Il 7 maggio 2023 a Vienna è morta Grace Bumbry. Era nata il 4 gennaio 1937 a Saint Luois nel Missouri.

La sera del 26 luglio 2022 nel cortile del Palazzo Ducale a Martina Franca veniva conferito a Grace Bumbry il Premio “Rodolfo Celletti” 2022 nell’ambito del 48° Festival della Valle d’Itria. Si era voluto così celebrare «un’artista di livello internazionale che aveva indubbiamente contribuito ad una maggiore comprensione della voce femminile, rompendo gli stereotipi riguardanti ciò che un soprano – o un mezzosoprano – può fare o cantare, andando oltre le categorie accademiche. In questo Grace Bumbry è stata un vero e proprio esempio: aveva dimostrato che ogni voce è unica nella sua individualità e che i ruoli potevano essere cantati in base alla voce di ogni cantante invece di appartenere solo ad una precisa categoria».

Ero presente. Ed era anche l’ultima volta che vedevo Grace Bumbry. E mentre l’applaudivo ricordavo le volte (poche purtroppo!) che avevo ascoltato Grace Bumbry dal vivo: all’Opera di Roma nel 1974 (ed era il primo incontro) come Eboli nel Don Carlo di Verdi e alle Terme di Caracalla nel 1987 e poi nel 1989 ancora in un ruolo verdiano: Amneris dell’Aida. In mezzo ci furono due concerti: all’Accademia Nazionale di Santa Cecilia nel 1981 e al Teatro Brancaccio nel 1987.

Applaudivo emozionato nel cortile del Palazzo Ducale a Martina Franca e ricordavo che, ascoltando Grace Bumbry dal vivo, venivo colpito ogni volta dalle estreme naturalezza e facilità con cui cantava e dall’essere un’interprete di grande personalità. Grace Bumbry sapeva essere veemente e appassionata e all’occorrenza anche farsi tenera e affettuosa, tutto grazie a una tecnica solida e sicura che le consentiva fraseggi e accenti scolpiti, levigati, ricchi di colori e sfumature.
Applaudivo sempre emozionato e ricordavo la voce di Grace Bumbry, che a ogni ascolto sempre mi colpiva per la bellezza e la sontuosità, per l’omogeneità in tutti i registri, per i centri e gravi corposi e per gli acuti sempre squillanti e che non perdevano mai in lucentezza e consistenza.
Applaudivo ancora più emozionato e ricordavo che la voce di Grace Bumbry era dotata di grandissima estensione. Avevo letto che andava dal fa grave al re sopracuto e che con uno studio tenace e costante Grace Bumbry aveva saputo curare e coltivare quella voce, riuscendo a destreggiarsi con notevole disinvoltura tra i ruoli di mezzosoprano e quelli di soprano. Grace Bumbry fu dunque Carmen, Dalila e Cassandre e Didon in Les Troyens, poi passò da Adalgisa a Norma, da Amneris ad Aida, da Klytämnestra a Elektra, da Laura a Gioconda, da Venus a Elisabeth nel Tannhäuser e arrivò anche ad Abigaille e Lady Macbeth, a Tosca e Turandot, a Medea e a Salome.
Io però l’avevo ascoltata in teatro soltanto in ruoli per mezzosoprano, ma nei due concerti romani cantò anche “Piangerò la sorte mia” dal Giulio Cesare di Händel e “Summertime” da Porgy and Bess di G. Gershwin e chiuse il concerto al Teatro Brancaccio con “Io son l’umile ancella” da Adriana Lecouvreur di Cilea.


Il mio ricordo di Grace Bumbry finisce qui. Con un video montato con le fotografie delle opere da lei interpretate a Roma, con altre di “repertorio” e di varie occasioni e anche con il “mio” ultimo scatto fatto a Martina Franca.
Tutto per dirti: «Addio, Grace Bumbry. E grazie per le grandi emozioni che hai suscitato e per i bei ricordi che hai lasciato. In me. E in ogni melomane che ha goduto della tua arte».

Un gran bel ricordo che ho condiviso in parte anch’io. La ricordo ne La Gioconda al San Carlo e come Eboli a Macerata con l’Elisabetta della Caballe’, Cesare Siepi, Giorgio Zancanaro e come seducentissima Carmen a Roma nel bell’allestimento di Guttuso. Aveva studiato con la grande Lotte Lehman e parecchi anni fa si ventilava una sua apparizione come Madame de Croissy nei DIALOGUES DES CARMITES. Peccato: grazie comunque, grazie.