All’Auditorium “Parco della Musica” di Roma.
«Scusi Signore! – lei a me, dalla terza fila della terza galleria – Non ho comprato il programma di sala. Sa dirmi chi sono i tre compositori che ascolterò nel concerto?»
«Signora! – io a lei, dalla seconda fila sempre della terza galleria – Il compositore è uno soltanto: Mendelssohn-Bartholdy. E anche il “pezzo” in programma: l’oratorio Elias. Che sarà eseguito tutto di seguito. Senza intervallo.»
Nessun commento! Se non il mio (alquanto breve) su questo Elias di Felix Mendelssohn-Bartholdy diretto da Daniele Gatti, ascoltato giovedì 9 febbraio 2023 per la Stagione Sinfonica dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia.

L’oratorio Elias, che vide impegnato Mendelssohn per dieci anni e fino al 1846, quando lo portò a termine pochi mesi prima della morte, è una composizione “particolare” nel suo genere. Il Libretto è costituito da versetti e citazioni dalla Bibbia (soprattutto dal Primo e dal Secondo Libro dei Re) collegati da poche frasi descrittive, che più che un racconto vero e proprio (è assente la figura del narratore, immancabile invece negli oratori “classici” di Bach e di Händel, ai quali Mendelssohn chiaramente guarda) propone una successione di scene che vedono protagonista assoluto Elia, nell’intimo rapporto con il Dio dell’Antico Testamento e nella conflittuale relazione con il popolo d’Israele che il profeta vuole “redimere”: purificare dall’idolatria e riportare all’antica fede monoteistica.
Un personaggio di elevata statura morale che Mendelssohn così vedeva: «un vero profeta […] di quelli di cui avremmo nuovamente bisogno al giorno d’oggi, forte, zelante, probabilmente anche cattivo, arrabbiato e sinistro, in contrasto sia con la brutta gente della corte sia con la brutta gente del popolo, quasi in contrasto con il mondo intero e tuttavia sostenuto come da un paio di ali d’angelo». Un profeta Elia che giganteggia in una partitura magnificamente e intenzionalmente costruita, la cui drammaturgia più che al testo è affidata alla calda e ispirata bellezza della melodia e all’imponente ed efficace architettura musicale che la sostiene. Un esempio su tutti: l’ascesa al cielo di Elia.
In un Andante sostenuto in FA maggiore con l’accompagnamento dei soli archi, punteggiato dagli interventi dell’oboe, Mendelssohn “racconta” con affettuosa delicatezza la richiesta di Elia a Dio di morire in pace. Subito dopo l’orchestra passa a un Moderato maestoso in FA minore, dove entrano anche i legni tutti, gli ottoni, i timpani e pure l’organo, per sostenere con sonorità grandiose e terribili, sembrano proprio da apocalisse, il coro che grida la sorpresa e anche la paura di vedere giungere «un carro di fuoco, con destrieri di fuoco» che si dirige poi «verso il cielo nella tempesta», per portare a Dio il corpo esanime del profeta Elia.

Tutto questo è balzato assai evidente nell’Elias di Mendelssohn-Bartholdy diretto da Daniele Gatti, all’Auditorium “Parco della Musica” . Un oratorio che si è rivelato di forte impatto estetico ed emotivo, affidato a tempi lenti e indugianti (com’è nello stile del “maturo” Daniele Gatti di oggi) ma per nulla pesanti o gravi. Il suono dell’orchestra dell’Accademia di Santa Cecilia (in stato grazia) era mantenuto costantemente leggero e trasparente, con le sezioni dell’orchestra ben chiare e distinte, da cui emergevano improvvisi e sorprendenti i tanti dettagli strumentali, vivaci e luccicanti, che costellano la partitura; un suono che diventava respiro, in un’ininterrotta alternanza di piani e pianissimi e di forti e fortissimi che mai erano uguali l’uno all’altro; un suono che si faceva canto e fraseggio ricercatissimi e che erano tutt’uno con quelli vari e cangianti, sia nei colori sia nelle sfumature, dello splendido Coro dell’Accademia (molto ben preparato dal Maestro Piero Monti) e dei quattro bravi solisti: il soprano Marlis Petersen, il contralto Michèle Losier, il tenore Bernard Richter e il baritono Jordan Shanahan. Alla fine sentiti applausi scroscianti e assai lunghi, da parte di un pubblico però poco numeroso
Per la cronaca. Il mio primo (e fino a giovedì scorso unico) Elias di Felix Mendelssohn-Bartholdy fu nel novembre 2006 a Firenze, ascoltato nel ”vecchio” Teatro Comunale (oggi demolito). Seiji Ozawa dirigeva e concertava splendidamente l’Orchestra e il Coro del Maggio Musicale Fiorentino e un ben assortito “drappello” di cantanti di varie nazionalità, capitanato da un eccellente José van Dam protagonista e dalle brave Annette Dasch e Nathalie Stutzmann nei ruoli femminili principali. Ma a differenza di questo Elias romano era in un’insolita versione scenica firmata da Jean Kalman, che oltre alla regia curata anche le scene e le luci.


Sì decisamente un’esecuzione maiuscola. Due ore passate in vera beatitudine grazie alla splendida concertazione di Gatti e alla prova intensa ed emozionante del coro e dei solisti . Eravamo pochi e non tutti buoni se, oltre alla signora citata, c’era ancge qualcuno che uscendo si domandava se fosse stato cantato in tedesco! Scandaloso comunque che i sopratitoli non siano visibili dalla galleria . Poco pagare niente vedere? Suona tutto assai provinciale.