Il trovatore di Giuseppe Verdi è stato il terzo spettacolo in cartellone per la Stagione Lirica 2023/24 del Teatro Comunale di Modena. Hanno cantato nelle parti principali Dalibor Jenis (Il Conte di Luna), Marta Torbidoni (Leonora) Anna Maria Chiuri (Azucena) Angelo Villari (Manrico) e Giovanni Battista Parodi (Ferrando) con la direzione d’orchestra affidata a Matteo Beltrami, mentre a Stefano Monti spettavano la regia, i costumi e le scene, per queste ultime insieme con Allegra Bernacchioni.

(fotografia Rolando Paolo Guerzoni)
Il trovatore è un’opera molto amata e molto rappresentata, basti pensare che nel 2022 in Europa si sono contati circa trenta allestimenti, di cui sei soltanto in Italia. E quasi sempre si registra il tutto esaurito, come in questo caso. Ma ogni volta ci si chiede: «A che Trovatore si assisterà? La regia sarà “all’antica” fedele al libretto oppure “moderna” con idee peregrine e provocatorie? Un Trovatore in versione filologica o secondo tradizione? Il tenore canterà il do della “pira” oppure no?». Al Teatro Comunale “Pavarotti-Freni” (una dovuta intitolazione a due grandissimi cantanti modenesi) si è assistito a un Trovatore nuovo e vecchio insieme. Se così possiamo dire.

Marta Torbidoni (Leonora) e Ilaria Alida Quilico (Ines)
(fotografia Allegra Bernacchioni)
Cominciamo col riferire della regia di Stefano Monti. In palcoscenico gli ambienti erano creati a vista con alti pannelli mobili e con pochi elementi scenici: uno specchio ustorio per evocare ora il rogo ora la luna, due funi lunghissime che scendevano dall’alto a ricordarci le catene di una prigione, oppure un paio di crocifissi portati in palcoscenico a suggerire il calvario dei protagonisti. Vi agivano i cantanti, che indossavano costumi di fogge medioevali, che si muovevano lentamente, che assumevano pose statuarie e compivano gesti che più che delle azioni dicevano dei pensieri e delle emozioni ad esse soggiacenti. Un Trovatore fedele al libretto nella forma, nell’illustrazione delle didascalie, che per il resto percorreva la strada della narrazione astratta e simbolica, che perdeva ogni connotazione realistica per diventare l’evocazione di un sogno, di un incubo notturno o meglio di un lontano ricordo, come nella verità del libretto il dramma del fratello rapito e poi ucciso – che è il cuore del dramma – è sempre e soltanto raccontato.

Marta Torbidoni (Leonora) Dalibor Jenis (Il Conte di Luna) e Anna Maria Chiuri (Azucena)
(fotografia Rolando Paolo Guerzoni)
Il maestro direttore e concertatore Matteo Beltrami proponeva un Trovatore pressoché integrale, con la riapertura di molti tagli di tradizione, come il ripristino dei “da capo” delle cabalette. Ma non possiamo dire che si sia trattato di un Trovatore “filologico”. Matteo Beltrami non ha preso a riferimento un’edizione critica, ma ha diretto la partitura dell’opera, che insieme con Rigoletto e a La traviata costituiscono la trilogia cosiddetta “popolare”, tenendo conto della tradizionale prassi esecutiva, quella che ad esempio consente al tenore di cantare il do di “Di quella pira”, oppure permette l’interpolazione di acuti non scritti: quelli che solitamente si “sparano” nel terzetto “Di geloso amor sprezzato”, nella serenata di Manrico e pure nell’aria del Conte di Luna. Quella tradizione che Riccardo Muti verdiano d.o.c. tanto tenacemente osteggia, ritenendola fuorviante e non consona alle intenzioni dell’autore. Una tradizione che dal canto suo Matteo Beltrami intendeva rispettare e improntare alla drammatizzazione, all’accentuazione delle pagine più incandescenti con vigore e manforte, giustapponendole ai momenti lirici e malinconici dall’andamento più moderato ma sognante: bellissima in tal senso l’intera scena di Leonora ai piedi della torre dove sta prigioniero Manrico.
Matteo Beltrami ha anche ricercato ritmi, sonorità e colori orchestrali inusitati, come non sempre è dato ascoltare in teatro, per creare le intonate atmosfere notturne e misteriose, ben adatte a un’opera come Il Trovatore che si svolge quasi sempre al chiaro di luna e in luoghi isolati e silenziosi, e ha anche guidato gli interpreti a un canto vario ed eloquente, come ha fatto con i professori dell’orchestra, per caratterizzare meglio le psicologie dei personaggi, che così balzavano fuori emozionanti e avvincenti. E ripetiamo inattesi.

Dalibor Jenis (Il Conte di Luna) Giovanni Battista Parodi (Ferrando) Angelo Villari (Manrico) Marta Torbidoni (Leonora) e Ilaria Alida Quilico (Ines)
(fotografia Rolando Paolo Guerzoni)
Non tutti i cantanti però rispondevano adeguatamente a queste sollecitazioni.
Il tenore Angelo Villari che impersonava Manrico, il personaggio che dà il titolo all’opera, esibiva una voce virile e robusta e un canto generoso, dall’emissione quasi sempre di forza e dall’intonazione non sempre perfetta, che sembrava scelto soltanto per arrivare a cantare “Di quella pira” con gagliardo ardore (per altro abbassata di tono e con gli acuti interpolati di “o teco” e di “allarmi!” non propriamente riusciti) privando il legato di morbidezze, il fraseggio di sfumature e anche spianando quell’elementare canto melismatico che Verdi richiede, cosicché il Manrico di Angelo Villari risultava alla fine un eroe romantico un po’ a senso unico: aitante e risoluto ma dall’affettuosità non troppo discreta.
Riflessione analoga per Dalibor Jenis, che cantava Il Conte di Luna, giunto all’ultimo momento a sostituire il titolare Ernesto Petti, ammalatosi alla vigilia della prima. Il baritono slovacco aveva una voce di bel colore scuro, corposa e sonora, e acuti timbrati; la linea di canto si mostrava incisiva e vigorosa, anche se un po’ spigolosa e “spianata anch’essa, per tratteggiare adeguatamente la gelosia che sconfina nell’incontrollata esacerbazione e che Il Conte di Luna nutre per Manrico, suo rivale in amore (e come si scoprirà nel finale anche fratello); una linea di canto che però era manchevole di suoni attenuati, morbidi e rotondi, per dire la nobiltà del personaggio e l’amore che prova anche lui per Leonora, infuocato e appassionato ma con sempre un fondo di aristocratica dedizione.

Angrelo Villari (Manrico) Marta Torbidoni (Leonora) e Dalibor Jenis (Il Conte di Luna)
(fotografia Rolando Paolo Guerzoni)
Pregevole la compagine femminile, costituita dal mezzosoprano Anna Maria Chiuri e dal soprano Marta Torbidoni che, come è stato per il baritono Jenis, ha sostituito la titolare Chiara Isotton indisposta. Anna Maria Chiuri interpretava Azucena, personaggio dai complessi risvolti psicologici. È la zingara che per errore spinge nel rogo il proprio figlio anziché Manrico, rapito per vendetta: il padre (Il Conte di Luna “senior”) aveva fatto ardere viva la madre di Azucena. Personaggio torvo e lacerato, assetato di vendetta ma anche divorato dai sensi di colpa di matricida, che cerca di lenire con l’amore e la dedizione che riserva a Manrico. Anna Maria Chiuri interpretava il ruolo di Azucena con proprietà stilistica e scrupoloso rispetto dei segni d’espressione, valorizzati con la studiatissima cura della parte strumentale da parte di Matteo Beltrami, che finiva col farci scoprire che l’orchestrazione di Verdi va ben oltre il tanto imputato e criticato (alquanto a sproposito) zumpappà. E questo accadeva fin da quando Azucena entrava in scena: dalla ballata di presentazione “Stride la vampa” cantata con gravità, seguita da un “Condotta ell’era in ceppi” convulso e angoscioso, per poi esibire accenti ansiosi nell’incontro con Il Conte di Luna e nella scena del carcere concludere, al pensiero della morte imminente, con un fraseggio dolente dai suoni appena sussurrati. Anna Maria Chiuri offriva un buon controllo della linea di canto, riservato anche all’emissione e al legato, non prendeva mai di petto i gravi tantomeno li faceva sguaiati o volgari, manteneva morbidi e rendeva facili e sonori i centri, mentre faticosi si rivelavano gli acuti, spesso presi di spinta, risultando “aperti” e oscillanti e alla fine non troppo “carezzevoli” all’ascolto. Una nota davvero e purtroppo “stonata” in una prestazione e un’interpretazione nel complesso ragguardevoli.

Anna Maria Chiuri (Azucena)
(fotografia Allegra Bernacchioni)
Marta Torbidoni impersonava Leonora, amata dall’appassionato Manrico ma pure oggetto del desiderio dell’irruente e morboso Conte di Luna, che si immola come vittima sacrificale per la salvezza del trovatore, ma senza riuscirci. Marta Torbidoni aveva una bella voce calda, ricca di armonici, fluida nella vocalizzazione; una voce tendenzialmente omogenea che però quando saliva agli acuti tendeva a schiarirsi, a perdere gli armonici e a suonare un po’ asprigna. Il fraseggio infine era rifinito e si avvantaggiava di begli accenti scolpiti. All’inizio Marta Torbidoni appariva un po’ cauta, il canto sembrava non fluire facile, e l’interprete appariva poco convinta, probabilmente perché intimorita dell’essere arrivata a cantare la parte di Leonora così difficile all’ultimo minuto. Rincuorata, s’impegnava perché la recita andasse in crescendo, arrivando a toccare il vertice nella scena della torre. Complice il sostegno e l’attenzione di Matteo Beltrami, Marta Torbidoni rispettava al meglio le indicazioni dinamiche prevista da Verdi; eseguiva bene tecnicamente e con convinzione i molti pp con espressione, i dolcissimo e i dolce e leggero in “D’amor sull’ali rosee”, i crescendo e i diminuendo delle “forcelle” nel “Miserere” ed entrambe le indicazioni, giustamente variate ogni volta, di sottovoce e agitato che sono riportare in partitura all’inizio e alla ripresa della cabaletta “Tu vedrai che amore in terra”. In questo modo Marta Torbidoni si prodigava in un’interpretazione viva e pulsante, che ben teneva desta l’attenzione del pubblico, che affollava numerosissimo il Comunale di Modena, traendolo dalla propria parte e coinvolgendolo nei pensieri e nei turbamenti di Leonora: una donna grandemente innamorata che si adopera, per salvare Manrico da morte certa con ardimento e speranza indomiti. Anche se poi, come ben si sa, tutto questo entusiasmo andrà deluso. Leonora e Manrico moriranno ugualmente, Il Conte di Luna impazzirà, per aver mandato a morte il rivale in amore scoprendo soltanto alla fine che era suo fratello, e Azucena avrà finalmente la sua vendetta.

Marta Torbidoni (Leonora) e Ilaria Alida Quilico (Ines)
(fotografia Rolando Paolo Guerzoni)
Dall’emissione sonora e dal fraseggio incisivo si mostrava il basso Giovanni Battista Parodi, nei panni di Ferrando, il capitano degli armanti del Conte di Luna, in sintonia con la professionale prova offerta dagli altri cantanti: Ilaria Alida Quilico che interpretava Ines, la confidente di Leonora, e Andrea Galli nella parte di Ruiz, il soldato al seguito di Manrico. Rispondevano assai bene alle sollecitazioni e alla guida di Matteo Beltrami anche l’Orchestra Filarmonica Italiana e il Coro del Teatro Municipale di Piacenza, preparato da Corrado Casati.
Questa produzione del Trovatore allestita da Stefano Monti per la regia, le scene e i costumi, che è stata già proposta al Teatro Municipale di Piacenza nel marzo 2023, tornerà “rinnovata” l’anno prossimo al Teatro Goldoni di Livorno (19 e 21 gennaio) e al Teatro del Giglio di Lucca (15 e 17 marzo) per la direzione di Giovanni Di Stefano e con i cantanti Min Kim (Il Conte di Luna), Claire de Monteil (Leonora), Ana Victoria Pitts (Azucena), Matteo Desole (Manrico) e Yonghen Dong (Ferrando).

Il trovatore è l’unica opera di Giuseppe Verdi non scritta su commissione. Il compositore era stato colpito dal dramma di «sfrenate passioni romantiche» El Trovador di Antonio Garcia Gutiérrez e aveva proposto a Salvatore Cammarano di trarne un libretto. Ma a metà del lavoro Cammarano moriva e Verdi faceva continuare la stesura del libretto al giovane poeta napoletano Leone Emanuele Bardare. Dopo l’iniziale indecisione di far rappresentare o meno Il trovatore al San Carlo di Napoli, Verdi optava per Il Teatro Apollo di Roma, dove l’opera andava in scena il 19 gennaio 1853 con esito trionfale, iniziando un viaggio di successi che si ripeteranno in tutto il mondo, fino a quelli attuali. E sicuramente anche futuri. Perché Il trovatore è un capolavoro assoluto. Per la ricchezza melodica veramente straordinaria, per la bellezza dell’orchestrazione notturna e misteriosa, per l’energia e il lirismo che il canto profonde, e non ultimo per l’essenzialità e la concisione del dramma raccontato, che alla fine risulta davvero coinvolgente. Alcuni critici però dopo la première lo giudicarono cupo e cruento. Ma Verdi così difese il suo Trovatore, scrivendo all’amica Clara Maffei: «Dicono che quest’opera sia troppo triste e che vi siano troppi morti. Ma infine nella vita tutto è morte! Cosa esiste?…»



Ma che bell’articolo! Mi sento di confermare in toto quanto recensito essendo anch’io presente alla stessa recita.. Forse la presenza dei cantanti titolari deumi ruoli del Conte di Luna e di Leonora avrebbe fatto alzare il livello dell’esecuzione affidata comunque,specie nel caso di Leonora, a solidi e validi professionisti .