Il Teatro Lirico di Cagliari ha aperto la Stagione Lirica 2023 con Gloria di Francesco Cilea. Alla direzione e concertazione c’era Francesco Cilluffo e alla regia Antonio Albanese. Nelle parti principali si sono alternati i soprani Anastasia Bartoli e Valentina Boi, i tenori Carlo Ventre e Denis Pivnitsky, i baritoni Franco Vassallo e Ivan Inverardi e i bassi Ramaz Chikviladze e Mattia Denti. L’Orchestra e il Coro erano del Teatro Lirico di Cagliari.
La cronaca è riferita alle recite del 16 febbraio (cast alternativo) e del 17 febbraio 2023 (“primo” cast).

Teatro Lirico di Cagliari
(fotografia Priamo Tolu)
Francesco Cilea scrive le sue opere liriche tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, è per questo un compositore da collocare nel quadro del verismo musicale italiano. A ben guardare però la sua musica non ha la foga e la passionalità di quella dei veristi (basterebbe metterla a confronto con l’opera manifesto Cavalleria rusticana di Pietro Mascagni, per subito comprenderlo) e non nasce da un impeto creativo, piuttosto da un studio attento e pensato (Cilea torna, ad eccezione di Adriana Lecouvreur, a rivedere più volte le proprie partiture); l’orchestrazione è ricca e raffinata, gli impasti timbrici sono ricercati e la vocalità, impostata sempre sul declamato melodico di matrice veristica, è tuttavia più flessuosa e morbida e guarda alla romanza da salotto e alle nenia popolari (in particolare napoletane) e risente infine della “sensuale” musicalità dell’opera francese (Jules Massenet in primis).

Teatro Lirico di Cagliari

Teatro Lirico di Cagliari
Francesco Cilluffo dirige Gloria di Francesco Cilea al Teatro Lirico di Cagliari, tenendo conto di quanto detto. Lo si è scoperto fin dall’inizio: da quando con un suono ricco e vario nei colori e nelle tinte orchestrali, dando il giusto risalto ai violini ai legni acuti e alle arpe, ha ben descritto l’acqua che sciaborda da una monumentale fontana, ma subito dopo il suono dell’orchestra, con l’entrata degli ottoni e dei timpani, da leggero e “grazioso” si faceva pieno e vibrante, solenne e spiegato, per raccontare il festante stupore del popolo che «si stringe attorno alla fonte per meglio assistere all’arrivo dell’acqua».
Che Cilluffo sia stato attento anche al melodiare, all’abbandono lirico, all’eleganza del canto di Francesco Cilea lo ha dimostrato per come conduceva e concertava le voci, nel carezzevole ma vivo sostegno orchestrale che dava loro, nei tempi di largo respiro che imprimeva ai momenti di maggior pathos, affinché le voci si potessero espandere e piegare a un fraseggio espressivo, mutevole e rifinito. Come dimostrava la resa dei bei duetti tra la protagonista e il suo amante nel secondo e nel terzo atto, sicuramente tra le pagine più interessanti di Gloria.
La titolare del ruolo eponimo era il soprano Anastasia Bartoli. La voce di colore alquanto scuro al centro, tendeva a diventare metallica quando saliva agli acuti e quando si affievoliva un poco in basso l’emissione suonava aperta. Il fraseggio non era cosi sfumato e colorito come sarebbe convenuto a una eroina di Francesco Cilea, appassionata e tormentata; qualche pianissimo risultava sfibrato, gli attacchi non sempre erano “puliti” ma “portati”, presi di “scivolo”, e la dizione appariva alquanto confusa. Con molta probabilità Anastasia Bartoli non era in forma fisica ottimale. Aveva annullato la recita precedente a quella in cui l’abbiamo ascoltata, perché raffreddata. La sostituiva Valentina Boi, il “secondo” soprano in locandina, la quale cantando anche la sera successiva all’avvicendamento si trovava così ad affrontare l’impegnativo ruolo di Gloria per due recite di seguito. Con molta probabilità e comprensibilmente, è per questo che la sera in cui l’abbiamo ascoltata, Valentina Boi ha giocato un po’ al risparmio e ha cantato con cautela. Tuttavia ha avuto modo di farsi apprezzare per l’ambrata voce di soprano lirico e per la linea di canto affettuosa e musicale, piuttosto mobile e colorita. Al suo fianco c’era il tenore ucraino Denis Pivnitsky, il quale esibiva una voce chiara e squillante ma un canto aspro e forzato in zona di passaggio e negli estremi acuti, che tuttavia diventava più “dolce” al centro per rendere credibile il lato romantico di Lionetto (questo il nome dell’amante di Gloria).

Carlo Ventre – Anastasia Bartoli
Teatro Lirico di Cagliari
(fotografia Priamo Tolu)
Il tenore uruguaiano che cantava il ruolo del protagonista maschile accanto ad Anastasia Bartoli era Carlo Ventre. Esibiva una voce di bel metallo scuro, omogenea, robusta, sonora e squillante in alto, ma di contro puntava alla fierezza e all’aspetto guerresco della parte con un canto quasi sempre fissato sul forte e avaro di mezzetinte.
Bardo, il fratello “cattivo” di Gloria, è stato interpretato alternativamente da Franco Vassallo e da Ivan Inverardi: una resa complessiva buona per entrambi, ma di Vassallo si sono apprezzate ancora una volta l’emissione corretta, il canto rotondo e il fraseggio tornito, a conferma dell’esperienza e della professionista di un artista in carriera da trent’anni. Buone anche le prestazioni dei bassi Ramaz Chikviladze e Mattia Denti, che cantavano il breve ruolo del padre di Gloria. Eccellenti infine le prove offerte dall’Orchestra e dal Coro del Teatro Lirico di Cagliari (quest’ultimo guidato da Giovanni Andreolli) nel rispondere a tutte le sollecitazioni del direttore Cilluffo.

Teatro Lirico di Cagliari
(fotografia Priamo Tolu)
La produzione operistica di Francesco Cilea è piuttosto esigua, cinque titoli in tutto: Gina (1889, il saggio finale di conservatorio) Tilda (1892, presto dimenticata) L’Arlesiana (1897, il grande successo) Adriana Lecouvreur (1902, il capolavoro) e finalmente Gloria, che ebbe la sua première il 15 aprile 1907 alla Scala di Milano, diretta da Arturo Toscanini e con un quartetto di cantanti a dir poco stellare: il soprano Solomija Krušel’nyc’ka (la protagonista della prima italiana della Salome di Richard Strauss, ancora con Toscanini) il tenore Giovanni Zenatello (il futuro fondatore della Stagione Lirica dell’Arena di Verona) il baritono Pasquale Amato e il basso Nazzareno De Angelis. Nonostante i nomi eccellenti l’opera non ebbe successo. Cilea fece tagliare e ricucire il libretto originale a Ettore Moschino e trovò interessanti soluzioni musicali, cosicché la “nuova” Gloria ebbe il battesimo al San Carlo di Napoli il 20 aprile 1932, con Giannina Arangi Lombardi e Ulisse Lappas protagonisti e Franco Capuana direttore. Una versione (ora ascoltata a Cagliari) che nonostante l’apprezzamento, soprattutto del pubblico, cadde in oblio abbastanza presto. Delle poche rappresentazioni che seguirono, se ne ricordano una a Roma nel 1938 (con Maria Caniglia e Beniamino Gigli) e un’altra ancora a Napoli nel 1951, alla presenza della vedova di Francesco Cilea, due infine sono documentate dal disco: una risale al 1969 ed è diretta da Fernando Previtali con i Complessi della Rai di Torino e con Margherita Roberti e Flaviano Labò protagonisti, l’altra è stata data al Festival di San Gimignano del 1997 e vede come interpreti principali Fiorenza Cedolins e Alberto Cupido, diretti da Marco Pace.
Ben venga dunque questa “nuova” Gloria al Teatro Lirico di Cagliari, il quale da anni ormai propone titoli inaugurali siffatti, per richiamare l’attenzione del pubblico e della critica su opere insolite, rare o semi-sconosciute che meritano una seconda chance.

Teatro Lirico di Cagliari
(fotografia Priamo Tolu)
Gloria, che Cilea considerata il suo lavoro più riuscito e che propose, ma invano, a Maria Callas nel 1950, si avvale del libretto di Arturo Colautti, liberamente tratto dal dramma di Victorien Sardou La haine. Racconta della tragica storia d’amore di Gloria e Lionetto, giovani rampolli di due famiglie rivali: i Bardi e i Ricci. Una sorta di storia alla Romeo e Giulietta ambientata nel XIV secolo a Siena, anziché a Verona; una storia cruenta (mani tagliate, avvelenamenti, suicidi e uccisioni a fil di spada) gravida di orpelli (grandi adunanze di popolo tra dispiegamento di stendardi e squilli di trombe) e priva di drammaturgia (praticamente non c’è azione scenica); una storia che racconta un “falso” medioevo oscuro e decadente, strizzando l’occhio al teatro di Gabriele D’Annunzio, con un linguaggio ampolloso e ridondante. Che se poteva soddisfare il gusto dell’epoca, cozzava con il sentire di Francesco Cilea. Che non era per «l’affresco epico» ma per «il ritratto intimista», «tanto che Cilea andava raccomandando ai direttori d’orchestra di prestare molta cura alla resa dei dettagli, senza limitarsi alla sola superficie del racconto», come ricorda Francesco Cilluffo nel programma di sala. Una musica raffinata e preziosa che Cilea compose influenzato anche dal “nuovo” che nasceva e si muoveva nell’Europa del Novecento: come il simbolismo musicale di Debussy o la «grande scuola di composizione russa, che faceva capo a Rimskij Korsakov». È anche innegabile che ascoltando Gloria si scoprono idee e notazioni musicali che rimandano a Puccini, in particolare al Puccini di Madama Butterfly. Una musica tutta incentrata sulla melodia, che è sempre seducente, immediata, naturale e di una semplicità assoluta. Come si scopre ad esempio nell’intenso lamento sinuoso, interrotto da brevi pause come singhiozzi e costruito su un climax melodico, che Gloria intona contemplando Siena assediata, la cui esecuzione a Cagliari faceva scoppiare puntuale l’applauso.
Una melodia che «dev’essere espressa – come diceva Francesco Cilea – con linguaggio elevato dell’anima, con discorso musicale logico, atto a persuadere la mente e a commuovere il cuore. […] E questo linguaggio si dovrà esprimere e sostenersi sempre con le forme e con i mezzi che il progresso dell’Arte e i nostri nuovi tempi chiaramente ci additano, ma anche con la mente e cuore italiani e non dimenticando l’opera nobilissima e le non effimere esperienze dei nostri maestri del passato».

Teatro Lirico di Cagliari
(fotografia Priamo Tolu)
Non resta ora che la regia di Antonio Albanese, della quale non c’è molto da riferire, a dire il vero. Con la dichiarazione di «stabilire un nesso con i luoghi che dovranno accogliere lo spettacolo» che va in scena, Albanese ha trasferito la vicenda dalla Toscana trecentesca alla Sardegna nuragica di 3000 anni fa. La scenografa Leila Fteita ha immaginato un “ambiente” unico circolare, che solo alla fine si dispiegava frontalmente, che molto realisticamente ricordava il Pozzo Sacro di Santa Cristina nei pressi di Paulilatino nel cuore della Sardegna: una spettacolare costruzione fatta di massi squadrati, perfettamente incastrati in una geometria simmetrica e perfetta. Anche la foggia dei costumi di Carola Fenocchio ricordava quella degli abiti tradizionali sardi. In un simile contesto, suggestivo e molto bello a vedersi (ben riuscito era pure il gioco di luci di Andrea Ledda: il blu-cobalto del cielo che risplende sullo fondo di una scena di un bianco abbagliante, ad esempio) la regia di Antonio Albanese si è limitata a disporre il coro immobile su alti e stretti gradoni e a regolare le entrate le uscite e i movimenti dei cantanti, secondo le didascalie del libretto, ma senza approfondire più di tanto la psicologia dei personaggi o il sottotesto delle parole e delle azioni. Una innocua “non-regia” dunque questa di Antonio Albanese per Gloria di Francesco Cilea al Teatro Lirico di Cagliari, che se non altro ha avuto il pregio di non disturbare e lasciare allo spettatore la possibilità di concentrarsi sulla musica, che pur non appartenendo a un capolavoro, ha comunque catturato l’interesse e l’attenzione del non particolarmente folto pubblico cagliaritano, che alla fine ha applaudito con soddisfazione e calore.

Mattia Denti – Valentina Boi – Denis Pivnitsky – Ivan Inverardi
Teatro Lirico di Cagliari
(fotografia Priamo Tolu)
