Quattro opere rare a Martina Franca
Il 6 agosto 2022 si è concluso il Festival della Valle d’Itria a Martina Franca, che era iniziato il 19 luglio 2022. Com’è tradizione per questo Festival che allieta l’estate operistica italiana da quarantotto stagioni, in cartellone erano presenti quattro titoli di raro ascolto.
Il primo ad andare in scena è stato Il giocatore di Sergej Prokof’ev nella versione in lingua francese, con il titolo che diventa Le joueur.

(fotografia di Clarissa Lapolla)
Lo spettacolo nel complesso ha soddisfatto le aspettative: per la direzione concitata e nervosa di Jan Latham Koenig e per la regia di David Pountney: ambientata in una claustrofobica sala da gioco ricostruita con scene e costumi belli e d’effetto, che guardavano alle avanguardie russe del XX secolo e al “Suprematismo” di Malevič. Di livello anche il cast vocale costituito da bravi cantanti che si sono rivelati anche bravi attori, dei quali vanno ricordati almeno Sergej Radchenko (che interpretava Alexis, il protagonista) Andrew Greenan e Maritina Tampakopoulos (il generale e la figliastra Polina, ossessionati dal gioco) e Silvia Beltrami (la Grand-Mère che dilapida i suo averi al tavolo verde).

(fotografia di Clarissa Lapolla)
Le joueur fu rappresentato la prima volta al Théâtre de la Monnaie di Bruxelles il 29 aprile 1929 con una dozzina di anni di ritardo dalla composizione, avvenuta tra il novembre 1915 e l’aprile del 1916. L’opera era in russo ed era intitolata Igrok (Il giocatore). Il debutto era previsto per il febbraio 1917, ma i disordini e le agitazioni di quei giorni, che avrebbero poi portato alla rivoluzione vera e propria, e le perplessità suscitate da una prima lettura della partitura giudicata troppo moderna e di difficile esecuzione, fecero cancellare Igrok dal cartellone del Teatro Marinskij di San Pietroburgo dove era stato programmato.
Tornato in patria nell’estate del 1927 Prokof’ev tentò il recupero dell’opera, ma invano. Bisognerà attendere il 1929 perché Igrok – riveduta nella strumentazione e in alcune linee vocali e tradotta in francese da Paul Spaak (nonno della ben nota cantante-attrice Cathérine Spaak) – diventi Le joueur e conquisti le scene europee. È in questa versione che è stata eseguita nel cortile del Palazzo Ducale di Martina Franca.
Tratto dal romanzo omonimo di Dostoevsky, Le joueur racconta il gioco come disturbo nevrotico compulsivo e distruttivo affidandosi a un declamato continuo che, adagiato su un tessuto orchestrale di ricca strumentazione, poco concede alla melodia a vantaggio di un canto nervoso e assai vicino al parlato
La seconda rarità ad andare in scena il 25 luglio nel restaurato Teatro Verdi di Martina Franca, e in edizione critica per la prima volta, è stata Il Xerse di Nicolò Minato musicato da Francesco Cavalli.

(fotografia di Clarissa Lapolla)
Lo spettacolo di impostazione piuttosto tradizionale era firmato dal regista Leo Muscato e si avvaleva di scene e costumi di sapore mediorientale ora un po’ classico ora un po’ moderno. La recitazione, non senza una punta di esagerazione, è sembrata sbilanciata verso gli aspetti più da commedia che da dramma storico di un libretto che presenta, come era in uso nelle opere italiane del XVII secolo, situazioni ed elementi sia seri sia comici ma in equilibrio tra loro.
Il direttore Francesco Maria Sardelli ha «inferto infausti tagli» alla partitura (come egli stesso ha dichiarato) per agevolare l’ascolto e il procedere della narrazione e ha anche imposto tempi rapidi e sostenuti, penalizzando però i lunghi recitanti che per la velocità diventavano poco comprensibili. Tuttavia nei momenti patetici Sardelli si è abbandonato alla melodia languida e larga dispiegandola in tutta la sua bellezza, suscitando emozioni e applausi convinti come è accaduto nell’aria “Lasciatemi morir, stelle spietate” di Xerse.
La compagnia di canto, tranne un paio di elementi dal canto forzato e dall’intonazione incerta, si è rivelata nel complesso efficace, con una punta di eccellenza nel controtenore Carlo Vistoli (che impersonava Xerse), che ha esibito una corretta emissione, omogeneità di suono e una pulita e musicale linea di canto, riuscendo ad essere il cantante più applaudito.

(fotografia di Clarissa Lapolla)
Il Xerse di Francesco Caletti (questo il vero cognome di Cavalli) ebbe la sua première a Venezia nel Teatro SS. Giovanni e Paolo il 12 gennaio 1655. Racconta di un’intricata storia di gelosie e di amori sbagliati e impossibili, che ha il suo fulcro nella passione di Xerse per Romilda che invece la rinnega, perché è innamorata di Arsamene fratello del re infatuato. Intorno a questa storia d’amore se ne svolgono di collaterali (con una musica di egual pregio) anch’esse contrastate, ma che si risolveranno in bene come la vicenda principale.
Il successo riscosso da Il Xerse di Francesco Cavalli, fu tale che il libretto di Nicolò Minato diventò la fonte d’ispirazione per il librettista anonimo che approntò il testo per il Serse che Georg Friedrich Händel fece rappresentare al King’s Theatre di Londra il 15 aprile 1738. E come comincia Serse? Con il protagonista che canta la bellezza di un platano, esattamente come accadeva nel Xerse di Cavalli: «Ombra mai fu / di vegetabile, / cara ed amabile /soave più».
Discepolo di Monteverdi Cavalli ne seguì le orme, compiendo anche qualche passo in avanti. Nell’opera di Cavalli la melodia sopravanzò il recitativo puro e semplice e potè librarsi libera e nuova in arie duetti e terzetti, che diventarono così oasi di puro lirismo e momenti ideali per meglio “cantare” gli affetti e i sentimenti in campo.
La terza opera in cartellone era Beatrice di Tenda di Vincenzo Bellini che è stata eseguita in forma di concerto nel cortile di Palazzo Ducale di Martina Franca.

(fotografia di Clarissa Lapolla)
Sul podio doveva salire il direttore musicale del Festival Fabio Luisi, ma ammalatosi di Covid è stato sostituito da Michele Spotti, considerato uno dei maggiori talenti della nuova generazione di direttori d’orchestra. Un talento confermato in questa Beatrice di Tenda , perché Spotti ha impresso un buon andamento alla narrazione, ha evocato belle e fascinose atmosfere e ha riservato la giusta attenzione alla protagonista, facendone una Beatrice che domina la scena e che s’impone sui suoi interlocutori con un fraseggio romantico vibrante e con un canto autorevole e sentitamente ispirato, fatto di suoni celestiali e di grandi e avvolgenti arcate melodiche.

(fotografia di Clarissa Lapolla)
Il canto che Vincenzo Bellini concepì per Giuditta Pasta, che fu la prima interprete di Beatrice e che il compositore considerava inarrivabile nel “sublime tragico”. E Giuliana Gialfandoni, la Beatrice odierna, del “sublime tragico” non avrà la grandiosità dell’accento, perché la voce sebbene sia di buona “pasta”, sia ricca di armonici e abbia acuti squillanti, è un po’ piccola di volume e tende a perdere consistenza soprattutto nei piani e pianissimi, ma del “sublime tragico” Giuliana Gianfaldoni ha la nobiltà dell’accento che esprime con un canto di puro lirismo e con un fraseggio intimo e suggestivo, fatto di tenui colori e dolci sfumature, e che rendono la figura della duchessa di Milano “tragicamente” dolente e compassionevole.
Biagio Pizzuti interpretava il “cattivo” consorte di Beatrice: esibiva voce robusta insieme con un fraseggio veemente, che tuttavia all’occorrenza ossia nei momenti riflessivi sapeva anche ammorbidirsi. Celso Albelo e Theresa Kronthaler nell’economia del concerto, pur mostrando entrambi un canto di poco peso e in difficoltà nel settore acuto, il ruolo di innamorato non corrisposto l’uno e di “rivale” in amore l’altra li hanno affrontati con sufficiente credibilità. Successo comunque pieno, con punte di acceso entusiasmo per Giuliana Gianfaldoni, Biagio Pizzuti e Michele Spotti.

(fotografia di Clarissa Lapolla)
Beatrice di Tenda fu data per la prima volta alla Fenice di Venezia il 16 marzo 1833 con scarso successo. Il problema è forse da ricercare nel libretto di Felice Romani che oltre a essere stato consegnato in ritardo, costringendo l’esigentissimo e pignolissimo Bellini a lavorare in gran fretta, riciclava stancamente l’intreccio narrativo di Anna Bolena, l’opera di Donizetti data alla Scala nel 1830, con protagonista ancora Giuditta Pasta.
Problemi che non impedirono a Bellini di scrivere della musica assai bella e portatrice anche di novità, come è per l’aria “Ah! se un urna è a me concessa” espressione del Bellini più maturo, che vuole celebrare al meglio la primadonna inarrivabile nel “sublime tragico”.
Un doveroso seppur breve cenno è dovuto alla quarta rarità presente nel cartellone del Festival della Valle d’Itria: La scuola de’ gelosi di Antonio Salieri.

(fotografia di Clarissa Lapolla)
Andò in scena a Venezia durante il carnevale 1778/79 ed ebbe un successo così eclatante che fu scelta per volontà dell’imperatore Giuseppe II per inaugurare la stagione operistica viennese del 1783. Per l’occasione nel libretto originale di Caterino Mazzolà furono introdotte arie sostitute scritte da Lorenzo da Ponte. Ed è in questa versione che l’opera è stata eseguita (senza scene né costumi e ben “regolando” l’azione dei cantanti) nel teatro Verdi per la sola sera del 27 luglio.
All’ascolto si scopre che l’opera si avvale di un libretto ben scritto e di una musica altrettanto pregevole. Qualità che sono emerse grazie a Danila Grassi che ha diretto con polso sicuro l’ensemble orchestrale costituito dai migliori allievi del Conservatorio “Nino Rota” di Monopoli e ha concertato e guidato con cura e attenzione i volenterosi e promettenti allievi dell’Accademia di Belcanto “Rodolfo Celletti”.
Una piacevolissima serata d’un caldissimo luglio martinese conclusa con scroscianti e festanti applausi per tutti.

(fotografia di Clarissa Lapolla)
P.S.
La cronaca del 48° Festival della Valle d’Itria a Martina Franca è andata in onda domenica 7 agosto 2022 per Radio Vaticana nella rubrica “L’Ape Musicale”, come pezzo di apertura del programma “Lo Scrigno Musicale”. Dall’8 agosto è possibile accede al podcast.
https://www.vaticannews.va/it/podcast/radio-vaticana-musica/lo-scrigno-musicale.html

Come sempre una recensione chiara, puntuale,Riccardo preziose informazioni ed equilibratissima nei giudizi. Grazie Paolo