La “vecchia zimarra” e La Bohème di Giacomo Puccini

Il post qui accanto, pubblicato sulla propria pagina Facebook dal mio amico Giulio Sforza (che rispettosamente e affettuosamente chiamo “il Professore”) mi sollecita a scrivere qualcosa traguardo al finale della Bohème di Giacomo Puccini.

https://www.facebook.com/giulio.sforza?locale=it_IT%2F

Mi sono sempre chiesto perché nel IV atto della Bohème di Giacomo Puccini ci sia “Vecchia zimarra”: una romanza breve, toccante nei versi e nella musica, che strappa sempre l’applauso, ma che sembra bloccare l’azione di una “sceneggiatura” altrimenti perfetta, quale è di fatto il libretto di Luigi Illica (il drammaturgo) e Giuseppe Giacosa (il poeta).

Giacomo Puccini, Giuseppe Giacosa, Luigi Illica

“Vecchia zimarra” è cantata da Colline, il filosofo – che tanto ha colpito il Professore Sforza – che completa il quartetto “scapigliato” della Bohème insieme con il poeta Rodolfo, il pittore Marcello e il musicista Schaunard. È l’addio a un pastrano destinato al Monte di Pietà. È l’addio al fedele compagno di una vita, nelle cui tasche capienti e fonde Colline cela i propri libri, custodisce il proprio sapere. L’unica sua ricchezza intellettuale e morale, da cui adesso deve separarsi. È la vita stessa che costringe il filosofo al distacco dalla giovinezza e dalla goliardia, dal libero pensiero e dall’avidità del conoscere, dall’anticonformismo e dalla  joie de vivre.

Una vita che, con il suo carico di maturità, responsabilità e concretezza, delude le aspirazioni e gli ideali desiderii per inseguire e perseguire la “materiale” felicità del benessere con il possesso e la ricchezza, senza i quali non si è degni di rispetto né si può vivere. E Colline non ha denaro, come i suoi amici bohémien e Musetta e Mimì. Impegna la vecchia zimarra, sua unica ricchezza e felicità, per trovarne poco o nulla per sé e ancor meno per Mimì, la “gaia fioraia” amante di Rodolfo (Musetta lo è di Marcello) che senza denaro non può che morire in una misera soffitta, senza cure mediche né assistenza, con i polmoni divorati dalla tisi: nell’Ottocento la maledetta malattia ”riservata” ai poveri e alle prostitute (e Mimì lascia lo spiantato Rodolfo per il più “agiato” viscontino ricordiamolo sempre: una scelta ai nostri occhi di inguaribili romantici troppo poco edificante, ma non più declinabile se si guarda all’aspro contesto). Una morte che Puccini sigla con una cadenza (I-VII-VI-VII-I) che è la stessa che chiude “Vecchia zimarra”. Una notazione musicale dalla doppia allusione: morire alla giovinezza, ai sogni perduti e alle speranze infrante di una stagione della vita non più percorribile e ineluttabilmente conclusa, è doloroso e straziante tanto quanto soccombere alla dura e tragica “verità” di un mondo che aliena e rinnega chi è ultimo e reietto, chi è bisognoso ma è senza mezzi, chi a torto o a ragione non ce la fa più a vivere.

La musica del video (“Vecchia zimarra” e il finale dell’opera) è tratta da La Bohème data a Tokio nel 1981 con l’Orchestra e il Coro del Teatro alla Scala di Milano e i cantanti Mirella Freni (Mimì), Peter Dvorsky (Rodolfo), Lorenzo Saccomani (Marcello), Margherita Guglielmi (Musetta), Antonio Salvadori (Schaunard) e Paolo Washington (Colline), diretti da Carlos Kleiber.

Conoscere gli aneddoti che seguono, che Mosco Carner riporta nel suo libro su Giacomo Puccini, credo che sia utile per meglio comprendere quanto detto finora e per approfondire il legame che stringeva il compositore a La Bohème e a tutto il mondo di affetti e di emozioni che questo capolavoro per lui celava.
«Finita la scena della morte di Mimì, [Puccini] fu colto da una grande emozione: “Dovetti alzarmi in mezzo alla sala, solo nel silenzio della notte, mi misi a piangere come un bambino. Mi faceva l’effetto di aver visto morire una mia creatura”. Rimase infatti il quarto atto, circostanza rivelatrice, il suo favorito; il solo che, per sua ammissione, amasse veramente ascoltare. Ma non minore importanza per capire il suo carattere è sapere che disegnò sulla partitura, in fondo alla scena della morte, un teschio con le tibie incrociate scrivendovi sotto “Mimì” e che pochi giorni dopo festeggiò la nascita dell’opera con un’ingenua mascherata, nella quale comparve avvolto in un manto da imperatore romano, mentre gli amici che gli rendevano maggio erano vestiti da Turco, da ammiraglio e da prete».

3 pensieri riguardo “La “vecchia zimarra” e La Bohème di Giacomo Puccini

  1. Un commento ammirevole e sentito. Ho sempre sostenuto che, essendo BOHEME opera della giovinezza, viene maggiormente apprezzata da chi la giovinezza ha ornai perduto. Grazie Paolo

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