
Il mio primo incontro con Teresa Berganza avvenne da giovane e inesperto melomane. Compravo di tutto e di più sull’opera lirica: dischi, libri, spartiti. Lo facevo accantonando i soldi necessari dalla paghetta settimanale e da qualche “extra” che sganciavano i nonni. Uno dei primi acquisti fu l’incisione discografica (all’epoca esistevano soltanto quelle su vinile, che oggi tanto son tornate di moda) del Barbiere di Siviglia di Rossini diretto da Claudio Abbado, secondo la storica edizione critica curata da Alberto Zedda. Mi colpì enormemente la musica e la direzione, positiva fu anche l’impressione suscitata dagli interpreti maschili principali, tranne dal tenore falsettante e asessuato. Ma su tutti i cantanti si ergeva Teresa Berganza per la voce morbida e pastosa, omogenea su tutta la gamma, sebbene piuttosto chiara per essere di un mezzosoprano; per la levità e l’eleganza del canto; per il legato e per la scorrevolezza delle agilità. Tutte doti che scoprii in seguito. Negli anni ’70 non ero così ferrato in fatto di canto: Teresa Berganza mi piaceva e basta. Più con il cuore che con la testa.
Risentii la Berganza a Firenze, un sabato pomeriggio del novembre 1979: era forse il giorno 3, stando a una piccola agenda in velluto marrone, che ancora conservo e che riporta il suo autografo. Ero in libera uscita dalla caserma Perotti a Coverciano dove svolgevo il servizio militare. Passeggiando per il centro di Firenze, lessi la locandina che segnalava un concerto di canto di Teresa Berganza con il pianoforte, al Teatro alla Pergola per “Gli Amici della Musica”. Senza pensarci troppo, mi fiondai in biglietteria e comprai un posto di galleria. E mi sedetti ad aspettare trepidante l’ingresso in palcoscenico di Teresa Berganza. Entrò e scoppiò un applauso fragoroso interminabile di benvenuto. Mi sembra che fosse vestita di rosso. Dopo il primo pezzo uscì e subito rientrò avvolta in uno scialle, mi pare bianco: c’erano spifferi e correnti d’aria che le davano noia. Come a me i ricordi di oggi, che fluttuano e ondeggiano in un passato piuttosto remoto con poca chiarezza. Però il concerto lo ricordo bene: era un’antologia di arie del Seicento e del Settecento italiano. Non ne conoscevo nemmeno una, ma tutte mi piacquero. Anche se non in egual misura. Fremetti di più per Se tu m’ami di Pergolesi e per le Ruggiadose, odorose violette graziose di Scarlatti.



Figuratevi che cosa dovette provare un giovane e inesperto melomane a sentire dal vero la voce di Teresa Berganza, che conosceva soltanto dai dischi (in vinile)! Fremiti continui, perché quella voce anche se esile per essere di un mezzosoprano correva limpida e sonora fin su la galleria della Pergola e perché scivolava sulle note accarezzandole, ma allo stesso tempo incidendole di accenti ora lievi ora un poco più mossi, poi di nuovo morbidi. Scoprii che si trattava di quello che poi avrei individuato come il fraseggio aristocratico e “analitico” ricco di colori e di sfumature, che tanto mi avrebbe emozionati in altre occasioni e con altre interpreti. Ma l’origine era lì. Al Teatro alla Pergola di Firenze il 3 novembre 1979.


Teresa Berganza quelle «Arie barocche italiane» le aveva appena consegnate al disco (in vinile) con la complice partecipazione del pianista Ricardo Requejo e quel concerto fiorentino era un’occasione per promuovere quell’ultima fatica artistica. Quando tornai a Roma in licenza, acquistai subito quel disco (in vinile) per poi consumarlo a forza di suonarlo e risuonarlo. Lo conservo ancora. E quando sono in vena di romantiche nostalgie lo riascolto. Tra un ticchettio e l’altro della “puntina” da sostituire (ma dove trovarla uguale oggigiorno!) e la difficoltà di “azzeccare” il solco giusto del brano da risentire.
Il 18 aprile 1998 Teresa Berganza si esibì in un concerto al Teatro Ghione di Roma con musiche di Haydn, Brahms, Fauré, Halffter, Granados e Nin, accompagnata dal pianista Juan Antonio Alvarez Parejo che era suo genero. Naturalmente ci andai di corsa. Ma erano trascorsi diciannove anni. Lo so bene: non si chiedono gli anni a una signora, tanto meno se è una grande cantante lirica, ma calcolai che dovevano essere più sopra la terza decade degli “anta” che sotto. Li calcolai giusto per soppesare l’entità del mutar degli anni. La voce di Teresa Berganza si era appesantita, qualche acuto suonava fisso e il legato qua e là mostrava qualche crepa. Ma la musicalità della linea di canto e la sensibilità della grande interprete c’erano tutte. E intatte. E anche le emozioni che provocava. E il successo che otteneva ancora, come a Firenze.


Ascoltai Teresa Berganza nei concerti, mai purtroppo in un’opera dal vivo. Però le incisioni discografiche (ancora in vinile) le conoscevo tutte. O quasi. Angelina e Isabella oltre alla ricordata Rosina, e poi Dorabella, Sesto, Cherubino e Zerlina, anche se quest’ultima apprezzata prima nel film di Losey che dal disco guidata da Maazel. Ma per me su tutte brillava l’interpretazione di Carmen di Georges Bizet, offerta insieme con Claudio Abbado e giunta nel pieno della maturità artistica di Teresa Berganza, dopo anni di studio approfondito della novella di Prosper Mérimée, come rivelò lei stessa. Faceva un gitana stilizzatissima, calibratissima, giocata tutta su un’infinità di chiaroscuri e inflessioni: ora languida, ora fredda, ora ironica, ora tagliente. Tutto per essere una Carmen assetata di libertà e di voglia di vivere e d’amare. Come è stato per la lunga esistenza artistica di Teresa Berganza (16 marzo 1933 – 13 maggio 2022).



Grazie Paolo. Anche per me Teresita è stata una presenza importante e determinante per le mie “predilezioni” musicali. Di suoi recitals ne ho visti diversi. Come dimenticare quello del Comunalle di Firenze nel 1979 dove dette un’interpretazione ineccepibile de LA CAMERA DEI BAMBINI di Mussorgskij in russo! Mi hai fatto commuovere, anche con il solo titolo dell’articolo.
Complimenti! L’ho inoltrato a Gimmi.
sentito ricordo