“Il Tamerlano” di Vivaldi: una rarità al Teatro Comunale di Modena

Al Teatro Comunale “Pavarotti-Freni” di Modena il 5 febbraio 2023 è andata in scena la seconda recita di Il Tamerlano, ovvero La morte di Bajazet di Antonio Vivaldi, la prima c’è stata il 3 febbraio. Il direttore era Ottavio Dantone, alla guida dell’ensemble barocco “Accademia Bizantina” e dei cantanti Filippo Mineccia, Bruno Taddia, Delphine Galou, Federico Fiorio, Shakèd Bar e Arianna Vendittelli. La regia, insieme con le scene e i costumi erano di Stefano Monti. Lo spettacolo, che è una coproduzione tra varie Fondazioni Liriche, è andato in scena anche al Teatro Alighieri di Ravenna, al Municipale di Piacenza e al Valli di Reggio Emilia, l’ultimo teatro a ospitare Il Tamerlano è stato il Giglio di Lucca il 17 e il 19 febbraio scorsi.

Antonio Vivaldi: Il Tamerlano (fotografia di Zani Casadio)
Coproduzione Teatri di Ravenna, Piacenza, Reggio Emilia, Modena e Lucca.

Ottavio Dantone è un noto studioso e un affermato conoscitore della musica barocca. E lo ha dimostrato anche in questa occasione. La sua conduzione in genere vivace e dinamica, ma dove richiesto anche più controllata e di ampio respiro, ha reso comunicativa la partitura del Tamerlano, incentrata in prevalenza su una lunga sequela di arie, che tuttavia hanno il pregio di andare dal bello al sublime. Una direzione varia ed eloquente, come ha dimostrato ad esempio l’esecuzione dell’aria “Sposa son disprezzata” (una delle gemme della partitura). La patetica e dolente intensità del pezzo, che altri direttori avrebbero ricercato quasi soltanto in sonorità struggenti e moderate, Dantone l’ha fatta emergere invece dall’accompagnamento incisivo e ben cadenzato e dal suono dell’Accademia Bizantina (di ottimo livello come sempre) reso pieno rutilante e vibrante, con in bella evidenza gli impasti timbrici e la ricca varietà dello strumentale. Non ultimo sono da segnalare le variazioni nel “da capo” dell’aria (ma questo è accaduto con tutti i “pezzi” tripartiti) eseguite con stile ed espressione. Di contro hanno sorpreso gli energici tagli apportati ai recitativi da Dantone, il quale nelle opere di Vivaldi ne riconosce comunque la necessità e la bellezza. Una riduzione che unita a un’accentazione del testo piuttosto fiacca e poco variegata da parte di alcuni cantanti, ha reso in vari momenti problematica la comprensione del testo e dello snodarsi della storia.

Antonio Vivaldi: Il Tamerlano (fotografia di Zani Casadio)
Coproduzione Teatri di Ravenna, Piacenza, Reggio Emilia, Modena e Lucca.

Luci e ombre per i cantanti. Il protagonista era interpretato da Filippo Mineccia; un controtenore dalla voce piuttosto scura e densa al centro, che però ha qualche difficoltà a “fondere” perfettamente il registro di petto con quello di testa e l’emissione a volte in basso perde corpo e in alto si percepisce stimbrata. La vocalizzazione nel suo insieme è buona e l’accento e il fraseggio sono energici e incalzanti, ben adatti a un ruolo da “cattivo” come è questo dell’imperatore de’ Tartari Tamerlano.
Bruno Taddia era un Bajazette spigoloso negli intenti: nel dare l’immagine di un Imperatore de’ Turchi, vinto e fatto prigioniero da Tamerlano, aspro e furente più che addolorato e inquieto. E spigolo nel canto costantemente improntato sul forte, con acuti spesso al limite del grido, con la vocalizzazione artificiosamente disomogenea e l’accento di fatto scomposto. Eppure Bruno Taddia saprebbe cantare con proprietà stilistica e piano, con gradevolezza ed eleganza, come ha dimostrato nel bellissimo recitativo di Bajazette, intonato con tono sommesso e con misterioso accento, che vede il re turco, ormai stanco e rassegnato, suggerire alla figlia Asteria di avvelenarsi per non cadere vittima di Tamerlano.

Antonio Vivaldi: Il Tamerlano (fotografia di Zani Casadio)
Coproduzione Teatri di Ravenna, Piacenza, Reggio Emilia, Modena e Lucca.

I panni di Asteria erano indossati dal contralto Delphine Galou. La sua voce quando sale acquista una poco gradevole fissità, con gli acuti che si fanno a volte striduli, e in basso a tratti è fioca. Il timbro e il colore non sono particolarmente seducenti, ma al centro la voce di Delphine Galou ha una certa gradevolezza e il suono è morbido e piuttosto rotondo. La vocalizzazione è scorrevole. Il canto via via che la recita procedeva acquistava espressività e le intenzioni interpretative si mostravano interessanti, volte a presentarci una principessa nobile e dignitosa.

Antonio Vivaldi: Il Tamerlano (fotografia di Zani Casadio)
Coproduzione Teatri di Ravenna, Piacenza, Reggio Emilia, Modena e Lucca.

A Idaspe (la confidente del principe greco Andronico) e a Irene (la principessa di Trebisonda, promessa sposa a Tamerlano) sono riservate le arie più virtuosistiche e più spettacolari della partitura; le hanno eseguite con precisione, giusta espressività e con buon controllo del suono il soprano Arianna Vendittelli e il mezzosoprano Shakèd Bar. Entrambe sono incorse in qualche asperità in alto e in qualche slittamento d’intonazione, ma sono nei che sono stati bellamente superati e dimenticati anche dal pubblico che ha molto applaudito le due cantanti.
Applauditissimo (e giustamente) è stato pure Federico Fiorio nella molto vocalizzata e assai difficile aria “Regna sol chi d’Asteria il cor possiede” di Andronico, il principe greco confederato con Tamerlano e innamorato di Asteria. Federico Fiorio è un controtenore che sfoggia una voce di bel colore dolce e chiaro, timbrata e omogenea, con acuti penetranti e gravi non molto voluminosi ma risonanti e ben immascherati, un canto morbido e vario e una vocalizzazione fluente “ardita” precisa e netta. 

Antonio Vivaldi: Il Tamerlano (fotografia di Zani Casadio)
Coproduzione Teatri di Ravenna, Piacenza, Reggio Emilia, Modena e Lucca.

Stefano Monti ha concepito uno spettacolo senza alcun riferimento all’epoca della storia narrata (XIV secolo) né alla data della composizione dell’opera (XVIII secolo). I costumi ricchi e fantasiosi erano fuori dal tempo e rimandavano al “postmoderno”, ai film di fantascienza fantasy. La scena era unica, fatta di una struttura mobile che ricordava un monòlito, che poteva evocare l’essenzialità e la linearità di uno spazio scenico, ma anche la grandezza e immensità che può assumere. La scena era perfezionata dall’uso di praticabili semoventi e di fantasiose proiezioni elettroniche. Ben calibrato e contrastato era poi il gioco di luci. Ogni personaggio aveva il suo doppio in un mimo, che si muoveva a passo di danza, su coreografie moderne fatte di acrobazie sorprendenti e affascinanti.
Scelte “stilistiche” che hanno consentito a Stefano Monti di realizzare uno spettacolo di teatro barocco “moderno”, che se doveva raccontare l’arte dello stupore e della meraviglia di antica memoria, ripensata con gli occhi di oggi o anche di domani, sbalorditivo e incantevole è stato. Una macchina teatrale che puntava nel suo insieme a vivacizzare un libretto statico e alquanto noioso nella sola e continua entrata e uscita di scena dei personaggi, e a esaltare la musica di Vivaldi & altri. Che è apparsa sorprendentemente bella e ricca nella sua varietà di inventiva e ispirazione melodiche e stupefacente e coinvolgente nella sua ardita e spericolata scrittura. Una musica che ha tenuto incollato per quasi tre ore alla sedia il pubblico accorso numeroso al Teatro Comunale di Modena (insolito evento per un’opera non di repertorio e di così rara rappresentazione), che non si stancava di applaudire e che è stato ringraziato alla fine dall’interna compagnia schierata in proscenio a bissare “Coronata di gigli e di rose“, il coro che conclude Il Tamerlano di Antonio Vivaldi.

Antonio Vivaldi: Il Tamerlano (fotografia di Zani Casadio)
Coproduzione Teatri di Ravenna, Piacenza, Reggio Emilia, Modena e Lucca.

Il Tamerlano, ovvero la morte di Bajazet, tragedia per musica in tre atti di Antonio Vivaldi, su libretto di Agostino Piovena, ebbe la sua prima assoluta durante il Carnevale del 1735 nel Teatro Filarmonico di Verona. È un’opera lirica piuttosto singolare: si tratta di un “pasticcio”. Così erano chiamati nel Settecento quei lavori teatrali formati da musiche preesistenti di differenti compositori o di uno stesso autore. Nel caso specifico, delle ventuno arie presenti nel Tamerlano dodici erano di Antonio Vivaldi (quattro di “nuova” composizione e otto “riciclate”), tre di Geminano Giacomelli, tre di Johann Adolph Hasse, una di Riccardo Broschi e una di Nicola Porpora, rispettivamente fratello e maestro del celebre castrato Farinelli.
Nella partitura di Tamerlano (op. 703 secondo il catalogo pubblicato da Peter Ryom) mancano cinque arie, di cui però si conserva il testo; Ottavio Dantone insieme con Bernardo Ticci, il curatore dell’edizione critica, le ha sostituite con altre arie di Vivaldi, di Giacomelli e anche di Hasse, «rispettando ovviamente la metrica e la prosodia dei testi originali». Operazione rispettosa della filologia musicale e dello stile del pastiche “vivaldiano”.

Antonio Vivaldi: Il Tamerlano (fotografia di Zani Casadio)
Coproduzione Teatri di Ravenna, Piacenza, Reggio Emilia, Modena e Lucca.

Molte sono le motivazioni del perché si scrivevano “pasticci” operistici come Il Tamerlano. Lo chiarisce bene Ottavio Dantone nel programma di sala.
Si ricorreva a pezzi già scritti in precedenza, come sappiamo, per la fretta e per la paura di non riuscire a consegnare il lavoro nei tempi stabiliti. Potevano essere inseriti anche i cavalli di battaglia o le arie “da baule” che i cantanti ingaggiati spesso imponevano d’autorità, per fare sfoggio di bravura ma anche per compiacere il pubblico, ben sapendo con quali musiche allettarlo. Potevano essere pezzi famosi e di indubbio valore, che un musicista sceglieva per garantirsi il successo e per rendere omaggio in qualche modo all’autore. Come succede con la citata “Sposa son disprezzata”: Giacomelli scrive l’aria per La Merope e Vivaldi la prende e la trasferisce di sana pianta nel Tamerlano, semplicemente riadattando il testo originale.
Questi inserimenti erano condotti sempre con l’intento di ottenere alla fine un “prodotto” omogeneo e congruo. L’unità drammaturgica era data dalla “tenuta” dei recitativi, la cui stesura Vivaldi nel Tamerlano riservò quanti esclusivamente a se stesso. L’unità musicale di contro il prete rosso la ottenne scegliendo pezzi che avessero un “colore” e una “temperatura” simili, che si “mimetizzassero” o meglio si fondessero assai bene tra loro e con il resto, senza fratture o senza «alcuna crisi di rigetto» come sottolinea Dantone e come ben dimostra ancora la storia di “Sposa son disprezzata”. È talmente congrua allo stile e all’ispirazione generale di questo Tamerlano, che per anni si è ritenuto fosse stato Antonio Vivaldi a scriverla.

Una opinione su "“Il Tamerlano” di Vivaldi: una rarità al Teatro Comunale di Modena"

  1. Ioero alla recita pomeridiana di Piacenza. Concordo appieno con quanto scritto. L’opera è certamente bellissima e degna di essere ascoltata. Alla mi recita cantava Giuseppina Bridelli, veramente strepitosa. Trovo in questa musica, più o meno ispirata che sia,una nobiltà e un livello musicale costante in tutti gli autori, nobiltà e livello musicale che non sempre si riscontrano nei compositori di epoche successive . Insomma,Vivaldi & Co.non hanno mai scritto “noi siam le zingarelle”….e nemmeno Rossini se è per questo. Chiedo perdono!

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