
Il Farnace di Antonio Vivaldi è andato in scena al Teatro Municipale di Piacenza nei giorni 8 e 10 aprile 2022 con Raffale Pe protagonista, Federico Maria Sardelli direttore d’orchestra e Marco Bellusi regista. Era l’ultimo spettacolo di un cartellone operistico che con il sopraggiungere della “stagion dei fior” (per dirla con Puccini) s’interrompe per poi riaprirsi e concludersi in autunno con due recite di Mefistofele di Arrigo Boito.
Il Farnace messo in musica da Antonio Vivaldi su libretto di Antonio Maria Lucchini, ebbe la sua première al Teatro Sant’Angelo di Venezia nel 1727. A Piacenza però è stato proposto nella versione redatta nel 1738 per le recite da dare al Teatro Bonacossi di Ferrara nel carnevale 1739; recite che purtroppo il Legato Pontificio Cardinale Tommaso Ruffo proibì, scandalizzato per una presunta relazione amorosa tra Antonio Vivaldi e il contralto Anna Girò, che in quelle recite avrebbe dovuto sostenere il ruolo della moglie di Farnace.
Le modifiche apportate furono molteplici: sedici arie scritte ex novo e otto rimaneggiate. Del Farnace “versione 1738” però sono pervenuti soltanto gli spartiti del primo e del secondo atto, essendo andata smarrita la partitura del terzo e ultimo atto. Ed è in questa versione incompleta, senza ricostruzioni filologiche né integrazioni di altre edizioni, che Il Farnace di Vivaldi è andato in scena a Piacenza nella settimana prima di Pasqua, preceduto già il 30 e il 31 dicembre 2021 da due recite al Teatro Comunale di Ferrara.

La storia narrata in questa opera, che Vivaldi doveva tenere in grande considerazione se arrivò a redigere ben sei diverse versioni, ruota intorno al dramma umano e politico di Farnace re del Ponto che, assediato dalla regina di Cappadocia Berenice e dal proconsole romano Pompeo, ordina alla moglie Tamiri di uccidere il figlio e di suicidarsi per non cadere nelle mani dei nemici. Questa versione vista a Piacenza limitata ai soli due atti, che esclude l’happy end immancabile e inevitabile in un’opera lirica del Settecento, appare come monca e irrisolta dal punto di vista drammaturgico. E anche priva di tanta musica. Tuttavia quella che si ascolta in poco più di due ore basta da sola a soppiantare la perdita. A cominciare dalla sinfonia che, nonostante sia scritta nella “rigida” codificazione settecentesca di un allegro come primo tempo, cui segue un adagio per secondo movimento e si chiude ancora con un allegro come terzo tempo, si mostra sorprendente e assai libera nell’inventiva melodica e nell’armonizzazione degli strumenti. C’è poi la soluzione non proprio scontata adottata da Vivaldi per la chiusura del secondo atto: un vivace duetto tra baritono e soprano, che oltre alla bellezza ha anche la novità di “movimentare” la lunga sequela di sole arie tripartite con “da capo”. Tra queste, quasi tutta di pregevolissima fattura, è doveroso segnalare il patetico lamento di Farnace «Perdona o figlio amato» e la pirotecnica aria «Quell’usignolo innamorato» che canta Gilade, il capitano delle schiere armate di Berenice. Due soli esempi che sintetizzano il vasto campionario di arie di vario genere, incluse nella partitura del Farnace: di furore, di paragone, di seduzione, di tempesta così tanto esemplificative dell’arte e della geniale fantasia di Antonio Vivaldi.

Le dirigeva e concertava Federico Maria Sardelli con energia, spigliatezza, con asciutta essenzialità e con proprietà stilistica, essendo uno studioso e un buon conoscitore di Vivaldi. S’è riscontrata tuttavia una certa ritrosia ad abbandonarsi alla melodia quando si fa larga e spiegata, nonché una ridotta varietà nei colori e nelle dinamiche e una certa rigidità nei tempi, sempre un po’ troppo squadrati, che finivano con il rendere “legato” il suono dell’orchestra e uniforme il canto. I cantanti sono sembrati così poco inclini ad accentare con proprietà e varietà, soprattutto nei lunghi recitativi, a sfumare il suono e a dare il giusto senso alle parole e alle tantissime agilità. A dire il vero tutto ciò si è riscontrato in principal modo nel primo atto, quando si canta e si suona ancora a freddo, quando la tensione dell’andare in scena ancora non s’è sciolta; nel secondo invece le cose sono andate meglio e tutti gli artisti sono sembrati più convinti e sono risultati più convincenti. Anche Federico Maria Sardelli, che è parso più rilassato e morbido anche nel gesto.

All’inizio della recita del 10 aprile (di cui si riferisce) è stato annunciato che Elena Biscuola, l’interprete di Berenice madre della moglie di Farnace, era indisposta ma avrebbe cantato lo stesso, mostrando purtroppo problemi di tenuta e d’intonazione. Leonardo Cortellazzi era il proconsole Pompeo, è avvezzo a un altro tipo di repertorio (era Altoum nella Turandot diretta da Pappano a Roma) ma ha affrontato con professionalità la musica “barocca” anche senza quella scioltezza e levigatezza che il belcanto in genere richiede. Specialisti conoscitori dello stile di canto secondo Vivaldi gli altri cantanti: Chiara Brunello (Tamiri), Silvia Alice Gianolla (Selinda, sorella di Farnace) e Francesca Lombardi Mazzulli (Gilade) e Mauro Borgioni (Aquilio) nelle vesti dei nemici di Farnace innamorati però della sorella. Protagonista era – come annunciato all’inizio – Raffaele Pe. Uno dei controtenori attualmente in carriera tra i più musicali e i più bravi. La voce è di bel timbro chiaro e luminoso, omogenea, in basso forse è un poco “leggera” ma è svettante in acuto: frutto di uno studio continuo e meticoloso. Ben sgranate ed espressive le agilità e ottimo il legato. Anche Raffaele Pe all’inizio è parso come trattenuto e cauto sia come cantante sia come interprete, ma poi ha preso quota incantando il pubblico, soprattuto nel patetico lamento sul figlio creduto morto, con il fraseggio sfumato e fortemente comunicativo che l’artista ci ha abituato ad apprezzare e ad applaudire.

Infine la regia di Marco Bellusi. Scena vuota con pochi elementi, bel gioco di luci, recitazione curata ed essenziale. Gli ingrediente principali di uno spettacolo sobrio ed elegante, in accordo con il teatro musicale di Antonio Vivaldi. Applausi finali cordiali e sinceri da parte di un pubblico poco numeroso ma soddisfatto. Anche con un’opera non propriamente di repertorio come Il Farnace.


Bello l’articolo. Le riserve fatte in modo molto soft e non aggressivo. Interessante l’illustrazione dell’opera.
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