“Ernani” ancora a Roma!

Il Teatro dell’Opera di Roma chiude temporaneamente i battenti, per aprire la parentesi estiva della sua stagione alle Terme di Caracalla. Chiude con Ernani di Giuseppe Verdi che vede impegnati Hugo de Ana in qualità di regista costumista e scenografo e Marco Armiliato come direttore d’orchestra. Protagonista è Francesco Meli che divide il palco con Evgeny Stavinsky nel ruolo il Silva, con Ludovic Tézier e Giovanni Meoni che si alternano nelle vesti di Don Carlo, come fanno Angela Meade e Anastasia Bartoli, entrambe debuttanti all’Opera di Roma, per Elvira.
La cronaca si riferisce alla prima del 3 giugno 2022 e alla seconda recita pomeridiana del 5 giugno.

Ernani – Teatro dell’Opera di Roma
(fotografia di Fabrizio Sansoni)

Lo spettacolo di Hugo de Ana, co-prodotto con la Sydney Opera House, aprì la Stagione 2013/14 del teatro romano e si ripete sostanzialmente uguale oggi. Alla sontuosa bellezza dei coloratissimi costumi e all’originalità di alcune riprese video di palazzi rinascimentali e di svolazzanti stendardi, de Ana accosta una regia che si rivela statica, impacciata nel gestire i movimenti del coro e dei cantanti, attenta alla creazione di bei “tableau vivant” ricercati nei gesti e nelle movenze (ma quanto fuori contesto e brutti sono i movimenti mimici di Leda Lojodice!) che tuttavia, privi di una forte idea portante che possa animarli, appaiono di maniera e di simbologia posticcia. Che sia uno spettacolo non riuscito dal quale prendere le distanze, lo ha fatto capire lo stesso Hugo de Anna che alla prima del 3 giugno, visibilmente ombrato, è uscito per ricevere gli applausi finali – pochi in verità – per poi subito rientrare in quinta, senza degnare d’uno sguardo il resto della compagnia schierato in proscenio. 

Nel dicembre 2013 sul podio per questo Ernani romano c’era Riccardo Muti. Oggi ci sale Marco Armiliato, che dirige con energia e calore, con sonorità esaltate, con un ritmo sostenuto ma a una velocità a volte eccessiva; i “rallentando” e i rubati sono piuttosto rari, come ridotte appaiono le gradazioni dinamiche, limitate ai soli estremi: il fortissimo e il pianissimo. È un Ernani quello di Armiliato virilmente “quaranttotesco” nel senso di esaltazione dei clangori musicali, ma in fondo fine a sé stesso, con il fraseggio sia dell’orchestra sia dei cantanti piuttosto appiattito. Un Ernani che è pulsante e tumultuoso, dove però non risaltano (e se succede è in sporadiche occasioni) i dettagli e le ricchezze coloristiche della partitura come i momenti più intimi e lirici, e dove hanno poca evidenza pure i contrasti pensati da Verdi per dare senso e linfa vitale alla propria drammaturgia. Quei contrasti fondamentali che animano tutti i personaggi dell’Ernani: essi amano e patiscono la gelosia, gioiscono e soffrono, sono amici ma anche nemici e vivono intensamente ma poi muoiono disperati. 

Francesco Meli (Ernan) e Angela Meade (Elvira) – Teatro dell’Opera di Roma
(fotografia di Fabrizio Sansoni)

Il personaggio principale di questo dramma ambientato nella Spagna e nella Germania del 1519, alla vigilia della proclamazione di Carlo V Imperatore del Sacro Romano Impero, è Ernani. È il bandito perseguitato dal destino avverso e dalla malvagità degli uomini, è l’eroe ardente e romantico del primo Verdi sinceramente innamorato di Elvira e disposto a tutto pur di strapparla alle profferte amorose di Don Carlo e di Silva. Francesco Meli, che torna al ruolo dopo averlo cantato con Muti nove anni fa, dipinge un Ernani giovane ed energico, capace di moti vigorosi ma anche di abbandoni suadenti, musicalmente e stilisticamente studiato e ben impostato. La voce di Francesco Meli sgorga chiara e fluida e il canto è morbido e scorrevole, tuttavia c’è qualcosa nella organizzazione vocale del tenore genovese che desta apprensione: qualche opacità nel timbro, a volte il legato si spezza e gli acuti suonano indietro e poco squillanti, ma soprattutto si avverte una certa difficoltà nel gioco delle smorzature e ancor più nel sostenere la tessitura acuta (che in Ernani è piuttosto evidente) palesando sforzo e fatica. Forse Francesco Meli dovrebbe ripensare gli impegni futuri (Un ballo in maschera, La traviata, Aida e La Gioconda in programma per l’estate) che si annunciano onerosi sia per le acute tessiture da affrontare sia per il poco tempo che intercorre tra una produzione e l’altra.

Evgeny Stavinsky (Silva) – Teatro dell’Opera di Roma
(fotografia di Fabrizio Sansoni)

Evgeny Stavinsky è Silva, il vecchio zio e tutore di Elvira che pretende la giovane in moglie: la sua voce di basso è di timbro chiaro e l’emissione è corretta e facile (a dispetto di altre voci gravi maschili di origine slava che suonano quasi sempre ingolfate). La linea vocale è flessuosa e sfumata, giusta quando deve raccontare la malinconia insieme con la nobiltà di questo grande di Spagna, mentre il volume non amplissimo e l’accento poco incisivo non danno il giusto riscontro alla durezza e all’inflessibilità del personaggio, come ad esempio quando vuole la morte del rivale Ernani.

Ludovic Teziér (Don Carlo) – Teatro dell’Opera di Roma
(fotografia di Fabrizio Sansoni)

Don Carlo è il personaggio più complesso e dai risvolti psicologici variegati. È austero, orgoglioso e imperioso nell’esigere rispetto e sudditanza regali (è pur sempre Carlo V d’Asburgo, anche se giovane) ma si mostra delicatamente appassionato e premuroso quando dice di amare Elvira, e anche sensibile e inquieto – come accade nell’aria “Oh de’ verd’anni miei” – quando medita sulle vanità mondane. La bella voce bronzea, sonora, ricca di armonici di Ludovic Tézier è ideale per un simile personaggio. Come il suo canto: che s’impone fin dall’ingresso con il fraseggio grandioso e fiero del grande baritono verdiano, che poi Tézier stempera e ammorbidisce nei cantabili di grande respiro e di grande dolcezza, come accade nel moderato “Vieni meco, sol di rose” rivolto a Elvira, anche se qualche piano e qualche “rallentando” in più non avrebbero guastato alla resa complessiva di un Don Carlo commosso e innamorato.
Alla recita del 5 giugno ha cantato invece Giovanni Meoni, che con Ludovic Teziér vanta una bella presenza scenica. La voce è meno doviziosa di quella del collega e la tecnica meno rifinita: vistosi sono i cali d’intonazione nelle note estreme, colpevoli forse i tempi troppo serrati di Armiliato che non consentono le giuste riprese di fiato. Ma il fraseggio di Meoni appare sorvegliato e nel complesso vario, così che l’interpretazione di Don Carlo risulta convinta e convincente.

Evgeny Stavinsky (Silva), Angela Meade (Elvira) e Ludovic Teziér (Don Carlo) – Teatro dell’Opera di Roma
(fotografia di Fabrizio Sansoni)

Elvira, l’infelice fidanzata di Ernani votata a una prematura vedovanza, è un’amante impetuosa e ardente, che si esprime con una vocalità prorompente, fatta di agilità di forza, acuti fulminanti e accento infuocato. La giusta vocalità per il “soprano drammatico d’agilità” che sembra essere Angela Meade: ha una voce corposissima, possente, di grosso volume e uniforme a tutte le altezze; una voce che svetta sempre, anche nei pezzi d’insieme e che s’impone per il mordente della vocalizzazione, per lo squillo degli acuti e per la robustezza dei centri e dei gravi. Una voce che sa piegarsi a timbrate mezzevoci e a piani ben sostenuti, che ben caratterizzano i momenti in cui Elvira è meno animata di sdegno e si mostra affranta e anche supplichevole, come quando impetra pietà per la salvezza di Ernani. Ma è in questi momenti patetici che ad Angela Meade il gioco delle sfumature e del canto “intimizzato” non riesce così ricco e vario come ci si aspetterebbe: il fraseggio diventa monocorde e l’accento inerte, e l’interpretazione si fa inespressiva e poco vivida.
Come per Giovanni Meoni alla recita di Ernani del 5 giugno, anche Elvira aveva il suo doppio in Anastasia Bartoli. A differenza di Angela Meade ha voce di meno volume e di minor potenza; gli acuti sono squillanti ma come i centri e i gravi non hanno molto corpo. L’emissione appare corretta e la linea di canto musicale, ma il fraseggio – come succede alla  Meade – non è molto vario e l’accento è poco efficace; solo nel terzetto finale riesce a essere più partecipe e a convincere il pubblico, che l’applaude. Del resto anche Angela Meade, che a differenza di Anastasia Bartoli come attrice è piuttosto impacciata, in questo pezzo qualche emozione in più l’ha suscitata.

Alle sollecitazioni di Marco Armiliano l’Orchestra del Teatro dell’Opera ha risposto bene, seppure con qualche stridore di troppo. Non lo ha fatto il Coro invece, che s’è rivelato impreciso negli attacchi, con le varie sezioni non sempre in sintonia e pure poco propenso a cantare piano. Alla prima il successo è stato di stima, diventando più caloroso alla seconda recita.

Ernani – Teatro dell’Opera di Roma
(fotografia di Silvia Lelli)

Ernani ebbe la prima assoluta alla Fenice di Venezia il 9 marzo 1844. Gli interpreti principali furono: Carlo Guasco (Ernani), Sophie Löwe (Elvira), Antonio Superchi (Don Carlo) e Antonio Selva (Silva). L’opera ebbe successo, del resto sono poche le pagine deboli, musicalmente parlando, della quinta opera di Giuseppe Verdi. Tuttavia se i cantanti avessero cantato meglio il successo sarebbe stato maggiore. Questo scrisse il compositore all’indomani della première: «Guasco era senza voce ed aveva una raucedine che faceva spavento. È impossibile stonare più di quello che fece ieri sera la Loewe. Tutti i pezzi, dal più al meno, furono applauditi ad eccezione della cavatina di Guasco». 

Sophie Löwe
Carlo Guasco

Marco Armiliano per quest’Ernani all’Opera di Roma ha scelto di eseguire integralmente la partitura originale, riaprendo i “da capo” delle cabalette e i tagli di tradizione. Ha quindi optato per la soppressione della cabaletta di Silva “Infin che brando vindice” che fu aggiunta all’aria del basso “Infelice! e tuo credevi” della versione originale, per le rappresentazioni di Ernani date a Vienna e a Milano nella primavera e nell’autunno del 1844. La cabaletta fu scritta per esaltare la vocalità di Ignazio Marini un cantante da prime parti (fu il protagonista di Oberto conte di San Bonifacio, il primo melodramma di Verdi) che invece in Ernani si esibiva come Silva, un ruolo che sostanzialmente è da comprimario, ossia una parte non di spicco sebbene sia assai importante ai fini drammaturgici.

Una opinione su "“Ernani” ancora a Roma!"

  1. Tutto vero e giusto. Quanto alla Meade, trovo che vada bene per i nostalgici dei sopranoni verdiani che hanno sempre considerato Elvira una virago e non una giovane donzella. Sicuramente la signora ha un materiale vocale impressionante ma usato male, senza accento, con una tendenza all’urlo negli acuti in fortissimo, mancanza di abbandono nei momenti patetici o estatici e un gargarismo al posto del trillo. Le agilità sono lungi dall’essere perfette,almeno in questo Ernani. Grazie comunque, Paolo, per questa ulteriore interessante recensione.

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