Ricordo di Lucia Valentini Terrani, a venticinque anni dalla scomparsa, avvenuta a Seattle nello Stato di Washington l’11 giugno 1998. Un ricordo che ripercorre la sua carriera, costellata di tante serate, in teatro come nelle sale da concerto, che già allora avevano il sapore dell’eccezionalità. Un ricordo anche condotto sull’onda della memora: ripensando – non senza emozione e con un “senso” critico maturato negli anni – a tutte le volte che ho avuto il piacere e la fortuna di incontrare e di ascoltare Lucia Valentini Terrani.

Lucia Valentini nasce a Padova il 29 agosto 1946. Inizia gli studi nel Conservatorio della sua città e poi passa a quello di Venezia, dove il compositore e pianista Adriano Lincetto e il soprano Iris Adami Corradetti l’aiutano a individuare il tipo di voce che le appartiene e a scoprire il repertorio più adatto. Debutta nel 1969 a Brescia con La Cenerentola di Gioachino Rossini e i giornali parlano «di un felicissimo esordio» e di «una gradita sorpresa», di una voce «morbida e fortemente espressiva» e di «una tecnica di primissimo ordine». Cantando il rondò finale dell’opera vince il Concorso televisivo RAI “Voci nuove” dedicato a Rossini nel 1972. Con La Cenerentola poi – tra il ’72 e il ’73 – debutta al Teatro di Corte di Versailles e al Nuovo di Torino e poi alla Scala di Milano nel riuscitissimo allestimento firmato da Jean-Pierre Ponnelle, alla conduzione c’è Claudio Abbado. Inizia così un felice sodalizio con il teatro milanese e con il celebre direttore, destinato a durare fino al 1985.
Lucia Valentini (che nel frattempo aggiunge al suo cognome quello di Alberto Terrani, noto attore teatrale divenuto suo marito nel 1973) appare in televisione nel 1977 interpretando Fidalma del Matrimonio segreto di Domenico Cimarosa; lo spettacolo è di Ugo Gregoretti “filmato” al Teatro Comunale di Firenze. L’anno successivo veste i panni di Isabella, la protagonista dell’Italiana in Algeri di Rossini, in un allestimento realizzato ancora da Gregoretti espressamente per la RAI. Vedo entrambi gli spettacoli. Poi arriva, sempre nel 1978, la diretta radio ancora dal Comunale di Firenze del Werther di Jules Massenet; protagonista è Alfredo Kraus e sul podio c’è Georges Prêtre. Lucia Valentini Terrani canta Charlotte. Stupendamente. Quell’ascolto, confermato nel febbraio 1982 quando Werther è ripreso nello stesso teatro, e assistendovi dal vivo ho modo di apprezzare anche Pier Luigi Samaritani per la bella regia (come per le scene e i costumi) e per l’ottima prova che dà di conduzione degli attori, basta da solo a farmi comprendere che con quella voce così preziosa e seducente, dotata di tante screziature e tantissimi colori, Lucia nel repertorio francese si trova in uno dei suoi “territori” di elezione.

Regia, scene e costumi: Pier Luigi Samaritani

Regia, scene e costumi: Pier Luigi Samaritani
E questo vuol dire una Charlotte pudica e riservata, che nel finale, dopo tanta repressione, si lascia andare all’amore travolgente per Werther. Vuol dire una protagonista della Mignon di Ambroise Thomas malinconica e sognante; una lettura che purtroppo non ha séguito e resta confinata a Firenze alle sole recite del novembre 1983, che pure vedo. Vuol dire una Carmen che adesca don José con tutto il languore possibile, ma che diventa dura come la pietra quando si stanca di lui. Quello della zingara di Georges Bizet è un ruolo in cui Lucia Valentini Terrani debutta a Bonn nel 1986, che canta di nuovo nel 1988 a Torino e all’Arena Sferisterio di Macerata, dove ancora lo canta nel 1994 ma per l’ultima volta. Purtroppo non vedo in scena Lucia Valentini Terrani interpretare Carmen, l’ascolto in registrazioni “pirata” di fortuna; non la vedo nemmeno nell’edizione del 1986 al San Carlo di Napoli firmata da Lina Wertmüller, pur avendo prenotato un posto, perché per una crisi nervosa da stress Lucia abbandona la produzione all’anti-generale. Chi assiste tuttavia alle recite “maceratesi”, e so alquanto critico nei confronti di Lucia Valentini Terrani, riferisce che si tratta di una prestazione di altissimo livello, indimenticabile.

Teatro Regio di Torino

Rossini Opera Festival
Nell’aprile 1981 ritrovo Lucia Valentini Terrani che affronta per la prima volta il Rossini “serio” con Arsace nella Semiramide al Regio di Torino. Vedo lo spettacolo, con la regia “alla Piranesi” di Pier Luigi Pizzi, in TV comodamente seduto in poltrona, senza andare a teatro. Nell’agosto del 1982 ecco Lucia debuttare al Rossini Opera Festival con Tancredi. Assisto a due recite consecutive. La regia è ancora di Pier Luigi Pizzi, che sceglie un’ambientazione medievale e veste i personaggi con costumi che evocano le statue di Michelangelo nelle Cappelle Medicee. La direzione varia e dinamica è di Gianluigi Gelmetti, che sceglie di eseguire in una stessa serata i due finali dell’opera: quello tragico prima (vissuto come un sogno) e quello lieto alla fine a giusta conclusione. Lucia Valentini Terrani interpreta Tancredi: ne fa un eroe “romantico” sognante e affettuoso, innamorato non tanto di Amenaide (molto ben cantata da Katia Ricciarelli, all’epoca in stato di grazia) quanto dell’idea stessa dell’amore: secondo quanto mi confidò la stessa Lucia alla fine delle recite.

Rossini Opera Festival
Alla Semiramide debuttata a Torino, ne segue un’altra a Roma per l’inaugurazione della stagione 1982/83. Protagonista è June Anderson, alla sua prima apparizione italiana. L’ultimo capolavoro “italiano” di Rossini arriva nel Teatro della Capitale dopo un secolo di assenza. Il successo però non è quello sperato. Il pubblico contesta la scenografia “lignea” di Arnaldo Pomodoro e la direzione d’orchestra opaca, pesante e lentissima di Gabriele Ferro, ma le ovazioni le riserva tutte per June Anderson e Lucia Valentini Terrani, che finalmente ascolto negli abiti di Arsace dal “vivo”.

Teatro dell’Opera di Roma
Nell’estate 1983 altro debutto “rossiniano” al ROF: Malcom della Donna del lago. Lucia è entusiasmante. Cito un solo esempio. Nel tempo di mezzo tra l’aria e la cabaletta del secondo atto, quando a Malcom viene detto che l’amata Elena (sempre Katia Ricciarelli, ma meno in forma dell’anno precedente) si sta recando alla corte del re “nemico” Giacomo V di Scozia per salvare il proprio padre, ci sono due brevi frasi da ripetere: «Che avvenne?… Che sento!». Lucia le esegue con un accento così diverso per ognuna da lasciare sbalorditi: nel giro di due sole battute, apparentemente ma soltanto apparentemente insignificanti, fa percepire tutti i mutevoli stati d’animo del personaggio, passando dallo stupore allo sgomento, congiuntamente alla paura e alla trepidazione per ciò che accade.

Rossini Opera Festival
Nel dicembre 1983 arriva alla Scala L’italiana in Algeri (altro cavallo di battaglia) diretta da Claudio Abbado, con la regia di Jean-Pierre Ponnelle, spettacolo divenuto ormai “storico”, e con un cast di colleghi “rossiniani” doc: Paolo Montarsolo, Enzo Dara e Dalmacio Gonzales. Assisto alla recita del 31 dicembre. Ciò che si provò è difficile da raccontare ancora oggi; non fu nemmeno necessario attendere la mezzanotte per essere allegri. Bastò l’eco di quelle splendide e fantastiche assurdità “rossiniane” raccontate così bene da Lucia Valentini Terrani e da Claudio Abbado (senza dimenticare il regista, il resto del cast e i complessi scaligeri) a far sprofondare felici e beati nel mondo dei sogni noi giovani melomani di allora, come ai bambini della nostra infanzia bastavano il nonsenso e la fantasia di Carosello.

Nel febbraio 1984 Lucia Valentini Terrani si esibisce al Teatro dell’Opera di Roma nella Cenerentola. È la prima volta per me in questo ruolo così mitizzato. Come è per la prima volta che l’ascolto (insieme con una notevole compagine di pubblico e di critici) nell’Auditorium Pedrotti di Pesaro interpretare la Marchesa Melibea nel Viaggio a Reims di Rossini. È un’interpretazione di rilevanza storica, come storica è la riproposizione di questo capolavoro ritenuto perduto e nell’agosto 1984 proposto in prima moderna. Lo dirige con verve scoppiettante e scintillante raffinatezza Claudio Abbado, lo allestisce con colta fantasia e giocando con il linguaggio metateatrale del libretto Luca Ronconi, lo canta da par suo Lucia Valentini Terrani con uno stuolo di cantanti da parterre de roi. Li cito tutti nei rispettivi ruoli, con doveroso affetto: Cecilia Gasdia (Corinna), Lella Cuberli (Contessa di Folleville), Katia Ricciarelli (Madama Cortese) Edoardo Gimenez (Cavalier Belfiore), Francisco Araiza (Conte di Libenskof) e all’ultima recita che vidi Dalmacio Gonzales, Samuel Ramey (Lord Sidney), Ruggero Raimondi (Don Profondo), Enzo Dara (Barone di Trombonok), Leo Nucci (Don Alvaro) e ancora Giorgio Surjan (Don Prudenzio), Oslavio Di Credico (Don Luigino), Raquel Pierotti (Maddalena), Antonella Bandelli (Delia), Bernadette Manca di Nissa (Modestina), Luigi De Corato (Antonio), Ernesto Gavazzi (Zefirino) e per finire William Matteuzzi (Gelsomino).

Leo Nucci – Enzo Dara – Katia Ricciarelli – Lucia Valentini Terrani – Ruggero Raimondi – Francisco Araiza
Un anno più tardi, nell’agosto 1985, Lucia Valentini Terrani con Maometto secondo è di nuovo al Rossini Opera Festival (ed è per l’ultima volta che la incontro a Pesaro). Protagonista di questa produzione in edizione “critica”, affidata alla direzione di Claudio Scimone e alla regia di Pier Luigi Pizzi, è uno strepitoso Samuel Ramey (battezzato per l’occasione il Filippo Galli della modernità) e il ruolo che fu di Isabella Colbran ora è appannaggio di Cecilia Gasdia, che sfoggia una presenza scenica ragguardevole. La parte di Calbo è una delle più difficili del repertorio “rossiniano”, al limite dell’ineseguibile, e Lucia, che alla fine della grande aria “Non temer: d’un basso affetto” ha un’ovazione interminabile, ripropone i fasti di una vocalità belcantistica strabiliante, scritta apposta (a mio parere, con una sottile punta di sadismo artistico) per il contralto Adelaide Comelli, moglie dell’altrettanto illustre Giovanni Battista Rubini.
Non trascorre neanche un mese, che torno ad applaudire Lucia Valentini Terrani nel Viaggio a Reims, che trasmigra dal Pedrotti di Pesaro alla Scala di Milano, bissando il successo dell’agosto 1984 quasi con più esultanza.

Rossini Opera Festival
Alla luce di una cronologia “rossiniana” siffatta, e senza paura di smentita, si può affermare che Lucia Valentini Terrani fin dall’esordio dimostra di avere un’autentica vocazione a cantare Rossini. Lo dimostra con un canto affidato a un fraseggio ricco nei colori e vario nelle dinamiche, elegiaco e patetico ma anche palpitante e fremente. Un canto morbido e vellutato con pure le agilità cosiddette “di maniera“: languide e soavi. Un canto che si alterna a un altro più mosso e “brillante”, dove le agilità diventano “di bravura” e sono emesse di forza, suonano rapide turbinose e mordenti. Un canto che si arricchisce di una vocalizzazione netta e precisa, acrobatica e fantasiosa nelle variazioni. Un canto che si mostra improntato in prevalenza a un abbandono e anche a un’ebbrezza che risvegliano antiche e arcadiche emozioni, le quali si rivelano alfine come la linfa vitale e l’energia pulsante del canto “rossiniano”.
Se è vero che Lucia Valentini Terrani aveva una voce di mezzosoprano autentico, con un registro centrale morbido e brunito, che con il procedere della carriera diventò di contralto, acquistando corpo e risonanza; se è vero – come scrive Giancarlo Landini nel “Dizionario Biografico degli Italiani” della Treccani – che Lucia Valentini Terrani sfoggiava «un canto sul fiato, un gioco di colori, una fluida coloratura nei passi fioriti, una nitida dizione, un vivido fraseggio e uno slancio emotivo» con cui conquistava tutti: pubblico e critica; se è vero che questa vocalità, con l’aggiunta di una musicalità eccellenti, di un buon gusto e di un senso estetico innati, e di una pronta e acuta intelligenza musicale, era adatta all’opera buffa e seria del repertorio settecentesco e “rossiniano”, è altrettanto vero che Lucia Valentini Terrani sapeva distinguersi anche in altri repertori: oltre a quello francese c’erano il repertorio tedesco e russo, come c’erano la liederistica e la musica concertistica in ambito sia profano sia sacro.

È così che a Roma all’Auditorio Pio di via della Conciliazione, quando era la sala da concerto dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, ricordo Lucia Valentini Terrani voce solista nella Sinfonia n. 3 di Gustav Mahler diretta da Zubin Mehta (nel maggio 1979) e nell’Alt Rapsodie di Johannes Brahms diretta da Gerd Albrecht (nel marzo 1984). Poi nel febbraio 1989, accompagnata al pianoforte da Vincenzo Scalera, l’ascolto proporre – accanto ai lieder di Brahms, Mahler e Schubert – la cantata Giovanna d’Arco dell’amato Rossini. Se la memoria non m’inganna, quella esibizione all’Auditorio Pio è l’ultima in cui ascolto dal “vivo” la voce di Lucia ancora integra.
Guardando in retrospettiva quei vent’anni di carriera di Lucia Valentini Terrani, mi accorgo che purtroppo manca per me un non trascurabile numero di appuntamenti importanti. Ad esempio nel 1975 a Milano la cantata Aleksandr Nevskij di Prokof’ev e a Palermo Il barbiere di Siviglia di Rossini e pure Le comte Ory a Torino, nel 1980 la Sinfonia n. 2 di Mahler a Roma insieme con Margaret Price e Claudio Abbado, nel 1988 Orfeo ed Euridice di Gluck a Napoli e Oedipus Rex di Stravinskij a Siena, nel 1989 Dido and Aeneas di Purcell a Venezia e Das Lied von der Erde di Mahler a Torino. Del repertorio sacro, che Lucia canta in prevalenza tra il 1978 e il 1989, ascolto soltanto a Pesaro nel 1984 (all’epoca del Viaggio a Reims) Missa Solemnis di Mozart diretta da Claudio Abbado con anche Lella Cuberli, Edoardo Gimenez e Samuel Ramey. Mancano purtroppo anche Stabat Mater di Pergolesi e di Rossini, Petite Messe Solennelle ancora di Rossini, Messa da Requiem di Verdi e Messiah di Händel.

Per l’apertura della stagione scaligera 1979/80 Lucia Valentini Terrani interpreta Marina Mnishek nel Boris Godunov di Modest Musorgskij; indossa gli abiti del protagonista Nicolai Ghiaurov, dirige Claudio Abbado e la regia è di Jurij Ljubimov, con una grande iconostasi disegnata da David Borovslij come scenografia. È un successo incondizionato. Boris Godunov è proposto alla Scala per la seconda volta nel 1981 e Lucia interpreta nuovamente Marina a Firenze nel 1987, con la guida musicale di Myung-Whum Chung e quella registica di Piero Faggioni. Purtroppo non riesco a vedere neppure queste produzioni, ma per fortuna esiste una registrazione “live” dell’inaugurazione scaligera, che mostra quanto possano la cultura, l’intelligenza e la musicalità per Lucia Valentini Terrani. Marina è un personaggio divorato dal potere, per lei i pensieri sono impenetrabili e le azioni sono fredde, calcolate e asservite alla logica dell’interesse personale e Lucia Valentini Terrani sfrutta il fascino della propria voce e di attrice (ragguardevolissima, stando a quanto dichiara il solito amico “critico”, che la vede in scena anche in questa occasione) per costruire una Marina perfida, che agisce solo per sedurre e raggiungere così i propri obiettivi.

Lucia Valentini Terrani tra Claudio Abbado e Nicolai Ghiaurov
Con gli anni ‘90 inizia il declino. La voce di Lucia Valentini Terrani perde smalto e omogeneità, l’emissione non più ben controllata produce suoni che nel settore grave si opacizzano e suonano vuoti e che si sentono stimbrati e forzati nella zona acuta. Un declino dovuto, con molta probabilità alla frequentazione delle parti di contralto delle opere serie di Rossini, come La donna del lago, Maometto secondo e Semiramide, che portano la voce a insistere molto in profondità. Un declino che è vocale, ma non artistico. Lucia Valentini Terrani da sempre dimostra di essere un’interprete ragguardevole, mai sciatta o peggio ancora superficiale. Soprattuto negli ultimi anni di carriera. Consapevole, con molta probabilità, che la voce non è più quella di un tempo, Lucia supplice a questo “handicap” puntando tutto sull’interpretazione che approfondisce ancor più, che cesella ogni volta lavorando di bulino. Come riferiscono gli appassionati melomani e dimostrano le cronache delle prove offerte nell’ultimo Tancredi di Rossini a Pesaro nell’estate del 1991, nel Falstaff di Verdi al Regio di Torino nel 1993, l’unico cantato in Italia, e nella Grande-Duchesse de Gérolstein di Jacques Offenbach nel 1996 a Martina Franca (ben documentata da una registrazione discografica “live”). È l’ultima apparizione in palcoscenico. Da lì a poco ci sarebbe stata la diagnosi di quella grave forma di leucemia che avrebbe condotto alla morte, due anni più tardi, Lucia Valentini Terrani. Incolmabile e dolorosa perdita per l’Arte del Canto.
P.S.
Chissà perché. Ho sempre pensato che Lucia Valentini Terrani fosse una donna credente. Molto credente. Forse per la gentilezza con cui colloquiava con i suoi fans, per il sorriso che aveva in ogni occasione, oppure per lo stile di vita lontano dal gossip e dall’esibizionismo, tipico invece di tante dive e “divette” del belcanto. Tutto ciò è confermato da una dichiarazione del marito Alberto: «Unica nella testimonianza della Fede. Accettando tutte le prove (del trionfo e dell’esclusione, della fragilità e della debolezza, della fiducia nella guarigione e della coscienza che non c’era più nulla da fare) come tappe di avvicinamento a Dio lungo un pellegrinaggio che dà senso all’esistenza umana». Non è un caso che Lucia Valentini Terrani, grandissima “rossiniana”, offra un’interpretazione dell’Agnus Dei della Petite Messe Solennelle che è fuori del comune, unica, che va oltre la semplice scrittura vocale. Una lettura che dà totale evidenzia alla spiritualità che permea quest’ultimo péché de vieillesse e per il quale Gioachino Rossini non poteva non apporre sull’ultima pagina della partitura questa ironica ma in fondo sincera dedica che, senza tema di apparire irriverente, provo a dire che Lucia Valentini Terrani avrebbe sottoscritto, fosse soltanto come interprete “rossiniana” di riferimento: «Bon Dieu! La voilà terminée cette pauvre petite messe. Est-ce bien de la musique Sacrée que je viens de faire ou bien de la Sacrée musique? J’étais né pour L’Opera Buffa, tu le sais bien! Peu de Science un peu de coeur tout est la. Soit donc Beni, et accorde moi Le Paradis”.
https://www.youtube.com/watch?v=dvnvrCnSoHQ

Grazie di cuore per questo magnifico articolo che ci restituisce questa grande figura di cantante, di artista,di donna. Ho avuto la fortuna di essere onorato della sua amicizia e posso sottoscrivere ogni singola parola. Ho toccato con mano la sua sensibilità, la sua signorilità, il suo perfezionismo quasi maniacale. È vero,amava profondamente Rossini e quando le parlai di un procedimento tecnologico mirato a costruire una sinfonia rossiniana con parti di diverse sinfonie lei disse: “Ah, lui sarebbe impazzito,gli sarebbe piaciuto moltissimo!”.
Grazie di cuore. Lucia vivrà sempre nel ricordo di chi l’ha ascoltata e di chi l’ha conosciuta.