È andata in scena al Teatro Carlo Felice di Genova Norma di Vincenzo Bellini. Protagonista il mezzosoprano Vasilisa Berzhanskaya, con lei il soprano Carmela Remigio nei panni di Adalgisa, la rivale in amore, il tenore Stefan Pop nel ruolo di Pollione, l’amante fellone, e il basso Alessio Cacciamani interprete di Oroveso, il padre. La direzione d’orchestra era di Riccardo Minasi e la regia di Stefania Bonfadelli. In cartellone sei rappresentazioni dal 2 all’11 maggio 2023. La cronaca è della recita del 5 maggio.

Simona Di Capua – Carmela Remigio – Stefan Pop – Claudio Marino Moretti
Riccardo Minasi – Vasilisa Berzhanskaya – Alessio Cacciamani – Blagoj Nacoski
Norma è stata proposta in edizione critica, curata da Riccardo Minasi insieme con il musicologo Maurizio Biondi. Si è trattato di una Norma ben differente da quella che usualmente si ascolta in teatro. Sono stati riaperti i tagli cosiddetti di tradizione, insieme con i da capo delle cabalette. Alcuni “pezzi” sono stati suonati con i tempi originali, come il duetto “Oh! Rimembranza!” che era in Andante mosso e agitato. Il coro “Guerra, guerra!” è stato eseguito con una coda orchestrale che ripropone un motivo largo e disteso ascoltato nella sinfonia. Nell’introduzione strumentale del secondo atto a una prima esposizione con i violoncelli del tema di “Teneri figli” (che da lì a breve intonerà Norma) è seguita una ripresa dello stesso motivo, affidata questa volta ai fiati. Il terzetto “Oh! Di qual sei tu vittima” era in una versione più lunga e maggiormente articolata, che non prevede l’usuale intervento del coro. E “Casta diva” è stata eseguita nella tonalità di FA maggiore, con le notazioni presenti nell’autografo che sono principalmente di natura orchestrale. I curatori dell’edizione critica notando che la tonalità originale di “Casta diva” è SOL maggiore ma che le prime due pagine dell’autografo sono stracciate, come a dire cancellate, sono stati indotti a supporre, con un discreto margine di sicurezza, che la trasposizione “tradizionale” in FA dell’aria alternativa dell’originale sia stata convenientemente approvata da Bellini.
Ma le novità non finiscono qui.

Vasilisa Berzhanskaya
A cantare Norma al Teatro Carlo Felice è stata chiamata Vasilisa Berzhanskaya, che è un mezzosoprano come di fatto era Giuditta Pasta, la prima interprete, che aveva una voce da contralto nel centro-grave, scura e corposa e con qualche velatura e opacità, che però nel settore acuto appariva di soprano, facendosi brillante e sonora. Una voce che Giuditta Pasta aveva reso omogenea e soprattutto duttile, con uno studio severo e tenace. Nelle registro di petto riusciva ad alternare a suoni vigorosi altri dolci e aggraziati, e nel settore acuto sapeva prodigarsi in smorzature e assottigliamenti di grande suggestione. Tutto ciò portava Giuditta Pasta a interpretazioni soggioganti, rese possibili da fraseggi e accenti così coloriti e vari, che ogni parola e intonazione, anche le più piccole e apparentemente insignificanti, diventavano singolarmente eloquenti. E Vasilisa Berzhanskaya, anche alla luce del “modo” moderno di rileggere e di intendere il canto e il melodramma dei primi decenni dell’Ottocento, in un certo qual modo ha riproposto una Norma non molto dissimile dall’originale. Per la voce, che della Berzhanskaya è di autentico mezzosoprano: di bel timbro ambrato, compatta, vellutata e ricca di armonici e solida e consistente nel centro-grave, che nel settore acuto si fa più chiara, luminosa e brillante, ma senza perdere di corpo né di colore.

Vasilisa Berzhanskaya
Vasilisa Berzhanskaya ha catturato l’attenzione del pubblico già da “Sediziose voci“, il recitativo d’ingresso, e subito dopo con “Casta diva”, ricondotta all’autentico significato di preghiera intima e toccante. Emozioni che si sono ripresentate in tutti quei momenti patetici ed elegiaci – come i duetti di Norma con Adalgisa, l’arioso “Teneri figli” e il toccante finale “Deh! non volerli vittime” – che richiedono un canto spiegato, morbido e affettuoso, e anche controllato e privo di qualsiasi enfasi o connotazione realistica; momenti che richiedono accenti aulici e una linea di canto stilizzata e aristocratica. In quelli più imperiosi e veementi (e in Norma ce ne sono tanti al pari dei momenti pacati) Vasilisa Berzhanskaya è parsa più sorvegliata e meno incisiva e tagliente nel fraseggio; con molta probabilità per la cautela dovuta al timore che può incutere una scrittura vocale impervia e temibile qual è quella di Norma (da qui qualche esitazione di natura tecnica ma in fondo di lieve conto) e anche per il fatto che Vasilisa Berzhanskaya era al suo primo “incontro” con un’opera che si presenta come il capolavoro monstre di Vincenzo Bellini. Un “incontro” che il bravo mezzosoprano russo, ci si augura, proporrà approfondito nel futuro con maggior sicurezza.

Vasilisa Berzhanskaya – Carmela Remigio
In questa Norma “genovese” anche il personaggio di Adalgisa è stato ricondotto al suo tratto originario. Stando al libretto di Felice Romani Adalgisa è una novizia e una vergine pulzella, quanto Norma è un capo spirituale avvalorato e una donna adulta e madre. Per Norma Adalgisa è la giovinezza perduta, è l’innocenza di un’anima candida che adesso per lei non è più tale. Per Pollione Adalgisa rappresenta quell’amore primiero cui tornare, quello che per Norma è ormai consumato. La cantante per la quale Bellini pensò il ruolo di Adalgisa era Giulia Grisi; e quando con la maturità passò a interpretare Norma il compositore disapprovò, perché nella Grisi non trovava quel “sublime tragico” che era tipico di Giuditta Pasta. Stando alle cronache la voce di Giulia Grisi era omogenea su tutta la gamma, chiara fresca e agile, e il suo canto aveva slancio ed era dolce ed estatico. E Giulia Grisi era un soprano puro. Dunque si è rivelata filologicamente opportuna la scelta di affidare l’Adalgisa di Genova a un soprano. Che era Carmela Remigio. In possesso di una voce di timbro sopranile chiaro, che ben si “sposava” con quello bruno di Vasilisa Berzhanskaya, e ben si riverberavano l’una nell’altra. Purtroppo la voce di Carmela Remigio oggi sembra aver perso armonici e risonanza rispetto a qualche anno fa, così da apparire al centro a volte sbiancata e nel settore acuto con poco corpo. Causa forse un repertorio assai vasto e una frequentazione un po’ troppo assidua dei palcoscenici d’opera. Tuttavia l’esperienza e la maturità tecniche e artistiche sono tali per cui Carmela Remigio è stata un’Adalgisa convincente.

Stefan Pop – Vasilisa Berzhanskaya
Stefan Pop era Pollione. Lo era con una voce maschia e robusta, sonora al centro e squillante in alto. Una voce ben modulata e adoperata per fraseggi affettuosi e sfumati, come quando il proconsole romano seduce Adalgisa oppure quando è turbato o si sente colpevole di fellonia. Pure nei fraseggi più veementi e infuocati, allorché Pollione si rivela un uomo di polso e determinato allo scontro pur di avere Adalgisa, Stefan Pop si prodigava in un canto vario e ricco di colori e di accenti pertinenti alla caratterizzazione di Pollione, che appariva amante focoso e pieno di ardore. Tali fraseggi però a volte suonavano un po’ troppo “ricercarti”, un po’ troppo magniloquenti e “spinti”. Perché Norma è un’opera neoclassica che sta sulla soglia del romanticismo e chi l’affronta deve far trapelare il fuoco della passione ma dietro la bellezza e l’eleganza delle forme e la perfezione dello stile.

Alessio Cacciamani
Alessio Cacciamani interpretava Oroveso. Un giovane cantante all’inizio di una carriera in ascesa, dotato di una voce di basso di smalto non particolarmente fascinoso, che però Cacciamani ha mostrato di saper usare con espressività, finendo con il tratteggiare un capo dei Druidi e padre di Norma di sicura autorevolezza. Simona Di Capua e Blagoj Nacoski sono stati attendibili nelle parti di Clotilde e di Flavio, ossia la confidente di Norma e l’amico di Pollione.

Simona Di Capua – Carmela Remigio – Stefan Pop – Vasilisa Berzhanskaya – Alessio Cacciamani – Blagoj Nacoski
Se tutti gli artisti impegnati in questa Norma al Teatro Carlo Felice sono stati, pur con i “nei” e le “imprecisioni” di cui s’è detto, cantanti adeguati e soprattutto valenti interpreti, questo lo si deve al direttore Riccardo Minasi, che giocando con le agoniche e le dinamiche, sottoposte a continue e differenziate variazioni, ha posto i cantanti in condizione di avere un fraseggio assai mobile e fluido, e quindi assai espressivo. A questo c’è da aggiungere l’attenzione di Minasi per l’orchestra. Ha dipinto le melodie con così tanti colori, ha evidenziato così tanti dettagli armonici e ha trovato così tante sottigliezze strumenti, da sottrarre l’orchestra alla sola funzione di accompagnamento per renderla protagonista al pari del canto. Se a questo aggiungiamo che la partitura diretta era in versione filologia e fedele il più possibile all’autografo, ecco che questa Norma “genovese” è parsa nuova, inedita, sorprendente e incredibilmente coinvolgente. Un esempio su tutti: il finale dell’opera, che ha affascinato e commosso. Iniziava con il duetto “In mia man alfin tu sei”, che è stato condotto con un tempo più veloce dell’usuale cosicché il fraseggio acquistava insolito vigore e maggior tenuta drammatica; seguiva il ben lento concertato “Qual con tradisti” che per contrasto rendeva la scena della colpevole confessione di Norma intensa inquieta e gradiva di angoscioso stupore, con la tensione infine che si scioglieva nel tumultuoso cadenzato e rapido finale, preceduto da un “Deh! Non volerli vittime” – la straziante implorazione di Norma per la salvezza dei figli – giustamente infiammato dalle lente e dense ondate sonore dell’orchestra, che aggiungevano commozione su commozione. Risultati resi possibili anche dalle belle prove prestate dal Coro (il Maestro è Claudio Marino Moretti) e dall’Orchestra del Teatro Carlo Felice di Genova.

Ringraziamenti finali con Riccardo Minasi e Stefania Bonfadelli, tra loro Vasilisa Berzhanskaya
E veniamo alla regia. Stefania Bonfadelli nasce e si afferma come soprano, ma è dall’ottobre 2016 che si occupa di regie d’opera. Allestisce questa Norma con gli occhi di chi l’opera lirica la conosce dal didentro, di chi la rappresenta sul palcoscenico dopo averla pensata in palcoscenico. Perché Stefania Bonfadelli ha messo in scena la Norma di Vincenzo Bellini studiandone attentamente il libretto. Più che rappresentare la storia di Norma di Pollione e di Adalgisa, ha raccontato i sentimenti che questi personaggi e questa storia muovono; ha dato risalto al testo celato nell’ordito della trama. È così allora che il tentato infanticidio non vede i figli di Norma in scena, tutto è raccontato come un incubo. Stefania Bonfadelli fa entrare il pubblico nella mente di Norma, le sue parole non illustrano un’azione bensì un pensiero, che proprio perché meditato (e potenziato dalla musica) manifesta tutta la sua spaventevole forza, diventando ancor più mostruoso.
Stefania Bonfadelli cala la vicenda di Norma in un contesto di guerra: sullo sfondo appaiono incendi dai sinistri bagliori; il palcoscenico raffigura una landa desolata, punteggiata soltanto da qualche tronco d’albero incenerito; uomini armati combattono corpo a corpo con una violenza inusitata. La brutalità è tale che sul campo rimane anche il corpo di un bambino. Entra Oroveso che prende il corpo esanime tra le braccia ed esce di scena. Tutto questo accade mentre va la sinfonia. E subito viene in mente, come in un inquietante flash forward, il finale dell’opera: quando Oroveso prenderà in custodia i propri nipoti, i figli di Norma. Gesto fatto e che sarà ripetuto per ogni vittima di guerra. Un conflitto che si intuisce fratricida, per i costumi dei romani e dei galli scarsamente differenziati, e che sono non di foggia antica ma contemporanea. Un’ambientazione moderna che non ha gradito una parte del pubblico (della recita di questa cronaca, e non soltanto della prima). In ogni tempo (e adesso più che mai evidente) le ostilità, di qualsiasi natura e grado, portano il tragico fardello di lacrime e sangue. E la morte di Norma e di Pollione, che nel libretto è lasciata all’immaginazione di chi guarda ma che Stefania Bonfadelli palesa, con la sacerdotessa druidica che in scena uccide il “crudele romano” e poi si suicida, è un colpo nello stomaco che dimostra in extrema ratio la tragicità e insensatezza di ogni conflitto.
P.S.
Alle tre rappresentazioni di Norma che hanno visti impegnati Berzhanskaya, Remigio, Pop e Cacciamani si è alternata una terna di recite con Gilda Fiume (Norma), Anna Dowsley (Adalgisa), Antonio Corianò (Pollione) e Mariano Buccino (Oroveso). Cantanti che si sono cimentati non già con la partitura “originale” ma con quella che viene considerata “tradizionale”: con i ruoli delle protagoniste femminili invertiti – Norma è cantata da un soprano mentre Adalgisa da un mezzosoprano – con il finale del primo atto eseguito nella stesura più breve e con l’intervento corale, con il coro “Guerra, guerra” privato della coda orchestrale e con il “Casta diva” cantato in SOL maggiore; una tonalità “proibitiva” per un mezzosoprano ma più “abbordabile” per un soprano. Purtroppo, per questioni di tempo, non è stato possibile fare un ascolto comparato, ma è doveroso riferire e applaudire a questa iniziativa della Sovrintendenza (Claudio Orazi) e della Direzione Artistica (Pierangelo Conte) che ha visto proporre a giorni alterni «due versioni cronologicamente distinte dell’opera, ma entrambe originali di Bellini, che non potrebbero essere conciliate altrimenti in un’unica esecuzione» come ricorda nel programma di sala Riccardo Minasi, che è Direttore Musicale del Teatro Carlo Felice oltre a essere stato il curatore dell’edizione critica di Norma insieme con Maurizio Biondi.

Claudio Orazi – Vasilisa Berzhanskaya – Riccardo Minasi – Pierangelo Conte

Recensione ineccepibile e veritiera. Io c’ero (all’ultima replica) e sottoscrivo appieno quanto scritto: un’edizione stimolante che ha convenientemente “evocato” il canto della Pasta e della Grisi. Non dimentichiamo tuttavia la NORMA di Martina Franca del 1979 con la compianta Grace Bumbry (Norma mezzosoprano) e la formidabile Lella Cuberli (Adalgisa soprano, come Bellini volle).
Ho assistito anche alla “seconda” Norma, dove si sono fatte ampiamente onore Gilda Fiume (Norma soprano di ottima tecnica e con agilità notevoli) e Anna Dowsley (Adalgisa pienamente mezzosoprano), con notevoli mezzi e il bisogno di qualche abbandono in più.
Complimenti e grazie davvero al Carlo Felice e al maestro Minasi per questa splendida iniziativa.