In occasione dell’andata in scena di Aida di Giuseppe Verdi all’Opera di Roma (dal 31 gennaio al 12 febbraio 2023) scopro dai “media” che, ancora oggi, si afferma che l’opera fu data al Cairo nel 1871 per festeggiare l’apertura del canale di Suez, ma che la prima “effettiva” fu a Milano nel 1872. Non è propriamente corretto. E vado a cercare di mettere un po’ d’ordine in una “vicenda” alquanto ingarbugliata, che conta almeno tre edizioni differenti dell’opera.

Atto secondo, scena seconda (Porte di Tebe)
Per festeggiare l’apertura del canale di Suez (17 novembre 1869) Isma’il Pascià, il khédive (viceré) d’Egitto, fece costruire al Cairo un teatro dell’opera, il Teatro Khedivale, e chiese a Giuseppe Verdi di comporre un’ode per celebrare l’evento, ma il compositore rifiutò: «parcequ’il n’est pas dans habitudes de composer des morceaux de circonstance». Il khédive obtorto collo ripiegò allora, per l’inaugurazione del 1° novembre 1869, sul Rigoletto con la direzione d’orchestra dell’allievo e collaboratore di Verdi Emanuele Muzio. Nel frattempo il letterato Camille Du Locle (autore con Joseph Méry del libretto del Don Carlos) propose a Giuseppe Verdi il soggetto per una “nuova” opera patrocinata ancora dal khédive, che confidava in un ripensamento del compositore. Ricevuto così, stilato in poche pagine, il soggetto di Aida, che Du Locle aveva tratto da un racconto dell’egittologo Auguste Mariette, Verdi rispose: «Ho letto il programma Egiziano. È ben fatto; è splendido di “mise en scène”, e vi sono due o tre situazioni, se non nuovissime, certamente molto belle. […] Sentiremo ora le condizioni pecuniarie dell’Egitto, e poi decideremo». Nel giugno del 1870 Verdi incontrò Du Locle a Sant’Agata e insieme stesero uno “scenario dialogato” che fu poi affidato ad Antonio Ghislanzoni, il quale avrebbe dovuto soltanto «fare i versi» a una “sceneggiatura” in prosa già scritta, che Verdi andava intanto modificando e traducendo dal francese con l’aiuto di Giuseppina Strepponi.

Dalle lettere che si scrissero i protagonisti di questo “affaire“, si scopre che molta parte nella stesura del libretto di Aida ebbe proprio Giuseppe Verdi. A titolo di esempio è interessante quanto il compositore suggerì a Ghislanzoni per il finale della “scena del giudizio” (che di fatto così si concretizzò): «Io avrei un’idea che ella troverà forse troppo ardita e violenta… Farei ritornare in scena i sacerdoti, ed al vederli, Amneris come una tigre scaglierebbe contro Ramfis parole acerbissime. I sacerdoti si fermerebbero un istante per rispondere: “È traditor! morra!”; poi continuerebbero il loro cammino. Amneris rimasta sola, griderebbe in due soli versi o decasillabi o endecasillabi: “Sacerdoti crudeli, inesorabili, siate maledetti in eterno!”. Qui finirebbe la scena».

Archivio Storico Ricordi

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Verdi, che aveva sei mesi a disposizione per comporre Aida, non ne impiegò che quattro: la partitura fu completata nel novembre 1870. Qualche mese prima, il 19 luglio era scoppiata la guerra franco-prussiana e poco dopo Parigi fu stretta d’assedio. Per questo, perché le scene e i costumi che dovevano essere realizzati nella capitale francese rimasero lì bloccati e non arrivano al Cairo in tempo utile, la première di Aida prevista per gennaio 1871 non potè più aver luogo. Fu rimandata di undici mesi, al 24 dicembre 1871.
Nel contratto stipulato con Isma’il Pascià c’era la clausola (di chiaro malaugurio, come poi si dimostrò) che nell’eventualità Aida non fosse andata in scena nei termini prefissati e non per colpa dell’autore, Verdi aveva tutto il diritto di far rappresentare l’opera in un teatro di sua scelta, dopo sei mesi dalla mancata première. E fu così che l’8 febbraio 1872 alla Scala di Milano avvenne, con la supervisione di Verdi stesso, la “prima” italiana di Aida diretta da Franco Faccio, che dirigerà la prima di Otello ancora alla Scala, quindici anni dopo.
Questo scrisse Giuseppe Verdi al conte Opprandino Arrivabene all’indomani della prima scaligera: «Ieri sera Aida benissimo. Esecuzione d’insieme e di parti buonissima, “mise in scène” idem; [Teresa] Stolz [Aida] e [Francesco] Pandolfini [Amonasro] benissimo. [Maria] Waldmann [Amneris] bene. [Giuseppe] Fancelli [Radamès] bella voce e nient’altro. Gli altri bene, e benissimo poi orchestra e cori. In quanto alla musica poi te ne parlerà Piroli. Il pubblico le ha fatto buon viso. Non voglio con te affettare modestia e certamente questa è fra le mie delle meno cattive. Il tempo poi le darà il posto che le conviene. Infine per dir tutto in una parola parmi sia un successo che riempirà il teatro». Un successo pieno dunque, che soddisfece appieno le aspettative della viglia, come era accaduto anche per la prima del 1871 al Cairo, tanto che Verdi fu insignito del titolo di Commendatore dell’Ordine Ottomano. Anche se non presenziò alla première («per paura della traversa») ne curò con meticolosa attenzione tutti gli aspetti, musicali e scenici, attraverso un rapporto epistolare intensissimo con gli “interessati”.

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Nel tempo che intercorse tra le due “mise en scène”, Verdi ebbe il modo e la voglia di rivedere la partitura. A metà gennaio 1871 durante il lavoro di orchestrazione, che fu completato a Sant’Agata e non come di solito accadeva durante le prove in teatro, Verdi rivide alcuni “interventi” dei protagonisti nel concertato che chiude il secondo atto, che poco lo convincevano. Nell’agosto 1871, a ridosso della stampa dello spartito, scrisse a Ghislanzoni che voleva «rifare la musica del primo coro dell’atto terzo che non è abbastanza caratteristica» e gli chiese di ampliare, ma con l’aggiunta solo di qualche verso, il terzetto tra Aida, Radamès e Amonasro. La partitura fu completata (per il momento) con l’abbozzo della romanza “Cieli azzurri” di Aida (come la conosciamo oggi e come fu cantata da Teresa Stolz alla Scala nel 1872, dopo aver rinunciato alla “prima” del Cairo). Verdi pensava questa romanza come «un souvenir ai luoghi natii», un «pezzettino quieto e tranquillo, che sarebbe un balsamo» per l’animo tormentato della protagonista.

Atto primo, scena seconda (Tempio del dio Vulcano)
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Su consiglio di Ricordi, Verdi compose anche un’ouverture da eseguire alla prima italiana di Aida. Suggerì di inviarne poi una copia al Cairo. Ma la sinfonia non fu eseguita né in Egitto né in Italia, al suo posto rimase l’originario preludio. Perché, come scrisse Giuseppe Verdi: «L’orchestra era buona, pronta, ed ubbidiente, ed il pezzo poteva riescire a buon porto se la costruzione ne fosse stata solida. Ma l’eccellenza dell’orchestra non valse che a far meglio sortire la pretenziosa insulsaggine di questa creduta sinfonia». Verdi stracciò le pagine dalla partitura, ma non la distrusse. Arturo Toscanini ne fece una copia ed eseguì la sinfonia in pubblico il 30 marzo 1940 a New York, con la N.B.C. Symphony Orchestra.

Atto quarto, scena seconda (Tempio del dio Vulcano e sotterraneo)
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Il 20 aprile 1872 Aida andò in scena al Teatro Regio di Parma. Giuseppe Capponi, il tenore che impersonava Radamès, non era in grado di eseguire la chiusa di “Celeste Aida” come scritto in partitura. «Un trono vicino al sol» è la frase conclusiva della romanza e deve essere cantata piano (è segnato pp) sul FA4, sull’ultima sillaba sale a un SIb4 da eseguire ancora più piano: morendo. Al tenore che non era in grado di eseguirla, Verdi propose di cantare il SIb4 oltre il pentagramma a piena voce e subito riprendere le parole «vicino al sol» intonandole tutte sul SIb3 del terzo rigo. In questo modo il senso del perdersi in una sorta di estasi amorosa che evoca la “smorzatura” in acuto, lo darebbe in basso la ripetizione all’ottava inferiore, anche se con minore effetto. Questa soluzione è stata adottata da Richard Tucker nell’incisione discografica “live” di Aida che Arturo Toscanini realizzò nel 1949.

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Alle rappresentazioni “parmensi” ne seguito altre due: a Padova nel giugno del 1872 e a Napoli nel marzo dell’anno seguente. In entrambe Verdi fu coinvolto personalmente. Dal 1874 Aida cominciò a circolare fuori dell’Italia: trionfali esecuzioni si susseguirono a New York (diretta da Muzio) a Berlino e a Vienna.
Il 22 marzo 1880 al Palais Garnier di Parigi Aida, che Verdi diresse di persona (come due repliche successive), ottenne un successo senza precedenti. Il compositore ampliò la musica della scena del trionfo, raddoppiando la durata dei “ballabili” ma riuscendo comunque a mantenerne inalterati gli equilibri musicali. Passò dalla forma originaria “a B a” all’attuale “a B C B a”, come riporta Julian Budden nella sua monumentale LE OPERE DI VERDI. Furono così rispettate le “regole” dell’Opéra di Parigi, che poneva come “conditio sine qua non” la presenza di un balletto di vaste proporzioni all’interno di una rappresentazione operistica. Verdi poi chiese a Ricordi di inserire questa revisionata versione “francese” nelle future edizioni a stampa dell’opera. E Aida giunse alla sua “definizione” ultima, configurandosi come uno dei massimi capolavori del teatro di Giuseppe Verdi.

È un effetto un po’ straniante ma molto suggestivo, quello della versione alternativa della “chiusa” recuperata da Toscanini con l’intermediazione di Tucker: nella mia militanza di ascoltatore non mi sembra di ricordare altri esperimenti in tal senso. Sarebbe bello se, adesso a Roma, lo facesse proprio Kunde: ieri tenore belcantista e oggi tenore “assoluto”, ieri tenore contraltino e oggi baritenore, sarebbe il più adatto – fra gli odierni grandi – per un esperimento del genere.
Caro Paolo, sai che la prima opera che vidi dal vero, fu proprio AIDA alle Terme di Caracalla nel 1973? Ma non ricordo nulla dell’esecuzione. Mi colpi ovviamente la musica e comprai subito l’incisione discografica di AIDA diretta da Toscanini. Il “Celeste Aida” cantato da Tucker non mi stupì, lo presi come un dato di fatto. Salvo meravigliarmi, e non poco, quando tornai ad ascoltare AIDA. Sia in disco sia in teatro tutti i tenori chiudevano la romanza con il SIb “sparato”, scatenando l’immancabile applauso del pubblico. Meraviglia ancor più grande quando ascoltai “Celeste Aida” cantata da Bergonzi e da Corelli, che quel “benedetto” SIb lo “smorzavano” pure. E approfondii la questione, arrivando a questa conclusione. Cantiamo pure il SIb, ma quando abbiamo tenori fuoriclasse in grado di eseguirlo a dovere, rispettando l’indicazione di “morendo” prevista da Verdi, altrimenti optiamo per la “variante” del 1872. Che alla luce di quanto detto ha il suo perché. Per ciò che riguarda la “possibile” esecuzione di “Celeste Aida” da parte di Gregory Kunde di questa sera, visto che non è più il grande Kunde di qualche tempo fa (ma in questi tempi di “vacche magre” resta comunque un eccellente stilizzatissimo cantore-tenore) mi aspetterai che scegliesse la variante. Ma non è detto. Non ci resta che aspettare le 20:00 di questa sera.
Kunde non ha scelto la variante del 1872 ma ha fatto il diminuendo. Il pubblico comunque sembra non gradire più di tanto questa soluzione. Ci sono stati applausi sostenuti ma niente in confronto agli acuti tenuti all’infinito facendo sfoggio di resistenza polmonare. C’è ancora strada da fare per educare un certo pubblico e credo che sia una lotta persa in partenza. Complimenti comunque a Kunde per la sua musicalità e la sua classe.