 con il celeberrimo Senso; oltre alla regia Visconti scrive la sceneggiatura insieme con Suso Cecchi d’Amico. Come aiuto-regista c’è Franco Zeffirelli e anche Francesco Rosi.


Il debutto al Teatro alla Scala di Milano come scenografo e costumista Franco Zeffirelli lo fa il 4 marzo 1953 con L’italiana in Algeri di Gioachino Rossini.
Un anno dopo, il 14 marzo 1954, si presenta con La Cenerentola di Rossini di nuovo al pubblico scaligero come scenografo e costumista, ma per la prima volta anche in qualità di regista. In entrambi i titoli sul podio c’è Carlo Maria Giulini e sul palcoscenico ci sono Giulietta Simionato e Mario Petri, cui si aggiungono Cesare Valletti per L’italiana in Algeri e Nicola Monti e Sesto Bruscatini per La Cenerentola.
Otto mesi dopo, l’11 dicembre 1954, arriva L’elisir d’amore di Gaetano Donizetti; dirige sempre Giulini ma cambia il cast, questa volta cantano Rosanna Carteri, Giuseppe Di Stefano, Rolando Panerai e Italo Tajo.

Continua l’impegno alla Scala come regista, costumista e scenografo con Il turco in Italia di Gioachino Rossini (15 aprile 1955) con il direttore Gianandrea Gavazzeni e con i cantanti Nicola Rossi Lemeni, Cesare Valletti e Mariano Stabile. Il turco in Italia è la prima e unica opera che Zeffirelli realizza alla Scala con Maria Callas protagonista. Da qui nascono un’amicizia profonda e un sodalizio eccezionale, che porterà i due artisti a lavorare insieme ancora in La traviata a Dallas nel 1958 e in Tosca e in Norma a Parigi, entrambe nel 1964. Nel 2002 Franco Zeffirelli realizzerà il film Callas forever con Fanny Ardant, l’omaggio devoto e dovuto a un’amica, raccontata alla fine di una vita straordinaria.


La Cecchina di Niccolò Piccinni va in scena il 4 gennaio 1957 alla Piccola Scala, una seconda sala di circa seicento posti realizzata con la ricostruzione del Teatro alla Scala nel 1946 e oggi demolita. Seguono Don Pasquale di Gaetano Donizetti (19 gennaio 1959), Le astuzie femminili di Domenico Cimarosa (18 gennaio 1960) e Lo frate ’nnamorato di Giovanni Battista Pergolesi (24 maggio 1960). Sono freschi e divertenti allestimenti di proporzioni ridotte che contano su direttori esperti, come Nino Sanzogno e Bruno Bartoletti, e su cantanti di prestigio: Graziella Sciutti, Fiorenza Cossotto, Biancamaria Casoni, Luigi Alva, Rolando Panerai e Sesto Bruscantini.

Nel frattempo, nel 1958, dopo l’esperienza con Visconti Zeffirelli ritorna al cinema, ma questa volta non più come aiuto, bensì come regista. Il film d’esordio dietro la macchina da presa è Camping. Gli interpreti sono Marisa Allasio, Nino Manfredi, Paolo Ferrari e Pina Cei.
Dieci anni dopo, nel 1967 e nel 1968, inizia la produzione di film dal grande respiro internazionale: La bisbetica domata con Elizabeth Taylor e Richard Burton e lo “straordinario” Romeo e Giulietta. Straordinario (come impensabile per l’epoca e per il mondo del cinema di quegli anni) perché vede protagonisti due attori giovanissimi, Leonard Whiting e Olivia Hussey, come era già accaduto nel 1960 quando Franco Zeffirelli mise in scena all’Old Vic di Londra il dramma shakespeariano con i poco più che ventenni John Stride e Judi Dench.

Ancora nel 1958 sul palcoscenico “grande” della Scala è allestita Mignon di Ambroise Thomas, con Giulietta Simionato e Gianni Raimondi protagonisti e con la direzione di Gianandrea Gavazzeni. La regia è di Franco Zeffirelli, ma le scene e i costumi sono di Lila De Nobili. Grande, fantasiosa e raffinata, pittrice che tornerà in qualità di scenografa e costumista nell’Aida di Giuseppe Verdi che Franco Zeffirelli, il 22 aprile 1963, presenterà al Teatro alla Scala con un cast stellare: Leontyne Price, Carlo Bergonzi e Fiorenza Cossotto e ancora con la direzione di Gianandrea Gavazzeni. L’allestimento sarà ripresentato al Teatro dell’Opera di Roma trent’anni dopo, ma con i costumi ricreati da Anna Anni.

All’inizio del 1963, per la precisione il 31 gennaio, vede la luce sul palcoscenico della Scala un spettacolo che entrerà nella storia e che sarà riproposto infinite volte e che farà il giro del mondo. È La bohème di Giacomo Puccini, per la quale Franco Zeffirelli cura scene e regia, mentre i costumi li affida a Marcel Escoffier, una delle maggiori personalità nel mondo del cinema e del teatro francese. Herbert von Karajan dirige un cast di cantanti-interpreti superlativi: Mirella Freni (Mimì), Gianni Raimondi (Rodolfo), Rolando Panerai (Marcello), Eugenia Ratti (Musetta), Gianni Maffeo (Schaunard) e Ivo Vinco (Colline). Terminate le rappresentazioni di questa Bohème, e con gli stessi artisti, Zeffirelli realizzerà un film d’opera.

Dato l’entusiastico e clamoroso successo ottenuto con La bohème, il 17 dicembre 1964 Franco Zeffirelli ed Herbert von Karajan tornano a lavorare in comune accordo nella Traviata di Giuseppe Verdi. Insieme con loro ancora Mirella Freni che interpreta Violetta Valery; è affiancata da Renato Cioni (Alfredo Germont) e da Mario Sereni (Giorgio Vermont). Di nuovo i costumi sono affidati a un altro nome di spicco: Danilo Donati, il costumista di molti film di Pier Paolo Pasolini.
Dopo un’assenza di quasi dieci anni, il 7 dicembre 1972 Franco Zeffirelli torna alla Scala con Un ballo in maschera di Giuseppe Verdi; cura soltanto la regia perché i costumi li affida a Enrico Job e le scene a Renzo Mongiardino. Dirige Gianandrea Gavazzeni e cantano nei ruoli principali Placido Domingo, Lou Ann Wychoff e Piero Cappuccilli e come coprotagoniste ci sono Viorica Cortez e Margherita Guglielmi.

Carlos Kleiber e Francesco Siciliani
Il 7 dicembre 1976 c’è un’altra inaugurazione scaligera e di nuovo nel nome di Giuseppe Verdi. L’opera scelta è Otello, la dirige Carlos Kleiber e ha per protagonista ancora Placido Domingo (che debutta anche nel ruolo) insieme con Mirella Freni (Desdemona) e Piero Cappuccilli (Jago).
La serata è trasmessa in diretta dal primo canale della RAI ed è la prima volta che le porte della Scala si schiudono a telecamere televisive.
Altri cinque anni di assenza e il 27 gennaio 1981 di nuovo alla Scala Franco Zeffirelli si propone come regista e come scenografo per il “dittico” Cavalleria Rusticana e Pagliacci. In tutti e due i titoli la direzione d’orchestra è di Georges Prêtre e la parte maschile principale spetta a Placido Domingo. Accanto al tenore il mezzosoprano Elena Obraztsova (per Mascagni) e il soprano Elena Mauti Nunziata (per Leoncavallo). I costumi semplicemente stupendi sono di Anna Anni.
Il 7 dicembre 1983 terza inaugurazione del Teatro alla Scala con Turandot di Giacomo Puccini. La regia e le scene sono ancora di Franco Zeffirelli, così come i costumi sono creati da Anna Anni ma questa volta insieme con Dada Saligeri. Turandot è interpretata da Ghena Dimitrova e Liù da Katia Ricciarelli, a Calaf dà voce Nicola Martinucci ma per alcune recite subentra Placido Domingo (anche nella diretta televisiva RAI). Dirige e concerta Lorin Maazel

Il 1° febbraio 1983 una nuova esperienza si profila sull’orizzonte “scaligero” di Franco Zeffirelli: la regia (insieme con le scene) del balletto Il lago dei cigni di Pëtr Il´ič Čajkovskij; le coreografie sono di Rosella Hightower, danzatrice statunitense di fama internazionale. Vi ballano indossando i costumi di Anna Anni Alessandra Ferri, Carla Fracci e Maurizio Bellezza. Dirige ancora Lorin Maazel.
Nel 1959 al Teatro Massimo di Palermo, sempre curando la regia le scene e i costumi, Zeffirelli allestisce La figlia del reggimento di Gaetano Donizetti. Il 25 giugno 1996 arriva alla Scala come La fille du régiment (la versione originale francese) e con la regia affidata a Filippo Crivelli. La “fille” del titolo è interpretata da Mariella Devia e il direttore è Donato Renzetti.
Tra la fine del secondo millennio e l’inizio del terzo, Franco Zeffirelli torna ad aprire per due volte ancora la stagione lirica del Teatro alla Scala, per la quarta e per la quinta e ultima volta. E sarà con due titoli verdiani. Il 7 dicembre 1992 l’opera inaugurale è Don Carlo e i costumi sono ancora di Anna Anni, mentre il Sant’Ambrogio del 2006 è con Aida ma il costumista diventa Maurizio Millenotti, nominato ai Premi Oscar per i film di Zeffirelli Otello (1986) e Amleto (1990). Due grandi direttori sono protagonisti dal podio di queste serate: Riccardo Muti e Riccardo Chailly. Così come di alto livello nel complesso sono le prestazioni in palcoscenico di Samuel Ramey, Luciano Pavarotti, Daniela Dessì, Paolo Coni e di Luciana D’Intino per Don Carlo e di Violeta Urmana, Roberto Alagna, Ildiko Komlosi, Carlo Guelfi e di Giuseppe Giuseppini per Aida.
Per le ultime presenze al Teatro alla Scala, Franco Zeffirelli sceglie un titolo finora mai messo in scena (Don Carlo) e un altro riletto e riproposto al pubblico milanese dopo più di quarant’anni (Aida).


All’uscita di una mostra siffatta, arriva la risposta alla domanda che ci si poneva all’inizio della visita e a cui si è cercato di rispondere mentre si osservava ciò che era esposto, integrandolo con ciò che di Franco Zeffirelli si veniva a conoscere dalla biografia.
Per prima cosa si scopre che gli allestimenti operistici realizzati dal regista fiorentino non rimangono confinati ai soli ventuno alla Scala dal 1953 al 2006, ma si arricchiscono di altri titoli, anche ripetuti e pure desueti, che si espandono in Europa e oltre oceano. Soltanto nel triennio 1958-1960, al fortunatissimo avvio della parabola artistica, le nuove produzioni di Zeffirelli sono più di trenta. Si va da Norma a Palermo e da Boris Godunov di Mussorskij a Genova a La traviata con Maria Callas a Dallas, da La favola di Orfeo di Casella e Il giovedì grasso di Donizetti a Siena a Lucia di Lammermoor con Joan Sutherland a Londra, da Alcina di Händel a Venezia con ancora la “diva” australiana protagonista a L’Orfeo di Monteverdi a Roma, per finire con Euridice di Jacopo Peri messa in scena nei Giardini di Boboli a Firenze e con Rigoletto a Bruxelles il 24 dicembre 1960.


Si scopre con forte emozione anche l’impressionante numero di artisti che partecipano agli spettacoli d’opera di Franco Zeffirelli. E sono nomi di assoluto prestigio. Ai direttori degli anni “della Scala” si aggiungono Serafin, Solti, Prêtre, Schippers e Bernstein. Alle “primedonne” Gencer, Price, Schwarzkopf, Sciutti, Dessì, Ricciarelli, e Marton, e anche Barbieri, Bumbry e Obraztsova. E tra gli uomini si trovano anche i nomi di Corelli, Kraus, Vickers, Bastianini, Gobbi, Bruson, Taddei, Panerai, Evans, Wächter e D’Arcangelo.
Se tutta questa “Gente dell’Opera” (tanto per citare un celebre libro di biografie) ha lavorato con Franco Zeffirelli in così tanti e tali spettacoli, anche se non tutti e non sempre riusciti alla perfezione, una ragione ci deve essere. Ed ecco che arriva forse la risposta. Non certa, ma alquanto probabile. La ragione è da ricercare nel «talento onnivoro e contraddittorio» e nella «passione per la vita» di Franco Zeffirelli – come ebbe a scrivere il critico cinematografico e melomane Tullio Kezich (non sempre benevolo con il regista) – che ha permesso a persone diversissime tra loro di unirsi e di partecipare, in una comunione di intenti e di emozioni, «alla creazione di cose che rimangono» – come ebbe a dire il produttore cinematografico Riccardo Tozzi. Arrivando a coinvolgere milioni di spettatori nel mondo. E a fare del melodramma uno spettacolo nazionale (l’opera nasce a Firenze nel 1600 e Franco Zeffirelli ben lo sapeva!) e popolare. Ma nel più alto significato del temine.
Di seguito un video realizzato sull’onda delle impressioni e pure del turbamento provati nel visitare la mostra “Zeffirelli, gli anni alla Scala” e nel vedere le fotografie e nel leggere i nomi di scenografi e costumisti, di direttori e cantanti ormai consacrati al ricordo e alla storia. Le fotografie sono state scattate tutte da me, e sono state integrate con altre provenienti dall’Archivio Storico del Teatro alla Scala. Le musiche… credo che siano facilmente identificabili. Tuttavia potete sempre scrivere e segnalare quelle che voi, lettori frequentatori del sito, riuscirete a “riconoscere”. E a chiedere di quelle rimaste “sconosciute”.
Faccio anche presente che le fotografie che accompagnano l’articolo sono tratte dal sito Fondazione Zeffirelli Onlus.

Mi piace credere che lo Zeffirelli maggiore si celi in quei Rossini, Cimarosa, Piccinni e Pergolesi giovanili, più che nei classici forse un po’ invecchiati che si continuano a riproporre post mortem. E quella “Mignon” Simionato-Raimondi-Gavazzeni dovrebbe essere proprio un capolavoro sepolto dalla Storia. Concordo con Kezich, critico cinematografico che pure in campo di opera ci prendeva più di tanti critici musicali, e aggiungerei che a Zeffirelli – per fare quel fatidico salto che trasforma un grande in un grandissimo uomo di spettacolo – mancò il coraggio di andare per sottrazione (tendendo anzi, in vecchiaia, ad andare per accumulo). Restando sempre, comunque, quel che si dice un Maestro.
Interessantissimo articolo e complimenti per il video, curatissimo, e per la colonna sonora veramente eccezionale….parterre des rois!