Dal LXVI ROSSINI OPERA FESTIVAL dopo le recensioni “operistiche” è la volta adesso delle cronache “concertistiche”. Il cartellone di quest’anno oltre Zelmira, La cambiale di matrimonio e L’italiana in Algeri (di cui s’è già riferito su queste pagine) e anche Il viaggio a Reims con gli Allievi dell’Accademia Rossiniana “Alberto Zedda” annunciava tre Cantate di Rossini, tre Concerti di Belcanto con pianoforte, tre Concerti Lirico-Sinfonici con orchestra e La Messa per Rossini di Verdi e altri autori a chiusura del Festival.


Si comincia con il riferire del “Concerto di Belcanto” di Hasmik Torosyan con il bravo pianista Giulio Zappa, tenutosi nel Teatro Rossini di Pesaro il 20 agosto 2025. Non è la prima esibizione di Hasmik Torosyan al ROF; vi debuttò nel 2014 interpretando Corinna nel Viaggio a Reims degli Allievi dell’Accademia, per tornavi soltanto l’anno seguente come “prima donna” nella farsa La Gazzetta. Per questa rentrée Hasmik Torosyan si presenta con una voce corredata di timbro scuro ma luminoso, di corpo e volume, omogenea e sonora. Affronta il primo pezzo in programma, “Oh quante volte“ da I Capuleti e i Montecchi di Vincenzo Bellini, con insolita energia facendo intravvedere che in Giulietta c’è un dolore più straziato che rassegnato. E nell’aria “O nube che lieve” da Maria Stuarda di Gaetano Donizetti affidando il canto ad accenti scanditi e dolci e a tempi per lo più rapidi, Hasmik Torosyan lascia ben intendere che ciò che affligge la regina di Scozia è il ricordo della vita felice e senza affanni vissuta in Francia ora perduta per sempre. E anche i pezzi di Georges Bizet: la mélodie “Adieux de l’hôtesses arabe” e l’aria “Comme autrefois” da Les Pécheurs de perles, che parlano di rimembranze amorose, sono cantati con convinzione e partecipazione sincere e il pubblico coinvolto applaude con altrettanta franchezza.

Stando alla voce e all’espressività, Hasmik Torosyan sembra configurarsi come uno schietto soprano lirico, capace di un canto vario, di fraseggi e di accenti torniti e studiati. E non è un caso se tra i tre bis che chiudono il concerto ci sono due canzoni armene (una ninna nanna e una canzone d’amore) assai liriche e nostalgiche, cantate con un morbido gioco di colori e di sfumature che dice abbandono e sentimento, nelle quali Hasmik Torosyan sente vibrare – come dichiara prima di ogni esecuzione – la propria anima e l’amore per la terra natia. Sono queste capacità vocali e interpretative di qualità, affiorate fin dal secondo brano in programma: l’aria “Ah non credea mirarti” con la cabaletta “Ah! non giunge uman pensiero” dalla Sonnambula di Vincenzo Bellini. Un pagina che nel complesso però chiede un approccio di stampo più belcantistico che romantico, che chiede una linea di canto e un legato adamantini e tersi, estrema musicalità e stilizzazione, e di andare oltre la vocalizzazione e l’intonazione a volte incerte e certi stridori in zona acuta e di passaggio, come si notano nel canto di Hasmick Torosyan. Lo studio insieme con l’approfondimento dello stile sicuramente li azzererà, come lascia ben sperare l’esecuzione di “Come dolce all’alma mia” dal Tancredi di Gioachino Rossini a chiusura del programma.

Come a conclusione di questa cronaca non si può tacere dell’ultimo dei tre bis concessi: “Quando me’n vo soletta per la via” da La bohème di Giacomo Puccini, eseguito con suoni rotondi e aggraziati, con tanto di bella smorzatura del si naturale conclusivo. Che s’è risolto in un’interpretazione spiccatamente lirica dal fraseggio articolato, modulato e screziato di accenti patetici, che lascia intuire che questa vocalità e questo repertorio sono gli ambiti giusti e favorevoli a Hasmik Torosyan e alla sua carriera.

Il tenore russo Sergey Romanovsky debuttò al Rossini Opera Festival nel 2017 con Le Siège de Corinthe, suscitando scalpore e interesse grandi, seguirono poi Ricciardo e Zoraide nel 2018 e da ultimo nel 2021 Elisabetta regina d’Inghilterra. Vi torna il 21 agosto 2025 al Teatro Rossini con questo “Concerto Lirico-Sinfonico” insieme con il direttore Asier Eguskitza e l’Orchestra Sinfonica Gioachino Rossini. Torna e di nuovo conquista il pubblico del ROF; già dall’entrata in palcoscenico con la bella figura alta e slanciata e il sicuro controllo della scena.

Lo riconquista ancor più appena comincia a cantare con quella voce fascinosissima, di un timbro maschio e scuro dai riflessi di un bel nero profondo; una voce calda e avvolgente, che diventa ben sonora nel salire e squillante quando giunge all’acuto. Una voce che s’impone all’ascolto, che si sente vibrante e sensuale in zona medio-grave ad esempio in “O Paradis” da L’Africaine di Meyerbeer o in “Ah sì, per voi già sento” da Otello di Rossini, come si sente scintillante, se non addirittura elettrizzante quando si cimenta con i momenti vocalizzati soprattutto quando affiorano le agilità “di forza”.
Una voce di cui Sergey Romanovsky a tratti sembra quasi compiacersi: allorché apre e spinge il suono, che certamente acquista maggior risonanza e volume ma anche qualche stimbratura, come pure perde flessuosità e morbidezza. E questo si avverte maggiormente in pagine come “Quando le sere al placido” da Luisa Miller, che Verdi vuole drammaticamente impostata sui contrasti, laddove all’energia e al vigore degli acuti “sparati” nel recitativo non corrisponde nell’aria che segue il contraltare del fraseggio colorito dai suoni e dagli accenti morbidi e sfumati. Quando però Sergey Romanovsky affronta il repertorio russo, e si sente casa, con la canzone dell’ospite indiano da Sadko di Rimskij-Korsakov e l’aria di Lenskij da Evgenij Onegin di Čajkovskij, le cose vanno meglio: il suono è meno spinto e l’espansività del canto appare più contenuta, conferendo un attraente tono malinconico alla melodia, soprattuto nell’aria di Lenskij.


Poi arrivano i bis, che sono ben quattro: un “pezzo” russo, le canzoni Granada di Agustín Lara e Tu ca non chiagne di Ernesto De Curtis e La danza da “Péchés de vieillesse” di Gioachino Rossini. E qui proprio perché di fuori programma si tratta, fatti a quasi esclusivo favore del pubblico, Sergey Romanovsky si dà al massimo grado, con una voce sempre più echeggiante e penetrante e con un canto altrettanto generoso ed empatico. E poco importa che la canzone napoletana è intonata con molta energia, dimentica della dolcezza e sensualità dell’accento napoletano, e importa ancor meno se La danza è staccata a un ritmo così vorticoso da capire appena la metà delle parole, dette per lo più con un fondo di ansietà. L’importante è che tutto si conclude con acuti che colpiscono a fondo, tanto sono tenuti e vibranti. E che anche colpiscono al cuore del pubblico, che ringrazia osannante e pago.

E veniamo al concerto che è sembrato il più interessante e accattivante tra gli eventi di cui si sta riferendo: la Messa per Rossini per soli, coro e orchestra eseguita a chiusura del LXVI ROSSINI OPERA FESTIVAL il 22 agosto 2025 nel Teatro Rossini, con le voci di Vasilisa Berzhanskaya, Caterina Piva, Dmitry Korchak, Misha Kiria e Marko Mimica, il Coro del Teatro Ventidio Basso e l’Orchestra del Teatro Comunale di Bologna, diretti da Donato Renzetti. La Messa per Rossini è stata eseguita per la prima volta al ROF con la dedica alla memoria di Gianfranco Mariotti, il fondatore del Festival di recente scomparso.

Sugli scudi il contralto Vasilisa Berzhanskaya, qui alle prese con una parte per soprano. Della bellezza timbrica della sua voce, della pastosità e della rotondità del suono, come della saldezza dell’emissione, della morbidezza del legato e del controllo delle dinamiche del fraseggio ben si sa, ma qui nella Messa per Rossini stupisce e colpisce come tutto ciò sia al servizio di un’interpretazione di forte intensità ed emotività, e fin dall’inizio per giungere al vertice di un “Libera me, Domine” davvero impressionante nell’espressività e nella sicurezza tecnica con cui Vasilisa Berzhanskaya gestisce piani e pianissimi, forti e fortissimi. In questo gioca a favore Donato Renzetti che ben dirige e ancor meglio concerta, con le particolari ispirazione e attenzione che mette nel raccontare le bellezze melodiche e armoniche di una pagina dell’Ottocento musicale italiano semi-sconosciuta. Sebbene qualche scollamento tra orchestra e voci (soprattutto del coro) si è avvertito, per problemi di volumi sonori non perfettamente calibrati e per le poche prove a disposizione.

Tra i solisti si fanno notare anche Caterina Piva, che esibisce una voce di mezzosoprano piena e calda nel centro grave e limpida in alto e Misha Kiria che conferma – al ROF 2025 è stato Taddeo nell’Italiana in Algeri – il possesso di una voce di un bel colore baritonale, robusta e sonora negli acuti, ma conferma anche un canto piuttosto limitato nei colori e nelle sfumature. Il basso Marko Mimica canta con più credibilità rispetto a quanto fatto quest’anno a Pesaro in Zelmira, ma la voce è disomogenea e a tratti stimbrata con l’intonazione non sempre precisa. Purtroppo non è possibile riferire della prova di Dmitry Korchak colto da improvvisa tracheite: è costretto a tagliare “Ingemisco”, il solo assolo per tenore, e per consentirne l’esecuzione del concerto canta accennando nel “Lux perpetua” insieme con il baritono e il basso.

E veniamo a raccontare un po’ della storia di questa Messa per Rossini, che a Pesaro segue per la prima volta le uniche due esecuzioni integrali avvenute dall’anno della composizione: a Stoccarda e a Parma nel 1988.
Il 13 novembre 1868 muore Gioachino Rossini e Giuseppe Verdi propone di «onorarne la memoria con una Messa da Requiem da eseguirsi nell’anniversario della sua morte. […] La Messa dovrebbe essere eseguita nel S. Petronio della città di Bologna che fu la vera patria musicale di Rossini. […] Appena eseguita dovrebbe essere suggellata e posta negli archivi del Liceo Musicale di quella città, da cui non dovrebbe essere levata giammai». Questa Messa sarebbe stata realizzata da Giuseppe Verdi insieme con altri compositori, scelti tra i più significativi dell’epoca, che avrebbero musicato ciascuno un brano del testo liturgico; a Verdi, avallando una sua precisa richiesta, è concesso di musicare il “Libera me, Domine” finale. Questi i dodici compositori che partecipano al progetto oltre a Giuseppe Verdi: Antonio Bazzini, Raimondo Boucheron, Antonio Buzzolla, Antonio Cagnoni, Carlo Coccia, Gaetano Gaspari, Alessandro Nini, Teodulo Mabellini, Carlo Pedrotti, Lauro Rossi (che sostituisce Enrico Petrella), Pietro Platania e Federico Ricci.

Il progetto si concretizza nel settembre 1869 con la partitura completata in tutte le sue parti. Al momento di eseguirla nella Chiesa di S. Petronio a Bologna per l’anniversario del primo anno della morte di Rossini, il progetto salta per vari motivi, principalmente di natura finanziaria e burocratica ma anche per invidie personali e un certo campanilismo che non manca nell’Italia appena unificata. La Messa per Rossini dunque non è suonata a Bologna, né più eseguita in altre chiese o sale da concerto di altre città italiane (ci saranno due tentativi nel 1870 e nel 1871 di darla alla Scala di Milano, ma falliranno sul nascere). La Messa per Rossini viene così “smontata” e ai singoli compositori sono restituiti gli spartiti dei pezzi già scritti, che però soltanto Buzzolla, Cagnoni, Mabellini e Platania riutilizzano in altre composizioni. Anche Giuseppe Verdi rivede il suo “Libera me, Domine” e modificato lo riutilizzerà cinque anni più tardi.

La Messa per Rossini non è un capolavoro, ma sicuramente è una composizione di pregio e interessante da conoscere, non solo dagli studiosi e dai critici ma anche da chi sinceramente apprezza il melodramma italiano e vuole sempre più e meglio indagarne la storia. Si avverte di primo acchito che si tratta di lavoro non unitario: sono tanti i musicisti impegnati e molti di specialità differenti. Ci sono autori di musica sacra (Boucheron, Buzzolla, Coccia, Gaspari e Nini) operisti (Cagnoni, Ricci e Verdi) direttori e docenti di conservatorio (Mabellini, Pedrotti, Platania e Rossi) e stimati concertisti (Bazzini). Ciascuno dimostra di credere fortemente nel progetto e si profonde al meglio per realizzarlo, con tutta l’ispirazione e la perizia di cui è capace. Si arriva così a pagine di differente stile che tuttavia giungono al risultato desiderato, in una graduatoria che va dal giusto al bello e al molto bello.
A titolo di esempio diciamo che colpisce la scintillante e virtuosistica apertura del “Dies irae” per mano di Antonio Bazzini, come nel prosieguo della sequenza sorprende la melodia “implorante” che Antonio Cagnoni trova per le parole «salva me, fons pietatis» nel duetto per soprano e contralto “Quid sum miser”, e come affascinano i tanti motivi musicali che si alternano tra le voci femminili e quelle maschili più gravi in “Recordare, Jesu pie” dell’altro operista Federico Ricci. Ugualmente non sono da trascurare i contributi degli autori di musica sacra e dei docenti, con in testa Carlo Coccia che per la conclusione della sequenza del “Dies irae” scrive un “Lacrimosa” a cappella seguito da un “Amen” a fuga di melodia molto bella, come del resto lo è quella che Lauro Rossi riserva alla formula “Agnus Dei” per contralto, arricchita da un toccante accompagnamento orchestrale.
La Messa per Rossini si conclude con l’orazione “Libera me, Domine” che è musicata da Giuseppe Verdi. Essa si eleva a vette musicali e spirituali assai alte, che diventeranno altissime dopo quasi un lustro.
Il 22 maggio 1873 muore Alessandro Manzoni e Verdi che aveva per lui un’ammirazione sconfinata – diceva: «Voi siete un santo, Don Alessandro» e considerava I promessi sposi «uno dei più gran libri che siano usciti da un cervello umano… una consolazione per l’umanità» – decide di rendergli omaggio, come avrebbe voluto fare per Gioachino Rossini, ancora con un Requiem. La “nuova” composizione diventa la versione riveduta e corretta di quella per il pesarese, con la musica per il testo liturgico scritta per intero da Verdi, che si assume il compito della scrittura delle sezioni che nella Messa per Rossini erano state realizzate da altri, e inserisce come pezzo conclusivo il “Libera me, Domine” del 1869 ma rivisto e in parte riscritto.
Il Requiem per Manzoni – che per volere dello stesso Verdi prenderà il nome di Messa da Requiem – è finito il 10 aprile 1874 ed è eseguito il 22 maggio 1874 nella Chiesa di San Marco a Milano, a un anno esatto dalla morte dello scrittore; è diretto da Giuseppe Verdi e cantato dal soprano Teresa Stolz, dal mezzosoprano Maria Waldmann, dal tenore Giuseppe Capponi e dal basso Ormondo Maini nel contesto di una cerimonia liturgica, celebrata con il rito ambrosiano. Tre giorni dopo la prima assoluta nella Chiesa di San Marco, la Messa da Requiem è data nel Teatro alla Scala, cui seguono ancora due rappresentazioni dirette da Franco Faccio.

All’Opéra Comique di Parigi la Messa da Requiem è data nel giugno 1874, per sette sere. L’anno successivo Verdi la porta in tournée nelle principali città europee, nel corso della quale appresta nuove modifiche alla partitura – riscrive il “Liber scriptus” per la voce di contralto – che arriva così ad assumere l’attuale definitiva fisionomia.
Dall’ascolto e dal confronto di questa versione originaria con quella riscritta per la Messa da Requiem si nota che nonostante l’organico orchestrale sia sostanzialmente lo stesso per entrambe, la sezione del “Dies Irae” all’interno del “Libera me, Domine” suona meno apocalittica e tellurica nel 1869, come appare “ridimensionata” la parte del soprano, fin quasi a sembrare un ruolo da corifea. Appare evidente nell’intonazione finale, laddove è il coro che sommessamente canta «Libera me, Domine, de morte aeterna, in die illa tremenda» e poi ripete per due volte «Libera me» con la voce del soprano che si aggiunge appena udibile. Nella versione del 1874 accade il contrario: è il soprano che sottovoce ma in primo piano canta «Libera me, Domine…» e lo ripete, mentre il coro resta a mormorare in sottofondo.
Un cambiamento musicale che a nostro avviso può significare un mutamento delle temperie emotive, passando da un tono inquieto e indefinito a uno meno vago. E questo anche per le tonalità adottate. Per la Messa per Rossini sono rigorosamente fissate al momento delle assegnazioni, senza possibilità per i musicisti coinvolti di cambiarle, ma quando Verdi si accinge alla nuova composizione ha tutta la libertà per inventare e dare un’unità strutturale tematico-musicale a un progetto che non l’aveva e «fornire un’idea principale che signoreggi e domini tutto il componimento». Verdi, avendo ben presente il primario “Libera me, Domine”, inizia la Messa per Manzoni dall’introito “Requiem aeternam” che compone in La minore, la relativa del Do maggiore. Se si pensa che il “Libera me, Domine” è in Do minore ma si conclude con un Do maggiore, e che la voce del soprano nel 1874 è più in evidenza, come la voce di un’anima prostrata e incrinata dal dubbio, che chiede l’intervento di Dio con la semplice speranza di essere ascoltata – così Riccardo Muti in un’intervista concessa a Virgilio Fantuzzi – allora ci si può spingere a pensare, senza rischiare di esagerare con le elucubrazioni, che questo movimento dal La minore al Do maggiore voglia anche alludere all’andare dal buio alla luce, analogamente al percorso di una liturgia funebre cristiano-cattolica che dal dolore e dalla certezza della morte si apre alla speranza e alla pienezza della risurrezione. E anche pensare che Giuseppe Verdi con il Requiem per Manzoni abbia trovato quella «idea principale» che non aveva signoria né dominio nella Messa per Rossini.

Ottima disamina di questa parte concertistica del ROF, come sempre chiara, intellegibile a tutti e per questo molto più istruttiva ed efficace e,soprattutto,stimolante in quanto incoraggia il lettore ad approfondire l’argomento attraverso ulteriori letture. Complimenti.
Grazie Claudio!