
Foto di Fabrizio Sansoni – Teatro dell’Opera di Roma
Turandot di Giacomo Puccini è andata in scena al Teatro dell’Opera dal 22 al 31 marzo 2022, con la direzione di Oksana Lyniv e la regia di Ai Weiwei. La cronaca è dell’ultima rappresentazione in programma: ha visto protagonista il soprano polacco Ewa Vesin, che si alternava nelle altre recite con il soprano ucraino Oksana Dyka, titolare anche della prima.


al Teatro dell’Opera nel 2019
Si confermano le impressioni suscitate quando Ewa Vesin si fece conoscere e apprezzare dal pubblico romano nell’Angelo di fuoco di Sergej Prokof’ev con la regia di Emma Dante, spettacolo di grande successo della stagione 2018/19. Ha una voce di colore chiaro e ben emessa; ha controllo dei gravi, solo a tratti qualche suono è un po’ intubato, e ha buon controllo degli acuti che suonano timbrati e squillanti; la dizione è nitida, il fraseggio è adeguatamente vario e colorito e il canto è apparentemente senza sforzo, e sappiamo quanto difficile sia la parte di Turandot. Peccato che si sia scelto di sopprimere il finale, piuttosto impegnativo per Turandot ma meritevole di essere cantato e ascoltato, fermandosi così alla morte di Liù come già fece Toscanini alla prima assoluta dell’opera nel 1926. La più che buona e convincente prova di Ewa Vesin, non è però bastata a una Turandot nel complesso insoddisfacente.
Delude lo spettacolo di Ai Weiwei, artista dissidente cinese di fama internazionale e alla sua prima (e dichiara anche unica) messa in scena operistica. La pensa come una scena fissa sul cui fondo scorrono immagini video dure e spaventose della nostra contemporaneità: guerra, desertificazione, minoranze oppresse, persecuzioni politiche, Covid-19, ecc… che per Weiwei rappresentano il mondo reale in cui viviamo. In esso si dovrebbe specchiare il mondo irreale e fantastico della tirannica Turandot, dove ugualmente regna la sofferenza e la morte. Peccato che la favola inventata da Gozzi e musicata da Puccini si “materializzi” in scena senza però che i personaggi prendano vita, senza che scatti l’identificazione tra ciò che lo spettatore vive (purtroppo) nel suo quotidiano e ciò che vede rappresentato (brutto e doloroso) nella finzione teatrale, come era intenzione del regista. L’antico gioco “linguistico” della vita come teatro e del teatro come vita. Tutti stanno fermi a cantare, generando un senso di totale estraneità ai fatti della vicenda e alle psicologie dei personaggi. Tutti immobili a cantare, tranne i tre ministri che ballano pure la Macarena imitando le drag-queen di “Priscilla” e tranne i danzatori che animano l’invocazione alla luna, la grande scena di Turandot e la morte di Liù con coreografie molto poco esaltanti e distraenti.

Foto di Fabrizio Sansoni – Teatro dell’Opera di Roma
Delude l’ucraina Oksana Lyniv. L’attuale Direttrice Musicale del Teatro Comunale di Bologna ora sul podio del Teatro dell’Opera di Roma a concertare la Turandot di Giacomo Puccini. Scompaiono quasi del tutto gli scollamenti e le imprecisioni ascoltate in orchestra alla prima ed emergono sonorità e colori che nelle usuali esecuzioni di Turandot non si percepiscono. Le sonorità però sono aspre e dure, eccessive e quasi brutali; l’impasto timbrico è sostanzialmente uniforme, costantemente impostato sul forte e sul fortissimo e dai ridotti contrasti dinamici. Con poche variazioni anche nelle agogiche. Oksana Lyniv imprime all’orchestra un passo deciso e teso; dà tensione, raramente però distensione. L’orchestra non fraseggia con calore e non respira con i cantanti (a volte in debito di ossigeno) o se lo fa è con parsimonia. E tutto appare in perfetto accordo con la regia di Weiwei, che vede Turandot di Giacomo Puccini come una perenne “notte senza lumicino”.
É vero: Turandot è una favola nera soprattutto se si sceglie, come in questo caso, di fermarsi alla morte di Liù e di annullare il ravvedimento della principessa di gelo e l’happy-end. Ma è anche vero che nell’opera c’è molta melodia che suona sognante (siamo sempre in un ambiente esotico e misterioso), numerosi momenti lirici, abbandoni poetici in cui le tensioni si stemperano. Se tutto però è teso e severo si finisce per non distinguere più nulla: le tenebre dalla luce, il dolore dalla gioia, la forza dalla dolcezza. Tutto diventa uniforme, costantemente incolore, ugualmente grigio e opprimente.

Foto di Fabrizio Sansoni – Teatro dell’Opera di Roma

Per Weiwei e Lyniv Turandot è soltanto questo. Lo era per Puccini? Il duetto che avrebbe dovuto fare trionfare il bene e l’amore Puccini non riuscì a completarlo, tuttavia tentò fino alla fine di finirlo, di trovare un adeguato e convincente “sgelamento” di Turandot. Le 36 pagine di stralci di melodia e di vari appunti abbozzati per terminare l’opera li portò con sé all’Institut de la Couronne di Bruxelles, dove fu ricoverato per curare il cancro alla gola e dove poi Giacomo Puccini cessò di vivere. E il finale di Turandot con lui. Puccini «non voleva morire artisticamente, per non morire fisicamente». Come nota Michele Girardi in un programma di sala per una Turandot alla Fenice di Venezia.
Piuttosto insufficiente, come alla prima, la prestazione dei tre ministri cinesi: Alessio Verna (il gran cancelliere Ping) Enrico Iviglia (il gran provveditore Pong) e Pietro Picone (il grande cuciniere Pang). Oltre ad avere una fonazione poco ortodossa, che non consente alle voci di oltrepassare la buca dell’orchestra, il baritono e i due tenori sono quasi sempre sfasati nella concertazione (e Dio solo sa quanto per le tre “maschere” il canto sia un continuo botta e risposta) e lottano più d’una volta con l’intonazione.
Al meglio non è parso nemmeno il Coro del Teatro dell’Opera guidato da Roberto Gabbiani: nell’organico stranamente s’è avvertita qualche crepa, qualche disomogeneità nei colori e nei timbri e una partecipazione piuttosto distaccata.


Cambia il resto del cast rispetto alla prima. Timur era Antonio Di Matteo ora è interpretato da Marco Spotti, un bravo basso profondo che qui, dispiace dirlo, mostra di non essere in serata. Calaf passa da Michael Fabiano ad Angelo Villari. Canta piuttosto bene, a parte qualche acuto crescente e la variante acuta del “Ti voglio tutta ardente d’amor!” vistosamente mancata, ma il fraseggio è piuttosto monocromatico e poco rifinito e anche l’interprete non sembra troppo convinto che il ruolo di Calaf è di amante appassionato, capace anche di nuance, dolcezze e mezzevoci e non soltanto di acuti risonanti. Per la cronaca alla fine del “Nessun dorma” Oksana Lyniv non ha fermato l’orchestra e l’applauso per Angelo Villari non è scattato. Anche per Liù, cantata da Adriana Ferfecka (alla prima invece era Francesca Dotto) il “Signore, ascolta” è stato accolto da un silenzio di gelo. Troppe sono state le riprese di fiato e nei punti sbagliati, compromettendo così la linea di canto. Il pubblico l’ha notato e non ha applaudito. Adriana Ferfecka è migliorata nel finale, con la morte di Liù: la linea di canto ha tenuto con buoni filati e bei piani, il fraseggio è parso più vario e l’interpretazione nel suo complesso è stata apprezzata e premiata con calorosi applausi. Che il pubblico ha condiviso alla ribalta finale con tutti gli altri artisti, nonostante si siano percepiti in sala, durante la rappresentazione e pure alla fine, alcune perplessità e mormorii di critica.
Ho assistito anche alla prima rappresentazione del 22 marzo 2022 di questa Turandot “romana”. La cronaca è andata in onda su Radio Vaticana il 25 marzo 2022 per “L’Ape Musicale”, rubrica d’informazione all’interno del programma “Lo Scrigno Musicale”. Ora è disponibile in podcast al seguente indirizzo:
https://www.vaticannews.va/it/podcast/radio-vaticana-musica/lo-scrigno-musicale.html

L’uffico stampa del Teatro dell’Opera di Roma ha fatto sapere che le otto repliche di questa Turandot di Puccini andata in scena dal 22 al 31 marzo 2022, allestita da Ai Weiwei per regia, scene, costumi e video e diretta da Oksana Lyniv, con Oksana Dyka e Ewa Vesin che si alternavano nel ruolo del titolo, sono risultate tutte “sold out”. La percentuale di riempimento è stata del 100% con dodicimila presenze. Il 24 marzo è stata trametta su Rai5 la recita registrata il 22 marzo, la prima in locandina. Trecentomila sono stati gli spettatori. Un’accoglienza che ha ripagato una produzione fortemente colpita dalla pandemia nel 2020, che ne aveva imposto la sospensione, e dall’attuale guerra in Ucraina. Lo spettacolo è andato in scena in un Teatro dell’Opera con la facciata illuminata dai colori della bandiera ucraina (giallo e azzurro) per ribadire con fermezza l’impegno della Fondazione capitolina a favore della pace e contro tutte le guerre.
