L’11 giugno 2025 al Teatro dell’Opera di Roma c’è stata l’ultima replica dell’Italiana in Algeri di Gioachino Rossini con gli interpreti principali sostenuti da altri cantanti rispetto alla prima rappresentazione: Laura Verrecchia (ruolo della protagonista Isabella), Adolfo Corrado (Mustafà), Antonio Mandrillo (Lindoro) e Vincenzo Taormina (Taddeo).

Antonio Mandrillo, Laura Verrecchia e Adolfo Corrado – © Fabrizio Sansoni
Si inizia a riferire tornando a parlare di Adolfo Corrado che aveva sostituito in corso d’opera Paolo Bordogna, colto da improvvisa afonia alla prima del 5 giugno (di cui dettagliatamente s’è scritto nel precedente articolo su questo sito). Adolfo Corrado, in carriera da pochissimo tempo, si conferma un interessante basso “cantante”. La voce è di un bel colore scuro, ha corpo e volume, è omogenea sonora e vibrante, sono buoni il legato e il fraseggio, la vocalizzazione è fluida e netta. A voler trovare un qualche “difetto”, si riscontra nel canto di Adolfo Corrado una certa “leggerezza” nelle note gravi più profonde e gli estremi acuti, quando non “girano” perfettamente, tendono ad andare indietro e a perdere lucentezza. Imperfezioni che sicuramente saranno superate con lo studio.
Tuttavia l’interpretazione che di Mustafà offre Adolfo Corrado è assai partecipe e convincente; grazie a un fraseggio studiato e calibrato negli accenti e nei colori, che del Bey di Algeri fa percepire i tratti comici e creduli ma anche quelli più fieri e impettiti, facendo così mai dimenticare di essere di fronte a un sultano, seppur alquanto “merlo”.

Laura Verrecchia e Adolfo Corrado – © Fabrizio Sansoni
Laura Verrecchia è una giovane cantante in carriera da una decina d’anni, iniziata ufficialmente nel nome di Rossini con Il barbiere di Siviglia nel 2015 al Teatro Goldoni di Livorno. È un mezzosoprano al suo debutto, qui a Roma, in un ruolo da contralto. La voce non s’impone per un timbro particolarmente “personale”, ma al centro ha una certa morbidezza e in alto trova la giusta espansione. È nel settore più grave, proprio del contralto, che la voce perde consistenza e diventa più secca e vuota rispetto al resto, cosicché per dare pregnanza al canto Laura Verrecchia più che aprire il suono e appesantirlo (ma qualche nota presa un po’ troppo di petto si avverte) punta sull’enfasi dell’accento e sull’intenzionalità del fraseggio. E questo si riverbera sull’interpretazione che risulta poco seducente e maliziosa e spostata di più sugli aspetti spiccatamente comici e risoluti del personaggio.

Antonio Mandrillo, Jessica Ricci e Laura Verrecchia – © Fabrizio Sansoni
Antonio Mandrillo che è Lindoro, mantiene di contro la voce leggera cosicché se ne avvantaggiano la chiarezza del timbro, la luminosità degli acuti, che quasi mai sono spinti ma anzi spesso e volentieri suonano rotondi e morbidi, e anche la vocalizzazione che è scorrevole ma soprattutto non si sente mai forzata. Insomma un bel tenore “amoroso”, che così caratterizza l’innamorato di Donna Isabella con un canto piuttosto modulato. Anche per Antonio Mandrillo, a voler proprio pignoleggiare, si sono riscontrati un paio di “incidenti” di emissione e respirazione, che hanno portato a intaccare il settore acuto e il legato; “incidenti” riscontrati quasi esclusivamente nell’aria di sortita (Languir per una bella) e con ogni probabilità di percorso, dovuti più all’emozione che a una défaillance tecnica vera e propria.

Vincenzo Taormina – © Fabrizio Sansoni
L’ultima “novità” del cast di questa replica dell’Italiana in Algeri all’Opera di Roma è data da Vincenzo Taormina che impersona Taddeo, lo spasimante di Isabella che si finge suo zio per sfuggire al “palo” di Mustafà. Ne offre un’interpretazione eccellente di assoluto buon canto, con una voce ben emessa e ben proiettata che si prodiga in un fraseggio analitico da autentico buffo “parlante”, sempre condotta sul filo di una comicità forbita, che mai scade negli eccessi della caricatura, e che si screzia anche di qualche nota di triste ironia. Vincenzo Taormina è un baritono natio di Palermo in carriera da una ventina d’anni, che vanta numerosi corsi di perfezionamento con i nomi più importanti del panorama lirico internazionale, a partire da Leyla Gencer, Christa Ludwig e Carlo Bergonzi, passando per Michael Aspinall, Ernesto Palacio, Renato Bruson, Luciana Serra e Raina Kabaivanska.
In linea con la prima recita del 5 giugno, sono le prove offerte dai giovani cantanti del “Progetto Fabbrica”: Jessica Ricci (Elvira), Maria Elena Pepi (Zulma) e Alejo Alvarez Castillo (Haly). Così come le regia di Orlando Forioso, che si conferma di un “old-style” didascalico e marcatamente comico sconfinante nel caricaturale.

Maria Elena Pepi, Jessica Ricci, Alejo Alvarez Castillo e Adolfo Corrado – © Fabrizio Sansoni
La direzione di Sesto Quatrini appare nuovamente leggera e trasparente, fantasiosa e varia nella conduzione dell’orchestra, studiata e curata nella concertazione, indiavolata e precisa nella scansione ritmica, raggiungendo nel complesso un più che buon affiatamento musicale e di intenti tra buca e palcoscenico, consentendo (anche a chi scrive) di concentrarsi e di apprezzare ancor più le indiscusse bellezza e perfezione dell’Italiana in Algeri di Gioachino Rossini. Così da rendere quasi immediato e consequenziale andare col pensiero a ciò che Stendhal pensava e scriveva di quest’opera. Considerava, ad esempio, la cavatina di Lindoro «Languir per una bella» di musica semplicissima e di perfetta freschezza: una delle cose più belle scritte da Rossini per un’autentica voce di tenore.
Come trovava sublime e divino il finale del primo atto, in cui Mustafà canta « la mia testa fa bumbum» e Taddeo «una cornacchia che spennata fa crà crà» dando vita insieme con Isabella Elvira e Zulma (col campanello in testa che «fa dindin») e con Lindoro e Haly (percossi da un martello che «fa tac tà») a un ingranaggio onomatopeico di estrema rapidità e senza alcuna enfasi, semplicemente folle e travolgente.
Del secondo atto lo scrittore francese apprezzava sopra ogni cosa il terzetto «Pappataci! che mai sento!» di grande forza e gradevolissimo all’orecchio per il contrasto tra la voce chiara di Lindoro e quella scura di Mustafà. Niente di più allegro e trascinante poi della conclusione del terzetto: «Fra gli amori e le bellezze»; e qui bisogna riconoscere che la concertazione di Sesto Quatrini con Corrado, Mandrillo e Taormina è perfetta ed esemplare, come del resto era accaduto alla prima con Kiria Monaco e sempre Corrado. Per Stendhal il genio di Rossini, nell’Italiana in Algeri, finiva con questo magnifico terzetto, cui seguiva un monumento storico: l’aria di Isabella «Pensa alla patria», che audacemente coniuga i più nobili sentimenti patriottici, affidati a una melodia calda e distesa, con quelli amorosi di Isabella e Lindoro, dolci e teneri, che si sciolgono in una voluttuosa e quasi orgiastica vocalizzazione rapidissima.

Jessica Ricci, Maria Elena Pepi, Laura Verrecchi, Vincenzo Taormina
Adolfo Corrado, Alejo Alvarez Castillo, Antonio Mandrillo
© Fabrizio Sansoni
L’italiana in Algeri andò in scena al Teatro San Benedetto di Venezia il 22 maggio 1813, riscuotendo un consenso unanime, che aumentava di giorno in giorno; un cronista riferì che alla terza recita «il genio fervido di questo bravo maestro fu festeggiato con il gettito di poetiche composizioni e con continue acclamazioni». Secondo Stendhal questo entusiasmo era dovuto all’affinità tra il carattere della musica di Rossini e quello dei veneziani. Questi volevano canti gradevoli, leggeri piuttosto che appassionati, e L’italiana in Algeri come nessuna opera possibile poteva maggiormente piacere ai veneziani, dal momento che in essa tutto è brio, piacere trascinante, gaiezza e follia.
E tutto questo anche perché a interpretare Isabella e Mustafà c’erano due artisti fenomenali: Marietta Marcolini e Filippo Galli. Il contralto fiorentino, che vantava una voce dolce e pastosa e notevoli doti virtuosistiche, tornava alla musica di Rossini dopo le prime assolute dell’Equivoco stravagante, di Ciro di Babilonia e della Pietra del paragone, mentre Filippo Galli, reputato uno dei più grandi “bassi cantanti” italiani della prima metà dell’Ottocento, emergeva sia nel canto d’agilità sia in quello espressivo, eccellenti qualità vocali che lo portavano a essere un grandissimo interprete, aiutato anche da una notevole presenza scenica. Dopo L’italiana in Algeri Rossini non esitò a sceglierlo per altri ruoli capitali: Il turco in Italia, La gazza ladra, Maometto II e soprattutto Semiramide, parte virtuosistica tra le più complesse che Rossini scrisse apposta per lui.

Laura Verrecchia e Adolfo Corrado – © Fabrizio Sansoni
