La Stagione Lirica 2023/24 del Teatro dell’Opera di Roma s’è aperta il 27 novembre 2023 (come era nel passato e come da adesso sarà per il futuro) con Mefistofele di Arrigo Boito diretto da Michele Mariotti, allestito da Simon Stone e cantato nei ruoli principali dal basso John Relyea, dal tenore Joshua Guerrero e dal soprano Maria Agresta.

Joshua Guerrero (Faust) e John Relyea (Mefistofele)
Teatro dell’Opera di Roma – Stagione 2023/24
(fotografia Fabrizio Sansoni)
Mefistofele fu dato la prima volta al Teatro alla Scala il 5 marzo 1868. E fu un fiasco clamoroso. Non fu apprezzata, ma meglio sarebbe dire non fu accettata, un’opera che si presentava come “nuova”. Arrigo Boito era l’esponente più in vista della Scapigliatura e il sostenitore più fervente delle idee innovative e progressiste che il movimento andava promuovendo, contro un modo di fare musica ritenuto vecchio e sorpassato. Furono queste “novità” la causa del rifiuto di Mefistofele, a cominciare dall’eccessiva lunghezza: il pubblico rimase in teatro per quasi sei ore! Non piacque la riduzione a libretto dal Faust di Goethe operata dalla stesso Boito, che aveva troppe scene e di impostazione eccessivamente ideologica, dalle provocatorie allusioni anticlericali e dai noiosi riferimenti alla politica.


nella versione del 1875.
Sempre stando alle cronache spiacque ancor più la musica, vicina a quella wagneriana ma lontana dalle regole e dalle convenzioni dell’opera ottocentesca. Nei sette anni che intercorsero tra questa première e un “secondo” Mefistofele al Teatro Comunale di Bologna il 4 ottobre 1875 – seguirono anche una terza revisione nel 1876 e una quarta nel 1881 – Boito ripensa l’opera riducendo drasticamente il libretto, tagliando le scene più intellettualizzanti, e tenendo in buon conto per la musica i gusti e le aspettative del pubblico.
È così che il “cantabile”, la melodia fascinosa e dalla calda ispirazione, quasi sempre di buona fattura, trova maggior evidenza. È così che al solenne e armonico inno «Ave Signor degli angeli e dei santi» del Prologo, presente già nel Mefistofele del 1865, si aggiungono ad esempio il sognante duetto tra Margherita e Faust «Lontano, lontano, lontano» e la toccante aria del soprano «Spunta l’aurora pallida», inserita a conclusione della scena del carcere nella revisione del 1876. Tuttavia Arrigo Boito non tradisce l’originalità e la modernità delle idee “scapigliate”. Si ritrovano nel taglio da grand-opéra delle scene di festa e del Sabba Infernale, oppure nell’ardito ricorso alla poliritmia, che si riscontra ancora nel Prologo con il canto vorticoso dei cherubini posto accanto a quello pacato delle penitenti, o ancora nel Sabba Classico, da cui scompare l’usuale romanza per dare invece spazio a una scena dove predomina il declamato melodico dal forte impatto emotivo.
Ma è nella caratterizzazione musicale di Mefistofele, del demonio tentatore cui non a caso è intitolata l’opera, che Boito attua il gesto “scapigliato” più evidente.

John Relyea (Mefistofele)
Teatro dell’Opera di Roma – Stagione 2023/24
(fotografia Fabrizio Sansoni)
Sono il grottesco, il beffardo e l’ironico i tratti più salienti di questo diavolo, e non già quelli che potrebbero ispirare paura, oscurità o malvagità. Mefistofele è introdotto in scena da una musica dal ritmo saltellate, ironica e quasi irriverente, e si rivolge al Chorus Mysticus con tono sprezzante (Sia! Vecchio Padre! a un rude gioco T’avventurasti), poi sogghigna e irride tutto e tutti e arriva finanche a fischiare con evidente provocazione. Si esprime in prevalenza con un canto che spazia su tutta la gamma della voce di basso, con maggior insistenza nella zona acuta. È un canto quasi sempre di forza, improntato a un fraseggio altisonante, incisivo e veemente. Ma è il declamato melodico che Arrigo Boito da buon “scapigliato” tiene in gran conto: la linea musicale che è acconciata perfettamente al significato e al valore delle singole parole e dell’intera frase, per altro sempre tanto ricercate e tanto modulate anche per gli altri personaggi. Un esempio su tutti. Mefistofele entra in scena e saluta il Chorus Mysticus con un grandioso Ave, Signor; lo intona sul “do” acuto ma poi discende sul “la” alla parola Si-gnor con un portamento, così che questo movimento, che di per sé dovrebbe suggerire l’idea di un inchino, di fatto glissato appare una deferenza da scherno. È lo “scappellamento” di un demonio che, con «beffarda ironia», trova bello udire l’Eterno col Diavolo parlar sì umanamente.

Joshua Guerrero (Faust) e John Relyea (Mefistofele)
Teatro dell’Opera di Roma – Stagione 2023/24
(fotografia Fabrizio Sansoni)
Questo lungo preambolo per introdurre alla lettura che del Mefistofele di Arrigo Boito al Teatro dell’Opera di Roma hanno dato il regista Simon Stone e il direttore d’orchestra Michele Mariotti. Boito, partendo da Goethe, racconta la storia di Faust, che dopo aver «assaporato tutto lo scibile del bene e del male» giunge alla salvezza della propria anima, riconoscendo la necessità della grazia divina per superare l’egoismo e aprirsi all’amore per il prossimo. Stone e Mariotti leggono e approfondiscono questo mito “faustiano” per parlare «sia dell’uomo di oggi sia dell’uomo come archetipo», nell’ottica di «riscrivere il tragico per il pubblico contemporaneo, [di] prendere il mito e [di] adattarne gli archetipi al nostro presente».

Teatro dell’Opera di Roma – Stagione 2023/24
(fotografia Fabrizio Sansoni)
La lettura “attualizzata” del Mefistofele di Arrigo Boito parte da Simon Stone. Fin dal Prologo in cielo. La scena è una bianca camera quadrata, fredda e asettica: un luogo dell’anima più che un “angolo di paradiso”. Una scena che si ripeterà più o meno uguale per tutto il tempo, salvo i giochi di luce e qualche elemento scenografico che caratterizzeranno i vari ambienti. Nel Prologo alle bianche pareti sono schierati i cori angelici; sono immobili per dire la fissità dell’eternità. Entra Mefistofele salendo da sotto il palcoscenico per una lunga scala a chiocciola posta al centro. È accaldato e affaticato. Si asciuga il sudore dalla fronte e beve da una lattina per rinfrescarsi. È in tuta da ginnastica, pronto a lanciarsi nella sfida: far mordere a Faust il dolce pomo de’ vizi e avere vittoria sovra il Re de’ cieli.

John Relyea (Mefistofele)
Teatro dell’Opera di Roma – Stagione 2023/24
(fotografia Fabrizio Sansoni)
Il primo atto si apre su una piazza in festa la domenica di Pasqua; Mefistofele entra in scena vestito da pagliaccio e ride e scherza e fa dispetti: esplicazione visiva delle parole che dirà poi a Faust nel presentarsi come Lo spirito che nega e che deride ogni cosa, aggiungendovi addirittura il fischio da pecoraio alquanto “sconveniente”. Ma questo Mefistofele vestito da pagliaccio è anche l’abile giocoliere che regola le entrate e le uscite del popolo festante ed è anche il subdolo prestigiatore che manovra a proprio piacimento Faust, facendogli credere di essere un inquietante frate dal saio grigio che lo segue. Come poi continuerà a manipolare il vecchio filosofo per potarlo a dannazione. Nella scena successiva, che è lo studio di Faust dove alle pareti sono appese radiografie di scheletri di animali e di uomini, e dove il dottore ormai vecchio e canuto ha passato una vita a studiare, a interrogarsi e a meditare sulle torve passioni del cuore, Mefistofele si toglie il costume da pagliaccio e mostra il vero volto: il servo che “qui” onorerà Faust in tutto e per tutto, ma che “laggiù” sarà lui a valersi dei servigi di Faust.

Joshua Guerrero (Faust) e John Relyea (Mefistofele)
Teatro dell’Opera di Roma – Stagione 2023/24
(fotografia Fabrizio Sansoni)
Nel libretto originario il contratto questo stabiliva:
«Se tu mi adduci all’amore, alla gloria,
Al mondo dei fantasimi, ai misteri
Inesplorati; se m’adeschi tanto
Da farmi caro a me stesso, se avvenga
Ch’io dica al tempo: t’allenta, sei bello!
Venga l’ultimo dì. T’offro il contratto.
Per l’altra vita
non mi turba pensier.»
Nel libretto definitivo il testo è rivisto, ma il concetto resta lo stesso:
«Se tu mi doni
Un’ora di riposo
In cui s’acqueti l’alma.
Se sveli al mio buio pensier
Me stesso e il mondo,
Se avvien ch’io dica
All’attimo fuggente:
«Arrestati: sei bello!»
Allor ch’io muoia
E m’inghiotta l’averno!»
La stretta delle mani ferite da un lama sigla il patto, e comincia il viaggio di iniziazione al male di Faust, sotto “l’egida” di Mefistofele.

Joshua Guerrero (Faust) e Maria Agresta (Margherita)
Teatro dell’Opera di Roma – Stagione 2023/24
(fotografia Fabrizio Sansoni)
All’inizio del secondo atto la prima tappa, ma sarebbe meglio dire la prima tentazione diabolica. È la tentazione dei sensi, della scapricciata “amorosa”. È il primo incontro per la conquista di Margherita. E dove un cavaliero illustre e saggio potrebbe mai portare una fanciulla del villaggio col suo rustico parlar per facilmente sedurla? In un luogo di delizie, di divertimento e di spensieratezza. Nel libretto Arrigo Boito scrive un giardino (si riferisce all’Eden originario?) ma Simon Stone lo cambia in un luna-park, cui allude con un’enorme vasca piena di palline colorate (il parco giochi di IKEA!?) al cui interno i due si agitano e amoreggiano, con Faust che ha un tratto fa la sua bella “tirata” sull’amore universale, che in una sorta di ineffabile palpito estatico abbraccia natura, amore, mistero, vita e Dio. Tutto per Margherita, che definitivamente conquistata immortala la scena con un selfie.

John Relyea (Mefistofele)
Teatro dell’Opera di Roma – Stagione 2023/24
(fotografia Fabrizio Sansoni)
Seconda tappa: la notte de Sabba. È la tentazione del potere. È il grande momento di Mefistofele che s’incorona re del mondo, male assoluto e supremo tentatore, che sottomette la schiatta umana: sozza e matta, ria sottile fiera e vile, che ad ogn’ora si divora dalla cima fino al fondo del reo mondo. Simon Stone fa di Mefistofele un grottesco e buffonesco Hitler. Questo “novello” Anticristo sale su un alto bianco pulpito, gioca con il mappamondo che poi butta nel fuoco… e come non pensare a “Il grande dittatore” di Charlie Chaplin!? C’è anche la blasfema unzione con il sangue di un maiale squartato in scena della fronte di uomini e di donne, che rivestiti di un’identica divisa bianca diventano gli obbedienti adoratori di Mefistofele, gli adepti ormai ipnotizzati, pronti a eseguire ogni suo ordine.

John Relyea (Mefistofele) – Maria Agresta (Margherita) – Joshua Guerrero (Faust)
Teatro dell’Opera di Roma – Stagione 2023/24
(fotografia Fabrizio Sansoni)
E Faust? Anche lui cede alla seduzione malvagia di Mefistofele e si dà un gran da fare a imitarlo, a dirigere da invasato concertatore il canto osceno e babelico dell’umanità schiavizzata. All’improvviso appare la visione di Margherita morente e Faust esce di scena precipitoso, per correre da lei.

Maria Agresta (Margherita)
Teatro dell’Opera di Roma – Stagione 2023/24
(fotografia Fabrizio Sansoni)
In prigione – e siamo al terzo atto – Margherita è sola, canta «L’altra notte in fondo al mare» (romanza bellissima e struggente, una delle pagine più belle della partitura) e rivive come in un incubo l’amore al luna-park, la nascita del figlio, frutto di quell’incontro “peccaminoso”, poi la morte del fantolino, fino al suo arresto e alla condotta in carcere. Faust oppresso dai rimorsi vorrebbe salvare Margherita, fuggire con lei lontano lontano lontano verso un porto dalle intime calme, ma Margherita rifiuta e rinfacciando a Faust la cinica e crudele condotta che ha tradito l’amore e provocato tanto strazio, va incontro alla morte che sente una purificatrice liberazione. Si avvia al patibolo incappucciata come una reproba (e il pensiero corre di nuovo a un film storico: “Giovanna d’Arco” di Carl Theodor Dreyer) è scortata da quattro cherubini e dall’alto le falangi angeliche sentenziano: È salva! Ma non lo è Faust, sempre tentato da Mefistofele e costretto ancora al viaggio infernale.

Teatro dell’Opera di Roma – Stagione 2023/24
(fotografia Fabrizio Sansoni)
Terza e ultima tappa: la notte del Sabba Classico. Siamo in Arcadia. Elena rievoca la distruzione di Troia e Faust, vestito e armato da militare d’assalto, la soccorre e amorevolmente la sostiene. È l’ultimo strenuo tentativo di riscattare, in veste di eroe pietoso e compassionevole come un similare “casco-blu”, una vita fallimentare. È rivivere in Elena, in una trasfigurata dimensione mitica e onirica, quell’amore che con Margherita è stato tradito e offeso: la mansueta immagine della fanciulla blanda che amai là fra le tenebre d’una perduta landa già disvanì– dice Faust alla più bella donna del mondo classico in un travolgente rapimento estetico ed estatico (anche per la musica) – conquiso m’ha più sublime sguardo, più fulgurato viso, e adoro e tremo ed ardo! E non a caso Simon Stone e Michele Mariotti hanno voluto che una stessa cantante interpretasse sia Margherita sia Elena.

Maria Agresta (Elena)
Teatro dell’Opera di Roma – Stagione 2023/24
(fotografia Fabrizio Sansoni)
Epilogo. Faust, ormai vecchio e stanco, scopre che Mefistofele l’ha condotto in un viaggio all’insegna del proprio io. Ma è stato un inganno. Né il potere e né la gloria del mondo lo hanno appagato, e ancor meno gli hanno giovato l’amore di Margherita (doloroso) e quello di Elena (illusorio). C’è ora un ultimo desiderio, prima di cedere definitivamente a Mefistofele. Faust s’immagina re d’un placido mondo e di un popolo fecondo, che governa con una savia legge. E credendo fermamente che questo sogno sia la santa poesia e l’ultimo bisogno dell’esistenza, Faust lo invoca e in una visione lo vede come l’ultimo supremo ideale da raggiungere, pronuncia le parole del patto: Arrestati, sei bello! e muore. Con questo Epilogo Simon Stone porta a conclusione, con logicità e fedeltà alla narrazione la sua lettura attualizzata e “spiritualizzata” del Mefistofele, anche se ci sono diverse forzature: ma quale regia d’opera di oggi ne è esente? Per Arrigo Boito Faust si salva perché scopre la forza e la bellezza dell’altruismo, osiamo dire ché scopre la potenza redentrice della fede cristiana (per altro citata esplicitamente da Faust mentre muore: Temi il cielo! Baluardo m’è il Vangelo!). Perché vuole che surgano a mille a mille e genti e gregge e case e campi e ville, per rendere beato chi non ha nulla, chi forse ha perso tutto o è stato relegato ai margini.

Joshua Guerrero (Faust) e John Relyea (Mefistofele)
Teatro dell’Opera di Roma – Stagione 2023/24
(fotografia Fabrizio Sansoni)
E chi sono gli ultimi della terra di oggi? Sono gli anziani: considerati non più persone ma “entità” inutili e inservibili, dismesse e malinconiche, che vivono sole e abbandonate in un ricovero della Caritas. È per questo che l’ultima scena di questo Mefistofele secondo Simon Stone è ambientata nella fredda e sterile sala di un ospizio, popolata da vecchi e vecchie che sembrano sopravvissuti, per quanto appaiono spenti e privi di emozioni, e stanno chi immobile davanti al televisore, chi assorto in poltrona, chi sulla sedia a rotelle. A loro pensa Faust, giunto sul passo estremo della più estrema età, a loro rivolge l’ultima folle utopia, che possa riscattare e salvare dal male e dal degrado vite degne ancora di dignitosa esistenza. A questo pensiero, a questo ultimo sogno da realizzare, Faust si rianima, lentamente si alza dalla sua sedia a rotelle, guarda in alto, tende le mani al cielo e di colpo crolla a terra esanime, non prima di aver detto in un grido che suona come un urlo di vittoria Arrestati, sei bello! E gli anziati come ridestati da un lungo sonno, riprendono la vita che sembrava finita, si agitano, si alzano, tornano a camminare e vanno a stringersi attorno al corpo di chi ha avuto per loro un pensiero, un’attenzione anche ultima, ma gravida di speranza. Per dirgli grazie. E intanto i cori celesti tornano a inneggiare come nel Prologo e Mefistofele sconfitto sprofonda violentemente imprecando e fischiando.

Stagione 2023/24
(fotografia Fabrizio Sansoni)
E Michele Mariotti? Dirige da par suo. La condotta dell’orchestra è ricca d’inventiva, impetuosa e pure affettuosa, fantasiosa e squillante nella timbrica e nei colori; mobile, varia, ben contrastata nelle agogiche e nelle dinamiche e anche ben calibrata nelle sonorità perlopiù ricercate e dettagliate, come nell’individuare le giuste atmosfere per ogni scena e nella caratterizzazione delle psicologie dei personaggi. Tutto concorre a una narrazione, spedita e vibrante, in sinergia con quella impostata da Simon Stone. A cominciare dal Prologo grandioso e solenne. La nebulosa celeste che Arrigo Boito immagina, risuona dei pieni orchestrali tellurici e delle squillanti e penetranti fanfare che evocano il rombare dei tuoni e il baluginare dei lampi, come richiede il libretto. Le falangi degli angeli e dei santi pregano e inneggiano al Chorus Mysticus passando dal fortissimo al pianissimo rapidamente e senza soluzione di continuità. E la figura Mefistofele, qui e per il resto dell’opera affidata a una “scandalosa” musica “moderna” che mai nell’Ottocento si sarebbe pensata per un demonio, Mariotti la tratteggia con ironica serietà, perché il riso e il pianto spesso vanno a braccetto: si ride di una barzelletta soltanto se la si comprende appieno.

Joshua Guerrero (Faust)
Teatro dell’Opera di Roma – Stagione 2023/24
(fotografia Fabrizio Sansoni)
Le scene della festa di Pasqua e della notte del Sabba poi sono eseguite a un ritmo sostenutissimo, ora orgiastico ora forsennato, con tutta la chiarezza e la precisione che competono alla sfavillante orchestrazione di Arrigo Boito. Al “luna-park” Michele Mariotti fa espandere con l’enfasi di un rubacuori il canto d’amore di Faust, cui contrappone di Mefistofele le impertinenti derisioni dell’amore. Contrasti musicali che il direttore musicale dell’Opera di Roma ritrova nella notte del Sabba Classico, dove al languore e alla sensualità del canto delle sirene giustappone gli accenti cupi e drammatici del racconto della presa di Troia. Come anche nell’epilogo. Faust attacca piano, quasi in un mormorio, il suo ultimo desiderio, poi il canto si fa più intenso e cresce fino al forte di Arrestati sei bello! che si perde nel fortissimo da apoteosi della ripresa di Ave Signor delle falangi celesti, che letteralmente sommergere le urla e i fischi del diavolo scornato finalmente riprecipitato all’inferno. Celebrando l’ascesa al cielo di Faust.

Maria Agresta (Margherita)
Teatro dell’Opera di Roma – Stagione 2023/24
(fotografia Fabrizio Sansoni)
Ma è nella scena del carcere dove giace Margherita, che Michele Mariotti assurge a vette ancora più alte. All’inizio l’atmosfera è misteriosa, poi diventa raggelata, fino a farsi dolentissima con il procedere del delirio di Margherita. Mariotti lo rallenta molto e gioca con libertà e fantasia con gli stentando, i rallentando e i rubati, in modo che il canto riveli il palpitare e l’ondeggiare del senno della povera sedotta e abbandonata. E anche il prosieguo della scena, dall’arrivo e dal colloquio con Faust fino alla morte di Margherita, è tutto giocato su questa alternanza di veemenza e morbidezza, di suoni alitati ed emissioni di forza. Per raccontare il tumulto dell’anima di una povera creatura che muore pazza tradita dall’amore mancato.

Sofia Koberidze (Marta) – John Relyea (Mefistofele)
Teatro dell’Opera di Roma – Stagione 2023/24
(fotografia Fabrizio Sansoni)
Un simile risultato è possibile perché sul palcoscenico ci sono cantanti tecnicamente ferrati in grado di rispondere con prontezza ed esattezza alle indicazioni e alle sollecitazioni di Michele Mariotti. E Maria Agresta, che oltre a quella di Margherita si cimenta pure con l’acuta parte di Elena, mostra di esserlo in pieno. La voce è di bel timbro ricco di armonici, l’emissione è corretta, il suono pieno e rotondo, piegato a un fraseggio oltremodo duttile, sfumato, colorito e soprattutto espressivo. A voler trovare un neo, limitatamente a uno, lo si nota nel settore acuto che a volte mostra qualche tensione. Per il resto, come Michele Mariotti auspicava, si sta di fronte a una prestazione e soprattutto a un’interpretazione di alto livello. Che hanno offerto parimenti anche i cantanti impegnati nelle parti di fianco: Sofia Koberidze nelle vesti di Marta e Pantalis e Marco Miglietta in quelle di Wagner, mentre il ruolo di Nereo lo ha cantato Leonardo Trinciarelli e all’ultima recita del 5 dicembre Yoosang Yoon. Ottime prove per la duttilità e la precisione del canto, degne degli applausi scroscianti che li hanno salutati, sono state pure quelle del Coro e del Coro di Voci Bianche del Teatro dell’Opera di Roma, guidati rispettivamente da Ciro Visco e da Alberto De Sanctis.

Joshua Guerrero (Faust) e John Relyea (Mefistofele)
Teatro dell’Opera di Roma – Stagione 2023/24
(fotografia Fabrizio Sansoni)
Per quanto riguarda invece le prestazioni degli interpreti di Faust e di Mefistofele, non si può dire che siano state perfette. La voce del tenore Joshua Guerrero non ha un timbro particolarmente accattivante, è affetta pure da vibrato, però è sonora e quando sale ha squillo, sebbene ci sia il sospetto di un’emissione un po’ forzata. Joshua Guerrero prova a corrispondere alle volontà di Michele Mariotti, ma il legato appare strascicato, e quando tenta di modulare il suono o di alleggerirlo, la voce va indietro e si opacizza. All’ultima recita, quella che i melomani dicono “delle valigie”, Joshua Guerrero evidentemente rilassato e tranquillo, ha cantato meglio e i difetti sono parsi meno evidenti.
Al suo ingresso nel Prologo in cielo, John Relyea impressiona per il volume e la robustezza della sua voce di basso, ma poco dopo ci si accorge che l’emissione è compresa tra naso e gola e che non risuona come dovrebbe. Il fraseggio, sebbene abbastanza studiato, non ha poi così tanti colori e tante sfumature per rendere un Mefistofele maligno e beffardo, come poteva essere nelle intenzioni di Arrigo Boito felicemente ricercate poi da Michele Mariotti. Una linea interpretativa che John Relyea, come Joshua Guerrero, ha reso con più compiuta rifinitezza nell’ultima recita, chiaramente sollevato dalle tensioni della prima.

Maria Agresta – John Relyea – Joshua Guerrero
Teatro dell’Opera di Roma – Stagione 2023/24

Michele Mariotti
Teatro dell’Opera di Roma – Stagione 2023/24
Un’inaugurazione, quella dell’Opera di Roma del 27 novembre 2023, che alla fine ha registrato un successo clamoroso. Interminabili ovazioni al calore bianco ci sono state per tutti i cantanti, Cori compresi, come per l’Orchestra del Teatro davvero in forma magnifica, con punte di entusiasmo incontenibile per l’artefice musicale della serata: Michele Mariotti. Contestazioni invece, anche se presto coperte dagli applausi, per il regista Simon Stone e per i suoi collaboratori: Mel Page (per le scene e i costumi) e James Farncombe (alle luci). Un successo che è ripetuto all’ultima recita del 5 dicembre 2023, ma non per Simon Stone, già partito alla volta di Parigi per allestire nuovamente La traviata di Verdi, già proposta nel 2019 all’Opéra Garnier con la direzione d’orchestra di Michele Mariotti.

Pioggia di applausi per questa splendida recensione. Io c’ero e sottoscrivo tutto ciò che è stato scritto. Come baroccaro-rossiniano fino a qualche tempo fa avevo in uggia quest’opera checm invece mi si è rivelata in tutta la sua bellezza grazie a una splendida esecuzione musicale ,una grande regia e grazie anche a questa accuratissima disamina dell’opera e dello spettacolo da parte di Paolo. L’opera che si confronta con la contemporaneità . Quello che occorre per non farla morire. Per chi non ama questo concetto,esistono le regustrazioni passate e i musei. Il teatro è altra cosa . Grazie Paolo
Bellissima recensione e interessantissima analisi dell’opera. Io c’ero e sottoscrivo appieno quanto scritto. Anzi, devo ringraziare Paolo che mi ha svelato con linguaggio semplice ma approfondito, le bellezze di quest’opera che io, baroccaro e rossiniano DOC, avevo non so perché in ugggia. Ma questo spettacolo, questa direzione, questi interpreti e questa recensione mi hanno fatto cambiare totalmente parere. L’opera che si confronta con la contemporaneità: questo si deve fare per non farla morire. Grazie a tutti e uno speciale ringraziamento a Paolo per il suo illuminante e informatissimo articolo.