Non ci pensar per ora, sarà quel che sarà, dice Isabella nell’Italiana in Algeri di Gioachino Rossini. Un caro trionfo novello quanto dolce a quest’alma sarà, avrebbe dovuto affermare Mustafà. Niente di tutto questo invece s’è sentito dalla voce di Paolo Bordogna che interpretava il bey d’Algeri nel dramma giocoso per musica, capolavoro “buffo” e indiscusso del cigno di Pesaro, andato in scena all’Opera di Roma giovedì 5 giugno 2025.

Durante le prove:Jessica Ricci (Elvira), Maria, Elena Pepi (Zulma), Chiara Amarù (Isabella)
Paolo Bordogna (Mustafà), Dave Monaco (Lindoro), Misha Kiria (Taddeo) e Alejo Alvarez Castillo (Haly)
(© Fabrizio Sansoni)
Niente di tutto questo s’è sentito, perché dopo poco aver attaccato l’aria “Già d’insolito ardore nel petto” Paolo Bordogna ha un colpo di tosse e si zittisce e con lui l’orchestra; esce di scena e dopo un paio di minuti rientra e scusandosi riprende a cantare l’aria dall’inizio. Ma nello stesso punto in cui poco prima s’era interrotto, Paolo Bordogna di nuovo resta senza voce ed esce ancora verso le quinte. Smarrimento e disagio generali. Il direttore Sesto Quatrini lascia il podio per avere informazioni sul da farsi e cala il sipario. Trascorsi quindici minuti almeno, che in un teatro con il pubblico lasciato all’oscuro e nell’incertezza sembrano eterni, la voce del capo ufficio stampa annuncia che Paolo Bordogna colpito da improvvisa afonia abbandona la recita, che comunque continua con il ruolo di Mustafà sostenuto da Adolfo Corrado, il basso del cast alternativo previsto per tre delle sei rappresentazioni in cartellone. Una serata che pare cominciare non esattamente sotto gli auspici migliori. Paolo Bordogna già dall’entrata in scena sembra fuori forma: voce opaca, fatica negli acuti e nella sillabazione e intonazione non sempre adamantina, lasciando anche sospettare che si stia cimentando con una parte di basso “cantante” (come è quella di Mustafà) non proprio ideale per la vocalità di un basso “parlante” quale invece sembra essere Paolo Bordogna, stando al suo repertorio di prevalenza.

Alejo Alvarez Castillo (Haly) – Adolfo Corrado (Mustafà)
(© Fabrizio Sansoni)
Lo sostituisce dunque Adolfo Corrado che entra e a freddo canta l’aria incriminata, correttamente anche se con cautela affronta le tante agilità che la costellano. La sua voce di basso è sonora e alquanto morbida, di un colore più scuro di quello di Bordogna, ma in zona grave sembra perdere un po’ di corpo, così come negli acuti che nel micidialissimo terzetto del Pappataci girano piuttosto male. Paiono “incidenti” di percorso, perché Adolfo Corrado fa intuire di possedere una corretta tecnica di canto e di essere un interprete di statura e musicale. E il pubblico lo apprezza stando agli applausi finali che gli elargisce, anche come sentito ringraziamento per aver salvato la serata. Da ascoltare ancora, ma in una recita meno stressante.

Misha Kiria (Taddeo) – (© Fabrizio Sansoni)
Misha Kiria è un baritono georgiano che vanta pregevoli esibizioni rossiniane come “buffo” (Il barbiere di Siviglia e La Cenerentola in particolare). In questa Italiana in Algeri “romana” esibisce una buona linea di canto, morbida e modulata (eccetto tuttavia qualche acuto fortunoso e slittamento d’intonazione, dovuti con molta probabilità al nervosismo) e si conduce in un’interpretazione più comica che ironica, incentrata più sulla stupidità del personaggio (Sciocco! tu ridi ancora? lo apostrofa indispettita Isabella) che sulla sua pavidità.
Il tenore Dave Monaco ha la voce di timbro chiaro ma non sbiancato e linfatico (com’era dei tenori rossiniani d’un tempo, ormai fuori stile), il canto è morbido e sfumato in zona centrale e quando c’è da intonare un cantabile, ma nel settore acuto il suono è spesso spinto e si sente asprigno e metallico. E così la vocalizzazione che quasi sempre è presa di forza e suona dura, risultando poco adatta al canto di un tenore amoroso come Lindoro. Dave Monaco è al debutto all’Opera di Roma e anche per il ruolo, che in riprese successive e in serate meno nervose potrà con buona probabilità affinare.

Chiara Amarù (Isabella) – (© Fabrizio Sansoni)
E veniamo alla protagonista che è Chiara Amarù; prevista nella programmazione originaria per il secondo cast passa ora al primo dopo il forfait della titolare Maria Kataeva. La voce di Chiara Amarù, rispetto a passate esibizioni romane in Così fan tutte e nel Barbiere di Siviglia, sembra aver perso omogeneità tra i registri, così che si avvertono un centro morbido e un settore acuto chiaro (a volte però stridulino) da mezzosoprano e una zona grave da contralto che cerca un volume e un corpo con difficoltà, perdendo armonici e risonanza ma “acquistando” un certa gutturalità. Una disomogeneità che in fondo sembra non inficiare l’interpretazione: calorosa anche se con qualche punta di eccesso per un’Isabella volitiva e impavida, pure divertita e divertente, invece affettuosa e languida quando deve far innamorare di sé, riuscendo in definitiva come il lato più “morbido” e convincente di Isabella secondo Chiara Amarù. Come lo è la sua coloratura: fluida, netta ed espressiva.
Appartenenti al “Progetto Fabbrica”, un programma di formazione del Teatro dell’Opera di Roma per giovani artisti, sono Jessica Ricci Maria, Elena Pepi e Alejo Alvarez Castillo che comme il faut interpretano Elvira moglie di Mustafà e la sua schiava confidente Zulma e Haly capitano de’ corsari algerini.

Alejo Alvarez Castillo (Haly) – Misha Kiria (Taddeo) – Dave Monaco (Lindoro)
(© Fabrizio Sansoni)
Sesto Quatrini è il maestro direttore e concertatore, al debutto nel Teatro della città natale. Si fa notare per la ricerca di un suono leggero e trasparente, per dare maggior evidenza alla ricchezza e alla fantasia dell’orchestrazione rossiniana. Come si fa apprezzare per le sonorità, insieme con le dinamiche e le agoniche, trovate per sottolineare i caratteri dei personaggi e le situazioni. Ad esempio nell’aria di sortita di Isabella “Cruda sorte! Amor tiranno!” stacca un tempo assai lento e dal suono soffuso per dire l’inquietudine ansiosa del personaggio, giunto in terra straniera e misteriosa alla ricerca dell’amante perduto, per poi spingere l’orchestra e la cantante a un’accelerazione sostenuta e brillante per sottolineare la malizia e la scaltrezza dell’indomita Isabella. Il ritmo indiavolato e la precisione musicale Sesto Quatrini le riserva alle parti più giocose e umoristiche della partitura, come ben succede nel terzetto “Fra gli amori e le bellezze” tra Mustafà, Taddeo e Lindoro, laddove Corrado, Kiria e Monaco sono assai affiatati; altre volte però la velocità è così eccessiva che i cantanti vanno fuori tempo e la dizione diventa confusa, e allora addio precisione e concertazione, come in quel sublime capolavoro di musica e di non-senso che è il concertato finale del primo atto “Nella testa ho un campanello che suonando fa dindin”.

E veniamo da ultimo alla parte visiva di questa Italiana in Algeri. È la ripresa di una produzione del Massimo di Palermo di diversi anni fa, già vista a Roma nel 2003 con le belle e funzionali scene di Emanuele Luzzati e i costumi ricchi e fantasiosi di Santuzza Calì. La regia all’epoca era di Maurizio Scaparro (che nato a Roma nel 1932 vi muore nel 2023) oggi è riproposta da Orlando Forioso. Stendhal – grande amico e fine conoscitore di Rossini – scriveva che dell’Italiana in Algeri «parlo sempre della musica e mai delle parole» intendendo che sono le note a dare il giusto «nome al sentimento» che il testo porta in sé. Basta ad esempio la sola musica a dipingere «con giustezza e profondità il dolore di una povera donna abbandonata». Ma per Orlando Forioso non è sufficiente: ogni volta che Elvira sente parlare del ripudio di Mustafà si butta a terra e comincia a piangere e a strillare. Pleonastica sottolineatura. Secondo Stendhal. E di “gag” simili, unite a frizzi e lazzi, mosse e mossettine, parole aggiunte e cachinni d’ogni sorta che accompagnano il canto e la recitazione: gli ancheggianti di Isabella, gli ammiccamenti sessuali di Mustafà e dei suoi corsari, i doppi sensi spiattellati anziché allusi sull’investitura di Taddeo a kaimakan, la regia di questa Italiana in Algeri è piena. Una regia che appare tradizionale nelle scene e nei costumi e che continuamente con enfasi punta all’attenzione sulla comicità intrinseca del testo e delle didascalie del libretto, ma che in fondo non crede nel genio folle e ironico di Rossini, che non reputa divertente da sé sola quella musica esplosiva che esalta quella ridda di paradossi linguistici e teatrali creati dal librettista Angelo Anelli. E che suona come un déjà vu di cui si credeva persa la memoria. La serata ha comunque ottenuto successo ma non entusiastico, segno che qualche perplessità e delusione questa Italiana in Algeri, opera del grande repertorio e che tornava a Roma dopo ben ventidue anni d’assenza, le ha suscitate.

Scene Emanuele Luzzati Costumi Santuzza Calì
(© Fabrizio Sansoni)
