Alla Fenice di Venezia è andata in scena I Lombardi alla prima crociata di Giuseppe Verdi con Michele Pertusi Roberta Mantegna e Antonio Poli nei ruoli principali, la direzione d’orchestra di Sebastiano Rolli e la regia di Valentino Villa. Cinque recite a giorni alterni dall’1 al 9 aprile 2022.

I Lombardi alla prima crociata di Giuseppe Verdi ebbe la sua prima rappresentazione assoluta alla Scala di Milano l’11 febbraio 1843. Sull’onda dell’entusiastico successo riscosso, il 26 dicembre di quello stesso anno questa quarta opera di Verdi apriva la Stagione di Carnevale-Quaresima del Teatro la Fenice di Venezia con diciotto recite, tornandovi appena cinque mesi dopo nella Stagione di Primavera per altre sette serate. Dopodiché I Lombardi alla prima crociata a Venezia non è stata mai più rappresentata, se non nel rifacimento in lingua francese che Verdì approntò per l’Opéra di Parigi nel 1847 con il titolo di Jérusalem. Torna adesso dopo la bellezza di quasi centottant’anni in una prima rappresentazione assoluta in edizione critica. Tale revisione, curata da David R.B. Kimbell e pubblicata da The University of Chicago Press, è stata redatta studiando la partitura autografa di Verdi, conservata nell’Archivio storico Ricordi a Milano, confrontandola con le altre fonti disponibili: le copie manoscritte tratte dall’autografo, la prima riduzione per canto e pianoforte e le singole parti preparate da Ricordi e anche i libretti stampati per la prima esecuzione e per le successive riprese.
Tutto ciò che fu travisato, riprodotto in maniera approssimativa o deliberatamente alterato è stato meticolosamente riveduto e corretto. A partire dal testo che rivede quelle parole che all’epoca la censura riteneva offensive o immorali: ad esempio la preghiera che Giselda al primo atto rivolge alla vergin santa ora si apre con «Ave Maria» e non già con il “tradizionale” «Salve Maria» da sempre ascoltato. Di grande importanza è stato lo studio strettamente musicale della partitura che ha permesso così il ripristino delle indicazioni di tempo, di dinamica e d’espressione previste da Verdi sia per la parte orchestrale, come nel celebre preludio con assolo di violino che introduce il terzetto nel terzo atto, sia per le linee vocali: su tutte la grande scena di Giselda alla fine del secondo atto.
Momenti, guarda caso, tra i più intensi ed emozionanti di questa edizione dei Lombardi alla prima crociata alla Fenice di Venezia, cui è doveroso aggiungere il concertato conclusivo al primo atto, il coro «Gerusalem!… Gerusalem!…» (una pagina tra le più alte dell’opera, anche secondo Alessandro Roccatagliati il curatone della Guida all’ascolto del programma di sala) e il sontuoso e commovente finale. Momenti che hanno emozionato perché tornati a vivere finalmente liberati da errori, travisamenti e da prassi esecutive viziate da una tradizione mal interpretata, che sarebbero rimasti mero esercizio filologico se non ci fossero stati gli interpreti giusti in grado di restituirli vivi e vibranti, così come la fervida fantasia di Verdi li aveva concepiti.

Foto di Michele Crosera
Ecco allora la direzione di Sebastiano Rolli mobile, dinamica e pulsante, tutta giocata sull’esaltazione dei contrasti tra luce e ombra, tra forte e piano, tra accelerazioni e decelerazioni, tra concitazione e distensione (a volte un po’ troppo estremizzate) che sono alla base della drammaturgia musicale verdiana. E non soltanto delle opere “quarantottesche” del primo Verdi, come I lombardi alla prima crociata. Un grande dinamismo da parte di Rolli anche nella conduzione delle voci: libere di espandersi, di modulare suono e colori, di fraseggiare a proprio agio respirando altrettanto liberamente con l’orchestra. Splendida è risultata poi la concertazione e non a caso si scopre che Stefano Rolli inizia giovanissimo ad occuparsi di musica con il padre direttore di coro; una concertazione in perfetto equilibrio tra golfo mistico e palcoscenico, che negli assieme fa sentire tutte le voci nitide e distinte, pur in armonia tra loro, così che ogni singolo pensiero o stato d’animo balza vivo e pregnante.

Foto di Michele Crosera
Roberta Mantegna era Giselda, figlia di Arvino, signore di Rò. Voce di bella pasta, tornita, ricca di armonici, acuti splendenti e gravi risonanti. Grande interpretazione di un ruolo impervio che richiede polsi saldi, musicalità e slancio. Particolarmente emozionante Roberta Mantegna è stata nella cabaletta «No!… giusta causa non è d’Iddio», giocata più che sull’accento sulla tenuta, in accordo con Rolli, di un tempo largo piuttosto dilatato ma grandioso, così che tutta la linea di canto acquistasse quella solennità e quella ieraticità adatte a sottolineare ciò che Giselda prova in quel momento di forte ispirazione: lo sgomento quasi folle che è un tutt’uno con il vibrante sentire che uccidere i propri nemici, siano essi anche gli “infedeli” musulmani, è azione che Dio riprova nel modo più assoluto. Sì, perché in fondo I lombardi alla prima crociata più che opera risorgimentale, che inneggia alla liberazione dal giogo degli oppressori (fu facile nel 1847 identificare i milanesi con i crociati e la Terra Santa con l’Italia oppressa dal governo austriaco e accendersi dell’inevitabile entusiasmo politico) è opera che parla soprattutto di riscatto morale, di conversione, di peccatori che ritornano a Dio, di perdono.
Ciò che ha ben capito il regista Valentino Villa il quale, pur in una visione generale un po’ troppo “politically correct”, imposta I lombardi alla prima crociata come una riflessione sull’orrore del fratricidio. Per Pagano e Argiro, fratelli in conflitto come “novelli” Caino e Abele e per i cristiani e i musulmani in lotta per la liberazione della Terra Santa (di tutte le terre invase e oppresse, ieri come oggi) la salvezza è possibile soltanto nel riconoscersi peccatori, nel sentirsi bisognosi del perdono divino per poter poi a propria volta perdonare chi compie il male. E sposare sempre la “giusta causa” di un Dio che – come sentenzia Giselda – “sol di pace scese a parlar!”.

Foto di Michele Crosera
Oronte, il musulmano che ama Giselda e che per amor suo si converte al cristianesimo, era interpretato da Antonio Poli. Alle prese con una parte di tenore lirico, ha avuto modo di incantare il pubblico con la sua voce di bellissimo timbro pastoso e luminoso e con un fraseggio vario e modulato, ricco di forte e mezzoforte, di piano e di pianissimo. Anche gli acuti ci sono, e pure squillanti, seppure hanno la tendenza a risuonare troppo di testa perdendo così un po’ di volume. Efficace l’interprete.
Come notevole è risultata la lettura che di Pagano (il fratello cattivo poi pentito) ha offerto Michele Pertusi: intensa, commovente, partecipe, anche se la voce ha perso un po’ dello smalto d’un tempo, senza però dimenticare che il nostro basso è in carriera da quasi quarant’anni e che il suo vasto repertorio abbonda di ruoli alquanto impegnativi e “faticosi”.

Foto di Michele Crosera
Bene l’Orchestra e il Coro del Teatro La Fenice, pronti a tutte le sollecitazioni del direttore, come i cantanti impegnati nelle parti di fianco: Antonio Corianò (Arvino, padre di Giselda), Marianna Mappa (Viclinda, sua moglie), Mattia Denti (Pirro, suo scudiero), Adolfo Corrado (Acciano, tiranno di Antiochia e padre di Oronte) Barbara Massaro (Sofia, sua moglie) e Christian Collia (priore di Milano).
Successo entusiastico per tutti.
La cronaca è della recita del 9 aprile 2022.

Mi piace. Tutto vero. C’ero anch’io. Complimenti.