La stagione lirica 2022/23 del Teatro dell’Opera di Roma s’è inaugurata il 27 novembre 2022 con Dialogues des Carmélites di Francis Poulenc, con Michele Mariotti alla direzione d’orchestra ed Emma Dante alla regia; partecipavano nei ruoli principali Anna Caterina Antonacci, Emöke Baráth, Ekaterina Gubanova, Ewa Vesin e Corinne Winters, insieme con il Coro e l’Orchestra del Teatro dell’Opera.

Anna Caterina Antonacci (Madame de Croissy)
(fotografia: Fabrizio Sanzoni)
La recensione segue a una ponderata riflessione sullo spettacolo – visto alla serata inaugurale poi alla terza e alla quinta e ultima recita – coniugata con una breve ma attenta (e necessaria) meditazione sulla spiritualità di Teresa d’Avila.
Teresa di Gesù fu una grande mistica e la prima santa a essere proclamata Dottore della Chiesa. Divenuta Carmelitana in giovane età, fu l’artefice di un’importante riforma dell’Ordine – estesa poi anche al ramo maschile – che mirava a riportare la Regola alle originarie ispirazione e purezza. Per Teresa di Gesù, la vita delle Carmelitane doveva essere di clausura (per stare lontano dalle distrazioni mondane) all’insegna del Vangelo e dedita alla preghiera assidua e costante. Una vita condotta in semplicità e povertà (da cui il nome Carmelitane “scalze”) intesa come un cammino di perfezione, di ascesi, da condurre in una piccola comunità, che come fine ultimo aveva l’amore di Dio, in un’unione spirituale con Cristo: «un rapporto d’amicizia, un trovarsi frequentemente da soli a soli con chi sappiamo che ci ama». In una visione mistica, di se stessa Teresa disse: «Io di Gesù» in relazione a una affermazione di Cristo: «Io, Gesù di Teresa». Un cammino che non prevedeva scorciatoie, piuttosto un percorso impegnativo non scevro di fatiche, travagli e dolori (Teresa fu preda di una grave malattia che la condusse quasi alla morte e la paralizzò per lungo tempo) né esente da tentazioni o da paure. Un viaggio che doveva portare alla rivelazione del Risorto passando per l’esperienza del Crocifisso; il «vero amico» e il fedele «compagno» di viaggio, con il quale «tutto si può sopportare», perché sempre «Egli ci dà aiuto e coraggio e «non viene mai meno» alle sue promesse.

Corinne Winters (Soeur Blanche) e Ekaterina Gubanova (Mère Marie)
(fotografia: Fabrizio Sanzoni)
Tutto questo è ben presente nei Dialogues des Carmélites di Francis Poulenc messi in scena da Emma Dante all’Opera di Roma.
All’apertura del sipario appare una scena unica, nuda e scabra, ravvivata da grandi tele dipinte raffiguranti donne in ricchi e preziosi abiti settecenteschi: sono le protagoniste dell’opera com’erano prima di diventare Carmelitane. Appena dopo scendono dall’alto grandi grate nere a delimitare gli spazi, a ricreare gli ambienti di un convento di clausura; a stabilire un netto confine tra l’esterno e l’interno, tra un prima e un dopo, tra la vita secolare di allora e la vita monacale di adesso, umile e modesta.

Corinne Winters (Blanche de la Force)
(fotografia: Fabrizio Sanzoni)
Vediamo le Carmelitane inginocchiate tendere le braccia a un crocifisso, avvolgerne e coprirne ogni parte in un insieme inestricabile, fin quasi a una completa simbiotica unione. Così Emma Dante rende visibile il senso della preghiera intesa da Teresa d’Avila: il «tu» e l’«io» dell’esperienza mistica, ma anche il senso di Cristo “cibo dell’anima” che si profonde nell’uomo per innalzarlo al livello della Divinità stessa. L’intima unione con Dio in una scambievole relazione d’amore, che è il fine ultimo dell’esistenza delle Carmelitane che è cammino di perfezione. Ecco allora che Emma Dante le presenta in un continuo agire. Esse pregano, colloquiano e assolvono alle mansioni quotidiane ma zoppicando; una “licenza poetica” che la regista ha voluto “imporre” alle sue Carmelitane per rimarcare l’atto del camminare, ma anche la fatica che può segnarlo e le difficoltà in cui può incorrere.

Emöke Baráth (Soeur Constance)
(fotografia: Fabrizio Sanzoni)
Così sulle nude e desolate assi del palcoscenico del Teatro dell’Opera è in cammino la piccola comunità di Poulenc. Tra i membri figure emblematiche. Soeur Constance de Saint-Denis (Emöke Baráth) è in cammino come la giovane novizia che con gioia e letizia vive il suo essere novella Carmelitana. È in cammino Madame de Croissy (Anna Caterina Antonacci) la vecchia priora che disperata, terrorizzata e sola, muore esperendo il dubbio della fede e la lontananza da Dio. È in cammino Madame Lidoine (Ewa Vesin) la nuova priora che ha a cuore il compito principale delle Carmelitane: pregare costantemente e promuovere e custodire le virtù dell’Ordine. È in cammino Mère Marie de l’Incarnation (Ekaterina Gubanova) per mortificare l’orgoglio di sentirsi la vera e unica depositaria della spiritualità “carmelitana” ma incompresa; non sarà lei la nuova priora dopo la morte di Madame de Croissy. Ed è in cammino Blanche de la Force (Corinne Winters): un’anima in pena che si fa monaca di clausura per trovare rifugio e sollievo a una vita che sente minacciosa e pericolosa, con la speranza che abbandonando tutto, Dio le renda quell’onore macchiato dalla paura e dalla viltà. E Dio quest’onore glielo rende: quando Blanche de la Force diventata Soeur Blanche de l’Agonie du Christ, dopo essere passata per la paura di affrontare con coraggio la vita e la morte e per la tentazione dell’abiura, si rende vera seguace di Teresa d’Avila facendosi martire insieme con le consorelle e testimoniare così l’incrollabile fede di una Carmelitane in Cristo Gesù, che è il sicuro «compagno» di viaggio e il «vero amico» che «non ci viene mai meno».

Anna Caterina Antonacci (Madame de Croissy) e Corinne Winters (Soeur Blanche)
(fotografia: Fabrizio Sanzoni)
È opportuno ricordare che il libretto di Dialogues de Carmélites di Francis Poulenc è tratto dall’omonima pièce di Georges Bernanos, che a sua volta s’ispira a un fatto realmente accaduto durante la Rivoluzione Francese, più specificatamente durante il periodo del Terrore: sedici Carmelitane furono giustiziate perché si rifiutarono di abiurare la propria fede. «Nell’episodio storico vedo – dice Emma Dante in un’intervista nel programma di sala – quasi un’euforia nel rimarcare la propria convinzione, la propria lotta contro la decisione di sopprimere certi ordini. I Dialogues non arrivano al fanatismo ma alla poesia. Il gesto delle Carmelitane di Poulenc è più poetico che fanatico, quindi quella di morire è più una scelta legata a qualcosa di spirituale, anche se resta una decisione che fa paura a queste donne». Ed proprio nel finale di questi Dialogues des Carmélites “romani” che la regista palermitana raggiunge gli alti vertici di poesia individuati.

Emöke Baráth (Soeur Constance) e Corinne Winters (Soeur Blanche)
(fotografia: Fabrizio Sanzoni)
Compaiono i grandi quadri dell’inizio disposti in semicerchio, ma soltanto i sontuosi telai. Incorniciano non più i ritratti femminili in ricche vesti, bensì le Carmelitane in carne ed ossa che indossano ora una semplice sottoveste, bianca e immacolata. Sembrano spose pronte a incontrare l’amato. Sono le spose di Cristo, che anelano a incontrarlo nella morte. E cantano il Salve Regina. Ad un tratto il sordo colpo della ghigliottina che cade e all’istante la cornice si ricopre d’un velo bianco che alla vista sottrae Madame Lidoine. È la priora e la prima Carmelitana che muore, poi cadono le altre, una ad una. E il canto si affievolisce man mano che la lama fa sentire il suo tonfo, fino al silenzio. Fino a quando l’ultima Carmelitana, Blanche de la Force, appare crocifissa in alto, come sospesa nell’aria e riprende il canto che s’era interrotto con la morte di Soeur Constance. Non è più il Salve Regina. Soeur Blanche de l’Agonie du Christ intona invece le ultime parole del Veni, creátor Spíritus, che celebrano la Gloria di Dio, dello Spirito Santo e del Figlio resuscitato dai morti. Poi l’ultimo colpo di ghigliottina e Soeur Blanche muore reclinando il capo

Corinne Winters (Soeur Blanche)
(fotografia: Fabrizio Sanzoni)
È la fine del cammino di perfezione di Blache. E di tutte le Carmelitane che lei rappresenta, con le quali questo cammino di fede ha intrapreso, tra oscurità e luce, tra dubbi e sofferenze, arrivando a quell’intima finale unione di «Io» e di «Tu» attraverso la compassione, il “patire con”, che rende Blanche e le consorelle perfette, simili a Cristo. Perché, come ebbe a scrivere Teresa d’Avila nel LIBRO DELLA VITA: «Amore domanda amore». Equivalenza che Emma Dante aveva annunciato fin dall’avvio dell’opera come senso ultimo della spiritualità “teresiana”, con le Carmelitane che simbolicamente pregavano allacciate al Cristo Crocifisso.

Corinne Winters (Soeur Blanche) e Ekaterina Gubanova (Mère Marie)
(fotografia: Fabrizio Sanzoni)
Il finale di Dialogues di Carmélites di Francis Poulenc così come Emma Dante l’ha proposto all’Opera di Roma, ha suscitato emozione e commozione fortissime, anche per la direzione di Michele Mariotti (il direttore e la regista alla fine visibilmente soddisfatti sono stati omaggiati dal pubblico romano da ovazioni entusiastiche). Il nuovo direttore musicale del Teatro dell’Opera di Roma ha condotto e concertato questi Dialogues con cura studiata e precisione. Ha puntato sulla modernità della partitura, secondo le intenzioni di Poulenc che più che a una narrazione vera e propria erano volte a raccontare ambienti, emozioni e stati d’animo. Dall’orchestra, con l’esposizione della propria ricchezza e preziosità nel modo più lineare e semplice possibile, Mariotti ha fatto emergere sonorità fredde e asciutte nei momenti drammatici e inquietanti, mentre in quelli più lirici, intimi e suggestivi (c’è tanta “spirituale” ispirazione nei Dialogues di Poulenc e non solo nelle tante preghiere) il suono si faceva più morbido e caldo. Un esempio su tutti: la cupa e dissonante concitazione dell’ultimo interludio, che molto ben contrastava e altrettanto ben preparava la quasi trascendentale purezza melodica del Salve Regina del martirio.

Ewa Vesin (Madame Lidoine)
(fotografia: Fabrizio Sanzoni)
Non va nemmeno taciuta – è diventata ormai una caratteristica stilistica del concertare di Michele Mariotti – l’attenzione minuziosa e dettagliata al canto e al fraseggio. Così preparate e guidate le interpreti tutte (anche le Carmelitane “minori”, come pure i pochi ruoli maschili) sono state avvincenti ed emozionanti. A partire da Anna Caterina Antonacci: una Madame de Croissy da brividi in fatto di canto analitico e introspettivo, sebbene la voce risenta alquanto del peso di una carriera lunga e mai giocata al risparmio. Seguivano Ewa Vesin (Madame Lidoine) dalla voce corposa e dagli acuti squillanti ed Ekaterina Gubanova: una Mère Marie de l’Incarnation sontuosa e imponente per timbro, volume e incisività d’accento. La coppia Constance e Blanche è stata bene resa da Emöke Baráth e Corinne Winters: l’una con una vocalità esuberante e immediata e l’altra con un canto più contenuto ma sempre musicale, che ben esprimeva l’inquietudine del personaggio.

Anna Caterina Antonacci (Madame de Croissy)
(fotografia: Fabrizio Sanzoni)
Dialogues des Carmélites di Francis Poulenc andò in scena tradotta in italiano alla Scala di Milano il 26 gennaio 1957, dopo una gestazione alquanto lunga e faticosa (dall’agosto 1953 al giugno 1956) dovuta a una crisi del compositore di natura sentimentale. Fu diretta da Nino Sanzogno che si avvaleva di un cast di “primedonne” a dir poco strepitoso per l’epoca: Virginia Zeani, Gianna Pederzini, Leyla Gencer, Gigliola Franzoni ed Eugenia Ratti. La regia era di Margherita Wallmann. Fu un successo di pubblico, ma non di critica. Poche le voci alzatesi in difesa, tra queste quelle di Eugenio Montale e di Massimo Mila.
A distanza di pochi mesi Dialogues des Carmélites trionfò a Parigi nella sua versione originale in lingua francese. Era il 21 giugno 1957 e Poulenc curò e discusse ogni minimo particolare con il direttore Pierre Dervaux e il regista Maurice Jacquemont. Blanche fu interpretata da Denise Duval, la musa di Poulenc e per la quale il ruolo fu espressamente scritto. Rita Gorr, nome celebre in Francia, vestì i panni di Mère Marie, mentre a Regine Crespin, un soprano in ascesa destinato a una fulgida e celebrata carriera, fu assegnato il ruolo della “nuova” priora. Madame de Croissy e Soeur Costance furono interpretata da Denise Scharley e da Lilian Berton.

Corinne Winters (Soeur Blanche)
(fotografia: Fabrizio Sanzoni)
La prima francese più di quella italiana mise in luce ciò che Dialogues des Carmélites realmente sono: uno dei massimi capolavori del teatro musicale novecentesco. Moderno. Che evita le sperimentazioni avanguardiste, con un linguaggio che si mantiene sempre nel campo semantico tonale e modale. La vocalità è espressiva e attenta a dare il giusto tono e risalto al senso di ogni singola parola; non a caso la partitura Poulenc la dedicò a Monteverdi, a Verdi e a Musorgski. E l’orchestrazione è varia e ricca di invenzioni armoniche e melodiche originali (il quarto compositore della dedica è Claude Debussy). Ne risulta un insieme che punta all’essenziale coniugazione di parola e musica per una drammaturgia e una teatralità eloquenti, volte principalmente all’esplorazione di un’emozionante “spiritualità”.
