“Auguri” di Natale al Parco della Musica con «Messiah» di Händel

Al Parco della Musica di Roma per il tradizionale concerto di Natale, che ha interrotto per le ultime feste dell’anno la Stagione Sinfonica 2023/24 dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, è stato proposto Messiah di Georg Friedrich Händel diretto da John Nelson e cantato da Sara Blanch (soprano), Sasha Cooke (mezzosoprano), Krystian Adam (tenore) e Anthony Robin Schneider (basso). Il concerto s’è tenuto nei giorni 20, 21 e 22 dicembre 2023. La cronaca si riferisce alla seconda serata.

G. F. Händel: Messiah – Roma, Auditorium Parco della Musica
John Nelson
(fotografia di Riccardo Musacchio)

John Nelson, assente dai concerti dell’Accademia da quasi trent’anni (la sua ultima apparizione a Santa Cecilia risale al febbraio 1994), è tornato a Roma con una direzione del Messiah emozionante e coinvolgente. È risultata vibrante e vivida, dalle sonorità calde e splendenti, ma prive di quella grandiosità ampollosa e “barocca” che per tanti anni ha dominato ed enfatizzato l’interpretazione dell’oratorio händeliano; una direzione dalla condotta lucida, lineare e rigorosa, di una espressività essenziale ma pur sempre eloquente, che contava principalmente su suggestivi piani e pianissimi alternati a intesi forti e fortissimi e sulla scansione ritmica ben definita nei ritmi sia energici sia languidi.
Per tutto questo John Nelson ha trovato nell’Orchestra di Santa Cecilia una adesione e una rispondenza notevoli. Come eccellente è stata la prestazione del Coro dell’Accademia, ben preparato da Andrea Secchi, capace di far proprie le tante e precise indicazioni del direttore statunitense.

G. F. Händel: Messiah – Roma, Auditorium Parco della Musica
Sasha Cooke, Sara Blanch e John Nelson
(fotografia di Riccardo Musacchio)

Meno in sintonia sono sembrati i solisti. Anche se non tutti. La più convincente è stata Sara Blanch – che attualmente si sta perfezionando con Mariella Devia – di vocalità facile e spontanea. La voce ha un timbro luminoso e ha acuti sicuri e sonori, ma il volume appare un po’ esiguo e il settore grave dal corpo non troppo polposo. La linea di canto è aggraziata e duttile e il fraseggio vario, così che il soprano catalano canta l’ultima aria I know that my Redeemer liveth con accenti toccanti e convincenti.
La voce del mezzosoprano californiano Sasha Cooke nella zona centrale si percepisce chiara e di timbro gradevole, anche se non sempre lo è il settore acuto, che tuttavia si fa sentire oltre l’orchestra, ma la voce in basso risuona poco. Sasha Cooke ha tuttavia cantato con il giusto pathos la bell’aria della seconda parte He was despised, tutta giocata sulla a lei più congeniale zona “di mezzo”.

G. F. Händel: Messiah – Roma, Auditorium Parco della Musica
Krystian Adam
(fotografia di Riccardo Musacchio)
G. F. Händel: Messiah – Roma, Auditorium Parco della Musica
Anthony Robin Schneider
(fotografia di Riccardo Musacchio)

Il tenore Krystian Adam è considerato uno specialista della musica barocca e settecentesca. La voce è limpida e diafana, i centri e i gravi si sentono rotondi, ma nel salire si nota una certa incertezza che fa percepire gli acuti faticosi e al limite della “stimbratura”. C’è da dire pure che qualcosa non funziona perfettamente nell’emissione del tenore polacco; a volte il fiato cessa di netto cosicché le parole suonano tronche: ad esempio «people» diventa «peo…» e della parola «Comfort» si sente l’inizio «Com…» e poi la «…t» finale ma in mezzo non si ode più nulla. Però come accade alle colleghe, l’interprete riesce a essere partecipe e a convincere, con una linea di canto nel complesso mobile e dal fraseggio rifinito.
Un “apprezzamento” che è un po’ più difficile riservare a Anthony Robin Schneider che canta tutto di forza, con poca delicatezza. La vocalizzazione del basso austriaco-neozelandese non è fluidissima e piuttosto slentato è il legato, e gli acuti non sono morbidissimi. Con poco vantaggio per una voce che suona sì di grosso volume e robusta, ma che in fondo è alquanto disomogenea e a tratti suona spigolosa. E l’interprete alla fine procede a senso unico: con tanto vigore ma con poca commozione. 

G. F. Händel: Messiah – Roma, Auditorium Parco della Musica
Sasha Cooke
(fotografia di Riccardo Musacchio)
G. F. Händel: Messiah – Roma, Auditorium Parco della Musica
Sara Blanch
(fotografia di Riccardo Musacchio)

Una commozione che è stata ben percepita invece nei caldi e prolungati applausi che si sono levati dalla platea, insieme con i pochi spettatori inglesi che si sono alzati in piedi a ricordo dello stesso gesto compiuto da re Giorgio II alla première del Messiah, alla fine del celeberrimo Hallelujah, e in questa occasione così bene cantato e suonato da meritare tanto entusiasmo. Ma mentre tutto ciò accadeva, dalla platea si alzavano tre giovani (più un quarto che li riprendeva con uno smartphone) che si sedevano intorno al podio ed esibivano le loro bianche t-shirt con sopra scritto in nero: «le note della catastrofe», «lo spettacolo non può continuare» e «fondo riparazione ora!». Tre giovani appartenenti a “Ultima Generazione” che così bene orchestravano una protesta silenziosa per chiedere al pubblico di fermarsi e – come ben specificato nella pagina Facebook – di «osservare veramente quello che sta succedendo, invece di continuare a restare nell’assurdo della quotidianità» che si continua «a vivere: guerre, disuguaglianze e disastri causati dall’emergenza eco-climatica» e infine chiedevano di prendere «tutti coraggio» e di non lasciar «continuare questo spettacolo orrendo!». Il pubblico reagiva impedendo ai tre ragazzi di parlare con urla e fischi di disapprovazione, che poi diventavano di sostegno per gli uomini del servizio d’ordine intervenuti a trascinare fuori i contestatori.
L’intento dei membri di “Ultima Generazione” era di disturbare l’esecuzione di questo Messiah all’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, per così disturbare le coscienze dell’opinione pubblica. Una festa che si voleva rovinare, riuscendoci però soltanto in parte. Iniziata la bagarre usciva di scena il primo violino palesemente contrariato, subito seguito dal direttore e dai solisti attoniti e da ultimo dall’orchestra e dal coro, senza più rientrare in palcoscenico per ricevere i caldi applausi che il pubblico continuava a riservare loro, tra le urla di disapprovazione ai manifestanti. Perplessità nei volti e nei gesti, che a ben guardare si potevano ritrovate nell’esecuzione di questo capolavoro, così tanto celebre e così tanto celebrato da offuscare il resto della produzione oratoriale di Händel, pur degna di altrettanta alta considerazione. 

G. F. Händel: Messiah – Roma, Auditorium Parco della Musica
Sasha Cooke, Sara Blanch, John Nelson e i tre giovani di “Ultima Generazione”

Perplessità che possiamo sintetizzare in due: la scelta di non eseguire l’oratorio nella sua interezza e di affidarlo a un’orchestra “moderna”.
Se si fosse richiesto il formato ridotto a quest’ultima e al coro e se si fossero usati strumenti d’epoca – come accaduto già in passato in Accademia, con La Creazione di Haydn diretta da René Jacobs nel 2009 ad esempio – con molta probabilità l’esecuzione sarebbe risultata più affine al modo di intendere oggi la “classicità” musicale settecentesca, nel completo rispetto delle forme, delle convenzioni e delle regole dell’epoca. La musica avrebbe acquistato più leggerezza e compostezza, le sonorità sarebbero state più chiare e trasparenti, avrebbero acquistato ancor più lucente penetrazione, soprattutto quelle dovute ai fiati, e si sarebbero ancor più percepite le tante ricchezze e le minuzie strumentali della partitura che Nelson pur riusciva a trovare, dando anche leggerezza e delicatezza al suono dell’Orchestra di Santa Cecilia, mantenendolo pur sempre pieno e ricco. E pure le voci insieme con il coro ne avrebbero giovato, correndo con maggior facilità senza preoccuparsi di troppo dover “fronteggiare” il suono di un’orchestra “moderna” al completo.

Attualmente, in un’epoca di “rinascita” del belcanto e della musica “antica”, in un tempo in cui i teatri d’opera si riempiono al nome non soltanto di Händel o di Vivaldi, ma anche di Cavalli, di Porpora, di Vinci e di Leo e di una pletora di altri compositori del sei-settecento, semi-sconosciuti ai più ma illustri e in via di riscoperta, è inaccettabile che queste musiche non siano eseguite nella loro integrità. Farlo equivarrebbe a meglio conoscere un autore e a dargli il giusto credito, anche laddove può sembrare che l’ispirazione e la creatività latitino, perché si è sempre di fronte a un’opera d’arte – intesa nella più onnicomprensiva accezione del termine – e come tale va presa in considerazione. Dispiace allora constatare che John Nelson abbia espunto dalla partitura del Messiah, in questo “romano” concerto di Natale, mezz’ora abbondante di musica. Ancor più ce ne duole, allorquando si considera che il Maestro Nelson appena nel 2023 ha realizzato un’incisione discografica dell’oratorio di Handel proposto in edizione integrale, senza alcun taglio di tradizione, con The English Concert & Choir e con un quartetto di noti “belcantisti”, con finanche l’aggiunta in appendice di una decine di arie “alternative” e semplici varianti, scritte successivamente alla prima del 12 aprile 1742 avvenuta nella New Music Hall di Dublino. 

Balthasar Denner, “Ritratto di Georg Friedrich Händel” (1728)
National Portrait Gallery, Londra

Il Messiah di Händel, che si avvale del libretto di Charles Jennens, si presenta come un’articolata riflessione sulla Passione Morte e Resurrezione di Cristo, e sulle Profezie a esse collegate, più che sulla sola Natività di Gesù, di cui il testo riferisce seppur brevemente. La scelta della Direzione Artistica dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia di eseguire l’oratorio di Händel nei giorni immediatamente precedenti al Natale sorprende alquanto. Perplessità non certo di carattere teologico ma di semplice opportunità pastorale, che nondimeno perdono valore davanti alla travolgente splendente bellezza armonica e melodica dell’Hallelujah, atto a celebrare tanto la Natività quanto la Resurrezione e pure l’Apocalisse, cui chiaramente il Messiah di Händel fa riferimento nella terza e ultima sua parte.

P.S.
Dall’inizio del terzo millennio all’Accademia Nazionale di Santa Cecilia Messiah di Georg Friedrich Händel è stato proposto altre due volte e con due “specialisti” della musica barocca sul podio: Fabio Biondi nel 2011 e Ton Koopman nel 2017.

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