Tutto iniziò nel 1973…

Nel 1973 ero ormai “grande”, come dicevano i miei. Iniziavo il primo anno delle Superiori e a scuola ci andavo con i mezzi pubblici. Come un “grande” appunto. Era giunto anche il momento di andare all’opera. Al Teatro dell’Opera di Roma. La sera. Come facevano gli adulti. Ma non alle prime recite, come avrei fatto molti anni dopo, bensì alle terze repliche serali. Erano le serate dove andava il mio amico più caro, il mio mentore, colui che mi aveva iniziato e avrebbe continuato per qualche anno ancora ai piaceri e pure ai dispiaceri (come avrei ben presto scoperto) dell’opera lirica. Le serate per le quali aveva acquistato il suo primo abbonamento stagionale. Io no. Io compravo soltanto il biglietto per le opere che Massimo (questo il nome del mio consigliere saggio e fidato) giudicava adatte a un neofita.

Trovate i titoli elencati qui sotto. Cliccate pure sull’icona «scheda edizione» per le dovute informazioni.

La gazza ladra: atto primo
Archivio del Teatro dell’Opera di Roma
La gazza ladra: atto secondo
Archivio del Teatro dell’Opera di Roma

Tutto iniziò il 29 novembre 1973 con La gazza ladra di Gioachino Rossini, che sorprendentemente ho scoperto fu una prima rappresentazione assoluta non solo per me, ma anche per il pubblico romano. Fu anche il debutto di Lucia Valentini, all’epoca non ancora Terrani. Non era bella. Lo diventerà poi. Affascinante. Del resto non aveva ancora conosciuto e sposato Alberto che l’avrebbe guidata a diventare una Diva. Una grande Diva. Ma che voce, mio Dio! Già allora. Di un velluto, che solo al pensiero si mettono ancora in moto i brividi lungo la schiena. E come cantava! Benissimo: con morbidezza e proprietà stilistica. Doti che l’avrebbero accompagna per tutta la sua purtroppo breve carriera!

Della Bohème di Giacomo Puccini e dell’Elisir d’amore di Gaetano Donizetti ricordo poco e nulla. Se non una sfilza di repliche: 22 per la tragedia e 12 per la favola. Oggi un elenco impensabile. Dispendiosissimo per i nomi che si alternavano in buca e in palcoscenico: vecchie glorie unite ad altre che lo sarebbero diventate, ma anche no. Almeno per me. 

La bohème – Gianna Amato e Umberto Grilli
Archivio del Teatro dell’Opera di Roma
L’elisir d’amore – Margherita Guglielmi e Renzo Casellato
Archivio del Teatro dell’Opera di Roma

Saltai a piè pari Wozzeck di Alban Berg e Parsifal di Richard Wagner. La “modernità” per Massimo (che ahimè era pure un convinto estimatore del cigno di Lipsia, ma lo rivelò soltanto quando anche a me l’ubriacatura wagneriana aveva prodotto la dovuta ebrezza!) poteva aspettare. Dovevo ancora prendere la dovuta confidenza con i “classici”. 

E fu così che arrivò Il trovatore “verdiano”. Ma la pira s’accese a metà. O forse non si accese proprio. Le scene mi lasciarono perplesso: quattro rocce in diagonale e quattro stendardi in fila. La regia? Boh, chi se la ricorda. Però nettissimamente rammento che Fiorenza Cossotto era raffreddatissima e tirava in continuazione su col naso. Cantò lo stesso! Avrebbe potuto fare altrimenti? E la serata la portò a casa, con gli applausi dei fan più oltranzisti. Mi scossero soltanto gli acuti tenuti a perdifiato da Rita Orlandi Malaspina e da Flaviano Labò nel terzetto «Di geloso amor sprezzato». Soltanto anni dopo Riccardo Muti mi avrebbe “tratto d’inganno”: il primo va appena toccato ma il secondo soppresso.

Il trovatore: parte seconda, scena prima
Archivio del Teatro dell’Opera di Roma
Il trovatore: parte terza, scena prima
Archivio del Teatro dell’Opera di Roma

Neanche un mese dopo ancora Giuseppe Verdi con il suo ultimo capolavoro: Falstaff. La terza ripresa (a undici anni dal debutto) di uno spettacolo tra i più amati dai romani “melomani”, tanto da essere riproposto pari pari nel 2010: il Falstaff con la regia, ma anche con le scene e con i costumi di Franco Zeffirelli. Fedora Barbieri era alla sua terza presenza come Quickly, mentre al suo debutto come Falstaff c’era Giuseppe Taddei, che subentrava a Tito Gobbi presente sia alla “prima” del 1963 sia alla ripresa del 1965. “Altro non vi saprei narrare”… tranne che nell’ultimo Falstaff “zeffirelliano” protagonista sarebbe poi stato Renato Bruson.

Falstaff: atto primo, scena prima
Archivio del Teatro dell’Opera di Roma
Falstaff: atto primo, scena seconda
Archivio del Teatro dell’Opera di Roma

Narro invece che per La fanciulla del West Massimo era tutto gasato perché aveva appena comprato l’incisione discografica di Nabucco uscita nel 1965 (all’epoca non era tanto in linea con le novità) dove Elena Souliotis che cantava Abigaille andava su e giù come un ascensore. Se però fosse in servizio o meno non seppe dirmelo con certezza, soltanto che quella vocalità gli sembrava “strana”. E a me infatti sembrò poi “strano” il SI naturale di “su, su, come le stelle” che Minnie prende per far colpo su Dick Johnson. E anche a Massimo. A entrambi parve che quell’acuto non “girasse” come avrebbe dovuto. Ma tant’è. Il pubblico non ci fece caso e beneficò Elena Souliotis alla fine dell’opera di un’ovazione interminabile. Dopodiché non ebbi più occasione di ascoltare ancora Elena Souliotis. E nemmeno Massimo. Credo.

La fanciulla del West – Elena Souliotis e Giorgio Casellati Lamberti
Archivio del Teatro dell’Opera di Roma
La fanciulla del West – Elena Souliotis e Giangiacomo Guelfi
Archivio del Teatro dell’Opera di Roma

Fu poi il turno delle opere in francese. Le saltai di nuovo a piè pari: a stento capivo il canto in italiano (ero o non ero alle prime esperienze “liriche”!?) figuriamoci in una lingua che nemmeno conoscevo. A La reine morte di Renzo Rossellini Massimo si commosse, mentre del Pelléas et Mélisande di Claude Debussy (che era la prima volta che sentiva anche soltanto nominare, su cui però qualche informazione storico-musicale l’aveva trovata) mi disse che era una pizza inenarrabile. Parafrasando un po’ (anche per fare scena, suppongo!) le contestazioni del 1902 della prima assoluta.

Don Carlo: atto terzo, scena seconda
Archivio del Teatro dell’Opera di Roma

Finalmente arrivò il titolo conclusivo della stagione del Teatro dell’Opera di Roma 1973/74: Don Carlo di Giuseppe Verdi diretto da Thomas Schippers e allestito interamente per regia, scene e costumi da Luchino Visconti. Era la ripresa di un allestimento del 1968 sempre di Visconti, ma quella volta sul podio a dirigere l’orchestra c’era Fernando Previtali e non Schippers. E qui giocai d’anticipo. Vidi la seconda recita. Mio zio materno, impiegato al Comune di Roma e sapendo della mia nascente passione per l’opera lirica, si adoperò per regalarmi due ingressi di galleria per la seconda recita. Era il 4 giugno 1974. Con me venne un altro amico “neo-melomane”, che però all’Opera di Roma c’era già stato quattro anni prima insieme alla nonna: per Maria Stuarda di Donizetti cantata da Montserrat Caballé. Che inizio! Ma il mio, con quel Don Carlo non fu da meno. Superlativa la direzione di Schippers. Perfetto lo spettacolo di Visconti, al punto che dieci anni dopo, quando andai in Portogallo passando per la Spagna, mi recai all’Escorial per ricercare (trovandolo! e ci mancherebbe altro!) il monumento funebre di Carlo V, che Visconti nella “verosimiglianza” della finzione scenica aveva posto sulla tomba dell’imperatore immaginata da Verdi. 

Monastero dell’Escorial – Monumento funebre di Carlo V d’Asburgo
e della sua famiglia
Monastero dell’Escorial – Monumento funebre di Filippo II d’Asburgo
e della sua famiglia

Ma ciò che mi impressionò in modo indicibile, in quel Don Carlo “romano” del giugno 1974, fu la musica. Bella ed emozionante oltre misura. Subito comprai, per poter mantenere inalterate le emozioni della memoria involontaria, l’incisione discografica che giudico ancora oggi tra le più belle, se non quasi certamente la più bella: il Don Carlo di Giuseppe Verdi cantato meravigliosamente bene da un quintetto di super star: Placido Domingo, Montserrat Caballé, Shirley Verrett, Sherrill Milnes e Ruggero Raimondi e diretto altrettanto splendidamente, con un entusiasmo e una perfezione tecnica raramente riscontrati altrove, da Carlo Maria Giulini. Ma in quell’ormai lontanissimo giugno 1974 del cast mi impressionarono, e senza togliere ai pur bravi Gianfranco Cecchele e Angelo Romero, Grace Bumbry per la sicurezza e la veemenza da vera leonessa e quasi sfrontate che metteva nel dare voce alla Principessa d’Eboli, Martina Arroyo che mai più avrei sentito dal vivo ma che mi conquistò per la bellezza del timbro e per la linea di canto impeccabile (tant’è che subito corsi a comprare La forza del destino diretta da Lamberto Gardelli e cantata insieme a Carlo Bergonzi, Ruggero Raimondi e Piero Cappuccilli) e infine Cesare Siepi, che a cinquantuno anni d’età e dopo trentatré anni di carriera (mia mamma ne aveva soltanto quattro di più) accendeva gli entusiasmi del pubblico come niente fosse.

Grace Bumbry (La Principessa d’Eboli)
Archivio del Teatro dell’Opera di Roma
Cesare Siepi (Filippo II d’Asburgo)
Archivio del Teatro dell’Opera di Roma
Martina Arroyo (Elisabetta di Valois)
Archivio del Teatro dell’Opera di Roma

Tornai a rivedere quel Don Carlo all’usuale appuntamento delle terze serali con Massimo. Era il 12 giugno 1974. Non fu una sorpresa, ma una conferma delle forti emozioni della scoperta. Per Massimo invece fu una rivelazione assoluta. Conosceva il Don Carlo attraverso una vecchia incisione CETRA con Mirto Picchi e Maria Caniglia (huuu!!!… quanto gli piaceva quella cantante! oggi però non saprei) che proponeva la versione in quattro atti dell’opera, realizzata da Verdi nel 1884 per La Scala, mentre a Roma fu messa in scena la versione di Modena del 1886, che alla revisione milanese aggiungeva il primo atto tradotto in italiano del Don Carlo pubblicato da Ricordi subito dopo la prima parigina del 1867. Storie complicatissime di edizioni originali, di revisioni successive e di ripensamenti tardivi, che conobbi (e riferii poi a Massimo) solo perché avevo comprato e studiato il programma di sala, acquistato con i soldi della paghetta settimanale. Come ricordo imperituro.

Don Carlo: atto di Fontainebleau nell’edizione di Luchino Visconti del 1968.
Archivio del Teatro dell’Opera di Roma

Ecco. Questo è il racconto della mia prima stagione all’Opera di Roma. Ne parlo oggi che è il 25 aprile, giorno della Festa della Liberazione, ma anche la Festa Cristiana di San Marco Evangelista. Cinquant’anni dopo ricordo l’inizio di quell’avventura di “melomane” nella libertà di viverla come ieri e di parlarne e di scriverne come oggi. Sapendo che nulla mi è dovuto. Che tutto invece mi è donato. E che tutto per me sarà una lode e un ringraziamento al Buon Dio. Imperituri.

2 pensieri riguardo “Tutto iniziò nel 1973…

  1. Un momento toccante di pure emozioni mentori di un tempo che ancora è anche se fu e … la Reine morte est toujours là

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