L’articolo di oggi è un inedito. Doveva essere pubblicato su “Wanted in Rome”, il quindicinale per il quale un tempo collaboravo con la rubrica “Opera notes”. Non ricordo i motivi, ma non se ne fece nulla. Ho ritrovato l’articolo fortunatamente nel corso di un trasloco e felicemente lo pubblico oggi che comincia l’estate – anche se in verità il solstizio c’è stato ieri alle 22:50 – essendo la cronaca di un viaggio fatto (in completa solitudine) nell’Italia dell’Arte tra il luglio e l’agosto del 1998. Lo pubblico oggi che in tutto il mondo si celebra la Festa della Musica, perché l’articolo è anche la cronaca di un viaggio tra i più noti Festival Operistici Italiani che si svolgono d’estate. Festival di ieri che per strane coincidenze hanno singolari assonanze e curiosi riferimenti con quelli di oggi. Come avrete modo di scoprire…
BRIVIDI D’ESTATE (1998)
Racconto (inedito) di un viaggio estivo nell’Italia dell’Opera e dell’Arte.
Che cosa si prova mentre si percorrono le assolate strade del sud dell’Italia e si scopre tutto a un tratto che si è quasi senza più benzina e che ci si trova in una zona desolata della Basilicata senza un centro abitato nel raggio di 50 km? Ci si sente come Manon Lescaut del deserto americano, ci si sente soli perduti e abbandonati. E si provano autentici brividi di terrore. Ma poi la crisi si supera, il distributore aperto viene trovato (e anche in tempo, prima che il motore rimanga all’asciutto) e si arriva finalmente a destinazione. E la destinazione è Martina Franca, il centro culturalmente più importante di tutta la Valle d’Itria in Puglia. Ci si rilassa completamente e si dimentica il brutto viaggio di andata; si passeggia per i bianchi e stretti vicoli del centro storico e si guarda tra il divertito e il sorpreso, seduti in un Caffè, l’andare e venire di gente dall’aria vagamente annoiata e indifferente, che poi a ben vedere è tutto per far sfoggio di abiti e gioielli.

Alla fine viene la sera (e l’ombra e la quiete… e ci si sente tanto Pinkerton, per fortuna non farabutto come lui) e si entra nel chiostro del Palazzo Ducale, per predisporsi fiduciosi e curiosi all’ascolto di Le Trouvère di Giuseppe Verdi. Ma la delusione è in agguato. Tra la versione qui messa in scena, realizzata per Parigi nel 1857, e quella originale italiana universalmente ben più conosciuta le differenze sono minime: di diverso c’è soltanto un lungo balletto in più al terzo atto e un nuovo finale. Un ascolto attento però rivela delle gradite sorprese ed ecco che i temuti i brividi di fregatura si trasformano in brividi di piacere. Grazie a piccoli ma rilevanti aggiustamenti nella parte orchestrale e vocale, l’opera cambia e probabilmente non in peggio. Verdi “gioca” con le note e con la musicalità della parola francese, crea interessanti colori e particolari soluzioni armoniche e le già sublimi melodie notturne della sua creatura italiana sembrano proporsi ora come nuove: l’intera partitura “francese” appare addolcita, si prospetta più languida e si vena finanche di screziature erotiche e si comprende forse per la prima volta perché mai Leonora è l’oggetto di una passione amorosa così forte da travolgere tutto e tutti.

Il giorno dopo, assolto all’obbligo di non mancare alla “riscoperta” del Trovatore in veste francese, si giunge in cima a una collina isolata tra la Puglia e la Basilicata, laddove svetta il più famoso e imponente castello voluto da Federico II di Svevia. Castel del Monte si chiama e ci si arriva da Martina Franca risalendo verso nord. Da un medioevo “inventato” dai librettisti d’opera si passa così a un medioevo “autentico”, con emozioni che si sommano a emozioni. Alla magnificenza, alla regalità e alla potenza del castello nel suo trionfo del numero otto: con quelle torri a otto lati che come otto pietre preziose circondano l’ottagonale imponente nucleo centrale, si aggiunge la bella e strategica vista che si ha da quell’altura: un colpo d’occhio che spazia dal mare all’entroterra lungo un arco di 360°. Il senso di onnipotenza che si sprigiona da quel luogo è così reale e comprensibile che si giunge, per un attimo, a illudersi di essere il re Federico che da una finestra contempla i suoi domini e si inorgoglisce dei propri potere e valore.

Facendo una deviazione di soli 20km ecco che la regalità terrena si trasforma in regalità divina. Per opera della cattedrale romanica del XII secolo di Trani, che è lì, su un lembo di terra circondato dal mare, a rendere possibile questa metamorfosi. Al bianco abbagliante dell’esterno fa eco il delicato chiarore dell’interno. Dalle grandi finestre la luce avvolge di intima spiritualità ogni cosa: come ipnotizzati, timorosi di causare il benché minimo rumore, ci si dirige verso l’abside. Ogni cosa intorno scompare e perde di significato, anche le brutte impalcature necessarie al restauro sembrano non esistere più, e si dà ascolto soltanto al misterioso impulso che religiosamente richiama a inginocchiarsi ai piedi di quella croce sospesa sopra l’altare come per miracolo.
I brividi “mistici” una volta innescati non danno tregua e spingono inesorabilmente ancora verso il nord. A Loreto torna a rivivere, insieme alle emozioni, il bianco di Trani nelle statue e nei rilievi che avvolgono la Santa Casa: l’abitazione della Madonna a Nazareth, che la tradizione vuole essere stata trasportata miracolosamente in terra marchigiana a volo dagli angeli. Fuori splendono i marmi e dentro le mura, rese scure dalle candele e dagli anni, risuonano d’un silenzio denso di preghiere e suppliche, tutto vòlto all’Immagine Sacra: un unico blocco di oro e pietre preziose che cela allo sguardo i corpi della Madre e del Figlio, lasciando visibili soltanto i volti. Che Immagine insolita è questa.






La si riscopre in quella in cui Hugo de Ana a pochi chilometri da Loreto, all’Arena Sferisterio di Macerata, allude nel suo famoso e pluripremiato allestimento della Turandot di Giacomo Puccini. La principessa di gelo appare sospesa sopra una gigantesca perla nera, con il corpo stretto in una veste che si fa armatura bellissima e sontuosissima che, come nella Santa Casa, lascia libera soltanto la testa. È anche Turandot una figlia del cielo, una pura e incontaminata creatura divina, che non vuole e non può appartenere ad alcun uomo. Turandot è puro ideale, è la donna proibita e irraggiungibile che gli uomini votati alle imprese impossibili (neanche fossero Tom Cruise) fantasticano di possedere. C’è tuttavia chi questo sogno lo realizza: è il principe ignoto che alla fine rivelerà di chiamarsi Calaf. Novello Edipo che risolve i tre enigmi che Turandot pone a chiunque osi pretenderla in moglie. Calaf li scioglie e vince. E Turandot è sconfitta. Apparterrà per sempre al “mortale” che l’ha violata. Eppure nel trionfo finale, quando tutto il palcoscenico si illumina di rosso, il colore dell’amore trionfante, a celebrare il rito provvedono Ping Pong e Pang, i tre ministri di corte. Sono vestiti di bianco, del colore del lutto e della morte. Che allude al freddo candore del ghiaccio. E a Turandot… la principessa di gelo, che sembra ancora resiste al fuoco divampante e struggente dell’amore.
A una fiaba così sfarzosa e affascinante, ma forse un po’ troppo ambigua e oscura, a Pesaro il Rossini Opera Festival risponde con La Cenerentola o sia la bontà in trionfo, la favola liberamente tratta da Perrault che per legge di compensazione offre al melomane “rabbrividito” d’inquietudine il necessario nonché attesissimo e certo: …e vissero tutti felici e contenti. Gli ingredienti della favola classica eccoli lì, scopertamente esibiti. Ci sono i cattivi, il patrigno e le sorellastre, cattivissimi oltre misura e brutti e antipatici, che alla fine, scornati e scontenti, occupano il posto accanto al fuoco che fu di Cenerentola e si aggirano come tristi fantasmi nel loro palazzo in rovina, ingombro di oggetti e mobili vecchi e inutili. C’è il principe azzurro giovane avvenente e ricco, che più amabile di così, con quelle fresche e schiette melodie che Rossini gli regala, non potrebbe essere.

Vesselina Kasarova e Juan Diego Flórez
E c’è lei: Cenerentola, la povera ma bella, e pure generosa e buona, Angelina con la quale ogni principe azzurro (e pure ogni Calaf) che si rispetti vorrebbe ammogliarsi. E c’è Angelina, vestita d’uno smagliante abito rosso fuoco (il colore che fu pure di Turandot) che trasportata da una gigantesca cicogna vola sopra il palcoscenico, quale novella creatura ”rinata”, per correre al trionfo su tutto e su tutti. La gioia è tale che nello scoppiettante rondò finale alle parole Ah fu lampo, un sogno, un gioco il mio lungo palpitar, i trilli le scale e le agilità di ogni sorta di bellezza e difficoltà che Rossini impone (delizia e croce di ognuna cantatrice che affronta il ruolo) diventano autentici fuochi d’artificio. E il pubblico, anch’esso felice e contento, risponde come impazzito con un uragano di applausi.

il volo della cicogna
L’articolo che riferisce dei festival estivi del 1998 si chiude così, ricordando La Cenerentola che per la prima volta e in edizione critica veniva proposta al Rossini Opera Festival. Fu allestita da Luca Ronconi, con il supporto delle scene di Margherita Palli e dei costumi di Carlo Diappi. Era il suo sesto allestimento al ROF; avendovi debuttato nel 1984 con la prima assoluta in epoca moderna del Viaggio a Reims. Fu tale il successo di questa Cenerentola che venne ripresentata nel 2000 e ancora nel 2010. Fu il trionfo dell’arte dello stupore e del teatro di matrice barocca (il volo della cicogna e il palazzo decadente che a vista si trasformava in palazzo scintillate, scatenavano l’applauso più entusiastico) come lo fu del belcanto. Nel pieno rispetto dello stile rossiniano diresse Carlo Rizzi e si rivelò splendida interprete la bulgara Vesselina Kasarova che guardava nel canto quanto nella recitazione a Lucia Valentini Terrani, meravigliosa storica Angelina, alla quale lo spettacolo era dedicato, per la prematura morte avvenuta appena due mesi prima. Il principe Don Ramiro fu il peruviano Juan Diego Flórez, insieme con lui altri cantanti di provata “fede” rossiniana: Alessandro Corbelli (Dandini), Bruno Praticò (Don Magnifico), Rosanna Savoia (Clorinda), Marina Comparato (Tisbe) e Lorenzo Regazzo (Alidoro).

Tornando ai nostri giorni, scopriamo che l’opera inaugurale del ROF 2024 sarà Bianca e Falliero1. Per una “strana” coincidenza, che tanto “strana” poi non è, essendo stata accuratamente cercata e indagata nel panorama dei festival estivi di quest’anno, Bianca e Falliero verrà allestita all’Auditorium Scavolini: il palazzetto dello sport di Viale dei Partigiani (in pieno centro città) fresco di riapertura dopo quasi vent’anni di lavori di ristrutturazione. Il luogo – allora era chiamato Palafestival – dove vide la luce proprio La Cenerentola di Luca Ronconi, e dove nel 1996 debuttò Juan Diego Flórez a soli ventitré anni con Matilde di Shabran, entusiasmando e conquistando pubblico e critica. Juan Diego Flórez – altro nome che ritorna a Pesaro dai “brividi” estivi del 1998 – per questo Rossini Opera Festival, XLV edizione, affronterà il ruolo di Oreste nell’Ermione2 , andando così a incrementare il nutrito elenco dei ruoli già cantati a Pesaro e scritti da Rossini per il sensazionale tenore contraltino Giovanni David: Giacomo V (La donna del lago nel 2001 e nel 2016), Rodrigo (Otello nel 2007), Ilo (Zelmira nel 2009) e Ricciardo (Ricciardo e Zoraide nel 2018).

In “Brividi d’estate” si riferiva della Turandot di Giacomo Puccini che Hugo de Ana allestì all’Arena Sferisterio di Macerata nel 1998. Era la riproposta, dato lo strepitoso successo, dell’allestimento di appena due anni prima che vedeva Alessandra Marc nel ruolo della protagonista. Il soprano statunitense tornò a cantarlo pure nel 1998, ma soltanto nelle due recite di luglio. La recita citata nell’inedito fu la seconda di agosto, e qui gli abiti di Turandot furono indossati da Francesca Patanè (figlia del mai abbastanza compianto direttore d’orchestra Giuseppe Patanè). Il principe Calaf lo cantò il veterano Nicola Martinucci (avrebbe dato l’addio alle scene dieci anni più tardi proprio con l’incompiuta di Puccini), la schiava Liù fu Carla Maria Izzo e Mario Luperi interpretò il ruolo di Timur, il padre di Calaf. Tre bravi caratteristi dell’epoca interpretavano i ministri di corte: Armando Ariostini diede voce al Gran Cancelliere Ping, Paolo Barbacini al Gran Provveditore Pang e Sergio Bertocchi al Gran Cuciniere Pong, l’unico dei tre a non essere presente alla produzione originaria del 1996. Il tutto veniva diretto e concertato dall’allora emergente bacchetta (non erano ancora scoccati i dieci anni di carriera) di Lü Jia. Turandot veniva proposta completa del finale scritto da Franco Alfano.
Per questa stagione a Macerata torna l’incompiuta di Puccini, ma secondo una prassi ormai diffusissima: la rappresentazione si arresta alla morte di Liù con l’azzeramento del lieto fine, che getta un dubbio – non troppo celato a dire il vero – sulla veridicità delle nozze della principessa “disgelata” con Calaf. Come avvenne con Arturo Toscanini sul podio alla Scala alla prima assoluta del 26 aprile 1926, nel rispetto della volontà espressa da Puccini pochi giorni prima di morire, secondo quanto riferì l’amico giornalista Arnaldo Fraccaroli.

Il cartellone del Macerata Opera Festival 2024 accosta a Turandot3 anche La bohème4. L’intento è chiaro: celebrare il centenario della morte di Giacomo Puccini, avvenuta a Bruxelles il 29 novembre 1924, con due capolavori tra i più significativi dell’eccellente ancor più che breve produzione operistica (dodici titoli!) del compositore nato a Lucca sessantacinque anni prima, il 22 dicembre 1858.
Di più “ardita” comprensione appare l’inserimento in cartellone di Norma5 di Vincenzo Bellini. Tuttavia tutto si fa chiaro, rivelandosi alfine sottilmente erudito e raffinato, se ci si riferisce alla linea programmatica scelta dal sovrintendente Flavio Cavalli e dal nuovo direttore artistico Paolo Gavazzeni per il Festival, che si svolgerà a Macerata dal 19 luglio all’11 agosto 2024: «…la Luna – che illumina il pubblico nelle serate estive allo Sferisterio [con tanto di plenilunio il 21 luglio] – attraversa significativamente i versi e l’ambientazione delle tre opere: una favolistica Luna d’Oriente risplende sul capolavoro incompiuto di Puccini; lo stesso argenteo chiarore si riflette sui volti di Rodolfo e Mimì; alla Luna si rivolge la sacerdotessa belliniana».

Ma guardando ancora alla tragica eroina di Vincenzo Bellini, si scopre che l’opera a lei intitolata aprirà il Festival della Valle d’Itria 2024. Sarà proposta prendendo a riferimento l’edizione critica che vuole i ruoli di Norma e Adalgisa affidati a due soprani, come accadde alla première del 18316. Un’opera che con la luna che “inargenta” le notti di musica a Martina Franca dal 17 luglio al 6 agosto 2024, riporta alla mente quel Le Trouvère di Giuseppe Verdi, che inaugurava il Festival del 1998 con cui si apriva “Brividi d’estate”. Ritornano in mente le parole di Léonore: «La lune encor lointaine au ciel montait à peine…» che evocavano un mondo di atmosfere lunari e silenziose, notturne e misteriose, che le antiche malinconiche e appassionate melodie di Verdi esaltavano, con un’orchestrazione ancor più perfezionata e arricchita per un «pubblico più musicalmente avvertito a questi particolari di quello italiano». Tornano alla mente i nomi di chi fu interprete di quelle parole e di quelle musiche: Warren Mok che era Manrique, Iano Tamar che era Léonore, Sylvie Brunet come Azucena e Nikola Mijailovic che interpretava Le compte de Luna, insieme con i nomi di Marco Guidarini il maestro direttore e concertatore, di Francesco Esposito che sul palcoscenico impostava la regia e creava anche i costumi, mentre Italo Grasso realizzava le scene.
Tutto questo si leggeva nel programma di sala di Le Trouvère che, insieme con quelli della Cenerentola e di Turandot, sono ancora ben conservati nella libreria di chi scrive.
- Bianca e Falliero di Rossini manca a Pesaro da diciannove anni, vi farà ritorno con un nuovo allestimento curato dal regista Jean-Louis Grinda, per la direzione di Roberto Abbado e la partecipazione di Jessica Pratt e Aya Wakizono (gli innamorati del titolo) di Dmitry Korchak (Contareno, padre di Bianca) insieme con Giorgi Manoshvili (Capellio, rivale in amore di Falliero). ↩︎
- Il secondo titolo di cartellone al LXV ROF è Ermione, che dal lontano 2008 riapparirà alla Vitrifrigo Arena (che per gli anni di restauro ha “sostituito” il Palafestival) diretta da Michele Mariotti, allestita da Johannes Erath e interpretata oltre che da Juan Diego Flórez (Oreste) da Anastasia Bartoli (Ermione), da Victoria Yarovaya (Andromaca) e da Enea Scala (Pirro). ↩︎
- A differenza di Hugo de Ana che nel 1998 si proponeva come regista, scenografo e costumista, nella Turandot di Giacomo Puccini che inaugurerà il Macerata Opera Festival 2024 lo spagnolo Paco Azorín rivestirà i primi due “ruoli”, affidando la cura dei costumi a Ulises Mérida. Per il resto nessuna corrispondenza, anche minima, con l’incompiuta pucciniana raccontata in “Brividi d’estate”. Tutto differente. Il direttore sarà Francesco Ivan Ciampa e gli interpreti saranno Olga Maslova (Turandot), Angelo Villari (Calaf), Ruth Iniesta (Liù), Antonio Di Matteo (Timur), Lodovico Filippo Ravizza (Ping) Paolo Antognetti (Pang) E Francesco Pittari (Pong). ↩︎
- A Macerata La bohème di Giacomo Puccini sarà proposta nella produzione del regista Leo Muscato (ripresa da Alessandra De Angelis) che vinse il Premio Abbiati 2012, e che ora vedrà impegnati il direttore d’orchestra Valerio Galli e i cantanti Mariangela Sicilia (Mimì), Yusif Eyvazov/Valerio Borgioni (Rodolfo), Mario Cassi (Marcello), Daniela Cappiello (Musetta) e Vincenzo Nizzardo (Schaunard). ↩︎
- Il terzo titolo operistico al Macerata Opera Festival 2024 sarà Norma di Vincenzo Bellini; la direzione d’orchestra sarà affidata a Fabrizio Maria Carminati, la regia a Maria Mauti e il canto a Marta Torbidoni (Norma), Roberta Mantegna (Adalgisa), Antonio Poli (Pollione) e Riccardo Fassi (Oroveso). ↩︎
- Nel Chiostro di Palazzo Ducale a Macerata a sostenere i ruoli di Norma e di Adalgisa ci saranno i soprani Jacquelyn Wagner e Valentina Farcas, canteranno insieme con il tenore Airam Hernandez (Pollione) e il basso Simon Lim (Oroveso). Dirigerà Fabio Luisi, il Direttore Musicale del Festival. La regia sarà di Nicola Raab, che si avvarrà delle scene e dei costumi di Leila Fteita, come già avvenne per Il giocatore di Prokof’ev messo in scena a Martina Franca nel 2022 e vincitore del Premio Abbiati ↩︎

grazie Paolo un bellissimo articolo come al solito. Stavolta c’è una nota positiva in più perche mi hai fatto ripercorrere il viaggio in valle d’Itria che ho fatto 6 anni fa. Apprezzo molto la tua scrittura e leggo volentieri i tuoi articoli.
buona domenica
a presto
Luisa