Αντίο Irene Papas

È morta Irene Papas il 14 settembre 2022 a Chiliomodi, il paese dove era nata il 3 settembre 1926. Il suo vero nome era Irene Lelekou. Il cognome Papas, che mantenne per tutta la vita, le venne dal marito il regista Alkis Papas. Insignita nel 2009 con un ultimo definitivo riconoscimento: il “Leone d’oro alla carriera”, è stata celebrata da tutti (o quasi) per I cannoni di Navarone, Zorba il greco e Z – L’orgia del potere. Per me invece sono altri i film da ricordare e associare alla bellezza e alla bravura di Irene Papas.

Irene Papas in Penelope (Odissea)

Il primo film, meglio sarebbe dirlo mini-serie televisiva, è Odissea per la regia di Franco Rossi. Fu la prima produzione RAI a colori, ma vista in bianco e nero perché nel 1968 la televisione a colori in Italia ancora non esisteva. Segnò la mia fanciullezza. Fu emozionante per un alunno delle elementari vedere materializzati i sogni e le fantasie evocate leggendo delle astuzie di Ulisse sì, ma ancor più dell’inganno di Penelope. Non a caso le immagini (impresse indelebili nella mia mente) della regina di Itaca intenta a fare e a disfare la celebre tela, erano al centro della puntata di apertura delle otto che componevano Odissea. Ma fu ancora più esaltante (probabilmente per me soltanto) spuntarla sul divieto di vedere i programmi televisivi dopo “Carosello” (e Odissea andava in onda alla fine del mitico “girotondo”) accordatomi dalla “arcigna” maestra per un attimo diventata “amabile”, depositaria dell’insindacabile educazione scolastica pre-sessantotto.

Irene Papas in Caterina d’Aragoma (Anna dei mille giorni)
Irene Papas in Clitemnestra (Ifigenia)

Il secondo e il terzo film: Roma bene di Carlo Lizzani e Anna dei mille giorni di Charles Jarrott ben siglano il mio ingresso nell’adolescenza. Nelle estati della metà degli anni ’70 – quando esistevano le arene per recuperare i film “perduti” durante l’inverno – scoprii che Irene Papas sapeva suscitare sorrisi dolci-amari come moglie avida che uccide il marito barboso per trasformarsi in vedova allegra e gaudente, ma sapeva anche avvincermi alla Storia vestendo i panni impenetrabili e nobili di un’oltraggiata e umiliata Caterina d’Aragona, riuscendo finanche a convincermi della ragioni del suo drammatico ripudio.
Il quarto film è Ifigenia di Michael Cacoyanni, visto ormai da adulto all’inizio degli anni ’80 quando cominciavo a scoprire anche il mondo dell’opera, con tutti gli annessi e i connessi del caso. Irene Papas era Clitemnestra e manifestò le eccezionali e stupefacenti capacità di attrice tragica, insieme con la “sconvolgente” verità (per molti ovvia, ma all’epoca non ancora per me) che il teatro classico è grande e immortale. Che parla di cose eterne, vere ieri come oggi. Come il teatro d’’opera del resto. Che ha attraversato trasversalmente anche Irene Papas, rivelandosi artista completa.

Irene Papas oltre che attrice fu anche cantante impegnata e interprete di musiche d’autore. Tra queste, quelle di Vangelis in due incisioni discografiche realizzate negli anni ’80. Ma la prestazione più sensazione in quel periodo fu l’interpretazione della Madonna nello Stabat Mater di Roberto De Simone, su testi di Jacopone da Todi e Laudi popolari italiane. Irene Papas era la voce recitante (in più momenti anche cantante) di una composizione scritta per 8 vocalisti e orchestra.

Irene Papas nello Stabat Mater di Roberto De Simone

La première avvenne nel marzo 1986 nella Basilica di San Francesco di Paola a Napoli, per la direzione di Alberto Zedda con i complessi del Teatro San Carlo. Fu una sorta di sacra rappresentazione allestita dalla stesso De Simone, con l’ausilio delle scene di Mauro Carosi e dei costumi di Odette Nicoletti. Allo Stabat Mater di Roberto De Simone seguiva, in un ideale e ininterrotto cammino musicale-religioso dall’antico al moderno, lo Stabat Mater di Giovanni Battista Pergolesi, ancora diretto da Alberto Zedda e interpretato da due eccellenti belcantiste: il soprano Daniela Dessì e il contralto Bernadette Manca di Nissa.
Non vidi quello spettacolo dal vivo, purtroppo. Lo vidi in una registrazione effettuata e trasmessa dalla RAI, che – con tutti i limiti di una visione non dal “vero” – ricordo con vivida e commovente emozione. Tornata ad accendersi con la recensione di Dino Villatico della prova generale di quella serata, pubblicata su La Repubblica del 25 marzo 1986.

IRENE, MADRE MEDITERRANEA
NAPOLI – 250 anni fa moriva, a 26 anni, Giovanbattista Pergolesi. Il Teatro di San Carlo, che ha riproposto felicemente il Flaminio e l’ Adriano in Siria con due spettacoli bellissimi, negli anni scorsi, ha voluto proprio quest’ anno celebrare il musicista più famoso della cosiddetta scuola napoletana (in realtà Pergolesi è di Jesi, città della “Marca” dove nacque anche Federico II) con un’ esecuzione tutta particolare dello Stabat Mater. E’ l’ ultima opera di Pergolesi, composta quasi sul letto di morte. Si diffuse subito in tutta Europa, Bach ne fece una “parodia”, vale a dire che vi adattò il testo tedesco del Salmo LI, e intanto da Parigi rimbalzava in tutta Europa anche la Serva Padrona. Pergolesi così diventa l’ unico caso di musicista preromantico che non scompare dopo la propria morte, che non viene dimenticato e accantonato come superato e non “moderno”, perchè anzi proprio da lui si faceva nascere la nuova concezione “moderna” del teatro e della musica. Non sbagliavano Rousseau, Diderot e gli altri “philosophes” a sostenerlo, perchè veramente nella musica di Pergolesi irrompe qualcosa di inaudito, di sconvolgente: l’ espressione intesa non più come colore retorico della recitazione o intensificazione della bellezza della frase musicale, bensì come struttura e della recitazione e della musica. L’ armonia si fa irregolare a sostenere l’ invadenza sentimentale del canto. Comincia proprio qui un processo di graduale smantellamento delle certezze armoniche che poi il romanticismo non riesce più a contenere: e di questo smantellamento la “sesta napoletana” fu un grimaldello efficacissimo. Ciò però significava introdurre nella musica il pathos, i composti affetti diventano così passioni. Lo Stabat Mater questa passione se l’ assume in tutti i sensi del termine: come emozione dell’ animo e come sofferenza subita dalla madre di Dio per la sofferenza, la passione del figlio. Il testo dello Stabat Mater è attribuito, forse con ragione, a Jacopone da Todi. Jacopone però ha scritto anche un lamento in volgare della madre di Dio, la famosissima lauda “Donna del paradiso”. E stranamente il testo volgare registra livelli più arcaici di lamento del testo latino. La lingua più recente, ma anche più popolare, conserva riti che la lingua dotta ha espunto. Il latino di Jacopone tuttavia serba tracce della violenza volgare.

Ebbene, Roberto de Simone ha voluto mettere a confronto i due testi (inserendovi anche altre laudi), rappresentarli uno dopo l’ altro, affidando quello volgare alla presenza e alla voce di Irene Papas e quello latino al canto di Pergolesi. Il confronto è stupefacente: il pathos pergolesiano sembra affondare le radici in una visceralità emotiva che non è solo la disponibilità a vivere i sentimenti, tipica del sud, ma una vera e propria cultura, antichissima, che da Saffo arriva fino a noi. Irene Papas, stupenda, indimenticabile, bellissima, è questa cultura, questa civiltà. Che dica “glikìtaton mou teknòn” (dolcissimo figlio mio) o “figlio bianco e vermiglio,/figlio senza simiglio,/figlio, a chi m’ appiglio?/Figlio, pur m’ hai lassato” la voce ripercorre indietro i secoli, arriva al grido di Demetra che si vedeva rapire la figlia da Ade. E’ un grido che sale dal ventre, cupo, e alla fine esce dalla bocca esile, un lamento appena percettibile. La forza sta appunto in questa delicatezza, in questa voce che sembra morire, soffocata dalla disperazione.

Irene Papas

Maria allora diventa questa disperazione, questo grido pagano di fronte alla morte, appena addolcito dal messaggio d’ una speranza di resurrezione, che comunque c’ era già nel mito di Demetra, prima del cristianesimo. Questa madre mediterranea, dolcissima e terribile, disperata e tenerissima, Irene Papas la rivive nella voce, nei gesti: la voce ripete le parole del lamento come formule magiche di scongiuro, le mani serrate in pugni stretti si battono e battono ripetutamente il suolo. Stesa davanti a un’ immensa croce Maria-Papas, col viso rigato di lacrime, è una maschera tragica greca: Ecuba, Andromaca, è la Madre Dolorosa di un mare, il Mediterraneo, sconvolto da perpetue tempeste. Intorno a lei, i riti di monaci e monache che scherzano coi simboli della passione: e il gioco diventa così scongiuro del male.

L’ immensa croce si abbassa, si stende sul palcoscenico a forma di croce, e compare un’ orchestra, compaiono due donne ammantate di nero, comincia lo Stabat Mater. Una processione conclude il rito. Sotto le ampie volte della cupola della Basilica Palatina di San Francesco di Paola, dal medioevo al secolo dei lumi, da Jacopone a Pergolesi, sembra suggerirci De Simone, il dolore non ha consolazione che nella possibilità di esprimerlo, e tutta la bellezza dell’ arte starebbe in questo rito che canta un antico e incancellabile Dolore. Intensissime voci dello Stabat Mater erano Daniela Dessì e Bernadette Manca di Nissa. Dirigeva gli archi del San Carlo Alberto Zedda. Splendidi, come al solito, i vocalisti e gli strumentisti che De Simone usa per queste sue cantate o sacre rappresentazioni. Alla prova generale, alla quale qui ci riferiamo, i presenti hanno applaudito con grande entusiasmo.

La Sacra Rappresentazione ideata da Roberto De Simone fu poi riproposta al Teatro San Carlo. Ed è in questa versione che è possibile recuperarla su YouTube. Cambiano le voci che intonano Lo Stabat Mater di Giovanni Battista Pergolesi: Anna Caterina Antonacci e Patrizia Pace al posto di Daniela Dessì e Bernadette Manca di Nissa.

STABAT MATER di Roberto De Simone al Teatro San Carlo di Napoli

STABAT MATER di Giovanni Battista Pergolesi al Teatro San Carlo di Napoli

3 pensieri riguardo “Αντίο Irene Papas

  1. Che splendido omaggio a un’attrice (ma forse è limitativo definirla tale) che forse avrebbe meritato di più, ad esempio essere citata fra le grandi della nostra epoca . Mi permetto ricordare uba serata all’università di Tor Vergata, dove la Papas,già avanti negli anni,recitò SENZA INTERVALLO Le Troiane in spagnolo ed Ecuba in italiano ma naturalmente l’evento passò sotto silenzio o quasi. Grazie per questo ricordo.

    1. Non partecipai a quella serata all’Università di Tor Vergata. E non ricordo nemmeno per quale motivo. Un’altro evento mancato per approfondire ancor più la grande arte di Irene Papas. Purtroppo!

Rispondi

Scopri di più da La voce di Paolo

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere