Paolo Di Nicola
6 gennaio 2026
L’Epifania, è una delle feste più importanti per i cristiani; gli ortodossi addirittura la fanno coincidere con il Natale. È una festa che celebra la teofania e l’agnizione universale di Gesù Cristo, quale Messia, quale Unto di Dio. Una festa che trova la sua origine nel Vangelo di Matteo, l’unico del Canone che riporta l’episodio dei Magi, dei tre sapienti che dall’oriente, guidati da una stella, viaggiano alla volta di Gerusalemme alla ricerca di Gesù, per adorarlo quale Re dei Giudei.

Fotografia condivisa dal Catalogo generale dei Beni Culturali.
I Magi nella tradizione popolare sono re e si chiamano Gaspare, Melchiorre e Baldassarre; sono sapienti sacerdoti del tempo, dispensatori di scienza e teologia, specializzati nel trarre auspici dall’osservazione del cielo. Sono abbigliati in foggia persiana, con tunica corta, calzoni attillati e berretto frigio e ognuno rappresenta qualcosa: Gaspare raffigura il figlio di Noè Jafet, l’europeo che simboleggia la giovinezza, Baldassarre l’asiatico Sem e la maturità, e infine Melchiorre che rimanda all’ultimo figlio del patriarca Noè Cam l’africano insieme con la vecchiaia.
Denso è significato del loro inginocchiarsi davanti a Maria e al pargoletto che tiene in braccio. I Magi rappresentano l’uomo di ogni età e razza, che con la mente e con il cuore riconosce e adora Gesù, Figlio di Dio. Anche i doni che essi portano rientrano in questo turbinio di valori simbolici. L’oro, il metallo prezioso per antonomasia di cui sono fatte le corone regie, rappresenta il potere ed è un omaggio alla regalità di Cristo, al suo essere a capo di un regno nuovo, dove governano la giustizia e la misericordia divina. È portato in dono da Melchiorre, il sapiente più anziano.
Il secondo dono dei Magi è l’incenso, e lo reca il maturo Gaspare come simbolo di sacralità. È il profumo che il sacerdote brucia per onorare la divinità. Quella divinità che Gesù manifesta totalmente con la sua misericordia, con il suo amore per gli uomini, con il suo essere tutto per gli ultimi, per “i calpestati e gli abbattuti di vento” – come dice Erri De Luca – per quelli che sono così schiacciati con la faccia a terra da non poter più respirare.
Per finire é Baldassarre, il Re Magio più giovane, che porta in dono la mirra, una resina aromatica che era usata per imbalsamare i morti: rappresenta l’umanità di Cristo, il suo essere così realmente uomo da averne assunto non solo la fisicità ma anche l’essenza: la bellezza e la nobiltà d’animo ma anche la fragilità e la finitezza causate del male e condensate e rafforzate nell’ultima delle negatività umane, la più definitiva e tragica, quella che azzera tutte le cose: la morte. La mirra allude così a una umanità piagata e schiacciata dalla sofferenza, che però può sempre risorgere dalla miseria a nuovo splendore, come ci dice la Morte e la Risurrezione di Cristo.

Fotografia condivisa dal Catalogo generale dei Beni Culturali.
Questi i personaggi regali che tradizionalmente appaiono accanto alla Sacra Famiglia nel presepe il 6 gennaio. Ma in quello napoletano all’Epifania fanno la loro comparsa anche le Anime Pezzentelle, il cui culto si sviluppò particolarmente tra il XVII e il XVIII secolo. Sono Anime dimenticate o abbandonate senza più parenti o amici che pregano per loro; li ritrovano tuttavia nei fedeli più pietosi e compassionevoli, che le adottato pregando per la loro liberazione dal Purgatorio in cambio di protezione e di aiuto, spesso di natura materiale. Le Anime Pezzentelle richiamano l’attesa e la speranza nella misericordia divina. I Re Magi invece, guidati dalla stella da terre lontane, simboleggiano l’umanità che va alla ricerca di Gesù Cristo per un cammino lungo e irto di difficoltà e pericoli, che come meta ha la verità e la luce. In tal modo il presepe napoletano racconta non soltanto la nascita di Gesù, ma offre una visione più ampia della fede cristiana: Cristo nasce per tutti, per i vivi e per i morti. Ci sono i Re Magi che annunciano la salvezza universale e le Anime Pezzentelle, che ricordano che dopo la morte esiste la redenzione. Il presepe diventa così una rappresentazione completa del cammino dell’umanità dalla sofferenza alla gioia, dalla rovina alla salvezza, rivelando la particolare visione religiosa e culturale di Napoli, in cui il mondo dei vivi, dei morti e del sacro convivono senza una netta separazione.


(collezione privata)

Se adesso pensiamo alla Festa dell’Epifania e alla musica che la celebra, la mente corre immediatamente a Johann Sebastian Bach che realizzò l’Oratorio di Natale, una composizione sacra riconosciuta come una delle più famose e più eseguite nella storia della musica. Fu scritta a cavallo tra il 1734 e il 1735 appositamente per la liturgia natalizia della Thomaskirche a Lipsia, dove Bach era direttore e maestro del coro da più di dieci anni. È costituita di sei parti ispirate ai Vangeli dell’Infanzia di Luca e di Matteo, che dovevano essere eseguite in giorni ben stabiliti: la Natività di Gesù il 25, 26 e 27 dicembre, la circoncisione di Gesù il giorno di Capodanno, la partenza dei Magi dall’Oriente e le profezie riguardo a Betlemme la prima domenica del nuovo anno, per finire con l’adorazione dei Magi da proporre il 6 gennaio, il giorno dell’Epifania.
L’Oratorio di Natale dal punto di vista musicale è alquanto articolato: le parole del Nuovo Testamento sono intonate da un tenore che impersona l’Evangelista, mentre il resto del testo – dovuto con molta probabilità al poeta Christian Friedrich Henrici meglio conosciuto con lo pseudonimo Picander – spetta ai solisti che partecipano all’azione e anche al coro che commenta la narrazione. Una composizione in definitiva che nasce per essere eseguita non in un concerto, ma per una comunità di cristiani – nel caso specifico della Chiesa di San Tommaso a Lipsia – a commento di avvenimenti biblici significativi per la Fede.
L’Oratorio di Natale ha suscitato tra gli studiosi e i critici qualche perplessità sul suo essere in fondo composizione frammentata, fatta di parti distinte, che posso essere eseguite in tempi differenti. Perplessità accentuate anche dal fatto che Bach riutilizzò in molti brani dell’Oratorio musiche di altro genere che aveva composto in precedenza. Ad esempio la Cantata profana Tönet, ihr Pauken! che Bach aveva musicato un anno prima per il compleanno della regina di Polonia e principessa di Sassonia, è “riciclata” nei cori di apertura della prima e della terza parte dell’Oratorio di Natale, come nell’ultima aria del basso della prima parte e anche nell’aria del tenore della seconda parte.
Espedienti creativi che non costituivano affatto un problema. All’epoca era prassi generalizzata e comunemente accettata utilizzare la tecnica della parodia, riutilizzare cioè pezzi già scritti per realizzare al meglio la poetica degli affetti. E così un’aria di sonno, che apparteneva a una cantata profana ed era intonata da una divinità pagana ma era molto bella, tranquillamente poteva essere riadattarla in un oratorio sacro dove diventava una ninna-nanna; cambiava il contesto, ma non il significato intrinseco, non gli affetti, né le emozioni che il brano suscitava in egual misura.
E ora buon ascolto con l’Oratorio di Natale di Johann Sebastian Bach diretto da Nikolaus Harnoncourt. A titolo di confronto di seguito c’è la cantata profana Tönet, ihr Pauken! diretta da Ton Koopman, un altro specialista della musica di Johann Sebastian Bach e di quella antica più in generale. I video sono entrambi tratti da YouTube.

un bella scoperta quella delle ANIME PEZZENTELLE, non ne sapevo l’esistenza ma in realtà rappresentano un anticipo della Resurrezione e ci accompagnano alla Santa Pasqua con il loro spirito orante, la loro missione sulla terra dei non viventi, la preghiera