Torna a Roma “Pagliacci” di Leoncavallo con la regia di Franco Zeffirelli

Il 12 marzo 2023 all’Opera di Roma c’è stata la prima di Pagliacci di Ruggero Leoncavallo nell’allestimento di Franco Zeffirelli del 2009 ora riproposto da Stefano Trespidi, per ricordare i cento anni della nascita del regista. Sul podio c’era Daniel Oren che ha guidato i cantanti Brian Jagde, Nino Machaidze, Amartuvshin Enkhbat, Vittorio Prato e Matteo Falcier, oltre all’Orchestra e al Coro del Teatro dell’Opera.

Ruggero Leoncavallo: Pagliacci – Teatro dell’Opera di Roma
Atto ptimo
(fotografia Fabrizio Sanzoni)

Musicalmente questi Pagliacci romani hanno avuto i punti di forza nei protagonisti maschili. Canio era Brian Jagde, un giovane tenore americano partecipe e credibile come interprete, per la bella presenza e l’ottima dizione e per la voce maschia e virile, libera nell’emissione (finalmente un tenore che non “ingola” il suono per simulare drammaticità) squillante e ben proiettata negli acuti. Era al suo debutto all’Opera di Roma.
Ancor più impressione ha suscitato Amartuvshin Enkhbat, che vestiva i panni di Tonio: timbro scuro e pastoso di baritono autentico, emissione morbida, inappuntabili gli attacchi l’intonazione e la linea di canto, nitidissima la dizione (per un cantante di origine mongola che parla non proprio fluentemente l’italiano, è un fatto di non poco conto) e corposi i gravi e lucenti e risonanti gli acuti. 
Hanno esibito un’ottima musicalità e un canto espressivo il baritono Vittorio Prato e il tenore Matteo Falcier nelle parti di fianco di Silvio e di Beppe.

Ruggero Leoncavallo: Pagliacci – Teatro dell’Opera di Roma
Brian Jadge
(fotografia Fabrizio Sanzoni)

A differenza dei colleghi, Nino Machaidze come Nedda fin dall’iniziale “ballatela” è sembrata a disagio: la dizione era artefatta e il canto impostato in prevalenza su suoni centrali intubati e scuriti, vogliamo credere volutamente. Solo nel settore acuto la voce appariva chiara e sonora. Il soprano georgiano era alle prese con un ruolo di matrice verista, incentrato su una tessitura in prevalenza centrale, quando di contro è ai ruoli belcantistici e dalla vocalità più acuta, virtuosistica e brillante, che Nino Machaidze deve i successi e i riconoscimenti maggiori, come dimostrano le esperienze rossiniane a Pesaro nel 2015 e nel 2017 e la partecipazione alla Giovanna d’Arco di Verdi a Roma nell’ottobre 2021.
Di notevole livello, come ormai da tempo ci hanno abituato, i complessi del Teatro dell’Opera di Roma: l’Orchestra e il Coro guidato da Ciro Visco.

Ruggero Leoncavallo: Pagliacci – Teatro dell’Opera di Roma
Nino Machaidze – Amartuvshin Enkhbat – Matteo Falcier
(fotografia Fabrizio Sanzoni)

Daniel Oren con gesti ampi e larghi e con un vorticoso agitare di braccia otteneva dall’orchestra suoni turgidi e carichi di enfasi, fiammeggianti e accesi. Per Oren in Pagliacci tutto era vivido e reboante, esagerato, forte e acuto e a tratti pure violento; anche nei momenti di leggerezza o distensione (ad esempio nel duetto d’amore di Nedda e Silvio) il suono dell’orchestra era pieno e tornito. Tutto in accordo con il canto che risultava acceso e palpitante, con gli acuti lanciati e tenuti e il declamato melodico scandito e rovente.
La lettura di Daniel Oren, con tutti i suoi clangori e le sue enfasi, puntava sul “dramma della gelosia” tout-court. E poco s’interessava di approfondire con suoni più nervosi e struggenti, con un fraseggio analitico più sottile e studiato, le inquietudini e le sofferenze del dramma dell’amore tradito che racconta Pagliacci. Poco indagava Daniel Oren, se non per lo stretto necessario, le psicologie dei personaggi: la brutalità di Canio che impaurisce Nedda, che pure ha «in odio il ramingare e ‘l mestier» cui il marito la costringe, o la propensione al male e l’invidia di Tonio – dall’animo «siccome il corpo difforme» come dice il libretto – che per vendicarsi di Nedda, che recisamente respinge le sue oscene profferte amorose, provoca la gelosia di Canio fino al duplice barbaro assassinio della moglie Nedda e del di lei amante Silvio, che le offriva l’unica via di salvezza dalla vita grama e infelice al seguito di Canio.

Ruggero Leoncavallo: Pagliacci – Teatro dell’Opera di Roma
Nino Machaidze – Vittorio Prato
(fotografia Fabrizio Sanzoni)

La spettacolo di Franco Zeffirelli fu ideato nel 2009 e adesso è stato riproposto all’Opera di Roma dove nacque, con scrupolosa fedeltà da Stefano Trespidi, lo storico assistente del regista fiorentino fin dal 1995. La linea interpretativa è rimasta intatta: per Leoncavallo «siamo tutti un po’ pagliacci, il mondo stesso è una pagliacciata» – come disse il regista all’epoca della creazione dello spettacolo – una clamorosa messinscena che però per Canio e Nedda diventa «una dolorosissima avventura di sangue e di amore».
Per Zeffirelli in Pagliacci tutto era sgargiante e scintillante, vivace, allegro e travolgente. Tutto era esaltazione e spettacolo: i coloratissimi costumi dei tanti clown aggiunti alla compagnia di Canio (che invece Leoncavallo voleva essere composta soltanto di quattro guitti) le acrobazie e gli esercizi ginnici che abbondavano in palcoscenico, insieme con i coriandoli e le stelle filanti lanciate a ogni piè sospinto.

Ruggero Leoncavallo: Pagliacci – Teatro dell’Opera di Roma
Atto secondo
(fotografia Fabrizio Sanzoni)

Tutto accadeva sullo sfondo di una squallida e miseranda ambientazione moderna (a differenza di quella riportata nel libretto: Montalto Uffugo in Calabria tra il 1865 e il 1870). Una degradata periferia di un qualsiasi agglomerato urbano del sud d’Italia, tutta sporcizia e rifiuti, grigia e buia, vivacizzata da un paio di insegne luminose e dall’arrivo dell’esuberante compagnia di pagliacci accolta da una variopinta popolazione festaiola e altrettanto pittoresca, che comprendeva finanche un “femminello” e una coppia appena unita in matrimonio. In questo contrastato mondo di luci e ombre, di colori sgargianti e sbiaditi, popolato da gente dello spettacolo e da gente della strada, si consumava la favola nera, la tragica pagliacciata di Canio e Nedda.

Ruggero Leoncavallo: Pagliacci – Teatro dell’Opera di Roma
Amartuvshin Enkhbat
(fotografia Fabrizio Sanzoni)

Per Zeffirelli ieri, e per Trespidi pure oggi, ciò che contava era raccontare il realismo di un’opera verista come Pagliacci. Raccontare ciò che Tonio dice nel prologo: che l’autore dell’opera mettendo in scena le antiche maschere ha raccontato né false lacrime né falsi drammi, ma «ha cercato invece pingervi uno squarcio di vita». E a questo Franco Zeffirelli s’è attenuto. Canio, Nedda, Tonio e Silvio sono gli attori che da bravi artisti girovaghi rappresentano la commedia nelle piazze di paese vestendo i panni di Pagliaccio, Colombina, Taddeo e Arlecchino. Il dramma della relazione amorosa “malata” dei commedianti nella “realtà” di Pagliacci si specchia nei sentimenti e nelle emozioni e nelle azioni degli attori del “teatrino” allestito alla buona nella finzione scenica. E la verità entra nella commedia, e diventa tragedia. Ma questo gioco “meta-teatrale” tra finzione scenica e realtà, che di Pagliacci è in fondo il tema portante e per giunta di grande modernità, non è stato indagato più di tanto. Nello spettacolo di Zeffirelli solo a tratti si sono potuti distinguere e comprendere i continui rimandi dalla vita di Nedda e di Canio alla commedia che essi inscenano. Non è stata sufficientemente insinuante e incisiva, ad esempio, la recitazione (che tuttavia in generale risultava curata e attenta) della scena in cui Tonio in veste di Taddeo alludeva – con simulata ma efficace intenzione e come ben vuole il testo – al tradimento della moglie di Canio, dicendo di Nedda che recita Colombina: «Credetela. Essa è pura!… E aborre dal mentir quel labbro pio!». 

Ruggero Leoncavallo: Pagliacci – Teatro dell’Opera di Roma
Nino Machaidze
(fotografia Fabrizio Sanzoni)

La riflessione metalinguistica sul dramma di chi è costretto a portare una maschera e a recitare per dissimulare o per rivelare la “verità” dell’esistenza, che Ruggero Leoncavallo mette al centro dei suoi Pagliacci, rivelandone la quintessenza nella romanza “Vesti la giubba”, è la stessa che Luigi Pirandello indagherà in Sei personaggi in cerca d’autore trent’anni più tardi. E che un uomo di teatro come Franco Zeffirelli, che ha realizzato eccellenti messe in scena dei Sei personaggi e di Così è se vi pare e allestito più volte Pagliacci, indicandola chiaramente opera tra le sue più amate, abbia restituito soltanto una pallida idea, dispersa in una sontuosa cornice scintillante e abbagliante di colori e di luci, del “meta-teatro”, del teatro che riflette su se stesso tanto caro a Leoncavallo quanto a Pirandello, dispiace davvero.

Ruggero Leoncavallo: Pagliacci – Teatro dell’Opera di Roma
Matteo Falcier
(fotografia Fabrizio Sanzoni)

Ultime considerazioni su questi Pagliacci romani. Il libretto originale prevedeva un atto unico, ma fin dalla prima milanese al Teatro dal Verme il 21 maggio 1892, per tema che la durata fosse eccessiva, Pagliacci fu divisa in due “tempi” separati da un intermezzo. Ed è in questa versione che è stata proposta all’Opera di Roma. L’intermezzo però è stato suonato come introduzione al secondo atto, ed essendo che è intessuto con alcune reminiscenze melodiche già cantate da Tonio vestito da clown nel prologo dell’opera, e si conclude con la cadenza dell’arioso “Vesti la giubba” di Canio appena declamato, porlo in apertura del secondo atto produce uno strano effetto straniante, che interrompe la continuità drammatica e tematica dell’opera. Una “stranezza” che si riscontra anche nel finale dell’opera. Nel libretto originale come nella partitura, le parole conclusive: «La commedia è finita» sono dette da Tonio; a Roma però sono state pronunciate da Canio, come a dire che più che sull’unità drammaturgia (Tonio apre e chiude l’opera) è sul protagonista che si preferisce puntare l’attenzione. Ma è pur vero che nella storia di Pagliacci la battuta passò da subito a Canio divenendo prassi esecutiva abituale, come dimostra il libretto dell’opera pubblicato da Sonzogno nel 1892 poco dopo la prima milanese, poi rivisto e corretto da Leoncavallo stesso ma limitatamente ai refusi, alle grafie errate e alla punteggiatura.

Ruggero Leoncavallo: Pagliacci – Teatro dell’Opera di Roma
Brian Jadge
(fotografia Fabrizio Sanzoni)

Alla recita del 16 marzo 2023 si sono esibiti in alternativa altri cantanti. Luciano Ganci al pari di Brian Jagde è uno schietto tenore dagli acuti svettanti e dal fraseggio nervoso e incisivo, che però è sembrato dar vita a un’interpretazione più accurata e introspettiva: Ganci ha attaccato ad esempio la romanza “Vesti la giubba” con un piano dolente, per poi prorompere a piena voce e con accento straziante in «Ridi Pagliaccio, sul tuo amore infranto», per far al meglio emergere dal contrasto lo schianto dell’anima di Canio.
Valeria Sepe ha interpretato Nedda con sicurezza e con un canto facile; l’emissione corretta poi ha fatto sì che la voce, a differenza di Nino Machaidze, apparisse chiara e limpida, così da giovarne dizione e fraseggio. Roman Burdenko non avrà di Amartuvshin Enkhbat la colonna di suono, l’omogeneità e la facilità di salire e scendere, ma tuttavia ha una voce di baritono di buona pasta e canta bene (forse c’è qualche piccola impercettibile tensione negli estremi acuti) e poi il fraseggio vario e colorito e le morbidezze cui piega la voce ne fanno un interprete più che buono: esemplare in tal senso è stata l’esecuzione del prologo, con un toccante e struggente piano all’attacco di «Un nido di memorie in fondo a l’anima cantava un giorno». La direzione di Daniel Oren, passate le tensioni e le preoccupazioni della prima, è parsa più distesa, con sonorità meno eclatanti e robuste, a vantaggio dei momenti lirici più sentiti e toccanti. Ma nel complesso si è confermata come una direzione non particolarmente originale né innovativa. Bene come da copione il resto del cast: Vittorio Prato e Matteo Falcier, insieme con i complessi dell’Opera di Roma: Coro e Orchestra.

Ruggero Leoncavallo: Pagliacci – Teatro dell’Opera di Roma
Matteo Falcier – Roman Burdenko – Luciano Ganci – Ciro Visco – Daniele Oren – Valeria Sepe – Vittorio Prato
Recita del 16 marzo 2023: ringraziamenti finali

Una opinione su "Torna a Roma “Pagliacci” di Leoncavallo con la regia di Franco Zeffirelli"

  1. Posso sinceramente dire che ho trovato questo spettacolo sostanzialmente “vuoto”. Non vuoto in scena,beninteso: la vicenda di Canio e Nedda prelude per certi versi al Wozzeck. E’ un dramma della emarginazione, della solitudine, della miseria materiale e morale. Niente di tutto questo in questo spettacolo tronfio, con acrobati, giocolieri, trampolieri,costumi coloratissimi e forse anche troppo costosi per quattro guitti che vanno di paesino in paesino a recitare farsette da quattro soldi per campare la giornata. Ricordo una regia di Liliana Cavani che si svolgeva in una sorta di landa desolata e squallida,dove troneggiava una roulette. Bravi i cantanti,soprattutto i maschietti e direzione in pieno accordo con lo spettacolo. Sono d’accordo.

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